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RECENSIONE: Corpo a corpo (Giovanni "Gioz" Scarduelli)

RECENSIONE: Corpo a corpo (Giovanni "Gioz" Scarduelli)

Autore: Giovanni "Gioz" Scarduelli Editore: Terre di Mezzo, 2025 Pagine: 336 Genere: Narrativa per ragazzi, graphic novels Prezzo: € 17.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.terre.it/prodotto/corpo-a-corpo/?srsltid=AfmBOopRPxx7PUpOWzwzkVpGxyObnOrzX9UV3tasZkDj5haJDGcLDZfv Anteprima: https://www.terre.it/prodotto/corpo-a-corpo/?srsltid=AfmBOopRPxx7PUpOWzwzkVpGxyObnOrzX9UV3tasZkDj5haJDGcLDZfv Trama Martino, detto Marti, ha iniziato il terzo anno del liceo classico. Ossessionato dall'aspetto fisico, tutte le sue attenzioni vengono di colpo catturate da Margherita, una ragazza di Quinta per cui perde la testa. Gli amici insistono affinché le parli, ma lui sprofonda nell'insicurezza e crea la proiezione mentale di un guerriero greco forte e possente, che riesce in tutto quello in cui il ragazzo fallisce. E proprio quando Marti trova il coraggio di sfidarlo e di mostrarsi a Margherita con le sue fragilità, scopre che anche lei sta combattendo una dura battaglia con il proprio corpo... Recensione Questo è un graphic novel che affronta il tema della crescita attraverso una scelta narrativa e visiva precisa: mettere il corpo al centro del racconto, non come semplice veicolo dell’azione, ma come luogo in cui si concentrano conflitti, desideri e trasformazioni. La storia segue un adolescente che pratica parkour , disciplina urbana basata sul movimento, sull’adattamento allo spazio e sulla capacità di superare gli ostacoli con il minimo spreco di energia. Il parkour non è mai presentato come spettacolo o performance estrema fine a se stessa, ma come un percorso personale, fatto di allenamento, ripetizione, tentativi falliti e progressi lenti. Attraverso questa pratica, il protagonista impara a conoscere il proprio corpo, i suoi limiti e le sue possibilità, in un dialogo continuo tra mente e fisicità. La trama procede intrecciando la quotidianità del ragazzo (la scuola, le relazioni, le incomprensioni con il mondo adulto) con i momenti di movimento nello spazio urbano. La città diventa così un’estensione del conflitto interiore: muri, tetti, ringhiere e vuoti da attraversare rappresentano ostacoli concreti ma anche simbolici. Ogni salto è una decisione, ogni caduta una presa di coscienza. Il “corpo a corpo” del titolo è dunque duplice: con l’ambiente e con se stessi. Uno degli aspetti più riusciti del libro è la capacità di raccontare l’adolescenza senza idealizzarla né drammatizzarla eccessivamente. Scarduelli sceglie una narrazione misurata, che lascia spazio ai silenzi, ai gesti, agli sguardi. Le emozioni non sono mai spiegate in modo didascalico, ma emergono attraverso il movimento e la composizione delle tavole. Il lettore percepisce la fatica, la concentrazione, la paura prima del salto e la liberazione che segue, grazie a un uso molto consapevole del ritmo visivo. Dal punto di vista grafico, lo stile è essenziale e leggibile, ma estremamente efficace nel restituire la fisicità dell’azione. Le sequenze di parkour sono costruite con grande attenzione alla dinamica del corpo nello spazio: il tempo sembra dilatarsi o contrarsi a seconda del momento, accompagnando l’esperienza del protagonista e coinvolgendo direttamente chi legge. Il colore contribuisce a definire le atmosfere, senza mai sovrastare la narrazione. Corpo a corpo  è anche una riflessione sul rapporto tra giovani e adulti, sul bisogno di essere visti e compresi, e sulla difficoltà di comunicare ciò che passa attraverso il corpo quando le parole non bastano. Il parkour diventa un linguaggio alternativo, una forma di espressione che permette al protagonista di affermare la propria identità in un mondo che spesso sembra volerla contenere o normalizzare. Nel panorama dei graphic novel italiani contemporanei, il libro di Scarduelli si distingue per la coerenza tra forma e contenuto: la storia parla di movimento, e il fumetto si muove con la stessa fluidità; parla di equilibrio, e la narrazione trova il suo equilibrio tra introspezione e azione. È una lettura che si rivolge in particolare ai lettori giovani, ma che riesce a parlare anche agli adulti, invitandoli a ricordare cosa significhi abitare un corpo che cambia e cerca il proprio posto nel mondo. Un’opera intensa e sincera, che dimostra come il fumetto possa raccontare la crescita non solo attraverso le parole, ma attraverso il gesto, lo spazio e il silenzio. Alcune note su Giovanni "Gioz" Scarduelli Gioavanni "Gioz" Scarduelli classe ’92, è illustratore, fumettista e visual designer. Lavora con alcuni quotidiani e con le principali case editrici italiane di fumetti. Tra i libri che ha illustrato: Diario di Anne Frank (Rizzoli), Il mio amico Giovanni (Feltrinelli) e Antologia di Spoon River (Mondadori). TAG: #narrativa_per_ragazzi, #graphic_novels, #giovanni_gioz_scarduelli, #voto_quattro

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RECENSIONE: Le stelle brillano più forte (Rami Abou Jamous)

RECENSIONE: Le stelle brillano più forte (Rami Abou Jamous)

Autore: Rami Abou Jamous Traduttore: Sara Puggioni Editore: Libreria Pienogiorno, 2025 Pagine: 192 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo:  € 17.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.pienogiorno.it/libro/9791281368934 Trama Nel mondo immaginario che ho costruito per lui, a Gaza, Walid e io giochiamo alla scuola. Mio figlio ha solo tre anni ed è dall’inizio della guerra che recito per proteggerlo. Voglio che creda che la nostra tenda da sfollati sia una villa, che i pochi vasi siano un giardino, che le bombe che piovono intorno a noi siano fuochi d’artificio. Ogni sorriso che riesco a strappargli vale tutte le bugie che gli dico. Walid si è appena affacciato alla vita quando la sua esistenza viene stravolta. Mese dopo mese, la normalità sparisce: niente scuola, niente giochi, niente dolci, e poi sempre meno tutto, casa, cibo, calore, elettricità, vita. Ma c’è una cosa che suo padre Rami decide che va salvata a ogni costo: il suo sorriso. Così, mentre la distruzione avanza e la famiglia è costretta a uno, due, tre, quattro trasferimenti forzati per cercare di sfuggire ai bombardamenti, passando da un appartamento a una tenda, con la complicità della moglie Rami crea intorno a Walid una bolla in cui ansia, tristezza e morte non possono entrare. Ogni esplosione è applaudita come un fuoco d’artificio, i droni sono uccelli che vengono a dargli il buongiorno e la tenda diventa la sua classe. Rami sa che, qualunque cosa succeda, non deve permettere che la gioia negli occhi del suo bambino si spenga. Accolta da straordinarie recensioni come una versione reale e poetica de La vita è bella per il dramma di Gaza, l’indimenticabile dichiarazione d’amore di un padre per suo figlio e, insieme, il più efficace e realistico resoconto di un giornalista coraggioso sulla tragedia palestinese. Un romanzo-verità unico e prezioso, un canto di speranza mai vinta che emoziona, informa, commuove. Recensione Questo libro che nasce dall’urgenza di raccontare, ma soprattutto dalla necessità di proteggere. Rami Abou Jamous, giornalista palestinese che vive a Gaza, sceglie una prospettiva intima e potentissima: quella di un padre che osserva la guerra mentre cerca, giorno dopo giorno, di salvare l’infanzia del proprio figlio di tre anni. Il cuore del libro è proprio questo sforzo quotidiano, fragile e ostinato, di trasformare l’orrore in qualcosa di narrabile per un bambino. Le bombe diventano fuochi d’artificio, i droni si trasformano in uccelli mattinieri, la tenda in cui la famiglia vive dopo essere stata sfollata diventa una sorta di “casa speciale”. Non si tratta di negare la realtà, ma di filtrarla attraverso l’amore, nel tentativo di rendere il mondo ancora abitabile per chi è troppo piccolo per comprenderne la violenza. La scrittura di Abou Jamous è sobria, essenziale, profondamente umana. Non cerca l’effetto, non indulge nella retorica, non forza l’emozione: è proprio questa misura a rendere il racconto così potente. La guerra è sempre presente, ma non viene descritta come uno spettacolo di distruzione; è piuttosto una presenza costante che invade ogni gesto, ogni pensiero, ogni scelta quotidiana. Il libro mostra come il conflitto non distrugga solo gli edifici, ma ridisegni i legami, il tempo, il modo di parlare e di spiegare il mondo. Uno degli aspetti più toccanti del testo è il modo in cui la paternità diventa una forma di resistenza. Raccontare storie, inventare spiegazioni, sorridere anche quando non ce n’è motivo: tutto questo assume un valore politico e umano fortissimo. Proteggere un bambino, in questo contesto, non significa solo tenerlo al sicuro fisicamente, ma anche difendere la sua capacità di stupirsi, di fidarsi, di immaginare un futuro. Le stelle brillano più forte  è anche un volume sulla responsabilità della parola. Da giornalista, Abou Jamous sa bene cosa significa raccontare i fatti; da padre, sceglie consapevolmente quando tacere, quando trasformare, quando addolcire. Questa tensione attraversa tutto il libro e lo rende particolarmente interessante anche dal punto di vista letterario: siamo di fronte a un testo che sta a metà tra la testimonianza, il memoir e il racconto intimo, senza mai perdere autenticità. Non è una lettura facile, ma è una lettura necessaria. Non perché mostri immagini scioccanti o accumuli dolore, ma perché costringe il lettore a guardare la guerra da un luogo insolito: quello dell’amore quotidiano, fragile e ostinato. Alla fine, ciò che resta è la consapevolezza che, anche nei contesti più bui, esistono gesti minuscoli e luminosi che resistono. Come le stelle del titolo, che non cancellano l’oscurità, ma continuano a brillare più forte. Questo libro è consigliato a chi cerca testimonianze dirette e autentiche sui conflitti contemporanei, ma desidera una narrazione che metta al centro le persone prima dei numeri e delle cronache. È una lettura particolarmente indicata per chi ama i memoir, i racconti di vita e i libri che uniscono impegno civile e dimensione intima. È adatto a lettori sensibili ai temi della genitorialità, dell’infanzia e della responsabilità della parola, così come a chi crede che la letteratura possa essere uno strumento di comprensione e di empatia. Non è invece un testo per chi cerca un’analisi geopolitica o storica dettagliata: qui la guerra è raccontata attraverso l’esperienza quotidiana, emotiva e personale di chi la vive. Alcune note su Rami Abou Jamous Rami Abou Jamous è scrittore e giornalista, vive a Gaza con la famiglia. Dal 2023 per due anni lo ha fatto in una tenda in un campo profughi. Nonostante i numerosi trasferimenti e le immani difficoltà, non ha mai smesso di collaborare con la stampa estera per raccontare la quotidianità del conflitto. Ogni giorno invia ai 150 giornalisti e volontari raccolti nel suo gruppo WhatsApp lo stesso messaggio: «Sono ancora vivo». Con un collega, ucciso il 19 novembre 2023, è cofondatore dell’agenzia Maison de la Presse. Collabora come corrispondente per diversi media francesi, da Radio France a France24.Nel 2024 gli sono stati conferiti tre prestigiosi premi Bayeux per i corrispondenti di guerra, in tre diverse categorie: è la prima volta che accade. TAG: #narrativa_straniera #narrativa_moderna_contemporanea, #sara_puggioni, #rami_abou_jamous, #voto_cinque

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RECENSIONE: Il grande buio (Enrico Macioci)

RECENSIONE: Il grande buio (Enrico Macioci)

Autore: Enrico Macioci Editore: Neo Edizioni, 2025 Pagine: 200 Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo:  € 17.00 (cartaceo), € 6.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.neoedizioni.it/neo/prodotto/il-grande-buio/ Trama Mistero, qualcosa di oscuro, inafferrabile eppure tremendamente familiare. Una sensazione che provoca spaesamento, un turbamento dai contorni sfuggenti, il germe dell'arcano che seduce e affascina: questo è il perturbante. Non aggettivo, ma sostantivo, quasi fosse un'entità, una presenza. Dieci storie, ognuna delle quali cerca di afferrarne le possibili forme, prova a raccontarne gli improvvisi svelamenti. Una riunione di condominio è la scena, non di un crimine, ma della fine del mondo; una donna racconta del suo essere madre e il ricordo porta a un omicidio; marito e moglie fanno la solita passeggiata in montagna ma stavolta c'è qualcosa o qualcuno insieme a loro; una coppia di ospiti convive con un odore nauseabondo mentre il padrone di casa che li ospita è partito alla ricerca della propria compagna; un uomo è svegliato nel bel mezzo di una notte estiva, in strada qualcuno sta giocando a tennis, il poc, poc, poc della pallina è il richiamo verso l'ignoto. C'è poi chi dà un nome all'ignoto, è uno dei protagonisti, lo chiama "il grande buio", dice che avvolge e permea il nostro mondo. E quando affiora, inghiotte. Recensione Con Il grande buio , Enrico Macioci consegna al lettore una raccolta di racconti che lavora in profondità sul concetto di inquietudine, scegliendo una strada lontana dall’orrore esplicito e più vicina a una forma di perturbante quotidiano, silenzioso, spesso difficile da nominare. Il volume raccoglie dieci racconti, diversi per ambientazione e situazione narrativa, ma tenuti insieme da una coerenza tematica forte e riconoscibile. Il “buio” evocato dal titolo non è solo uno spazio fisico o una condizione esterna: è soprattutto una zona interiore, una crepa che si apre nei rapporti umani, nella memoria, nelle dinamiche familiari e sociali. Macioci ambienta le sue storie in contesti apparentemente ordinari: condomini, case, paesaggi naturali, relazioni genitoriali, momenti di routine. Proprio da lì fa emergere qualcosa che destabilizza. L’effetto è quello di uno scarto improvviso ma mai urlato: il reale resta riconoscibile, ma smette di essere rassicurante. Uno degli aspetti più interessanti della raccolta è la capacità dell’autore di trasformare situazioni comuni in esperienze liminali. Una semplice riunione di condominio può assumere un peso simbolico e claustrofobico, diventando il luogo in cui si manifestano tensioni profonde e un senso di minaccia collettiva. In altri racconti, il nucleo familiare, e in particolare la maternità, viene attraversato da eventi traumatici che rompono l’idea di protezione e cura, portando il lettore a confrontarsi con zone d’ombra difficili da accettare. La natura, spesso presente, non è mai uno sfondo neutro: montagne, spazi aperti, luoghi isolati diventano territori ambigui, dove il confine tra reale e altro si assottiglia. Macioci non spiega, non rassicura, non chiude sempre i significati: preferisce lasciare che il non detto lavori nella mente del lettore, prolungando l’inquietudine anche dopo la fine del racconto. Dal punto di vista stilistico, la scrittura è misurata, essenziale, ma fortemente evocativa. Non c’è compiacimento nell’orrore né ricerca dell’effetto facile. Al contrario, l’autore costruisce atmosfere dense attraverso dettagli, silenzi e scelte narrative precise. Il ritmo dei racconti è calibrato per accompagnare il lettore verso una sensazione di disagio crescente, spesso più psicologica che narrativa, ma proprio per questo efficace. Un altro elemento centrale della raccolta è il rapporto tra individuo e comunità. Molti racconti mettono in scena meccanismi collettivi, dinamiche di gruppo, ruoli sociali che finiscono per schiacciare o isolare i singoli personaggi. Il buio, in questo senso, non è solo personale ma anche condiviso, quasi strutturale, come se fosse parte integrante del vivere insieme. Un libro che richiede attenzione e disponibilità all’ascolto. Non offre soluzioni né spiegazioni definitive, ma pone domande, apre fratture, costringe a sostare in zone scomode. È una lettura consigliata a chi ama i racconti che scavano più che intrattenere, che lavorano sull’atmosfera e sul sottotesto, e che sanno rendere inquietante ciò che, fino a un attimo prima, sembrava normale. Un libro che non cerca di illuminare il buio, ma di farci entrare dentro. Alcune note su Enrico Macioci Enrico Macioci è nato a L’Aquila nel 1975. Laureato in Giurisprudenza, poi in Lettere moderne con una tesi su Cuore di tenebra  di Joseph Conrad. Da semplice lettore, è diventato un grande conoscitore di Stephen King e della sua produzione letteraria. Dopo la raccolta di racconti Terremoto  (Terre di mezzo, 2010), ha pubblicato i romanzi La dissoluzione familiare  (Indiana, 2012), Breve storia del talento  (Mondadori, 2015) rivisto e ripubblicato in una nuova edizione col titolo L’estate breve  (TerraRossa, 2024), Lettera d’amore allo yeti  (Mondadori, 2017), Tommaso e l’algebra del destino  (Sem, 2020), Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia  (TerraRossa, 2022). Il grande buio  segna il suo felice ritorno ai racconti. TAG: #narrativa_italiana #narrativa_moderna_contemporanea, #enrico_macioci, #voto_quattro

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RECENSIONE: La piccola Amélie (Maïlys Vallade, Liane-Cho Han Jin Kuang)

RECENSIONE: La piccola Amélie (Maïlys Vallade, Liane-Cho Han Jin Kuang)

