RECENSIONE: Giuditta e il monsù (Costanza DiQuattro)

Aggiornamento: 17 mar




Autore: Giovanna DiQuattro

Editore: Baldini+Castoldi, 2021

Pagine: 224

Genere: Narrativa italiana

Prezzo: € 16.50 (cartaceo), € 9.99 (ebook)

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Trama

Ibla, 1884. A Palazzo Chiaramonte, una notte di maggio porta con sé due nascite anziché una soltanto. Fortunato, abbandonato davanti al portone, e Giuditta, l'ultima fimmina di quattro sorelle. Figlia del marchese Romualdo, tutto silenzi, assenze e donne che non si contano più, e di sua moglie Ottavia, dall'aria patibolare e la flemma altera, è proprio lei a segnare l'inizio di questa storia. Lambendo cortili assolati e stanze in penombra, cucine vissute ed estati indolenti, ricette tramandate e passioni ostinate, il romanzo si spinge fin dove il secolo volge, quando i genitori invecchiano e le picciridde crescono. C'è chi va in sposa a un parente e chi a Gesù Cristo, ma c'è pure chi l'amore, di quello che soffia sui cuori giovani, lo troverà lì dov'è sempre stato: a casa. Dopo Donnafugata, Costanza DiQuattro invita a sfogliare un nuovo album di famiglia, fatto di segreti inconfessabili, redenzioni agrodolci, e tanta, infinita dolcezza.


Recensione

Questo libro è la terza fatica letteraria dell’autrice e, in essa, è l’anima stessa ad essere eletta. Nasce infatti dall’anima quel sentimento amoroso che viene posto dalla scrittrice come fondamento del suo nuovo romanzo, costituendone il tema più organico e significativo.


Una chiave di lettura di questo romanzo riguarda sicuramente il concetto di amore: l’amore è soprattutto rivelazione autentica del nostro Io grazie alla conoscenza dell’Altro; è perfetta conoscenza di sé acquisita in virtù della relazione con un’anima affine. Ed è infatti profonda l’affinità di anime che, fin dall’infanzia, viene ad instaurarsi tra i due protagonisti, Giuditta, quarta figlia del marchese Romualdo Chiaramonte e Fortunato, che nel preciso istante in cui la prima nasce, viene abbandonato dinanzi al portone del palazzo nobiliare.


Il destino vuole che tale coincidenza permetta loro di crescere nell’ambito della medesima famiglia e in una perfetta comunanza di sentire che travalica ogni differenza riguardante la provenienza sociale o il carattere. Adottato dal monsù del marchese, Fortunato, di indole riflessiva e cortese, mostra ben presto di saper giocare con le parole e di preferire i libri e la scrittura; di contro, Giuditta appare poco interessata allo studio ed incline alla trasgressione.


Il contesto in cui la vicenda si svolge è quello della bella Ibra tra fine Ottocento e inizi Novecento, un microcosmo isolato e del tutto sordo nei confronti di eventi e catastrofi. In realtà, il luogo più rilevante nella narrazione è l’immensa cucina del palazzo, dove il monsù prepara quotidianamente non semplici pietanze, ma autentiche delizie che i due protagonisti, fin dalla più tenera età, sono soliti contemplare, rimanendo incantanti e, naturalmente, desiderosi di emulare la bravura di colui che ne era l’autore. Il lettore, durante la preparazione dei piatti, ad una sorta di rito sacro dove danzano odori e sapori inebrianti. Il grande spazio della cucina è soprattutto il luogo in cui i protagonisti iniziano a condividere sogni e speranze, divenendo complementari. Quasi impercettibile è il mutare della loro gioiosa amicizia, intessuta di innocenti complicità, in una travolgente passione che, simile a un vento impetuoso, inizia a confondere e sovvertire qualunque cosa incontri nel suo cammino. Eppure, nonostante i cambiamenti che il desiderio amoroso induce in loro, rimangono legati al loro essere bambini, ovvero alla legittima aspirazione alla felicità e a quei sogni che solo delle anime pure possono coltivare.


Avvalendosi di una raffinata tessitura sia narrativa che stilistica, l’autrice disegna, intorno alla vicenda, gli scenari offerti dalle campagne brulle e assolate della Sicilia durante le torride estati. Soltanto il mare, in lontananza, rompe la quotidianità.


Attorno ai due giovani si muove diversi personaggi composti da familiari, amici, servi, ognuno dei quali viene delineato con sapiente maestria sia che ne venga scolpito un gesto, una movenza, un sospiro, sia che ne venga abbozzato un ritratto che mira a far comprendere l’interiorità del soggetto. Molto efficace risulta la rappresentazione del corteo lento e silenzioso che si forma in occasione del funerale di un parente del marchese, segno di un lutto che testimonia gli assurdi rituali e le ipocrite convenzioni di quella collettività.

Nonostante l’amore permea di gioia gli animi dei protagonisti, affiorano, tra le pagine del romanzo, un’ombra vaga e una sottile malinconia riconducibili al timore di Giuditta che la felicità sia del tutto effimera, perennemente insidiata dall’inesorabile divenire del reale. Il destino crudele continua però ad avanzare contro chi si illude di poter vivere secondo i propri desideri e, una sconvolgente verità, getta la protagonista in un abisso di dolore che devasta il corpo e lo spirito.


Grazie alla penna dell’autrice il lettore non può far altre che provare empatia per i protagonisti. Al termine del libro si ha l’impressione di aver vissuto nell’epoca descritta ed essersi seduti a tavola con la famiglia Chiaromonte.

 

Alcune note su Costanza DiQuattro

Costanza DiQuattro (Ragusa, 1986), laureata in Lettere moderne all’Università di Catania, dal 2008 si occupa attivamente del Teatro Donnafugata,

teatro di famiglia restituito alla fruizione del pubblico dopo sei anni di restauri, e nel 2010 ne assume la Direzione artistica con la sorella Vicky, dando inizio a importanti collaborazioni artistiche con prestigiosi teatri nazionali e compagnie teatrali di fama. Parallelamente alle stagioni di prosa, di musica classica e di teatro per bambini, coadiuvata da uno staff tutto al femminile, si apre alla organizzazione di festival e

mostre. Ha collaborato con «Il Foglio» e poi con alcune testate online siciliane. Il suo campo di scrittura spazia dalla critica sociale al costume, dal mondo della cultura a quello più strettamente legato al teatro.


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