Regista: Maïlys Vallade, Liane-Cho Han Jin Kuang Anno: 2025 Durata: 77 minuti Genere: Animazione, Drammatico Trama La storia ha inizio in Giappone, nei primi anni '70, e segue i primi tre anni di vita di Amélie, figlia di un diplomatico belga. Nei primi due anni, la bambina vive in uno stato di assoluta apatia: non piange, non ride, non interagisce con il mondo esterno. Si autodefinisce un "Dio" o, più cinicamente, un "tubo", un essere puramente biologico che funge solo da passaggio per il cibo e i rifiuti, convinta che la sua immobilità sia una forma di perfezione divina superiore alle fatiche umane. La svolta avviene quando la nonna paterna, Claude, riesce a scuotere Amélie dal suo torpore offrendole un pezzetto di cioccolato bianco. Questo evento rappresenta un vero e proprio "big bang" sensoriale: il piacere del gusto risveglia la sua coscienza, facendola precipitare dallo stato divino a quello umano. Da quel momento, Amélie inizia a percepire il mondo con un'intensità travolgente, imparando a parlare e a scoprire la bellezza e l'orrore della realtà che la circonda. Al centro del suo nuovo mondo umano si staglia la figura di Nishio-san, la giovane governante giapponese che diventa il suo unico vero legame d'amore e il suo ponte verso la cultura nipponica. Attraverso gli occhi di Nishio, Amélie impara a vedere il giardino della loro casa non più come un confine, ma come un universo magico popolato da carpe koi , cicale e Yōkai (creature soprannaturali della cultura giapponese). È in questo periodo che la bambina matura la convinzione di essere giapponese, rifiutando interiormente le sue radici europee. Tuttavia, la scoperta della vita porta con sé anche la scoperta del dolore e della crudeltà. Amélie sperimenta la gelosia, la manipolazione e, soprattutto, l'incontro traumatico con la morte, simboleggiato dalla morte della nonna e da un incidente nel laghetto delle carpe del giardino. Questo episodio segna la fine definitiva della sua onnipotenza infantile: Amélie comprende di essere vulnerabile e che il mondo non obbedisce ai suoi desideri. La vicenda trova il suo culmine con l'annuncio del ritorno della famiglia in Belgio. Per Amélie, questo significa la fine del suo mondo, il distacco straziante da Nishio e l'abbandono del Giappone, la sua patria spirituale. Il film si chiude con il passaggio dall'infanzia mitica alla realtà della crescita, sottolineando come l'identità di Amélie sia ormai indissolubilmente legata a quei primi, intensissimi anni vissuti sotto il sole del Giappone. Recensione La piccola Amélie  è un film d’animazione che affronta una sfida rara: tradurre in immagini l’interiorità di un testo fortemente autobiografico e introspettivo, restando fedele allo spirito del libro da cui è tratto ( Metafisica dei tubi di Amélie Nothomb) . Il risultato è un’opera delicata, contemplativa e profondamente sensoriale, che rifugge le strutture narrative tradizionali per costruire un racconto fatto di percezioni, ricordi e micro-eventi carichi di significato. La storia segue Amélie nei suoi primi anni di vita, durante l’infanzia trascorsa in Giappone. All’inizio, la bambina è quasi immobile, chiusa in una sorta di mutismo emotivo: il mondo esiste, ma lei sembra non reagire, come se fosse separata da tutto ciò che la circonda. È solo attraverso una serie di esperienze fondamentali – il contatto con l’acqua, il cibo, la voce, la scoperta del piacere e del dolore, che Amélie inizia gradualmente a “nascere” al mondo. Il film riprende fedelmente questa struttura episodica del libro, fatta di rivelazioni improvvise più che di azioni, restituendo l’idea che l’identità non si formi tutta in una volta, ma per accumulo di sensazioni. Uno degli elementi centrali, sia nel libro che nel film, è il rapporto con Nishio-san, la tata giapponese. Attraverso di lei, Amélie sperimenta l’affetto, la protezione e un senso di appartenenza che va oltre il linguaggio. La loro relazione è raccontata con estrema sobrietà, evitando ogni sentimentalismo esplicito: sono i gesti quotidiani, i rituali e i silenzi a costruire il legame. È proprio questa attenzione al non detto che rende il film particolarmente fedele alla matrice letteraria, capace di suggerire più che spiegare. Dal punto di vista visivo, l’animazione si mette completamente al servizio dello sguardo infantile. Le proporzioni si deformano, gli oggetti assumono un valore simbolico, gli elementi naturali – l’acqua, la pioggia, il giardino – diventano spazi di scoperta e trasformazione. La scelta cromatica accompagna l’evoluzione della protagonista: all’inizio prevalgono tonalità più statiche e controllate, che si aprono progressivamente a colori più vivi man mano che Amélie entra in relazione con il mondo. È una regia che non cerca mai l’effetto spettacolare, ma lavora sulla suggestione e sulla memoria. Tematicamente, La piccola Amélie  è un film che parla di identità, spaesamento e formazione, ma anche di perdita. L’esperienza giapponese, vissuta come un luogo originario e quasi mitico, è destinata a interrompersi, lasciando nella protagonista una nostalgia profonda che diventerà parte integrante della sua personalità. Il film riesce a comunicare questa dimensione malinconica senza appesantire il racconto, mantenendo sempre il punto di vista della bambina, per la quale anche l’addio è qualcosa che non si comprende del tutto, ma si sente intensamente. La narrazione, volutamente lenta e frammentaria, può risultare distante per chi cerca una storia classica o un intrattenimento immediato. Tuttavia, questa scelta è coerente con il materiale di partenza e rappresenta uno dei maggiori pregi del film: La piccola Amélie  non semplifica il libro, ma ne accoglie la complessità emotiva e la trasforma in linguaggio cinematografico. Un film d’animazione raffinato e sensibile, che riesce a essere fedele al libro senza diventare illustrativo, e che conferma come l’animazione possa essere uno strumento potente per raccontare l’infanzia non come favola, ma come esperienza fondativa dell’essere umano. La piccola Amélie  è consigliato a chi ama l’animazione d’autore, a chi apprezza il cinema contemplativo e sensibile, e a chi ha amato il libro originale o è interessato a racconti che esplorano l’infanzia come esperienza fondativa, più che come semplice favola. Meno adatto, invece, a chi cerca un ritmo serrato o una narrazione tradizionale. TAG: #animazione, #drammatico, # maïlys_vallade, #liane-vho_han_jin_kuang , #voto_quattro

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RECENSIONE: Zampe in viaggio. Gigia alla scoperta dell’Italia cat-friendly (Jasmine L. Quan)

RECENSIONE: Zampe in viaggio. Gigia alla scoperta dell’Italia cat-friendly (Jasmine L. Quan)

Autore: Jasmine L. Quan Editore: Accornero Edizioni, 2025 Pagine: 230 Genere: Viaggi, Animali Prezzo: € 16.50 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.accorneroedizioni.it/portfolios/zampe-in-viaggio/ Trama Viaggiare con un gatto è impossibile? Jasmine L. Quan e la sua gatta Gigia dimostrano il contrario in questa guida unica nel suo genere, unendo il memoir umoristico a un pratico manuale di viaggio. “Gigia alla scoperta dell'Italia cat-friendly” è il racconto irriverente e divertente di un'avventura attraverso diverse regioni italiane, vissuta tra le “cat-astrofi” quotidiane (guinzagli spariti, cadute in mare, incontri-scontri con cani e imbarazzanti “bisogni” in ristoranti chic ) e la gioia di esplorare il mondo con il proprio felino. Il libro non è solo una raccolta di aneddoti esilaranti, ma una vera guida “a misura di gatto”: la sezione “Zampe sulla mappa” offre un elenco dettagliato di ristoranti, bar e luoghi d'interesse (divisi in “Food & Drink” e “Scopri”) realmente testati e approvati (o bocciati) dalla severissima Gigia. Una lettura indispensabile per chi sogna di partire con il proprio animale e per chiunque voglia scoprire l'Italia da una prospettiva inedita e baffuta. Recensione Zampe in viaggio  è un libro che si colloca a metà strada tra il diario di viaggio, il racconto autobiografico e la guida pet-friendly, ma riesce a distinguersi grazie a un elemento narrativo molto forte: la presenza costante e determinante di Gigia, gatta protagonista e compagna inseparabile dell’autrice. Jasmine L. Quan racconta un viaggio attraverso l’Italia vissuto realmente insieme alla sua gatta, scegliendo di non idealizzare l’esperienza ma di mostrarla per ciò che è: entusiasmante, faticosa, imprevedibile e spesso esilarante. Il lettore viene accompagnato tappa dopo tappa tra città d’arte, borghi, treni, alberghi e ristoranti, sempre filtrati dallo sguardo — a volte severo, a volte sorprendentemente indulgente — di una gatta che non accetta compromessi. Uno degli aspetti più riusciti del libro è proprio la narrazione degli imprevisti, ribattezzati ironicamente “cat-astrofi”: momenti in cui i piani saltano, il controllo si perde e il viaggio prende una piega diversa da quella immaginata. Sono episodi che non solo strappano un sorriso, ma restituiscono autenticità al racconto, rendendolo credibile e umano. Viaggiare con un gatto, emerge chiaramente, non è una versione addolcita del turismo, bensì un’esperienza che richiede adattamento, ascolto e una buona dose di autoironia. Accanto alla parte narrativa, il libro offre una struttura ben riconoscibile e utile. La sezione “Zampe sulla mappa” raccoglie i luoghi visitati e testati, fornendo indicazioni concrete su spazi realmente cat-friendly. La scelta di affidare simbolicamente il giudizio finale a Gigia è intelligente e coerente con il tono del libro: il punto di vista animale non è un espediente decorativo, ma una chiave di lettura che attraversa tutto il testo. Dal punto di vista stilistico, la scrittura è scorrevole, vivace e diretta, mai eccessivamente tecnica né troppo leggera. Quan riesce a mantenere un buon equilibrio tra racconto personale e utilità pratica, senza trasformare il libro in un semplice elenco di consigli. Il vero centro della narrazione resta sempre il legame tra umana e animale, costruito sulla fiducia reciproca e sulla capacità di affrontare insieme situazioni nuove. Il libro è anche una riflessione implicita su cosa significhi viaggiare in modo consapevole, adattando le proprie abitudini alle esigenze di chi ci accompagna. In questo senso, il libro parla non solo agli amanti dei gatti, ma a chiunque sia interessato a una forma di viaggio più attenta, meno standardizzata e più relazionale. In conclusione, si tratta di una lettura piacevole ma non superficiale, capace di intrattenere e allo stesso tempo di offrire spunti concreti. È un libro che fa sorridere, che racconta l’Italia da angolazioni insolite e che dimostra come anche un gatto, con le sue regole e i suoi tempi, possa diventare un autentico compagno di viaggio. Consigliato a chi ama i racconti veri, i viaggi vissuti e le storie in cui gli animali non sono comparse, ma protagonisti a tutti gli effetti. Alcune note su Jasmine L. Quan Jasmine L. Quan si è laureata a Pechino con MBA/MA dalla Wharton, ha lasciato il mondo del lusso (ex Gucci) per seguire una chiamata: salvare la tigre della Cina meridionale. Il suo progetto pionieristico ha visto nascere e crescere oltre 12 tigri, con l’obiettivo di reintrodurle in natura. La sua storia è raccontata nel docufilm Last Chance Tiger . Autrice di tre libri sui felini, Jasmine è davvero una vera “Cat Woman”. Nel 2024 pubblica il Dono di Gigia e Gigia and me (ed. inglese). Sito: www.GigiaTravelCat.com TAG: #viaggi, #animali, #jasmine_l._quan, #voto_quattro

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RECENSIONE: CineMarvel. Come il Marvel Cinematic Universe ha cambiato il mondo (Giulio Fabroni, Edoardo Ferrarese)

RECENSIONE: CineMarvel. Come il Marvel Cinematic Universe ha cambiato il mondo (Giulio Fabroni, Edoardo Ferrarese)

Autore: Giulio Fabroni, Edoardo Ferrarese Editore: Jimenez, 2025 Pagine: 532 Genere: Saggi, Cinema Prezzo: € 16.50 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.jimenezedizioni.it/cinemarvel-come-il-marvel-cinematic-universe-ha-cambiato-il-mondo/ Trama Lo dicono tutti ormai: i supereroi al cinema hanno stancato, i film Marvel sono in crisi. Ciò di cui si parla un po’ meno, però, è come il Marvel Cinematic Universe abbia cambiato per sempre il mondo di pensare e fruire le storie. Il MCU non è solo la titanica macchina da intrattenimento che negli ultimi diciassette anni ha macinato miliardi ai botteghini di tutto il mondo. È anche e soprattutto un grandissimo esperimento narrativo, forse il più audace mai realizzato. Il primo universo cinematografico condiviso: un mondo generatore di storie che coniuga la finitezza dei film con l’infinitezza della serialità. Ma può davvero durare per sempre? Persino Edoardo e Giulio, due improbabili amici che con i film Marvel ci sono cresciuti, iniziano a nutrire qualche dubbio. Per loro, scrittori che lavorano su cinema e serie ma dai lati opposti della barricata (uno fa il critico, l’altro lo sceneggiatore), ora è il momento migliore per esplorare questo fenomeno unico che ha rivoluzionato lo storytelling. Con il loro libro Edo e Giulio prendono per mano ogni tipo di lettore – dai giovani appassionati, a chi questi film li ha sempre evitati – per sbrogliare finalmente la matassa di un universo zeppo di storie meravigliose. Recensione Parlare oggi del Marvel Cinematic Universe significa confrontarsi con uno dei fenomeni culturali più rilevanti degli ultimi quindici anni. CineMarvel affronta questa sfida con un approccio che va oltre la semplice celebrazione, proponendo un’analisi lucida e strutturata di come il MCU abbia ridefinito il cinema contemporaneo, la serialità e il rapporto tra pubblico e narrazione. Il libro ripercorre innanzitutto la genesi del progetto Marvel Studios, partendo dal rischio iniziale rappresentato da Iron Man  (2008): un film che non solo introduce un personaggio, ma getta le basi di un’idea inedita di cinema, quella dell’universo condiviso. Da qui, Fabroni e Ferrarese seguono l’evoluzione del MCU come un racconto unitario, mostrando come ogni film non sia mai davvero autonomo, ma parte di una costruzione narrativa più ampia e pianificata.ù Uno dei punti di forza del saggio è la capacità di coniugare cronologia e riflessione critica. La Saga dell’Infinito viene analizzata come un lungo arco narrativo culminato in Avengers: Endgame , evento che rappresenta non solo una conclusione epica, ma anche uno spartiacque emotivo e produttivo. Gli autori mostrano come quel finale abbia ridefinito le aspettative del pubblico e posto nuove domande sul futuro del franchise. Nella parte dedicata alle fasi successive, CineMarvel  affronta senza reticenze le difficoltà del post- Endgame : l’espansione del Multiverso, l’integrazione sempre più stretta tra cinema e serie televisive, la frammentazione della narrazione e il dibattito sulla cosiddetta “superhero fatigue”. Lontani da posizioni ideologiche, Fabroni e Ferrarese analizzano pregi e limiti di questa nuova fase, sottolineando come il MCU sia diventato un laboratorio narrativo tanto ambizioso quanto fragile. Ciò che rende il libro particolarmente interessante per un pubblico non esclusivamente fan è lo sguardo industriale e culturale. Il Marvel Cinematic Universe viene letto come un modello che ha influenzato l’intero sistema hollywoodiano: dal concetto di franchise alla serializzazione delle storie, fino alla trasformazione del cinema in un’esperienza sempre più interconnessa e continuativa. In questo senso, CineMarvel  non parla solo di supereroi, ma di come consumiamo l’immaginario oggi. Lo stile è chiaro, scorrevole, mai accademico, ma solido nei riferimenti e nelle argomentazioni. L’esperienza degli autori, uno più legato alla scrittura e l’altro alla critica cinematografica, emerge in un equilibrio riuscito tra analisi tecnica, riflessione teorica e passione cinefila. Si tratta quindi un saggio che riesce a essere accessibile senza essere superficiale, critico senza essere distruttivo. Un libro consigliato a chi ama il cinema, a chi si interroga sul futuro delle grandi narrazioni popolari e a chi vuole capire perché il MCU, nel bene e nel male, abbia davvero cambiato il modo di fare e pensare il cinema. Alcune note su Giulio Fabroni Giulio Fabroni è fra i più giovani sceneggiatori ad avere firmato una fiction Rai, e lavorare alla soap Un posto al sole gli ha insegnato una cosa o due sulle narrazioni infinite. Alcune note su Edoardo Ferrarese Edoardo Ferrarese scrive i suoi articoli su diverse testate web e recensisce su YouTube, Twitch e TikTok: per parlare di storie bisogna farlo con ogni mezzo possibile. TAG: #saggi, #cinema, #giulio_fabroni, #edoardo_ferrarese, #voto_quattro

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RECENSIONE: Dungeon Crawler Carl (Matt Dinniman)

RECENSIONE: Dungeon Crawler Carl (Matt Dinniman)

Autore: Matt Dinniman Traduttore: Federico Nejrotti Editore: Mercurio Books, 2025 Pagine: 532 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea, Fantasy Prezzo: € 20.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://mercuriobooks.com/prodotto/dungeon-crawler-carl/ Trama In un istante, ogni costruzione sulla Terra collassa su sé stessa e scompare nel nulla. Ogni cosa viene riassemblata in un unico, gigantesco dungeon: un labirinto di diciotto livelli pieno di trappole, mostri, tesori e insidie, tanto vasto da avvolgere l’intero pianeta. I sopravvissuti devono entrare nel labirinto sotterraneo e cominciare il gioco: se non trovi le scale per scendere in tempo al livello successivo, sei fuori. Game over. Tra di loro Carl, un'ex guardia costiera, insieme al gatto della sua ex, si troverà di fronte a scelte che non aveva mai pensato di dover fare prima. Nel gioco vincono la popolarità, le visualizzazioni, l’influenza. Più sei seguito, più possibilità hai di restare in vita. E se sei davvero bravo – se combatti con stile, se intrattieni le folle galattiche col sangue e col coraggio –, potresti ottenere la sola cosa che conta davvero: le loot box inviate dai tuoi fan alieni. L’unico modo per sopravvivere. Dungeon Crawler Carl è un universo che arriva con coraggio fino alle conseguenze più estreme del suo immaginario. Recensione Con Dungeon Crawler Carl , l'autore prende, il dungeon, uno dei concetti più abusati della narrativa contemporanea, e lo trasforma in qualcosa di sorprendentemente originale, feroce e intelligente. Quello che in apparenza potrebbe sembrare un semplice LitRPG umoristico si rivela invece una satira spietata sullo spettacolo, sul consumo della violenza e sulla disumanizzazione elevata a intrattenimento. La premessa è tanto assurda quanto brutale: nel giro di pochi minuti la Terra viene distrutta da una civiltà aliena che ne rivendica i diritti di sfruttamento. Gli esseri umani sopravvissuti vengono costretti a partecipare a un gigantesco dungeon sotterraneo, strutturato a livelli e popolato da mostri, trappole e prove letali. Il tutto è trasmesso come un reality show intergalattico seguito da miliardi di spettatori. Morire non è solo possibile: è previsto, incentivato e monetizzato. Il protagonista, Carl, non è un eroe nel senso tradizionale del termine. È un uomo qualunque, colto nel momento peggiore possibile della sua vita, che si ritrova a combattere per la sopravvivenza in mutande e con una rabbia crescente verso un sistema che lo considera poco più di un contenuto usa e getta. Accanto a lui c’è Princess Donut, la sua gatta, che a seguito delle “regole” del dungeon acquisisce intelligenza, capacità di parola e una personalità egocentrica e irresistibile. Il loro rapporto, improbabile ma centrale, diventa uno dei motori emotivi della storia. Dal punto di vista narrativo, il romanzo segue la struttura tipica del dungeon crawl: avanzamento di livello, acquisizione di abilità, gestione dell’equipaggiamento, combattimenti sempre più complessi. Tuttavia, Dinniman utilizza questi elementi non solo come meccanica di intrattenimento, ma come strumento narrativo. Le regole del gioco sono arbitrarie, crudeli e spesso umilianti, e riflettono perfettamente la logica di un sistema che trasforma la sofferenza in spettacolo e i partecipanti in prodotti. Uno degli aspetti più riusciti del libro è il tono. Dungeon Crawler Carl  è estremamente divertente, con dialoghi taglienti e situazioni volutamente sopra le righe, ma l’umorismo non serve mai a sminuire ciò che accade. Al contrario, rende la violenza e l’ingiustizia ancora più disturbanti, proprio perché vengono presentate come “normali” all’interno del format dello show. Dietro le battute e l’assurdo, si avverte costantemente una tensione emotiva reale, alimentata dalla consapevolezza che ogni errore può essere fatale. Interessante anche il ruolo dell’intelligenza artificiale che gestisce il dungeon, una presenza onnipresente e sarcastica che incarna l’aspetto più cinico del sistema: regolamenti applicati alla lettera, punizioni spettacolari, premi pensati più per intrattenere il pubblico che per essere utili ai concorrenti. È uno degli elementi che rafforza la dimensione satirica del romanzo e ne amplia il respiro oltre il semplice genere. Pur appartenendo dichiaratamente al filone LitRPG, questo libro riesce a essere accessibile anche a chi non ha familiarità con statistiche, build e sistemi di gioco. Le meccaniche sono spiegate con chiarezza e integrate nella narrazione in modo fluido, senza appesantire la lettura. Questo rende il romanzo adatto sia agli appassionati del genere sia a chi vi si avvicina per la prima volta. In conclusione, si tratta di un romanzo che diverte, intrattiene e sorprende, ma soprattutto riesce a dire qualcosa di significativo sul nostro rapporto con lo spettacolo, la competizione e la sofferenza altrui. È una lettura adrenalinica, intelligente e decisamente compulsiva, capace di far ridere e riflettere quasi nella stessa frase. Un ottimo punto di partenza per una serie che promette di diventare sempre più ambiziosa e spietata, proprio come il dungeon che racconta. Una lettura consigliata consigliato a chi ama fantasy e fantascienza irriverenti, storie di sopravvivenza adrenaliniche, umorismo nero e romanzi capaci di usare le meccaniche del gioco per costruire una satira feroce e sorprendentemente profonda. Alcune note su Matt Dinniman Matt Dinniman è uno scrittore, artista e musicista statunitense. Autore di diversi romanzi Litrpg, con la saga di Dungeon Crawler Carl , diventata punto di riferimento del genere, ha raggiunto il successo internazionale e venduto più di tre milioni di copie in tutto il mondo. TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #fantasy, #federico_nejrotti, #matt_dinniman, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Whistle. Trenini assassini (Linwood Barclay)

RECENSIONE: Whistle. Trenini assassini (Linwood Barclay)

Autore: Linwood Barclay Traduttore: Nicola Manuppelli Editore: Nutrimenti, 2025 Pagine: 480 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea, Thriller Prezzo: € 20.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.nutrimenti.net/libro/narrativa/narrativa-greenwich/fischio/ Trama Dopo un anno segnato da tragedie, l'illustratrice Annie Blunt si trasferisce con il figlio Charlie in una cittadina di provincia, sperando in un nuovo inizio. Ma quando Charlie scopre un vecchio trenino in un capanno, strani eventi iniziano a turbare le loro vite. Un fischio nella notte, disegni inquietanti, presenze invisibili: qualcosa di oscuro si è messo in moto. E non ha intenzione di fermarsi. Linwood Barclay costruisce un thriller soprannaturale alla Stephen King, un romanzo che fa per i trenini giocattolo ciò che Chucky ha fatto per le bambole. Recensione Questo romanzo trascina il lettore in un territorio più oscuro e perturbante, dove il confine tra trauma psicologico e orrore soprannaturale si fa sottile, instabile, inquietante. La protagonista è Annie Blunt, illustratrice di libri per bambini, segnata da un evento tragico che ha distrutto la sua famiglia e minato la sua serenità mentale. Alla ricerca di una seconda possibilità per sé e per il figlio Charlie, Annie decide di trasferirsi in una piccola cittadina apparentemente tranquilla, sperando che la routine e il silenzio possano restituire normalità alle loro vite. Il punto di svolta arriva quando Charlie scopre un vecchio trenino giocattolo nel capanno della nuova casa. Un oggetto innocuo, quasi nostalgico, che sembra provenire da un’altra epoca. Eppure, sin da subito, il trenino si accompagna a una sensazione di disagio crescente: un fischio lontano che riecheggia nella notte, suoni inspiegabili, un’inquietudine che non trova spiegazioni razionali. Non ci sono ferrovie nei dintorni, nessuna linea ferroviaria attiva, eppure quel suono continua a manifestarsi, insinuandosi nella mente di Annie e del lettore. Barclay costruisce la tensione con grande abilità, evitando effetti facili e preferendo un’angoscia lenta e costante. Il romanzo non punta sullo spavento improvviso, ma su una atmosfera opprimente, fatta di dettagli apparentemente insignificanti che, pagina dopo pagina, assumono un peso sempre maggiore. Il trenino diventa un simbolo: dell’infanzia contaminata, del passato che non smette di reclamare attenzione, della colpa che non può essere sepolta. Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è il ritratto psicologico di Annie. Il suo dolore, il senso di responsabilità per ciò che è accaduto, la paura di non riuscire a proteggere il figlio rendono la narrazione profondamente empatica. Il lettore è costantemente in bilico tra due domande fondamentali: ciò che accade è reale o è il frutto di una mente traumatizzata? L'autore gioca abilmente su questa ambiguità, lasciando spazio al dubbio e alimentando la suspense fino alle ultime pagine. Accanto alla dimensione soprannaturale, emerge anche una riflessione più ampia sulla genitorialità, sul peso delle scelte e sulle conseguenze del passato. Charlie non è un semplice personaggio secondario, ma il cuore emotivo del romanzo: la sua innocenza, messa a confronto con forze oscure e incomprensibili, amplifica l’orrore e rende la posta in gioco ancora più alta. Lo stile di Barclay risulta diretto e scorrevole, con capitoli brevi che invitano a proseguire la lettura. La tensione cresce in modo graduale, senza mai perdere il controllo, e culmina in un finale coerente con il tono del romanzo, capace di lasciare il segno senza ricorrere a soluzioni forzate. Si tratta di thriller che funziona su più livelli: è una storia di fantasmi, ma anche un racconto sul dolore, sulla memoria e su ciò che accade quando il passato rifiuta di restare sepolto. Un romanzo che dimostra come anche l’oggetto più innocente possa trasformarsi in una fonte di puro terrore. Un libro consigliato a chi ama i thriller psicologici con venature horror, le atmosfere disturbanti e le storie che continuano a riecheggiare nella mente. Alcune note su Linwood Barclay Linwood Barclay è uno dei maggiori scrittori di thriller del Nord America, autore di libri da milioni di copie. Nato negli Stati Uniti, si è trasferito a quattro anni con la famiglia in Canada, dove è sempre vissuto. Dopo una lunga carriera giornalistica, da più di dieci anni si dedica esclusivamente alla scrittura. Ha pubblicato una ventina di romanzi, tradotti in più di trenta lingue, e ha vinto, tra gli altri, l’Arthur Ellis Award, il più importante premio canadese riservato al genere crime e mystery. In Italia sono stati pubblicati: Senza dirsi addio , Il vicino di casa , Prima che sia troppo tardi , Non voltarti indietro , Segreti sepolti , Lontano dalla verità e Ventitré . TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #thriller, #nicola_manuppelli, #linwood_barclay, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Victorian Psyco (Virginia Feito)

RECENSIONE: Victorian Psyco (Virginia Feito)

Autore: Virginia Feito Traduttore: Clara Nubile Editore: Mercurio Books, 2025 Pagine: 202 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 17.00 (cartaceo), € 15.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://mercuriobooks.com/prodotto/victorian-psycho/ Trama Tre mesi al Natale del 1858. Winifred Notty, l'istitutrice della famiglia Pounds, trascorre le giornate a misurare il proprio cranio insieme al padrone di casa, a bisbigliare parole dell'orrore nelle orecchie dei bambini, a squarciare gli occhi dai ritratti appesi nei silenziosi corridoi. Un angosciante segreto l'ha condotta fino a Ensor House, un'elegante dimora immersa nella campagna inglese, dove dovrebbe occuparsi dell'istruzione dei due capricciosi rampolli, Andrew e Drusilla. Quando, a tre giorni dal Natale, i membri dell'alta società di Grim Wolds si radunano presso la dimora della famiglia Pounds per prendere parte ai festeggiamenti, ancora non sanno che la portata principale dei banchetti sarà la loro stessa vita. L'Oscurità che smania dentro Miss Notty ha ormai contagiato Ensor House, trasuda dalle pareti, siede a tavola con gli ospiti, e di ognuno rivela le miserie più grottesche. Con Victorian Psycho, Virginia Feito tratteggia i chiaroscuri di una Mary Poppins gotica, giustiziera antieroica, vittoriana punk: Winifred Notty conduce i lettori in una follia di crudeltà in cui il sorriso di un'educata istitutrice è solo un presagio di rovina. Recensione L'autrice costruisce un romanzo feroce e disturbante che usa l’ambientazione vittoriana non come semplice sfondo, ma come vera e propria struttura morale da smontare. Il risultato è una storia che unisce satira sociale, horror psicologico e un umorismo nerissimo, capace di mettere a disagio e affascinare allo stesso tempo. La protagonista e voce narrante è Winifred Notty, una giovane governante che arriva a Ensor House per occuparsi dei figli di una famiglia aristocratica. Il suo ruolo è apparentemente marginale, come marginale è la sua posizione sociale: una presenza necessaria ma invisibile, costretta a incarnare l’ideale di disciplina, modestia e decoro richiesto alle donne del suo ceto. Fin dall’inizio, però, il lettore capisce che lo sguardo di Winifred sul mondo è tutt’altro che convenzionale. La narrazione in prima persona è uno degli elementi più potenti del romanzo. Winifred osserva la casa, i padroni, i bambini e l’intero microcosmo vittoriano con un linguaggio lucidissimo, tagliente, spesso spietato. Ai gesti misurati e alle buone maniere della società che la circonda si contrappongono i suoi pensieri, attraversati da fantasie violente e da un disprezzo profondo per l’ipocrisia morale di chi detiene il potere. È proprio in questo scarto tra ciò che è permesso mostrare e ciò che è pensato che il romanzo trova la sua tensione principale. Ensor House diventa così un luogo claustrofobico, regolato da gerarchie rigide e da una violenza sotterranea che non ha bisogno di manifestarsi apertamente per essere percepita. La crudeltà, infatti, non appartiene solo alla protagonista: emerge nei rapporti di classe, nell’educazione dei bambini, nel modo in cui i domestici vengono trattati e nel controllo esercitato sui corpi e sulle menti femminili. Winifred non fa che portare all’estremo una logica già presente, rendendola visibile e impossibile da ignorare. Feito utilizza il grottesco e la satira nera per ribaltare l’immaginario vittoriano tradizionale. La rispettabilità, la religione e il senso del dovere vengono continuamente messi in discussione, spesso con passaggi di un’ironia feroce che strappa un sorriso amaro. Il lettore si trova così in una posizione scomoda: da un lato è respinto dai pensieri della narratrice, dall’altro riconosce la violenza strutturale della società che la circonda. Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è l’ambiguità morale che lo attraversa. Victorian Psycho  non chiede empatia né assoluzioni, ma costringe a interrogarsi sulle categorie di normalità e follia, su chi abbia il diritto di definire cosa è accettabile e cosa no. Winifred non è un personaggio pensato per essere “amato”, ma è impossibile liquidarla come un semplice mostro: la sua voce è troppo coerente, troppo consapevole del mondo in cui si muove. Lo stile di Feito è preciso, affilato, controllato. La violenza non è mai gratuita né spettacolarizzata, ma filtrata attraverso una lingua elegante che amplifica il contrasto tra forma e contenuto. È proprio questa scelta stilistica a rendere il romanzo così inquietante: l’orrore nasce dalla compostezza, dalla calma con cui certe cose vengono pensate e raccontate. Un romanzo che lascia il segno, non tanto per i suoi eventi quanto per le domande che solleva. È una critica feroce al perbenismo, al potere di classe e alla repressione emotiva, ma anche una riflessione sulla narrazione stessa e su quanto possiamo fidarci di una voce che ci guida così intimamente nella storia. Un libro scomodo, intelligente e profondamente disturbante, consigliato a chi ama la letteratura gotica contemporanea. Alcune note su Virginia Feito Virginia Feito è nata a Madrid, ha studiato Letteratura inglese e Teatro a Londra e si è specializzata alla Miami Ad School. Nel 2021 ha esordito con il bestseller internazionale Mrs Ranch. La moglie dello scrittore (Harper Collins), tradotto in più di dieci Paesi e vincitore dei premi Valencia Negra e El Cortes Inglés. Victorian Psycho , uscito nel 2025 e già tradotto in diverse lingue, sarà presto anche al cinema. TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #clara_nubile, #virginia_feito, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Macaco (Simone Torino)

RECENSIONE: Macaco (Simone Torino)

Autore: Simone Torino Editore: Einaudi, 2025 Pagine: 224 Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 17.50 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-contemporanea/macaco-simone-torino-9788806267698/ Trama Macaco vive da solo, chiacchiera con le sue gatte e non riesce a dimenticare la donna che ha amato. Con Bestemmia e lo Zitto, «amici da bullone», muove la terra a mano nel suolo duro della Valle d’Aosta. La domenica, quando la terra riposa, passa dai campi di patate a quelli da basket. «Tu non confondi le parole, tu confondi la vita», gli dice qualcuno. E per confondersi di meno, Macaco comincia a raccontare. Con una lingua viva, che ci fa commuovere e ridere nello stesso giro di frase. I suoi sono pensieri che arrivano al cuore delle cose, che emozionano, svelano, coinvolgono. Perché vengono dalla sua testa speciale e sono calati in un’epica contadina schietta, contemporanea, crudele e potente come la vita. In Macaco c’è un mondo che si potrebbe credere lontano e che invece è più vicino che mai: lo sa bene Simone Torino, che ha fatto il bracciante agricolo per anni. C’è la vita di uomini dalle poche parole ma scelte con cura. Ci sono i covoni di fieno vecchi, quelli che non si staccano, che somigliano a nuvole gialle. C’è la pietà per una gallina presa da un falco e mezza mangiata viva, nel volto di Macaco mentre cala l’accetta. E c’è Bestemmia, che beve come un animale e poi si mette a imparare la lingua dei segni per parlare con lo Zitto, che quando vuole comunicare «muove l’aria su e giù, con un ballo di dita e mani». Lavorando i campi insieme, Macaco, Bestemmia e lo Zitto si sono fatti fratelli. Bestemmia solca meglio del trattore, lo Zitto è maestro del diserbo e sa di dopobarba e sigarette, Macaco sembra sempre camminare in discesa. Ed è con questa vicinanza costruita più sulla presenza che sulle parole che affrontano ogni cosa. I problemi di Bestemmia, l’incidente dello Zitto, il rifiuto di una ragazza o i gesti eterni del raccolto. E poi la vicenda più grande di tutte: quella telefonata, prima dell’anno nuovo, con l’ordine di «concimare chimico, diserbare chimico, antiparassitare chimico». Loro tre sanno che la natura ci somiglia: a volte è accogliente come i solchi per le patate, altre volte meno, come un terreno pietroso. Ma ci guadagni che i covoni sono nuvole, che diventi «schiavo di naso» del vento, il teatro dei gatti nel sonno, e due amici, di quelli che ti sanno pensare. Recensione Con questo libro, Simone Torino esplora territori narrativi che gli sono profondamente congeniali: quelli del lavoro manuale, delle vite ai margini del rumore contemporaneo, delle esistenze che sembrano minime solo a uno sguardo distratto. Il romanzo si colloca in una Valle d’Aosta aspra e concreta, fatta di pendii scoscesi, campi coltivati a mano, giornate scandite da gesti ripetuti e necessari. È qui che vive il protagonista, un bracciante quarantenne soprannominato Macaco, uomo solitario, ironico, profondamente legato alla terra che lavora. Macaco vive da solo, parla con le sue gatte, custodisce il ricordo di un amore passato che continua a riaffiorare senza mai diventare racconto esplicito. La sua vita è fatta di lavoro duro, amicizie essenziali e momenti di sospensione: le domeniche dedicate al basket, ad esempio, non rappresentano una fuga, ma un altro modo di stare nel mondo, di misurare il proprio corpo e il proprio respiro. Accanto a lui ci sono Bestemmia e lo Zitto, figure che incarnano una fratellanza ruvida e sincera, fatta di presenza più che di parole, di condivisione del peso della fatica. La trama del romanzo non procede per eventi clamorosi o svolte narrative tradizionali. Torino sceglie consapevolmente una struttura che segue il ritmo della vita agricola: ciclica, lenta, apparentemente immobile. È proprio in questa immobilità che il romanzo trova la sua forza. Ogni gesto, zappare, raccogliere, camminare, osservare, diventa carico di senso, perché è lì che si depositano il tempo, la memoria, la perdita. Il passato non viene raccontato frontalmente, ma filtra nei pensieri del protagonista come un’eco costante, mai invadente, mai risolta. Uno degli elementi più riusciti del libro è senza dubbio la lingua. Simone Torino adotta uno stile essenziale, concreto, spesso asciutto, che rifugge qualsiasi compiacimento lirico. Eppure, proprio in questa apparente durezza, emergono improvvise aperture poetiche: immagini precise, frasi brevi che riescono a trattenere emozioni profonde senza mai nominarle direttamente. È una scrittura che rispetta i personaggi e il mondo che racconta, senza sovrapporsi ad essi, lasciando che siano i dettagli a parlare. La natura, in Macaco , non è mai un semplice sfondo. È una presenza viva, costante, che modella i corpi e i pensieri, che impone i propri ritmi e costringe a fare i conti con i limiti. L’uomo non domina il paesaggio, ma vi si adatta, lo attraversa, lo ascolta. In questo senso, il romanzo si configura anche come una riflessione silenziosa sul rapporto tra essere umano e lavoro, tra identità e fatica, tra resistenza e accettazione. Macaco  è un libro che parla di solitudine senza drammatizzarla, di amicizia senza idealizzarla, di amore senza raccontarlo fino in fondo. È un romanzo che chiede al lettore di rallentare, di accettare un tempo narrativo diverso, più vicino a quello della terra che a quello della città. Chi cerca una trama serrata o colpi di scena resterà forse spiazzato; chi invece è disposto ad abitare una voce, un ritmo, una vita, troverà in questo libro una profondità rara. Lo scrittore firma un romanzo sobrio e necessario, che restituisce dignità letteraria a esistenze spesso invisibili. Macaco  non urla, non pretende attenzione: resta. Come restano certi lavori, certi silenzi, certi affetti trattenuti. Ed è proprio in questa discrezione che trova la sua forza più autentica. Un libro consigliato a chi ama la narrativa attenta ai margini, alle vite silenziose e al lavoro manuale e ai lettori che privilegiano l’atmosfera e la voce narrante più della trama tradizionale o dei colpi di scena. Alcune note su Simone Torino Simone Torino è nato nel 1979 ad Aosta. Nel corso degli anni ha fatto molti lavori - dal bracciante agricolo all'operaio al postino all'assistente per ragazzi con disturbo dello spettro autistico - senza mai smettere di scrivere, soprattutto racconti e poesie. Nel 2012 ha pubblicato per End edizioni il racconto lungo L'anno delle B . Nel 2024, con Macaco (Einaudi 2025), ha vinto il Premio Italo Calvino. TAG: #narrativa_italiana, #narrativa_moderna_contemporanea, #simone_torino, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Park Avenue (Renée Ahdieh)

RECENSIONE: Park Avenue (Renée Ahdieh)

Autore: Renée Ahdieh Traduttore: Arianna Pelagalli Editore: Mondadori, 2025 Pagine: 396 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 22.00 (cartaceo), € 15.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.oscarmondadori.it/libri/park-avenue-renee-ahdieh/ Trama Jia Song ha sempre avuto progetti ambiziosi, e ora pare proprio che li stia per realizzare: figlia di negozianti coreani, è appena diventata socia junior di un prestigioso studio legale di Manhattan, ha due amiche del cuore e sta per aggiudicarsi la borsa Hermès dei suoi sogni. Un giorno il suo capo le chiede un favore: aiutarlo a seguire un cliente di altissimo prestigio in una questione privata. Jia scopre presto che si tratta di una delle famiglie coreane più famose al mondo, i Park, proprietari di un marchio di prodotti di bellezza che da vent’anni detta legge nel mondo beauty. Il patriarca vuole il divorzio proprio mentre la moglie lotta tra la vita e la morte e i tre figli sono ai ferri corti: si profila uno scandalo di gigantesche proporzioni e un danno notevole al patrimonio di famiglia, stimato in un miliardo di dollari. Tocca a Jia sistemare le cose, e ha solo un mese per farlo. Mentre cerca di districarsi tra bugie e sotterfugi, inseguendo la verità in giro per il mondo a bordo di jet privati, accade l’impensabile: Jia si innamora di questa famiglia disastrata e maleducata, anche se diventa ogni giorno più evidente che i Park nascondono oscuri segreti. Riuscirà a scoprire la verità in tempo per proteggere il loro patrimonio e assicurarsi una promozione? E soprattutto riuscirà a preservare ciò che per lei conta di più, anche se questo significa ammettere che quello che ha sempre desiderato non è ciò di cui ha realmente bisogno? Recensione L'autrice, con questo ultimo lavoro, scrive romanzo contemporaneo che fonde dramma familiare, legal thriller e critica sociale, ambientato nel cuore dell’élite economica newyorkese. La protagonista è Jia Song, giovane avvocata di origini coreane, cresciuta in una famiglia di immigrati e determinata a conquistare un posto stabile all’interno di uno dei più prestigiosi studi legali di Manhattan. La sua carriera subisce una svolta quando le viene affidato un caso delicatissimo: rappresentare Vincent Park, magnate miliardario deciso a divorziare dalla moglie affetta da una grave malattia, tentando di ridimensionarne drasticamente i diritti economici. Il caso si rivela presto molto più complesso di una semplice disputa legale. Attorno alla famiglia Park emergono segreti, rivalità interne, giochi di potere e dinamiche manipolatorie, mentre Jia si trova costretta a confrontarsi non solo con le ambiguità morali del suo cliente, ma anche con i limiti etici del sistema in cui lavora. La narrazione si muove tra New York, Parigi, gli Hamptons e località esclusive, costruendo una trama dal ritmo sostenuto che alterna momenti di tensione processuale a scene di vita privata e familiare, in un continuo equilibrio tra spettacolarità e introspezione. Uno degli aspetti più interessanti della trama è l’attenzione dedicata al costo dell’ambizione. Jia rappresenta una generazione che vede nel successo professionale non solo una realizzazione personale, ma anche una forma di riscatto sociale. Tuttavia, il romanzo mette in discussione l’idea che il raggiungimento dello status e del lusso equivalga automaticamente alla felicità o alla libertà. Il lusso, borse iconiche, appartamenti da milioni di dollari, jet privati – non è mai fine a se stesso: diventa uno strumento narrativo per mostrare le profonde disuguaglianze di potere e il modo in cui la ricchezza può piegare le regole, la giustizia e persino i rapporti umani. Altro tema centrale è quello della moralità nel mondo legale. Ahdieh non idealizza la professione dell’avvocato, ma ne mostra le zone grigie, i compromessi e le pressioni, ponendo domande scomode su responsabilità, lealtà e integrità personale. Jia Song è una protagonista costruita con attenzione: ambiziosa, brillante, ma anche vulnerabile. Il suo punto di vista consente di osservare dall’interno un mondo chiuso ed elitario, pur mantenendo uno sguardo critico. I membri della famiglia Park, invece, incarnano diverse declinazioni del potere: dal controllo economico alla manipolazione emotiva, fino al silenzio complice. Lo stile di Renée Ahdieh è scorrevole, elegante e visivo, con una forte attenzione ai dettagli ambientali. Talvolta l’abbondanza di descrizioni legate al lusso può risultare ridondante, ma contribuisce a rafforzare l’atmosfera patinata e artificiale in cui si muovono i personaggi. Un romanzo che intrattiene senza rinunciare alla riflessione. Pur seguendo alcuni schemi tipici del genere, famiglie potenti, scandali, segreti, riesce a distinguersi per la centralità del conflitto etico e per lo sguardo critico sul mito del successo. Consigliato a chi apprezza storie di potere, ambizione e dinamiche familiari complesse, e a chi cerca una lettura contemporanea capace di coniugare ritmo narrativo e temi sociali attuali. Alcune note su Renée Ahdieh Renée Ahdieh, laureata alla University of North Carolina di Chapel Hill, quando non legge ama cucinare, dedicarsi alla skincare e alla moda. Ha trascorso i primi anni della sua vita in un grattacielo in Corea del Sud, motivo per cui le piace avere la testa tra le nuvole. Vive con la famiglia nella Carolina del Nord. È autrice bestseller del "New York Times" e a livello internazionale; ha pubblicato la fortunata trilogia ispirata alla storia di Shahrzad composta da La moglie del califfo , La rosa del califfo e Le notti del califfo , la serie "Flame in the Mist", la quadrilogia "The Beautiful" e il libro illustrato Emilio Sloth's Modern Manners . Park Avenue è il suo primo romanzo per il pubblico adulto. TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #arianna_pelagalli, #renée_ahdieh, #voto_quattro

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RECENSIONE: La vedova di Hong Kong (Kristen Loesch)

RECENSIONE: La vedova di Hong Kong (Kristen Loesch)

Autore: Kristen Loesch Traduttore: Isabella Zani Editore: Marsilio, 2025 Pagine: 368 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 19.00 (cartaceo), € 11.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/2979431/la-vedova-di-hong-kong Trama Mei ha solo vent’anni quando, dopo la nascita della Repubblica popolare cinese, è costretta a lasciarsi alle spalle Shanghai e l’infanzia. La sua fuga finisce nella Bottega delle Rarità di Madame Volkova, a Hong Kong, dove Mei si dedica al ritaglio delle figure di carta, un’arte antica che ha ereditato dalla madre, scomparsa quando era ancora una bambina, e che lei custodisce gelosamente insieme a un’altra dote: quella di comunicare con gli spiriti. Un giorno, una cliente che si attarda a rovistare nel negozio, ex diva del cinema muto, la invita a partecipare a una singolare sfida tra sei medium che si terrà per sei giorni nella splendida cornice di Maidenhair House. Il vincitore riceverà una fortuna, ma a Mei, che comunque gareggerà, interessa un solo premio: la vendetta. Molto tempo prima, infatti, aveva conosciuto George Maidenhair, e gli aveva voluto bene. Fino a quando lui non aveva distrutto la sua vita. Passano gli anni, Mei vive a Seattle e, ormai ultraottantenne, decide di tornare a Hong Kong con la figlia sulle tracce della villa in cui – ne è convinta – in quel lontano settembre del 1953 si è consumata una serie di delitti, di cui non è però rimasta traccia. Neppure un corpo. È l’ultima occasione per scoprire la verità. Ma ad attenderla, oltre al ricordo di un grande amore, ci sono i fantasmi del suo passato. Con La vedova di Hong Kong Kristen Loesch ci consegna una nuova, appassionante epopea, ispirata alle leggende cinesi e alla storia vera della sua famiglia. Recensione Questo è un romanzo che unisce con grande equilibrio ricostruzione storica, dimensione intimista e soprannaturale, offrendo una storia stratificata che si muove tra epoche, luoghi e memorie. Kristen Loesch costruisce una narrazione elegante e malinconica, in cui il mistero non è mai fine a sé stesso ma diventa uno strumento per indagare il dolore, la perdita e il peso del passato. La protagonista, Mei, è una donna segnata da eventi traumatici che la costringono a fuggire da Shanghai negli anni immediatamente successivi alla nascita della Repubblica Popolare Cinese. Il suo approdo a Hong Kong non rappresenta solo una fuga geografica, ma anche un tentativo di ricominciare in un mondo che le è estraneo. Qui lavora nella Bottega delle Rarità, un luogo sospeso nel tempo, dove si dedica all’antica arte del ritaglio di figure di carta, una tradizione che diventa simbolo di memoria, fragilità e legame con gli spiriti. È proprio il rapporto con il mondo dei morti a distinguere Mei: possiede la capacità di vedere e comunicare con gli spiriti, un dono che non viene mai romanticizzato, ma presentato come qualcosa di complesso e spesso doloroso. Questo aspetto soprannaturale è profondamente radicato nella cultura cinese e si inserisce in modo naturale nel contesto storico e umano del romanzo. Il cuore narrativo della storia è rappresentato dall’invito che Mei riceve per partecipare a una competizione tra sei medium, ospitata nella misteriosa Maidenhair House. Per sei giorni, i partecipanti vengono messi alla prova in una sfida che promette un premio importante, ma che nasconde obiettivi ben più oscuri. Al centro di tutto c’è George Maidenhair, figura ambigua e potente, legata in modo diretto al passato di Mei e a una ferita che non si è mai rimarginata. Per la protagonista, questa competizione non è una semplice prova delle proprie capacità: è un confronto inevitabile con ciò che ha perduto e con il desiderio di giustizia che l’ha accompagnata per tutta la vita. La struttura del romanzo alterna passato e presente, accompagnando il lettore dalla Shanghai degli anni Quaranta alla Hong Kong del dopoguerra, fino a un ritorno molti anni dopo, quando Mei è ormai anziana. Questo continuo movimento temporale permette all’autrice di esplorare con profondità il tema della memoria: ciò che viene ricordato, ciò che viene rimosso e ciò che, nonostante tutto, continua a tornare come un fantasma. Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è la riflessione sui legami familiari, in particolare sul rapporto tra madri e figlie, segnato da silenzi, sacrifici e incomprensioni. Il lutto, in tutte le sue forme, attraversa l’intera narrazione e si intreccia con la dimensione soprannaturale, rendendo i fantasmi non solo presenze ultraterrene, ma metafore di ciò che resta irrisolto. Lo stile dell'autrice è misurato e suggestivo: l’atmosfera è spesso cupa, ma mai opprimente, e l’ambientazione di Hong Kong contribuisce a creare un senso di sospensione e inquietudine. Maidenhair House, in particolare, diventa un luogo simbolico, quasi un personaggio a sé, carico di segreti e tensioni. Un romanzo che richiede attenzione e sensibilità, ma che ricompensa il lettore con una storia intensa e stratificata. Una lettura consigliata a chi ama i romanzi storici con una forte componente emotiva, a chi è affascinato dal soprannaturale inteso come linguaggio dell’anima e a chi cerca storie capaci di interrogare il passato senza mai perdere di vista l’umanità dei personaggi. Alcune note su Kristen Loesch Kristen LoeschKristen Loeschè cresciuta a San Francisco. Laureata in Storia, ha poi conseguito un master in Studi slavistici all’Università di Cambridge.  La bambola di porcellana   è il suo romanzo d’esordio, da cui verrà anche tratta una serie tv. Vive sulla costa ovest degli Stati Uniti con il marito e i tre figli. TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #isabella_zani, #kristen_loesch, #voto_quattro

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RECENSIONE: Emma. Graphic novel. Dal romanzo di Jane Austin (Claudia Kühn, Tara Spruit)

RECENSIONE: Emma. Graphic novel. Dal romanzo di Jane Austin (Claudia Kühn, Tara Spruit)

Autore: Claudia Kühn, Tara Spruit Traduttore: Rosanna Brusco Editore: Renoir Comics, 2025 Pagine: 256 Genere: Graphic novels Prezzo: € 19.90 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.renoircomics.it/prodotto/emma/ Anteprima: https://www.renoircomics.it/prodotto/emma/ Trama Emma, la graphic novel. Bella, intelligente e ricca. Ma completamente inesperta in materia di amore. L’ultima cosa di cui Emma Woodhouse ha bisogno è un marito. Preferisce assicurarsi che la sua amica Harriet Smith, senza mezzi, trovi un buon partito. Ma così facendo mette sottosopra la raffinata società della piccola cittadina di Highbury, Harriet nei guai amorosi più terribili e sé stessa a rischio di perdere l’affetto dell’unica persona che le sta davvero a cuore. Perché, non te ne eri accorta, Emma? Il tuo cuore batte da tanto tempo per il Signor Knightley. Emma di Jane Austen, qui in un incantevole adattamento a fumetti di Claudia Kühn e Tara Spruit, è una lettura imperdibile per chi ama il romanticismo e Jane Austen. Recensione Trasporre Emma  di Jane Austen in forma di graphic novel è una sfida complessa: si tratta di uno dei romanzi più sottili e ironici dell’autrice, costruito su fraintendimenti, osservazione sociale e un’attenta analisi psicologica della protagonista. Questo adattamento riesce tuttavia a conservare l’essenza dell’opera originale, rendendola accessibile senza impoverirne i contenuti. La storia è ambientata nella tranquilla Highbury e ruota attorno a Emma Woodhouse, giovane donna intelligente, ricca e indipendente, che non sente il bisogno di sposarsi ma è fermamente convinta di possedere un talento naturale nel dirigere le vite sentimentali altrui. Dopo aver favorito il matrimonio della sua ex governante, Emma decide di occuparsi del futuro della sua nuova amica Harriet Smith, interpretando segnali e comportamenti secondo il proprio punto di vista, spesso senza ascoltare davvero chi la circonda. Le sue supposizioni, che coinvolgono personaggi come il riservato Mr. Elton, il fascinoso Frank Churchill e la raffinata Jane Fairfax, generano una rete di equivoci e malintesi che mettono in luce i limiti del suo giudizio. Solo grazie al confronto costante con Mr. Knightley, figura razionale e moralmente salda, Emma è costretta a fare i conti con il proprio orgoglio, con la tendenza a manipolare le situazioni e con sentimenti che aveva a lungo ignorato o frainteso. La graphic novel segue con fedeltà lo sviluppo narrativo del romanzo, mantenendo intatti i nodi fondamentali della trama e il percorso di maturazione della protagonista. Particolarmente riuscita è la resa dell’ironia austeniana, che emerge sia nei dialoghi sia nelle situazioni quotidiane, restituendo la critica sottile alle convenzioni sociali e alle dinamiche di classe dell’Inghilterra di inizio Ottocento. Dal punto di vista grafico, il volume si distingue per un tratto elegante e pulito, capace di accompagnare la narrazione senza sovrastarla. I personaggi sono immediatamente riconoscibili e le espressioni facciali svolgono un ruolo fondamentale nel rendere visibili emozioni, imbarazzi e fraintendimenti, elementi centrali della storia. Le ambientazioni, salotti, passeggiate, momenti conviviali, contribuiscono a ricreare l’atmosfera domestica e sociale del romanzo, mentre la palette cromatica, delicata e armoniosa, rafforza il senso di equilibrio e misura tipico del mondo di Austen. Questo adattamento dimostra come il linguaggio del fumetto possa dialogare efficacemente con la letteratura classica, offrendo una nuova chiave di lettura senza tradirne lo spirito. Emma. Graphic novel  si rivela quindi una lettura consigliata sia a chi conosce già il romanzo e desidera riscoprirlo sotto una nuova forma, sia a chi si avvicina per la prima volta a Jane Austen attraverso un mezzo narrativo più visivo. Un’opera che valorizza il percorso di crescita di una protagonista imperfetta ma profondamente umana, e che conferma l’attualità dei temi austeniani anche al di fuori della pagina tradizionale. Alcune note su Claudia Kühn Claudia Kühn è nata a Berlino ed è cresciuta sui Monti Metalliferi. Dopo aver completato gli studi, ha lavorato come drammaturga, editor e scrittrice. Ammira la scrittura di Jane Austen. Vive con la sua famiglia a Berlino. Alcune note su Tara Spruit Tara Spruit è un'illustratrice digitale e fumettista freelance con sede nei Paesi Bassi. Ha lavorato al character design, all'illustrazione e alle copertine di libri. Attualmente lavora come artista tematica per la rivista mensile Fairyloot e sta lavorando a diverse graphic novel, tra cui una rivisitazione tedesca di Orgoglio e Pregiudizio con Claudia Kühn. TAG: #graphic_novels, #rosanna_brusco, # claudia_kühn , #tara_spruit, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Adele (Anna Vivarelli)

RECENSIONE: Adele (Anna Vivarelli)

Autore: Anna Vivarelli Editore: Sinnos, 2024 Pagine: 212 Genere: Narrativa italiana, Narrativa per ragazzi Prezzo: € 15.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.sinnos.org/prodotto/adele/ Trama Adele abita in un grande palazzo signorile. O meglio: vive nella portineria del palazzo. Suo padre è operaio in fabbrica, sua madre è la portinaia. Da lì, Adele guarda il mondo con curiosità e intelligenza, aprendosi, anche grazie al suo legame speciale e inaspettato con Giulio, che abita al piano nobile, a desideri e aspirazioni nuove. E quando si troverà a uscire fuori dal cortile, Adele troverà altri confini da valicare e altri muri da abbattere. In un mondo regolato da norme di convenienza, si fa e non si fa, questo sta bene e questo è peccato, Adele va in cerca della felicità, silenziosa, caparbia, pronta al nuovo. Recensione Con Adele , Anna Vivarelli firma un intenso romanzo di formazione ambientato nella Torino degli anni Sessanta, capace di intrecciare con grande sensibilità storia personale e contesto sociale. La protagonista è una ragazza che cresce nella portineria di un palazzo signorile: uno spazio fisico e simbolico che diventa metafora della sua condizione esistenziale, sospesa tra mondi diversi, tra chi abita e chi serve, tra possibilità intraviste e limiti imposti. Adele è figlia di una portinaia e di un operaio. La sua infanzia viene brutalmente interrotta dalla morte del padre, evento che segna un punto di non ritorno nella sua vita. A questo dolore si aggiunge l’allontanamento dalla madre, che la costringe a crescere troppo in fretta e a fare i conti con una solitudine profonda. Vivarelli racconta queste fratture con grande delicatezza, evitando ogni eccesso melodrammatico e affidandosi invece alla forza dei gesti quotidiani, dei silenzi, delle osservazioni interiori della protagonista . Uno degli elementi più riusciti del romanzo è proprio lo sguardo di Adele: uno sguardo attento, curioso, mai rassegnato. Dalla sua posizione “di confine”, la ragazza osserva le dinamiche sociali del palazzo e del quartiere, cogliendo con lucidità le distanze tra le classi, le ingiustizie implicite, ma anche le contraddizioni degli adulti. È una consapevolezza che non nasce dalla rabbia, bensì dal desiderio di capire e di trovare un posto nel mondo che non sia già stato deciso per lei. Il rapporto con Giulio, ragazzo che appartiene a un ambiente sociale molto diverso dal suo, rappresenta un passaggio fondamentale nel percorso di crescita di Adele. Non si tratta solo di un legame affettivo, ma di un incontro che mette in discussione ruoli, aspettative e confini. Attraverso questa relazione, Adele si confronta con ciò che la separa dagli altri, ma anche con ciò che la rende libera di scegliere, di desiderare, di immaginare un futuro diverso. Un tema centrale del romanzo è lo studio come strumento di emancipazione. Per Adele, imparare non è solo un dovere scolastico, ma un atto di resistenza e di affermazione personale. La cultura diventa il mezzo attraverso cui provare a superare i limiti sociali e familiari, senza però rinnegare le proprie origini. In questo senso, Adele  è anche un romanzo sulla dignità, sul valore della determinazione e sulla possibilità di cambiare senza perdere se stessi. La scrittura dell'autrice è limpida, misurata, profondamente empatica. L’autrice riesce a parlare a lettori e lettrici giovani senza semplificare, affrontando temi complessi come la perdita, la disuguaglianza sociale e la costruzione dell’identità con grande rispetto e autenticità. Il contesto storico non è mai mero sfondo, ma parte integrante della storia, capace di dialogare con il presente e di rendere il romanzo attuale anche per i lettori di oggi. Una lettura che colpisce per la sua onestà e per la forza silenziosa della sua protagonista. Un libro che invita a riflettere su cosa significhi crescere, scegliere e trovare la propria voce, anche, e soprattutto, quando il punto di partenza sembra essere ai margini. Un libro che si rivolge a un pubblico ampio e trasversale. È particolarmente indicato per adolescenti e giovani adulti, che possono ritrovare nella protagonista domande, fragilità e desideri tipici dell’età della crescita, ma anche per lettori adulti interessati a storie realistiche e sociali, capaci di raccontare il Novecento italiano attraverso vicende intime e profondamente umane. Il romanzo si presta molto bene anche alla lettura in ambito scolastico: insegnanti ed educatori possono usarlo come punto di partenza per riflettere su temi quali le disuguaglianze sociali, il valore dello studio come strumento di emancipazione, il contesto storico degli anni Sessanta e la struttura del romanzo di formazione. Allo stesso tempo, è una lettura adatta a chi cerca storie di resilienza e di costruzione dell’identità, raccontate senza retorica ma con uno sguardo empatico e partecipe. Alcune note su Anna Vivarelli Anna Vivarelli vive e lavora a Torino. Laureata in filosofia, ha esordito come autrice teatrale e radiofonica e ha scritto il suo primo libro per ragazzi nel 1994. Da allora ha pubblicato moltissimi libri, di cui alcuni tradotti all’estero. Nel 2010 ha ricevuto il Premio Andersen come migliore autrice italiana. TAG: #narrativa_italiana, #narrativa_per_ragazzi, #anna_vivarelli, #voto_cinque

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RECENSIONE: La macchina che si autoprogramma. In quali mani finirà l'innovazione? (Francesco M. De Collibus)

RECENSIONE: La macchina che si autoprogramma. In quali mani finirà l'innovazione? (Francesco M. De Collibus)

Autore: Francesco M. De Collibus Editore: EGEA, 2025 Pagine: 136 Genere: Saggi, Informatica Prezzo: € 17.00 (cartaceo), € 15.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.egeaeditore.it/ita/prodotti/ict-e-sistemi-informativi/la-macchina-che-si-autoprogramma_.aspx Trama Il software ha divorato il mondo, dice Marc Andreessen. Ma oggi è l’intelligenza artificiale a divorare il software. In pochi mesi siamo passati da un’epoca in cui programmare richiedeva anni di studio a una nuova realtà in cui basta descrivere quello che vogliamo nella nostra lingua di tutti i giorni per vedere il codice scriversi da solo. Francesco Maria De Collibus ci accompagna in questo passaggio epocale con la competenza di chi conosce intimamente sia i fondamenti teorici dell’informatica sia le dinamiche concrete dello sviluppo software. Dalla Silicon Valley ai garage europei, dai colossi come GitHub Copilot alle startup emergenti come Cursor e Replit, ci racconta come si stia ridefinendo non solo il mestiere del programmatore, ma che cosa significhi oggi creare tecnologia. Con una prosa che sa rendere accessibili anche i concetti più tecnici, De Collibus intreccia aneddoti personali, riflessioni filosofiche e analisi puntuali delle ultime innovazioni. La vera forza del libro sta nella capacità di guardare oltre il fascino della novità per cogliere le implicazioni profonde di un cambiamento che tocca il cuore dell’innovazione contemporanea. Prefazione di Alessandro Aresu. Recensione Questa saggio affronta uno dei cambiamenti più profondi e meno compresi del nostro tempo: il modo in cui l’intelligenza artificiale sta trasformando il software, e con esso il concetto stesso di innovazione. Il punto di partenza del libro è chiaro e radicale: se per anni si è detto che “il software ha mangiato il mondo”, oggi è l’IA a stare divorando il software, intervenendo direttamente nei processi di scrittura, modifica e gestione del codice. De Collibus accompagna il lettore in questa trasformazione con uno stile accessibile ma mai superficiale. Il libro non è un manuale tecnico né un testo specialistico, ma un saggio che mira a spiegare cosa sta accadendo "dietro le quinte" della tecnologia che utilizziamo ogni giorno. Al centro c’è l’idea che la programmazione, da attività altamente specializzata, stia diventando sempre più mediata da strumenti capaci di tradurre il linguaggio naturale in codice funzionante. Questo cambiamento abbassa drasticamente la soglia di accesso allo sviluppo software, ridefinendo competenze, ruoli professionali e dinamiche di potere. Uno degli aspetti più interessanti del libro è il modo in cui l’autore intreccia analisi tecnologica ed esperienza personale, mostrando come questi strumenti non siano un’astrazione futura, ma una realtà già operativa. I casi citati e le situazioni descritte servono a rendere concreto un fenomeno che spesso viene raccontato in modo vago o sensazionalistico. Qui, invece, l’attenzione è rivolta alle conseguenze reali: cosa significa lavorare in un mondo in cui il software può essere generato, corretto e ottimizzato da una macchina? Il saggio evita accuratamente sia l’entusiasmo ingenuo sia il catastrofismo. L’IA non viene presentata come una forza inevitabilmente distruttiva, ma come un potente acceleratore che rende ancora più urgente una riflessione su chi controlla l’innovazione. Il titolo stesso suggerisce la domanda di fondo: se le macchine possono autoprogrammarsi, chi decide gli obiettivi, i limiti e i valori incorporati in questi sistemi? In questo senso, il libro si muove su più livelli. Da un lato analizza l’impatto sull’industria del software e sul lavoro intellettuale; dall’altro solleva questioni più ampie che riguardano la concentrazione del potere tecnologico, il ruolo delle grandi piattaforme e la capacità delle istituzioni, ma anche dei singoli, di comprendere e governare questi cambiamenti. L’innovazione, suggerisce l'autore, non è mai neutrale: è sempre il risultato di scelte, e oggi più che mai queste scelte rischiano di essere opache o delegate a sistemi che pochi comprendono davvero. Dal punto di vista letterario, il volume si colloca nel filone della saggistica tecnologica divulgativa, ma con un’attenzione particolare alla dimensione culturale. Non si limita a spiegare come  funziona l’IA applicata al software, ma invita il lettore a interrogarsi sul significato di questa evoluzione per la creatività, il sapere e il lavoro umano. È un libro che non offre risposte definitive, ma costruisce un quadro sufficientemente solido per porre le domande giuste. In conclusione, si tratta di una lettura consigliata non solo a chi lavora nel settore tecnologico, ma anche a chi si occupa di cultura, economia e società contemporanea. La macchina che si autoprogramma  aiuta a comprendere un presente in rapido mutamento e, soprattutto, a riflettere sul futuro dell’innovazione: non tanto su ciò che le macchine saranno in grado di fare, ma su chi deciderà come e per chi lo faranno. Alcune note su Francesco M. De Collibus Francesco Maria De Collibus, laureato in Filosofia e in Informatica e un dottorato in Economia, lavora da vent’anni nell’IT. Attualmente è Enterprise Architect in AXA, nel Canton Zurigo. Ha al suo attivo libri, brevetti e pubblicazioni scientifiche. Molto presente nel dibattito digitale, fa parte dello staff di spinoza.it e scrive di tecnologia per Limes e altre testate. TAG: #saggi, #informatica, #francesco_m_de_collibus, #voto_quattro

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RECENSIONE: Arte e scienza (Eric R. Kandel)

RECENSIONE: Arte e scienza (Eric R. Kandel)

Autore: Eric R. Kandel Traduttore: Silvio Ferraresi Editore: Raffaello Cortina Editore, 2025 Pagine: 240 Genere: Saggi, Neuroscienze Prezzo: € 26.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/eric-r-kandel/arte-e-scienza-9788832858082-4615.html Trama Quando guardiamo un’opera d’arte, spesso sperimentiamo una risposta emotiva, ma le cause delle nostre reazioni sono complesse. La conoscenza del perché rispondiamo proprio in questo modo all’arte affonda le radici nella scienza – nella psicologia e nella biologia. Ma come scaturiscono tali risposte? Il nostro cervello è una macchina creativa che apporta a qualsiasi immagine certi processi innati e universali correlati alla percezione sensoriale, ma anche processi di ordine superiore legati alle nostre esperienze personali, ai ricordi e alle emozioni. Comprendere come questi processi cerebrali inconsci interagiscono per creare la nostra risposta all’arte è una delle grandi sfide per l’attuale scienza del cervello. Recensione In questo saggio Eric R. Kandel affronta una delle sfide più ambiziose del pensiero contemporaneo: mettere in relazione l’esperienza artistica con il funzionamento del cervello umano. Neuroscienziato di fama mondiale e premio Nobel per la Medicina, Kandel porta in questo libro il rigore della ricerca scientifica in un territorio tradizionalmente dominato dalla filosofia, dalla storia dell’arte e dalla critica estetica. Il risultato è un’opera che stimola, convince e allo stesso tempo solleva interrogativi non marginali. Il punto di partenza dell’autore è che l’esperienza estetica non sia un fenomeno puramente astratto o culturale, ma un evento biologico complesso. Quando osserviamo un’opera d’arte, il nostro cervello attiva una serie di processi che coinvolgono la percezione visiva, le emozioni, la memoria e le associazioni personali. Kandel distingue con chiarezza tra meccanismi percettivi di base, condivisi da tutti gli esseri umani, e processi di ordine superiore, profondamente influenzati dall’esperienza individuale. In questo equilibrio tra universalità e soggettività risiede uno dei nuclei teorici più solidi del libro. Per sostenere la propria tesi, Kandel ricorre all’analisi di numerosi artisti della tradizione occidentale, da Leonardo e Giorgione fino a Tiziano, Goya, Manet, Klimt e Chagall. Le opere non vengono trattate come semplici esempi illustrativi, ma come casi di studio attraverso cui interrogare il modo in cui il cervello risponde a forma, colore, composizione e ambiguità visiva. L’uso delle immagini è centrale e contribuisce a rendere il testo accessibile e visivamente coinvolgente, soprattutto per il lettore non specialista. Dal punto di vista divulgativo, il volume è indubbiamente riuscito. Kandel scrive con chiarezza, evitando il linguaggio eccessivamente tecnico e accompagnando il lettore passo dopo passo nella comprensione dei concetti neuroscientifici. La sua capacità di rendere comprensibili processi cerebrali complessi senza banalizzarli rappresenta uno dei maggiori punti di forza del libro. Tuttavia, proprio l’ambizione di spiegare l’arte attraverso la scienza costituisce anche il principale terreno critico dell’opera. Sebbene l'autore precisi più volte di non voler ridurre l’arte a una reazione neuronale, il rischio di una lettura parzialmente riduzionista rimane. La centralità attribuita ai meccanismi cerebrali, infatti, tende talvolta a lasciare in secondo piano le dimensioni storiche, sociali e politiche dell’arte, che pure contribuiscono in modo decisivo al significato delle opere. Inoltre, la scelta di concentrarsi quasi esclusivamente sulla tradizione artistica occidentale limita la portata universale di alcune conclusioni. Se l’obiettivo è comprendere come il cervello umano risponde all’arte, resta aperta la domanda su come queste dinamiche possano variare in contesti culturali differenti, un aspetto che il libro tocca solo marginalmente. Nonostante questi limiti, il libro resta un contributo importante al dibattito sulla neuroestetica e, più in generale, sul rapporto tra scienza e discipline umanistiche. Il libro non pretende di offrire risposte definitive, ma invita il lettore a ripensare il proprio modo di guardare l’arte, riconoscendo che l’esperienza estetica nasce dall’incontro tra un’opera, un cervello e una storia personale. In definitiva, il valore del libro di Kandel non risiede tanto nella pretesa di spiegare l’arte, quanto nella sua capacità di aprire uno spazio di dialogo tra due saperi spesso considerati inconciliabili. Un dialogo che non chiude il mistero dell’arte, ma lo rende, paradossalmente, ancora più interessante. Un saggio consigliato innanzitutto a lettori interessati al dialogo tra discipline, in particolare a chi si muove tra arte, psicologia, neuroscienze e filosofia della mente. È una lettura adatta a studiosi, studenti universitari e appassionati colti, che desiderano approfondire l’esperienza estetica da una prospettiva scientifica senza rinunciare alla complessità del fenomeno artistico. Il libro può risultare stimolante anche per storici dell’arte e critici, soprattutto come strumento di confronto: non tanto per trovare nuove interpretazioni storico-critiche delle opere, quanto per interrogarsi sul ruolo della percezione e del cervello nella fruizione artistica. Alcune note su Eric R. Kandel Eric R. Kandel insegna alla Columbia University di New York e nel 2000 ha vinto il premio Nobel per la medicina. Nelle nostre edizioni ha pubblicato  Psichiatria, psicoanalisi e nuova biologia della mente (2007), L’età dell’inconscio  (2016) che ha vinto il Bruno Kreisky Award per la letteratura, il massimo riconoscimento letterario austriaco, Arte e neuroscienze  (2017) e La mente alterata (2018). TAG: #saggi, #neuroscienze, #silvio_ferraresi, #eric_r_kandel, #voto_quattro

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RECENSIONE: Deglobalizzazione. Immagini di un mondo in frantumi (Nello Barile)

RECENSIONE: Deglobalizzazione. Immagini di un mondo in frantumi (Nello Barile)

Autore: Nello Barile Editore: EGEA, 2025 Pagine: 144 Genere: Saggi, Sociologia Prezzo: € 16.00 (cartaceo), € 14.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.egeaeditore.it/ita/prodotti/sociologia/deglobalizzazione.aspx Trama Un saggio che esplora la fine della globalizzazione attraverso immagini simboliche di frammentazione mondiale. Dall'11 settembre alla pandemia, passando per la guerra in Ucraina, l'analisi indaga come politica, tecnologia e comunicazione ridisegnino gli equilibri globali. Un viaggio nelle contraddizioni contemporanee che mostra il passaggio da un'idea di mondo unificato a nuovi nazionalismi e nostalgie imperiali, svelando le fratture di un'era in profonda trasformazione geopolitica. Recensione Con questo libro l'autore propone una riflessione lucida e stratificata su uno dei concetti più discussi e fraintesi del nostro tempo. Il saggio non si presenta come un’analisi economica in senso stretto, né come un trattato di geopolitica tradizionale: il suo punto di forza sta piuttosto nell’indagare la deglobalizzazione come fenomeno culturale, simbolico e mediale, mettendo al centro le immagini, reali, mediatiche, narrative, che hanno contribuito a ridefinire il nostro modo di percepire il mondo globale e la sua crisi. Barile parte dall’assunto che la deglobalizzazione non sia semplicemente un ritorno al passato o una regressione dei flussi economici, ma un processo complesso di frantumazione dell’immaginario globale costruito a partire dagli anni Novanta. Il mondo “senza confini” che sembrava essersi imposto come orizzonte inevitabile mostra oggi le sue crepe: confini che riemergono, blocchi che si ricompongono, narrazioni universali che si sgretolano lasciando spazio a visioni parziali, conflittuali, spesso incompatibili tra loro. Il libro si struttura come un percorso attraverso alcune scene emblematiche della crisi globale, che non vengono trattate come semplici eventi storici, ma come immagini dense di significato. Dall’11 settembre 2001, momento simbolico che incrina l’idea di un ordine mondiale pacificato, fino alla pandemia e alle guerre più recenti, Barile mostra come ciascuna frattura abbia prodotto non solo conseguenze politiche ed economiche, ma anche una trasformazione profonda delle forme della comunicazione, della rappresentazione del potere e dell’esperienza collettiva. Uno degli elementi più interessanti del saggio è l’attenzione costante al ruolo dei media. Le immagini televisive, le serie, le piattaforme digitali e le narrazioni tecnologiche non sono considerate semplici strumenti di racconto, ma attori centrali nella costruzione del senso della deglobalizzazione. Barile analizza come il mondo contemporaneo venga sempre più percepito attraverso schermi e dispositivi, e come questa mediazione contribuisca a rafforzare sentimenti di distanza, paura, chiusura o, al contrario, illusioni di controllo e onnipotenza tecnologica. Il libro mette in dialogo riferimenti teorici, esempi culturali e osservazioni sociologiche senza mai scivolare nella semplificazione. Il tono resta analitico, ma accessibile; la scrittura è densa, talvolta concentrata, e richiede un lettore disposto a seguire connessioni non lineari. In questo senso, Deglobalizzazione  si colloca più vicino alla tradizione del saggio interpretativo che a quella del pamphlet o del libro divulgativo: non offre soluzioni immediate, ma strumenti concettuali per orientarsi in un presente frammentato. Un altro tema centrale è la ridefinizione del rapporto tra tecnologia, politica e immaginario. Barile osserva come le grandi promesse universalistiche della digitalizzazione, connessione, apertura, superamento dei confini, convivano oggi con nuove forme di controllo, sorveglianza e polarizzazione. La deglobalizzazione, in questa prospettiva, non è solo un fenomeno esterno, ma un processo che attraversa le nostre pratiche quotidiane, il linguaggio, le aspettative sul futuro. La scelta di mantenere il libro relativamente breve non impoverisce il discorso, ma ne rafforza la coerenza. Ogni capitolo contribuisce a comporre un mosaico in cui il lettore è chiamato a riconoscere le immagini che hanno segnato la propria esperienza degli ultimi anni, riconsiderandole alla luce di una riflessione più ampia sulla fine o trasformazione dell’idea stessa di mondo globale. In conclusione, è un saggio che si rivolge a chi è interessato a comprendere il presente non solo attraverso i fatti, ma attraverso le forme simboliche che li accompagnano. Un libro che invita a interrogarsi su come guardiamo il mondo e su quali immagini utilizziamo per raccontarlo, proprio mentre quell’immagine unitaria sembra definitivamente andare in pezzi. Alcune note su Nello Barile Nello Barile, sociologo, allievo di Alberto Abruzzese, insegna Sociologia dei media e Sociologia della moda presso l’Università IULM di Milano. È autore di numerosi libri e articoli pubblicati in Italia e all’estero, tra cui Brand Renzi.  Anatomia del politico come marca (2014) e Il marchio della paura . Immagini, consumi e branding della guerra all’Occidente (2016), entrambi editi da Egea. TAG: #saggi, #sociologia, #nello_barile, #voto_quattro

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RECENSIONE: Devil's Kitchen (Candice Fox)

RECENSIONE: Devil's Kitchen (Candice Fox)

Autore: Candice Fox Traduttore: Eugenio Manuelli Editore: Marcos y Marcos, 2025 Pagine: 432 Genere: Narrativa straniera, Thriller Prezzo: € 20.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://marcosymarcos.com/libri/gli-alianti/devils-kitchen-di-candice-fox/ Trama I vigili del fuoco dell’Engine 99 sono i migliori di New York. Quattro di loro, super-eroi abituati al peggio del peggio, si tuffano in operazioni impossibili, salvano vite umane, evitano distruzioni catastrofiche. Peccato che spesso gli incendi li provochino loro, che se ne approfittino per saccheggiare milioni di dollari, montagne di gioielli, opere d’arte. Grazie anche ad attrezzature e tecnologie d’avanguardia, sono fra i criminali più ricchi della East Coast. Andy Nearland – lucida, forte, spietata – sale a bordo dell’Engine 99 sotto copertura poco prima di un colpo clamoroso; per dare – almeno, in apparenza – una mano a Benjamin Haig, ‘pentito’ della gang per ragioni sentimentali, e inchiodare i ‘fantastici’ quattro per l’omicidio di un poliziotto. Il rapporto di Andy con l’FBI non è del tutto limpido, il suo passato pieno di punti interrogativi, la sua posizione in bilico tra lealtà e menzogna. Ma la sua tenacia ed energia, le modalità imprevedibili, fuori dagli schemi con cui mette sotto pressione tutti – inclusi noi – fa di lei un personaggio magnetico. Recensione Questo libro è un thriller potente, teso e profondamente disturbante, che gioca abilmente con il concetto di eroismo e con la sottile linea che separa il bene dal male. Ambientato in una New York dura e soffocante, il romanzo trascina il lettore in un mondo dove il fuoco non è solo un pericolo da domare, ma anche uno strumento di controllo, distruzione e opportunità. La storia ruota attorno alla Engine 99, una squadra di pompieri d’élite, ammirata dalla città per il coraggio e l’efficacia con cui affronta gli incendi più pericolosi. Sono uomini temprati dal rischio, abituati a lavorare sotto pressione e a prendere decisioni in pochi secondi. Tuttavia, dietro l’immagine pubblica di salvatori, si cela una realtà inquietante: i membri della Engine 99 sfruttano il caos generato dagli incendi per mettere a segno rapine estremamente sofisticate, trasformandosi in una delle organizzazioni criminali più ricche e intoccabili della città. In questo contesto si inserisce Andy Nearland, una nuova recluta che sembra determinata, silenziosa e desiderosa di dimostrare il proprio valore. In realtà Andy è un’agente dell’FBI sotto copertura, infiltrata nella squadra con una missione chiara e pericolosissima: raccogliere prove, guadagnare la fiducia dei colleghi e smantellare la Engine 99 dall’interno. Il problema è che nulla, in questo ambiente, è semplice o sicuro. Ogni legame creato, ogni intervento sul campo, ogni segreto condiviso aumenta il rischio di essere scoperti e rende sempre più labile il confine tra ruolo professionale e coinvolgimento personale. Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio la costruzione dei personaggi. L'autrice non propone figure facilmente classificabili come “buone” o “cattive”: i pompieri criminali non sono mostri privi di scrupoli, ma uomini legati da un codice interno di lealtà e da una visione distorta ma coerente del mondo. Allo stesso modo, Andy non è l’eroina infallibile: è una protagonista complessa, segnata dal passato, che si muove costantemente sul filo della paura, del dubbio e della perdita di controllo. La scrittura è incalzante e cinematografica, con scene d’azione estremamente visive e momenti di tensione psicologica che tengono il lettore in uno stato di allerta continua. Il ritmo è alto, ma mai caotico: ogni capitolo contribuisce ad aumentare la pressione, portando lentamente verso un crescendo in cui le scelte dei personaggi diventano sempre più drastiche e irreversibili. Dal punto di vista tematico, Devil’s Kitchen  è un romanzo che interroga il lettore su cosa significhi davvero fare la cosa giusta. È possibile restare moralmente integri in un sistema corrotto? L’identità è qualcosa di fisso o può cambiare quando si è costretti a vivere una doppia vita? E fino a che punto si può mentire, a sé stessi e agli altri, prima di perdere ogni punto di riferimento? Non è una lettura leggera né consolatoria: Candice Fox non addolcisce la violenza, non cerca redenzioni facili e non offre risposte semplici. Proprio per questo, questo volume risulta un thriller maturo, cupo e coinvolgente, capace di lasciare il segno anche dopo l’ultima pagina. Un thriller intenso e ben costruito, consigliato a chi ama storie ad alta tensione, personaggi moralmente ambigui e ambientazioni urbane crude e realistiche. Un romanzo che brucia lentamente, ma in modo inesorabile. Alcune note su Candice Fox Candice Fox è nata a Sidney in una famiglia pronta ad accogliere non solo figli propri e altrui, ma anche un’ampia gamma di animali selvatici feriti. In questa comunità vivacissima ha coltivato la sua passione per il crimine, espressa felicemente in thriller che negli Stati Uniti hanno scalato le classifiche del New York Times. I romanzi di Candice Fox sono tradotti in tutto il mondo; in Australia è l’autrice di gialli più amata, l’unica ad aver vinto tre volte gli ambìti Ned Kelly Awards. TAG: #narrativa_straniera, #thriller, #eugenio_manuelli, #candice_fox, #voto_quattro

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RECENSIONE: Scarpette da ballo (Noel Streatfeild)

RECENSIONE: Scarpette da ballo (Noel Streatfeild)

Autore: Noel Streatfeild Traduttore: Angela Ricci Editore: Blackie, 2025 Pagine: 240 Genere: Narrativa straniera, Narrativa per ragazzi Prezzo: € 19.90 (cartaceo), € 11.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://blackie-edizioni.it/products/scarpette-da-ballo Trama Pauline, Posy e Petrova Fossile sono tre orfane che, adottate da un misterioso benefattore, vivono insieme in una grande casa londinese. Sono come sorelle, ma non potrebbero essere più diverse tra loro: Pauline è bionda, ha gli occhi azzurri e adora il teatro. Posy ha una folta chioma rossa e la sua passione è la danza. Petrova è pallida e minuta, e pensa solo agli aerei e alla meccanica che li fa volare: odia sopra ogni cosa l’idea di dover salire su un palcoscenico. Quando all’orizzonte delle sorelle Fossile compaiono problemi economici, non resta loro altra scelta che unirsi per trovare una soluzione. E la soluzione, a quanto pare, non consiste solo nell’affittare alcune stanze della loro casa, ma nel diventare le nuove stelle del mondo teatrale londinese. Non sanno da dove cominciare, e hanno senz’altro un po’ di paura. Ma se c’è una cosa che le caratterizza, è che sono più agguerrite della loro stessa fame. E sono pronte a tutto pur di farcela insieme. Scarpette da ballo è un classico imprescindibile della letteratura inglese, sui quei legami familiari così forti da superare anche i vincoli di sangue. Recensione In un momento in cui l’editoria sta riscoprendo i classici per ragazzi con nuove edizioni curate e moderne, Scarpette da ballo  di Noel Streatfeild, riproposto quest'anno, torna a brillare come un romanzo capace di parlare a generazioni diversissime. Pubblicato per la prima volta nel 1936, questo libro conserva una freschezza sorprendente e una profondità che lo rendono molto più di una semplice storia ambientata nel mondo della danza. La vicenda ruota attorno alle tre sorelle Fossile: Pauline, Petrova e Posy, trovate e adottate in circostanze insolite dall’eccentrico esploratore Professor Brown, detto affettuosamente Gum. Quando Gum scompare nei suoi viaggi per anni e i risparmi della famiglia iniziano a esaurirsi, la giovane Sylvia, la nipote che si occupa delle bambine, è costretta a trovare soluzioni per mantenere la casa. L’arrivo di nuovi inquilini e l’iscrizione delle ragazze alla Children’s Academy of Dancing and Stage Training diventano così la chiave per sostenere la famiglia e, allo stesso tempo, il punto di partenza di un percorso di crescita personale. Streatfeild è abilissima nel tratteggiare le tre protagoniste, che pur crescendo nello stesso ambiente sviluppano talenti e desideri radicalmente diversi. Pauline, la maggiore, manifesta un talento cristallino per la recitazione e si muove con naturalezza tra palcoscenici e set, affrontando però anche l’altra faccia del successo, fatta di responsabilità e aspettative. Petrova, forse il personaggio più moderno, è insofferente alla scena e sogna motori, aeroplani e una libertà che poco ha a che fare con tutù e riflettori: una figura che ancora oggi sorprende per la sua determinazione anticonvenzionale. Posy, la più piccola, rappresenta invece la passione pura: talentuosa, capricciosa e totalmente votata alla danza, cresce nutrita dal ricordo di sua madre — una ballerina — e dal dono prezioso delle sue scarpette. Ciò che rende Scarpette da ballo  un romanzo senza tempo è il modo in cui racconta la complessità delle aspirazioni individuali, il peso delle responsabilità e la forza della solidarietà familiare. Le Fossile non sono perfette, non sono sempre d’accordo, ma imparano a sostenersi e a rispettarsi nella loro diversità. E il romanzo stesso diventa una riflessione sulla libertà di perseguire i propri sogni, anche quando non corrispondono alle aspettative degli altri. La scrittura di Streatfeild è vivace, ironica e al tempo stesso tenera. Non edulcora le difficoltà economiche né l’impegno richiesto dal mondo dello spettacolo: mostra audizioni fallite, giornate di studio faticose, la tensione dei debutti e i piccoli drammi quotidiani che scandiscono la vita di chi lavora per diventare artista. Ma lo fa con una leggerezza che non svuota, anzi arricchisce la lettura. Questa nuova edizione contribuisce a rinnovare l’esperienza di questo classico, offrendo una veste grafica ricercata e la possibilità per nuovi lettori, piccoli e grandi, di scoprire una storia che parla di emancipazione, consapevolezza e identità. Un romanzo che affascina chi ama il mondo della danza e del teatro, ma conquista soprattutto chi cerca storie di formazione sincere, piene di vita e di carattere. Un libro che ricorda quanto sia importante trovare la propria voce, e soprattutto, avere il coraggio di seguirla. Un titolo che parla a un pubblico sorprendentemente ampio. È consigliato innanzitutto ai lettori giovani, dagli 8–9 anni in su, che cercano una storia di formazione avvincente e luminosa, capace di mostrare quanto impegno, passione e coraggio possano trasformare i sogni in realtà. Allo stesso tempo, è un libro ideale per gli adolescenti che stanno esplorando la propria identità e interrogandosi sul futuro: Pauline, Petrova e Posy offrono tre modi diversissimi, ma ugualmente autentici, di crescere e capire chi si vuole diventare. È perfetto anche per gli adulti che amano i classici per ragazzi e desiderano riscoprire un romanzo che, pur ambientato nella Londra degli anni ’30, parla con sorprendente freschezza di creatività, autodeterminazione e talenti nascosti. Chi ha una passione per la danza, il teatro e le arti performative troverà nel libro un affresco vivido e realistico della vita accademica e delle prime esperienze sul palco. In breve: è un libro per lettori sensibili, curiosi e sognatori, di ogni età, che credono che crescere significhi trovare, un passo alla volta, la propria strada. Alcune note su Noel Streatfeild Noel Streatfeild nacque nel Regno Unito nel 1895 e visse ben novantuno lunghi anni. E poiché visse così a lungo, scrisse moltissimo: decine di romanzi per ragazzi e adolescenti, per adulti, per bambini così seriosi da sembrare adulti e per adulti che in fondo erano rimasti bambini. Di tutta la sua bibliografia, Scarpette da ballo è probabilmente la sua opera più conosciuta e acclamata. L’autrice conosceva bene la pressione e le esigenze a cui sono sottoposte le tre protagoniste di questo straordinario romanzo, poiché per alcuni anni fu lei stessa un’attrice. Per questo i suoi libri sono pieni di giovani artiste. Ed è per questo che le sue giovani artiste, con quella forza impetuosa e quel desiderio di dare il meglio di sé che le caratterizzano, le assomigliano così tanto. TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_per_ragazzi, #angela_ricci, #noel_streatfeild, #voto_cinque

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RECENSIONE: L'altro ispettore. Vietato pensare (Pasquale Sgrò)

RECENSIONE: L'altro ispettore. Vietato pensare (Pasquale Sgrò)

Autore: Pasquale Sgrò Editore: Corbaccio, 2025 Pagine: 192 Genere: Narrativa italiana, Gialli Prezzo: € 16.90 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.corbaccio.it/libri/laltro-ispettore-vietato-pensare-9791259922878 Trama Domenico Dodaro, ispettore del lavoro trentottenne, dopo la morte della moglie torna a Lucca, la città dove è cresciuto. A Lucca c’è sua madre che può prendersi cura di Mimì, la figlia adolescente, c’è la sorella Lucrezia e c’è Alessandro, l’amico di famiglia paraplegico in seguito a un incidente in cantiere dove il padre di Domenico aveva perso la vita molti anni prima. Ma Domenico non fa in tempo ad ambientarsi, a riprendere contatto con i vecchi amici e a ritrovare i luoghi della sua infanzia, che l’agognata tranquillità viene scossa da un tragico evento: la morte di Karina Bogdani, giovane operaia tessile e ballerina piena di sogni, stritolata dall’orditoio di una nota industria della zona. Tra scatoloni ancora da aprire, nuovi colleghi e memorie dolorose risvegliate dal ritorno in città, Domenico si trova catapultato in un’indagine che, nel confine vischioso tra lecito e consentito, svela le crepe di un sistema lavorativo spietato. Per fortuna, a scalfire un impenetrabile muro di omertà e reticenze, troverà, inaspettato, il sostegno della PM Raffaella Pacini, compagna di classe e di avventure politiche al liceo, con la quale condivide, oltre alla sete di verità e giustizia, tanti ricordi del passato e una bella amicizia da recuperare. Recensione Con questo giallo, Pasquale Sgrò firma un romanzo che, pur muovendosi nel solco del giallo investigativo, si distingue per la capacità di unire introspezione, analisi sociale e tensione narrativa. È una storia che lavora su più livelli e che mette al centro non solo un caso da risolvere, ma soprattutto la complessità dell’essere umano davanti al dolore, al senso di responsabilità e al bisogno di verità. Domenico Dodaro, ispettore del lavoro, torna nella sua città d’origine, Lucca, non per nostalgia ma per necessità: dopo la morte improvvisa della moglie, il suo mondo è crollato e il ritorno alle radici rappresenta un tentativo di ricomporre un’esistenza frammentata. Ma Dodaro non è il classico investigatore tormentato “di maniera”: è un uomo comune, credibile, pieno di fragilità, che cerca di rimanere fedele a se stesso in un sistema che spesso lo costringe a muoversi tra compromessi e zone grigie. Sgrò lo tratteggia con sensibilità, lasciando emergere lentamente il dolore, le abitudini interrotte, la fatica di rientrare in una casa che non sente più sua. In questo senso, la dimensione privata diventa un contrappunto costante all’indagine, arricchendo il personaggio e rendendolo sorprendentemente vicino al lettore. Il cuore del romanzo si accende con la morte di Karina Bogdani, giovane lavoratrice tessile. Quello che appare come un incidente sul lavoro si rivela presto un caso più complesso, in cui le procedure non sono solo regole da applicare, ma strumenti che possono proteggere oppure, al contrario, mascherare responsabilità. Sgrò evita sensazionalismi e fa emergere tutta la realtà, spesso taciuta, del mondo del lavoro: vulnerabilità, sicurezza percepita come un costo, silenzi interessati, sogni migranti che si infrangono. L’indagine diventa così un modo per parlare di dignità, di diritti e di ciò che succede quando pensare e sollevare dubbi diventa quasi un atto sovversivo. Nel percorso di Dodaro si inserisce la figura di Raffaella Pacini, pubblica ministera e amica d’infanzia. Il loro rapporto, fatto di confidenza naturale e rispetto professionale, restituisce un equilibrio narrativo prezioso. Raffaella è un personaggio curiosamente luminoso: non sovrasta mai l’ispettore, ma ne mette in risalto i punti di forza e ne smussa le esitazioni. Insieme formano un duo credibile e misurato, lontano dagli stereotipi dell’investigazione spettacolare. Ambientare la storia a Lucca è una scelta felice: Sgrò la racconta come una città che può sembrare placida a un primo sguardo, ma che custodisce pieghe, dinamiche e contraddizioni. Le mura, i vicoli, i quartieri industriali: tutto contribuisce a creare un’atmosfera che accompagna l’indagine senza mai prevaricarla. Lo stile di Sgrò è pulito, diretto, ma non privo di sfumature. Il ritmo alterna momenti più introspettivi a fasi di tensione crescente, mantenendo sempre un filo narrativo solido. L’attenzione ai dettagli procedurali è un valore aggiunto: l’ispettore del lavoro non è un detective qualsiasi e l’autore riesce a rendere interessante e viva una professione raramente rappresentata nella narrativa di genere. Un giallo che non si accontenta della superficie. Non si concentra solo sul mistero, ma su ciò che il mistero porta alla luce: disuguaglianze, sistemi fragili, vite sospese. È un romanzo che indaga non solo un caso, ma la società e l’animo umano. Un’opera consigliata a chi ama i thriller che sanno essere profondi, ai lettori che cercano personaggi reali e non stereotipati, e a chi apprezza i libri che spingono a porsi domande, anche quelle che non è conveniente fare. Alcune note su Pasquale Sgrò Pasquale Sgrò è nato a Motta San Giovanni in provincia di Reggio Calabria, ma da anni vive e lavora a Lucca. È stato ispettore del lavoro e, dal 2000, è titolare dello Studio Sgro, che si occupa di consulenza nel campo della prevenzione infortuni, igiene del lavoro e aspetti ambientali. TAG: #narrativa_italiana, #gialli, #pasquale_sgrò, #voto_quattro

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RECENSIONE: Le donne più cattive della storia. Intrighi, sangue e potere (Maurizio Roccato)

RECENSIONE: Le donne più cattive della storia. Intrighi, sangue e potere (Maurizio Roccato)

Autore: Maurizio Roccato Editore: DIARKOS , 2025 Pagine: 336 Genere: Personaggi storici, Biografie Prezzo:  € 19.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.diarkos.it/index.php?r=catalog%2Fview&id=365 Trama La storia umana è popolata da figure enigmatiche, ma poche lasciano un’impronta così inquietante come le donne che hanno scelto di abbracciare il male. Questo libro esplora le vite di alcune delle figure femminili più spietate e controverse del passato, dalle corti rinascimentali ai quartieri più insospettabili delle metropoli moderne, rivelando il lato oscuro della loro esistenza. Come Caterina de' Medici, regina di Francia e maestra di intrighi politici; Elizabeth Báthory, la contessa sanguinaria che terrorizzò l’Europa dell’Est; Giulia Tofana, la letale avvelenatrice del XVII secolo. Ma anche le vicende di Karla Homolka, complice in crimini orribili, di Aileen Wuornos, la serial killer che sconvolse l’America, di Irma Grese, la belva di Belsen, e di Amelia Dyer, l’angelo della morte del Regno Unito vittoriano. Non ci sono solo donne legate alla violenza fisica: Wu Zetian, l’unica donna a governare come imperatrice in Cina, si distinse per il suo spietato uso del potere. Maurizio Roccato analizza anche il contesto sociale e storico che ha generato queste donne, offrendo uno sguardo complesso su figure femminili che hanno sovvertito ogni aspettativa. E soprattutto, va alla ricerca di risposte: cosa significa essere malvagi? Esiste un gene che determina perfidia e crudeltà o il male è nelle scelte delle persone? Tra storie di sangue, potere e manipolazione, il racconto di vite che hanno affascinato e terrorizzato per secoli, mostrando che l’ombra accompagna l’essere umano senza generi e distinzioni. Recensione L'autore di questo libro costruisce un vero e proprio viaggio attraverso il lato più oscuro del potere al femminile, analizzando figure che, in epoche diverse, hanno usato l’inganno, la violenza, la manipolazione e l’eliminazione fisica degli avversari come strumenti di affermazione personale e politica. Il volume è organizzato in due parti. Nell prima si prende in esame il concetto di malvagità, le sue origini e la differenza fra quella maschile e femminile. La seconda, invece, è strutturata come una raccolta di ritratti storici autonomi, ciascuno dedicato a una donna che ha lasciato dietro di sé una scia di scandali, sangue e terrore. Le protagoniste provengono da contesti molto diversi: corti reali, aristocrazie europee, ambienti religiosi, contesti politici rivoluzionari e realtà criminali. Questo permette all’autore di mostrare come la “cattiveria” non sia mai un tratto astratto, ma si manifesti sempre in relazione a un ruolo, a un sistema di potere e a un preciso contesto storico. In molti casi, le storie ruotano attorno a lotte per la successione, intrighi di corte, veleni, complotti e tradimenti, vendette familiari, alleanze spezzate e rivalità tra dinastie. Il potere, nel libro, non è mai stabile: è qualcosa che si conquista, si difende e spesso si perde nel sangue. Alcune protagoniste agiscono nell’ombra, manovrando mariti, amanti, figli e cortigiani; altre, invece, esercitano un controllo diretto, assumendo decisioni che portano a esecuzioni, persecuzioni e repressioni violente. Roccato mostra con chiarezza come queste donne abbiano saputo sfruttare intelligenza politica, freddezza emotiva e spregiudicatezza, diventando spesso più temute degli uomini che le circondavano. Un elemento centrale del libro è il rapporto tra immagine pubblica e realtà privata. Molte delle figure raccontate mantengono all’esterno un volto rispettabile, devoto o regale, mentre dietro le quinte orchestrano omicidi, ricatti e tradimenti. Questo doppio livello, apparenza e verità, rende le storie ancora più inquietanti e affascinanti. Altro tema ricorrente è la strumentalizzazione dei legami affettivi: figli usati come pedine politiche, matrimoni trasformati in alleanze di potere, amori che diventano cause di rovina. Il libro mostra come, in questi contesti, anche i sentimenti vengano piegati a una logica di dominio. Roccato non rinuncia mai all’inquadramento storico: ogni vicenda viene inserita nel proprio tempo, con riferimenti alle tensioni sociali, religiose e politiche dell’epoca. Questo permette di comprendere come certe scelte, per quanto oggi appaiano mostruose, fossero spesso figlie di un sistema feroce, dove sopravvivere significava colpire prima degli altri. Dal punto di vista narrativo, la scrittura è tesa, incalzante, fortemente visiva. Le scene chiave ,complotti, arresti, esecuzioni, crolli improvvisi del potere, sono raccontate con un taglio quasi romanzesco, pur restando ancorate alla ricostruzione storica. Il risultato è una lettura che unisce divulgazione e suspense, mantenendo alta l’attenzione del lettore. Un aspetto particolarmente interessante del libro è la riflessione implicita sul giudizio storico: molte di queste donne sono state tramandate come incarnazioni del male assoluto, mentre figure maschili altrettanto violente sono state spesso ricordate come strateghi, sovrani o condottieri. Senza assolvere nessuna, l’autore invita però a interrogarsi su come il genere abbia influito sulla costruzione della loro fama. Le donne più cattive della storia  non è quindi solo un libro di storie “nere”, ma un’indagine sul potere e le sue deformazioni, sulla violenza come strumento politico, sulla costruzione del mito e della demonizzazione e sul confine fragile tra ambizione e crudeltà. Il volume si rivela una lettura intensa, disturbante e stimolante, che cattura per la forza delle vicende raccontate e per la capacità di mostrare come, dietro ogni atto estremo, si nascondano sempre scelte, strategie e strutture di potere. Un libro consigliato a chi ama la storia nelle sue zone d’ombra e non ha paura di confrontarsi con le sue pagine più crude. Alcune note su Maurizio Roccato Maurizio Roccato, vercellese, è nato nel 1973. Laureato in lettere presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi in antropologia criminale, è relatore di conferenze, organizzatore di eventi culturali e curatore di esposizioni internazionali. È anche autore di romanzi thriller e saggi a tema storico e criminologico, alcuni dei quali vincitori di riconoscimenti a livello nazionale. Per Diarkos ha pubblicato I criminali del Medioevo (2025). TAG: #personaggi_storici, #biografie, #maurizio_roccato, #voto_quattro

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RECENSIONE: La ballata di Charley Thompson (Willy Vlautin)

RECENSIONE: La ballata di Charley Thompson (Willy Vlautin)

Autore: Willy Vlautin Traduttore: Fabio Genovesi Editore: Jimenez , 2025 Pagine: 240 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo:  € 19.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.jimenezedizioni.it/la-ballata-di-charley-thompson-willy-vlautin/ Trama Charley Thompson ha quindici anni, e da grande vuole diventare un campione di football. Intanto però i suoi sogni sono molto più modesti: una casa vera, qualcuno che gli prepari da mangiare, un posto dove farsi degli amici senza dover cambiare città in continuazione. Ma senza una madre e con un padre come il suo tutto questo non è possibile. Ray è un operaio specializzato, con un talento innato per cacciarsi nei guai, e così la loro vita è un eterno migrare tra i piccoli centri del Nordovest americano, sempre in fuga da qualcuno o qualcosa. Charley sperava che a Portland le cose sarebbero andate meglio, e invece si ritrova più solo e incasinato che mai, costretto a lavorare nelle stalle di un ippodromo malmesso, tra fantini sovrappeso, allenatori senza scrupoli e cavalli buoni a niente. Qui Charley ha due sole consolazioni: una foto di sua zia Mary, che non vede da anni e non sa dove sia finita, e la compagnia di Lean on Pete, un vecchio cavallo zoppo che diventa il suo unico amico. È insieme a Pete che Charley deciderà di prendere in mano il proprio destino e partire, tuffandosi in un lungo viaggio senza sapere esattamente verso dove. Spinto da una speranza debole eppure irresistibile, migliaia di chilometri a piedi su strade e sentieri polverosi, Charley incontrerà personaggi indimenticabili, tra pericoli, sorprese e clamorose lezioni di vita. Con un on the road appassionato e commovente, Willy Vlautin ci porta nel cuore del grande deserto americano, quello dei panorami smisurati e quello che sta dentro la vita di persone sole e sperse. Da questo romanzo è tratto il film Charley Thompson (Lean on Pete), con Charlie Plummer, Chloe Sevigny e Steve Buscemi. Recensione Willy Vlautin racconta da sempre un’America laterale, lontana dalle luci delle grandi città, fatta di stazioni di servizio, periferie dimenticate, lavori precari, sogni troppo fragili per resistere agli urti della vita. In questo romanzo questa poetica trova una delle sue espressioni più intense e dolorose, attraverso una storia di formazione che scava nell’abbandono, nella povertà affettiva e nella struggente necessità di essere visti. Charley Thompson ha quindici anni e una vita che non somiglia a quella dei suoi coetanei. Con un padre instabile e incapace di assumersi davvero la responsabilità del suo ruolo, Charley è costretto a spostarsi continuamente da una città all’altra, senza mai il tempo di costruire amicizie durature, senza punti fermi. La madre è assente, una figura che pesa proprio perché non c’è, e tutto ciò che al ragazzo resta è la fiducia ostinata nelle parole di un padre che promette sempre una svolta che non arriva mai. Quando i due si stabiliscono a Portland, sembra profilarsi l’ennesima possibilità di ricominciare. Il padre trova piccoli lavori, Charley prova a inserirsi in una nuova scuola, coltiva il sogno di diventare un campione di football. Ma l’equilibrio è precario, e basta poco perché crolli. Un evento improvviso spezza definitivamente la fragile struttura della sua esistenza e costringe Charley ad affrontare, per la prima volta, una solitudine concreta, spaventosa, totalmente adulta. Proprio in questo momento entra in scena Lean on Pete, un cavallo da corsa stanco, maltrattato, ormai considerato inutile. Charley trova lavoro nelle scuderie di un ippodromo e, tra pulire box, sveglie all’alba e fatica fisica, nasce lentamente un legame profondo con l’animale. In Pete, Charley riconosce una creatura vulnerabile come lui, destinata allo scarto, all’abbandono. Il loro rapporto non è romantico: è fatto di cura, di attenzioni minime, di silenzi condivisi. È un’alleanza tra due esseri che stanno cercando, ciascuno a modo proprio, di sopravvivere. Quando Charley comprende quale sarà il destino del cavallo, prende una decisione che segna una svolta radicale nel romanzo. Inizia così un viaggio lungo, estenuante, spesso disperato, attraverso un’America aspra e indifferente. Un percorso fatto di fame, stanchezza, paura, incontri occasionali che rivelano il volto più duro della marginalità. È un viaggio che mette continuamente alla prova il suo corpo e la sua mente, ma soprattutto la sua capacità di credere ancora negli altri e in sé stesso. Il viaggio è anche una potente metafora della crescita: Charley non attraversa solo spazi geografici, ma soprattutto la perdita dell’innocenza. Ogni chilometro percorso lo allontana dall’infanzia e lo spinge verso una maturità che arriva troppo presto. Vlautin non addolcisce mai questo passaggio: lo mostra nella sua brutalità, nel suo essere ingiusto, nel suo togliere più di quanto conceda. Uno dei grandi punti di forza del romanzo è lo stile. La scrittura di Vlautin è asciutta, precisa, priva di qualsiasi compiacimento. Non cerca l’effetto melodrammatico, non forza l’empatia del lettore: la conquista con la semplicità dei gesti, con il peso delle piccole cose. Un pasto caldo, un riparo per la notte, una carezza data a un animale diventano eventi enormi, carichi di significato. È una lingua che rispecchia perfettamente il mondo che descrive: povero di mezzi, ma ricchissimo di umanità. La ballata di Charley Thompson  è anche una profonda riflessione sulla genitorialità mancata. Il padre di Charley non è un cattivo in senso classico: è un uomo fragile, inadeguato, schiacciato dai propri fallimenti. Proprio per questo, la sua assenza emotiva risulta ancora più dolorosa, perché nasce non dalla crudeltà, ma dall’incapacità. Vlautin mostra con grande lucidità quanto l’egoismo adulto possa ricadere come una condanna sulle spalle dei più giovani. Il romanzo tocca anche temi sociali importanti: la povertà, la precarietà lavorativa, il destino degli “scartati”, siano essi uomini o animali. L’America che emerge da queste pagine non è quella delle opportunità, ma quella delle seconde possibilità negate, dei margini che diventano centro solo quando qualcuno decide di guardarli davvero. Eppure, nonostante la durezza del racconto, questo non è un libro privo di luce. La speranza in Vlautin non è mai enfatica, ma esiste nella forma della resistenza, nella capacità di Charley di continuare a camminare, di prendersi cura di qualcun altro, di non trasformarsi completamente nella somma delle sue ferite. È una speranza fragile, forse imperfetta, ma autentica. Un romanzo che lascia il segno perché non cerca di salvare il lettore dal dolore, ma lo accompagna dentro una storia che parla di tutti: del bisogno d’amore, della paura di essere lasciati indietro, del desiderio di avere finalmente un posto nel mondo. È una lettura che commuove senza ricatti emotivi, che ferisce senza compiacimento, che resta addosso anche quando l’ultima pagina è stata girata. Un libro bellissimo consigliato a chi ama i romanzi di formazione intensi e realistici, lontani da ogni retorica e a chi cerca una narrativa emotivamente forte, capace di lasciare il segno senza ricatti sentimentali. Alcune note su Willy Vlautin Willy Vlautin è nato e cresciuto a Reno, in Nevada, è uno scrittore e musicista (leader dei Richmond Fontaine, ora membro dei Delines). È autore di sette romanzi: Motel Life (Jimenez 2020), Verso Nord (Jimenez 2022), La ballata di Charley Thompson (Mondadori 2014, Jimenez 2025), Io sarò qualcuno (Jimenez 2018), The Free (Jimenez 2019),  La notte arriva sempre (Jimenez 2021) e Il cavallo (Jimenez 2024). Da La ballata di Charley Thompson è stato tratto il film Lean on Pete di Andrew Haigh, uscito negli Stati Uniti nel 2017. Da The Motel Life è stato tratto il film omonimo (2012) diretto dai fratelli Alan e Gabe Polsky, con protagonisti Emile Hirsch e Stephen Dorff. Il film è stato presentato in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma 2012, dove ha vinto il Premio del pubblico e il Premio per la miglior sceneggiatura.  Nel 2019, con  Io sarò qualcuno , è stato finalista al Pen/Faulkner Award, uno dei più prestigiosi premi letterari degli Stati Uniti. Con Il cavallo ha vinto il Joyce Carol Oates Prize 2025 ed è stato finalista agli Oregon Book Awards 2025. Ha ricevuto critiche positive per la sua narrazione commovente sulla sofferenza, la redenzione e la speranza. TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #fabio_genovesi, #willy_vlautin, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Destinazione spazio profondo. Verso Proxima e Barnard per esplorare nuovi pianeti (Albino Carbognani)

RECENSIONE: Destinazione spazio profondo. Verso Proxima e Barnard per esplorare nuovi pianeti (Albino Carbognani)

Autore: Albino Carbognani Editore: edizioni Dedalo , 2025 Pagine: 260 Genere: Saggi, Astronomia Prezzo:  € 18.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://edizionidedalo.it/collane/collane-attive/la-scienza-e-facile/destinazione-spazio-profondo.html Trama Da Proxima Centauri alla Stella di Barnard, il nostro vicinato stellare racchiude mondi che potremmo un giorno esplorare. Ma come si viaggia tra le stelle? Questo libro guida il lettore attraverso la storia, le tecnologie, le idee e i progetti che stanno trasformando il sogno del volo interstellare in una possibilità concreta. Dall’evoluzione delle stelle alla scoperta dei pianeti extrasolari, dall’energia nucleare alle vele fotoniche, dalla navigazione autonoma all’intelligenza artificiale di bordo, ogni capitolo esplora un tassello della sfida più grande mai affrontata dall’umanità: lasciare il Sistema Solare. Un intreccio di scienza, speranza e futuro, per capire dove stiamo andando, e perché potremmo arrivarci prima di quanto pensiamo, se solo lo volessimo. Recensione Destinazione spazio profondo. Verso Proxima e Barnard per esplorare nuovi pianeti  è un saggio che si legge come un viaggio, e questa è forse la sua qualità più evidente: Albino Carbognani riesce a trasformare un argomento altamente tecnico come l’esplorazione interstellare in un percorso narrativo chiaro, razionale e allo stesso tempo capace di far sognare. Fin dalle prime pagine si percepisce l’intenzione dell’autore di andare oltre la semplice divulgazione, costruendo un racconto che accompagna il lettore dall’astronomia di base alle ipotesi più avanzate della propulsione spaziale, fino alle prospettive realistiche, non fantascientifiche, di un futuro viaggio verso le stelle più vicine. Il punto di partenza è un quadro ben fondato dell’Universo che ci circonda: come si formano e si evolvono le stelle, perché alcuni sistemi planetari sono più interessanti di altri, quali caratteristiche rendono un pianeta potenzialmente abitabile e quali tecniche di osservazione ci permettono oggi di scoprire mondi lontani. Proxima Centauri e la Stella di Barnard non vengono scelte a caso: sono tra le mete più vicine e più studiate, e rappresentano una sorta di orizzonte simbolico per l’esplorazione futura. L'autore ne parla con rigore, ma anche con una leggerezza che permette di visualizzare questi luoghi lontanissimi come traguardi concreti, quasi familiari. Da qui il libro apre una seconda, ampia sezione dedicata alle tecnologie: vele fotoniche, propulsione nucleare, sistemi di accelerazione estremi, sonde capaci di affrontare viaggi lunghi decenni o secoli. L’autore non si perde nei dettagli più specialistici, ma riesce a spiegare i concetti essenziali, i limiti attuali e il potenziale che queste soluzioni potrebbero avere se la ricerca riuscisse ad affrontare alcune sfide cruciali. Questa parte è ricca, ben organizzata, e trasmette al lettore l’impressione che il futuro dell’esplorazione interstellare non sia un salto nel buio, ma un edificio che si sta costruendo pezzo dopo pezzo. Un merito importante del libro è che mantiene sempre un equilibrio difficile: invita all’immaginazione, ma non indulge mai all’ottimismo facile. Ogni possibile soluzione tecnologica viene presentata insieme ai suoi limiti; ogni affermazione sul domani è radicata nella fisica di oggi. L’autore non costruisce scenari miracolosi, ma analizza ciò che potrebbe essere realistico nel giro di decenni o secoli, mostrando quanto la scienza, più della fantascienza, stia già indicando strade percorribili. È un tipo di ottimismo misurato, che permette di sognare senza sentirsi ingannati. L’unico elemento che potrebbe risultare meno coinvolgente per alcuni lettori è la forte prevalenza dell’aspetto tecnico. Sebbene sempre spiegati con chiarezza, i temi trattati sono principalmente ingegneristici e fisici, e lasciano meno spazio a considerazioni più filosofiche o antropologiche su che cosa significherebbe davvero, per l’umanità, diventare una specie interstellare. Tuttavia, questa scelta dà al libro una solidità rara: Carbognani preferisce illustrare ciò che oggi conosciamo e ciò che possiamo realisticamente prevedere, evitando di avventurarsi in speculazioni più vaghe. Nel complesso si tratta di un saggio che riesce a essere insieme stimolante e rigoroso, immaginifico e scientificamente ancorato alla realtà. È una lettura ideale per chi ama l’astronomia, per chi si interroga sul futuro dell’esplorazione spaziale, ma anche per chi semplicemente desidera capire se un giorno potremo davvero raggiungere un altro sistema stellare. Il libro non dà risposte facili, ma offre strumenti per pensare, per immaginare e per guardare il cielo con una consapevolezza diversa. Quest'opera si colloca in una terra di mezzo virtuosa: parla al grande pubblico senza perdere precisione, entusiasma senza costruire illusioni, e soprattutto invita a guardare al futuro come a una frontiera ancora aperta, fatta di domande, possibilità e sfide che meritano di essere esplorate. Consigliato a chi ama guardare il cielo non come un limite, ma come una porta e a tutti coloro che affascina l’idea che l’umanità, un domani, possa spingersi molto lontano Alcune note su Albino Carbognani Albino Carbognani è astronomo all’Osservatorio di Astrofisica e Scienza dello Spazio di Bologna. Lavora presso la Stazione Astronomica di Loiano nel campo della Sorveglianza spaziale. Ha pubblicato diversi libri di carattere astronomico fra cui Ai confini della Via Lattea e L’asteroide di Sodoma e Gomorra ; scrive sul blog asteroidiedintorni e sul sito Media INAF. TAG: #saggi, #astronomia, #albino_carbognani, #voto_quattro

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RECENSIONE: Einstein. Albert ed io (Francesco Niccolini, Mario Gabriele Fattorini)

RECENSIONE: Einstein. Albert ed io (Francesco Niccolini, Mario Gabriele Fattorini)

Autore:   Francesco Niccolini , Mario Gabriele Fattorini Editore:  Becco Giallo, 2025 Pagine:  144 Genere:  Graphic novels, Biografie Prezzo:  € 20.00 Acquista:   Libro Acquista sito editore: https://www.beccogiallo.it/negozio/biografie/einstein-albert-ed-io/ Anteprima: https://www.beccogiallo.it/negozio/biografie/einstein-albert-ed-io/ Trama Come funziona l’universo? Che rapporto c’è tra lo spazio e il tempo? Come fanno due dadi a dare un totale di tredici? Un uomo anziano, con grandi baffi e capelli grigi scapigliati è in un parco, suona il violino ma un ragazzino, che gioca a campana con regole tutte sue, rapisce la sua curiosità. I due iniziano un fitto confronto sulle stranezze della realtà che li circonda. L’uomo — che comprendiamo aver vissuto una vita molto speciale — racconta delle sue scoperte, gli incontri, avventure e disavventure, le sue scelte politiche a favore del pacifismo, mentre il ragazzino lo ascolta, lo incalza, lo contraddice: spesso non è d’accordo con il vecchio. Insieme, inaspettatamente, scoprono la comune passione per lo spettacolo offerto dal cosmo: quella combinazione di particelle che racconta la storia delle galassie e delle stelle, dei boschi e delle maree, dell’abbraccio di una madre a suo figlio, del sorriso di un nonno e della felicità di giocare a campana con regole che non stanno né in cielo né in terra. Una fantasmagorica, surreale biografia di Albert Einstein, che ne svela il lato più umano e malinconico e allo stesso tempo mette in luce la meraviglia delle sue intuizioni. Recensione Ci sono libri che raccontano la vita di un grande personaggio, e libri che invece provano a restituire il modo in cui quel personaggio guardava il mondo. Einstein. Albert ed io  appartiene senza esitazione alla seconda categoria: un fumetto poetico e visionario, che mette in scena non solo la figura dello scienziato, ma soprattutto la capacità di stupirsi davanti al cosmo. La storia si apre con un incontro semplice e folgorante: in un parco, un anziano signore dai capelli argentati suona il violino, mentre un ragazzino inventa un modo tutto suo di giocare alla campana. Due mondi diversi che, in apparenza, non dovrebbero toccarsi. E invece da quel momento nasce un dialogo inatteso, una conversazione fatta di domande infantili e risposte che sfiorano il mistero della realtà, in cui l’uomo rivela, quasi senza dirlo, di aver vissuto una vita fuori dall’ordinario. Niccolini sceglie una struttura narrativa libera, quasi sospesa, che non segue pedissequamente la cronologia biografica di Einstein, ma ne coglie lo spirito: la curiosità instancabile, la propensione al dubbio, la certezza che l’immaginazione sia più importante della conoscenza. Il ragazzino che lo ascolta è la controparte ideale: scettico, vivace, pronto a mettere alla prova ogni affermazione. La scienza, qui, non è un elenco di formule: è un modo di guardare, di interrogare l’universo, di lasciarsi sorprendere. Il tratto grafico di Fattorini accompagna questa atmosfera con una delicatezza rara. Le tavole oscillano tra realismo e suggestione: il parco, gli strumenti musicali, i gesti quotidiani convivono con esplosioni visive che sembrano materializzare le teorie di Einstein in forme, linee, vortici di energia. Il confine tra realtà e immaginazione si fa poroso, e il lettore viene trascinato in un viaggio non didattico ma emotivo. La trama procede così: attraverso il confronto tra l’uomo e il ragazzo, emergono frammenti della vita dello scienziato, osservazioni sul suo rapporto con il mondo, accenni alle sue scoperte e al suo impegno pacifista. Nulla è raccontato in modo pedante; tutto è filtrato da un tono di stupore, quasi come se la vita di Einstein fosse, prima di tutto, un grande atto di meraviglia. Il risultato è un’opera che parla della scienza restituendole la sua dimensione più umana: il desiderio di capire, di sbagliare, di riprovare, di vedere oltre ciò che è immediato. Un libro che non vuole spiegare Einstein, ma farci “sentire” per qualche istante come lui vedeva il mondo. Consigliato a chi ama i fumetti che uniscono poesia e divulgazione; a chi cerca un ritratto non convenzionale di Einstein; a lettori giovani e adulti che vogliono lasciarsi condurre in una conversazione immaginaria sul cosmo, sugli errori, sulla bellezza di farsi domande. Alcune note su Francesco Niccolini Francesco Niccolini è nato ad Arezzo il primo giugno 1965, si è laureato in Storia dello Spettacolo all'Università di Firenze. Diplomato in Patafisica Involontaria al Collegium Pataphysicum Mediolanense. Attraverso il suo lavoro di drammaturgo, vigila sul malessere dell'umanità. Da molti anni lavora, studia e scrive con Marco Paolini e insieme a lui ha realizzato Il Milione, Appunti Foresti, Parlamento chimico. Storie di plastica, la versione televisiva del Vajont, i racconti del Teatro civico di Report per RAI3, insieme ad Andrea Purgatori, ITIS Galileo e Nel Tempo degli Dèi - Il Calzolaio di Ulisse. Negli ultimi anni ha stretto sodalizi artistici speciali con alcuni attori, compagnie e registi che ne stanno caretterizzando il lavoro. Ha scritto testi e spettacoli per Simone Cristicchi, Roberto Abbiati, Banda Osiris, Alessandro Benvenuti, Anna Bonaiuto, Antonio Catalano e molti altri ancora. Dal 2020 collabora con LuccaComics per la realizzazione delle produzioni del Grapic Novel Theater: Lucrezia Forever! (2020, premio Enriquez 2021), L’Oreste (2021), Blankets (2023). Nel 2015 con André e Dorine il festival Festebà, con una giuria tutta composta di bambini, e con Corrispondenze e con Per Obbedienza (due spettacoli diversissimi tra loro, uno di teatro danza e l'altro di narrazione) il festival dei Teatri del Sacro. Nel 2018 ha vinto l'Eolo Award con L'universo è un materasso (Flavio Albanese). Nel 2021 ha vinto il Premio Enriquez per la drammaturgia con Lucrezia Forever!.  Nel 2022 il premio Ermo Colle con lo spettacolo Digiunando davanti al mare e il premio Piccolo Galileo per la sua graphic novel Il messaggero delle stelle, illustrata da Massimiliano Favazza.   Alcune note su Mario Gabriele Fattorini Mario Gabriele Fattorini è nato nel 2001, vive a Gazzaniga , un piccolo paesino in provincia di Bergamo. Ha frequentato l'istituto di grafica di Bergamo e la Scuola del Fumetto di Milano. Ha esposto le sue opere al rifugio Curò, in Valle Seriana, e a Bergamo all'interno delle rassegne dei festival Spartiacque e Bergamo Film Meeting TAG: #graphic_novels, #biografie, #francesco_niccolini, #mario_gabriele_fattorini, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Le parole della pioggia (Laura Imai Messina)

RECENSIONE: Le parole della pioggia (Laura Imai Messina)

Autore: Laura Imai Messina Editore: Einaudi, 2025 Pagine: 144 Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 16.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-contemporanea/le-parole-della-pioggia-laura-imai-messina-9788806271213/ Trama Le donne-ombrello sono studentesse universitarie, casalinghe, disoccupate annoiate, ricche vedove, donne senza alternative, persone con un futuro strabiliante. «Sono nata in un giorno di pioggia»: solo dopo aver pronunciato questa frase impugnano l’immenso ombrello che hanno scelto, allungano un piede in strada e prendono a camminare accanto ai clienti, accompagnandoli dovunque vogliano – Tokyo nell’acqua è magnifica, migliaia di città in una sola – e soprattutto ascoltando le loro storie. Le conversazioni che si tengono sotto l’ombrello restano segrete. Si parla, si tace, si inciampa, ci si dimentica del mondo fuori. Perché nel racconto che ne fanno, le donne sono tutte d’accordo almeno su un punto: il tempo sotto l’ombrello trascorre in modo diverso. Tra loro, solo Aya pare nata per questo. È una donna-ombrello da molto prima di iniziare questo lavoro. Tutto in lei evoca giugno – la stagione delle piogge –, l’estate le cammina addosso. Aya porta sempre con sé una copia consumata del Dizionario delle parole della pioggia : la pioggia dell’inquietudine, fatta di grani minuti e senza fine, la pioggia profumata, quella che stacca i fiori di ciliegio dai rami, la pioggia sottile come il pelo di un gatto, la pioggia gelida d’inverno, e quella che passa velocemente, e quella che cade sui fiumi, e centinaia ancora. Ma più della pioggia Aya aspetta Toru, un giovane pugile che si allena a correre in salita e discesa lungo la via più ripida della città. Lei si siede in cima e lo aspetta, pure se lui non vincerà mai. Perché nella vita serve anche chi perde, chi accetta di cadere, e da terra riesce a guardare il mondo da una nuova angolazione. Recensione Ci sono libri che chiedono al lettore di rallentare, di mettersi in ascolto, di accettare la delicatezza come forma narrativa. Le parole della pioggia  di Laura Imai Messina appartiene proprio a questa categoria di romanzi silenziosi e profondi, capaci di raccontare mondi interi attraverso piccoli gesti e atmosfere sospese. La storia segue Aya, una delle affascinanti donne-ombrello, figure che nelle giornate di pioggia si posizionano in angoli precisi della città con l’intenzione di accompagnare chi ne ha bisogno, offrendo un riparo condiviso. È un gesto semplice, quasi invisibile nella frenesia di Tokyo, ma per chi lo riceve diventa un momento di contatto umano, un respiro diverso nel ritmo della quotidianità. Aya cammina vicino agli altri senza giudicare, senza riempire i silenzi: lascia che siano gli altri a decidere cosa condividere di sé, creando uno spazio di ascolto gentile e prezioso. Sempre con sé porta il suo Dizionario delle parole della pioggia , un quaderno in cui raccoglie modi poetici per descrivere le forme dell’acqua, i suoi umori, le sue sfumature emotive. È come se quel taccuino fosse la chiave per comprendere meglio le persone che incontra, perché ogni parola contiene un modo diverso di guardare il mondo. Attorno a lei si muovono figure che restano nel cuore solo per il modo in cui vengono accennate, per come appaiono nelle brevi passeggiate sotto l’ombrello. E poi c’è Toru, giovane pugile che corre instancabilmente su e giù per la salita più ripida della città. Tra lui e Aya non c’è una storia dichiarata, ma un legame che vive di attese, di presenze intermittenti, di qualcosa che non ha bisogno di essere definito per essere profondo. La scrittura dell'autrice avanza come la pioggia: a tratti leggera, a tratti più intensa, ma sempre capace di trasformare lo scenario in un luogo emotivo. Ogni dettaglio è scelto con cura: le luci riflesse sull’asfalto, il rumore sommesso dell’acqua, le vetrine illuminate che diventano cornici di momenti impercettibili. Le illustrazioni di Emiliano Ponzi accompagnano perfettamente questo tono, amplificando l’atmosfera con immagini nitide, pulite, piene di malinconica luminosità. Alla fine della lettura si ha la sensazione di aver condiviso un cammino breve ma necessario, come se qualcuno avesse sorretto un ombrello sopra di noi per un tratto, lasciando una traccia lieve ma indelebile. Questo romanzo è perfetto per chi ama le storie lente, poetiche, ricche di atmosfera; per chi cerca personaggi che si raccontano attraverso i silenzi; per chi nel quotidiano vede sempre una possibilità di poesia. È un libro ideale per lettori sensibili, contemplativi, per chi apprezza il Giappone narrato con delicatezza e per chi desidera una lettura capace di portare quiete. Un romanzo che incanta senza fare rumore, una carezza narrativa che resta. Alcune note su Laura Imai Messina Laura Imai Messina è nata a Roma e vive a Tōkyō. È autrice di romanzi, saggi e storie per ragazzi. Nel 2020 è uscito Quel che affidiamo al vento (Piemme), caso editoriale tradotto in oltre venti lingue. Sempre per Piemme, nel 2022 è uscito il romanzo L'isola dei battiti del cuore . Per Einaudi ha pubblicato Tokyo tutto l'anno. Viaggio sentimentale nella grande metropoli (2020 e 2022), Le vite nascoste dei colori (2021 e 2022), Il Giappone a colori (2023 e 2024), Tutti gli indirizzi perduti (2024 e 2025) e Le parole della pioggia (2025). Collabora con numerosi inserti culturali italiani, e con la radio-televisione giapponese NHK. 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RECENSIONE: Orgoglio e pregiudizio (Sara Marconi)

RECENSIONE: Orgoglio e pregiudizio (Sara Marconi)

Autore: Sara Marconi Editore: Lapis, 2025 Pagine: 296 Genere: Narrativa per ragazzi Prezzo: € 14.90 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.edizionilapis.it/libro/9791255190769-orgoglio-e-pregiudizio Anteprima: https://www.edizionilapis.it/media/download/9791255190769%20Estratto%20Orgoglio%20e%20pregiudizio.pdf Trama Nel 250° anniversario della nascita di Jane Austen, Sara Marconi restituisce ai lettori e alle lettrici di oggi tutta la brillantezza e la forza del suo capolavoro, rispettandone la struttura e lo spirito originale. Nella campagna inglese di inizio Ottocento, l’arrivo di un nuovo vicino, il giovane e ricco Mr. Bingley, sconvolge la vita della famiglia Bennet e delle sue cinque figlie. Tra balli, lettere, malintesi e rivelazioni, Elizabeth Bennet – intelligente, ironica e indipendente – affronta con sguardo lucido e spirito libero le convenzioni del suo tempo, fino a scoprire che l’orgoglio e il pregiudizio possono nascondersi dove meno ci si aspetta. Diviso in tre libri, come l’opera austeniana, il romanzo conserva il ritmo dei dialoghi e l’ironia che smaschera superbia e ipocrisie, mantenendo viva la voce di un’autrice capace di raccontare la libertà di pensare e l’audacia di dirlo. Le illustrazioni di Ernesto Anderle restituiscono con luce e delicatezza l’atmosfera del periodo Regency, evocando l’eleganza e le emozioni che attraversano la storia di Liz Bennet. Età di lettura: da 10 anni. Recensione C’è qualcosa di particolarmente affascinante nel tornare a Orgoglio e pregiudizio  attraverso un libro illustrato. Non è solo la sensazione di familiarità che si prova riconoscendo Elizabeth Bennet e Mr. Darcy tra le pagine: è l’idea di poter riattraversare una storia amatissima con uno sguardo nuovo, più leggero, più visivo, senza perdere l’essenza di ciò che l’ha resa indimenticabile. L’adattamento firmato da Sara Marconi per il testo e Ernesto Anderle per le illustrazioni riesce proprio in questo intento: restituire il gusto del classico, ma con un tono contemporaneo e accessibile, che non tradisce Jane Austen, bensì la avvicina. Il cuore della trama rimane intatto: la vivace e arguta Elizabeth Bennet, seconda di cinque sorelle, osserva il mondo che la circonda con un misto di ironia, buon senso e un pizzico di orgoglio. La sua famiglia — una madre invadente e ansiosa di sistemare le figlie, un padre disilluso e divertito dal caos domestico, sorelle che oscillano tra romanticismo, frivolezza e saggezza — è resa con una chiarezza narrativa che permette anche ai lettori più giovani di orientarsi. L’arrivo del ricco e affabile Mr. Bingley, e soprattutto del suo amico Mr. Darcy, introduce quel gioco di sguardi, malintesi e pregiudizi reciproci che costituisce l’ossatura emotiva del romanzo. Marconi riesce a semplificare senza banalizzare. La scrittura è fluida, moderna ma rispettosa dell’originale, e conserva l’ironia pungente che caratterizza la penna di Austen. L’evoluzione del rapporto tra Elizabeth e Darcy — dalle prime impressioni negative alimentate dall’orgoglio di lui e dalla fierezza di lei, fino al lento riconoscimento dei reciproci errori — è narrata con delicatezza. Non c’è quella complessità sintattica ottocentesca che può frenare un lettore giovane, ma rimane intatto il piacere di assistere a un amore che nasce quasi contro la volontà dei protagonisti. Le illustrazioni di Ernesto Anderle sono una parte fondamentale dell’esperienza: non accompagnano il testo, lo amplificano. Eleganti, morbide nei toni, capaci di evocare i paesaggi inglesi e le atmosfere dei balli, delle passeggiate nella brughiera, delle stanze illuminate da candele, offrono un ritmo visivo che invita a soffermarsi. Elizabeth non è una figurina bidimensionale, ma una giovane donna espressiva, piena di movimento; Darcy ha un portamento che dice più delle sue parole. In alcuni momenti, le immagini sembrano quasi suggerire ciò che i personaggi non dicono apertamente. Quello che colpisce di più di questa edizione è la sua capacità di dialogare con due pubblici diversi: chi non conosce ancora Orgoglio e pregiudizio  troverà una storia avvincente, ricca di amore, fraintendimenti, personaggi memorabili; chi invece è già legato al romanzo originale scoprirà il piacere di rileggerlo in una forma più agile, quasi meditativa, che invita a osservare la storia da un’altra prospettiva. Certo, alcune sfumature sociali e psicologiche del testo di Austen vengono necessariamente smussate — soprattutto la complessa critica alle convenzioni e al sistema matrimoniale dell’epoca — ma è il prezzo inevitabile di ogni riscrittura destinata a un pubblico ampio. In definitiva, l’edizione di Marconi e Anderle è un ponte ben costruito: non pretende di sostituire Austen, ma la rende più vicina, più luminosa, quasi più quotidiana. È un libro che si legge con il sorriso, che si sfoglia con curiosità e che, grazie alle illustrazioni, sembra quasi di guardare mentre si svolge. Per un blog di letteratura, merita senz’altro di essere segnalato come una delle reinterpretazioni più riuscite e rispettose di un grande classico: un invito gentile a (ri)tuffarsi nel mondo di Elizabeth Bennet e Mr. Darcy, con la sorpresa di scoprire qualcosa di nuovo in ciò che già conoscevamo. Un libro che consiglio ai giovani lettori, ma anche a coloro che cercano una versione completa della storia originale. Alcune note su Sara Marconi Sara Marconi editor e traduttrice, si è laureata in Storia della lingua italiana presso l'Università di Bologna. Ha iniziato la sua carriera a Milano, lavorando per un'agenzia pubblicitaria, per poi trasferirsi in Toscana, dove ha avviato un progetto dedicato all'arte e alla comunicazione ludica. Cura numerosi volumi, soprattutto romanzi e riscritture di classici, pubblicati da Lapis. Insieme a Simone Frasca ha firmato la serie I Mitici Sei , edita da Giunti. Scrive inoltre per Mondadori, Piemme, Pelledoca e molti altri editori. I suoi libri sono tradotti in Spagna, Francia, Grecia, Russia e Corea. Alcune note su Ernesto Anderle Ernesto Anderle è pittore, illustratore e fumettista, lavora tra Milano e Trento. Ha grande seguito sui social con la pagina Roby il pettirosso , che ha dato anche il titolo alla sua graphic novel autobiografica. Con le case editrici Mondadori, Beccogiallo e Longanesi ha pubblicato diversi fumetti che hanno incontrato il gusto del pubblico come Vincent Van Love e Caravaggio . TAG: #narrativa_per_ragazzi, #ernesto_anderle, #sara_marconi, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Al ragno-lupo piace la fisarmonica. Incontri con animali comuni delle nostre campagne da conoscere, riscoprire, fotografare (Piero Bottali)

RECENSIONE: Al ragno-lupo piace la fisarmonica. Incontri con animali comuni delle nostre campagne da conoscere, riscoprire, fotografare (Piero Bottali)

Autore: Piero Bottali Editore: Armando Editore, 2025 Pagine: 192 Genere: Saggi, Animali Prezzo: € 20.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.armandoeditore.it/catalogo/al-ragno-lupo-piace-la-fisarmonica/ Trama Questo libro nasce da quasi 60 anni di rilassate passeggiate nella natura, nei prati, nei boschi, nelle forre, lungo le rive dei fiumi e dei ruscelli, ai bordi degli stagni accompagnato dalle mie amate macchine fotografiche. Ed è stato reso possibile per una serie di innumerevoli incontri casuali e fortunati con animali che conducevano indisturbati la loro vita. È quindi un libro di continue sorprese, quali la natura sa dare, e insieme un saggio di etologia di base in forma di racconto, che descrive con partecipazione e affetto il vasto popolo degli animali delle nostre campagne che si incontrano più frequentemente nelle passeggiate. Redatto nello stile ironico e tenero della novella naturalistica ma scientifico nei contenuti, condito da abbondanti consigli fotografici, questo saggio considera gli animali alla stregua degli altri abitanti del pianeta Terra, coi loro sentimenti, paure, curiosità, necessità, aggressività, pulsioni e amori, e ne descrive gli incontri, le avventure, le gioie, i giochi, gli agguati, le astuzie in godibili bozzetti zoologici. Recensione Il nuovo lavoro di Piero Bottali è molto più di una semplice raccolta di osservazioni naturalistiche: è un invito paziente e poetico a rieducare lo sguardo. In queste pagine l’autore porta con sé il lettore lungo i sentieri che ha percorso per anni, boschi silenziosi, rive di fiumi, campagne abitate da presenze minime, radure in cui ciò che sembra invisibile diventa improvvisamente protagonista. A colpire non è solo la varietà delle specie incontrate, ma soprattutto l’atteggiamento con cui Bottali si avvicina alla fauna cosiddetta “comune”: con meraviglia, umiltà e un rispetto che raramente si incontra nella divulgazione contemporanea. La struttura del libro alterna brevi racconti di incontri reali a digressioni naturalistiche e riflessioni personali. Non c’è mai la volontà di stupire con l’esotico o il raro: il vero cuore del testo sta negli animali che ci passano accanto ogni giorno senza che ce ne accorgiamo. Dal comportamento sorprendente degli insetti, ai rituali discreti degli uccelli, ai movimenti quasi impercettibili di piccoli rettili e mammiferi, ogni osservazione diventa una microstoria capace di restituire dignità e complessità a creature spesso relegate ai margini dell’attenzione umana. Bottali riesce in un’impresa difficile: rendere letteraria la quotidianità della natura. La sua scrittura, limpida e misurata, non scivola mai nella retorica ambientalista né nella freddezza scientifica. Al contrario, costruisce un equilibrio prezioso tra rigore e sensibilità, tra precisione descrittiva e stupore infantile. Ciò che emerge è un autore che non vuole insegnare dall'alto, ma condividere un’esperienza: il piacere lento di camminare, osservare, ascoltare ciò che spesso ignoriamo. Uno degli aspetti più interessanti è il modo in cui l’autore mette in dialogo la vita animale e quella umana. Non attraverso analogie forzate, ma attraverso la semplice constatazione che ogni creatura, per quanto piccola, partecipa a un tessuto comune. Le storie sembrano ricordarci che la biodiversità non è un concetto astratto da celebrare nei documentari, ma un intreccio vivo, vicino, continuamente minacciato dalla nostra distrazione. Il libro funziona così su più livelli: come diario naturalistico, come meditazione sul rapporto uomo-natura, come esercizio di attenzione. E per il lettore diventa un viaggio lento, quasi terapeutico: una riscoperta del valore dell’ordinario. Alla fine della lettura ci si ritrova a guardare una lumaca, un merlo, una libellula o un ragno con occhi diversi, forse più gentili, forse più consapevoli. È un testo che piacerà non solo agli appassionati di natura o di fotografia naturalistica, ma anche a chi ama le narrazioni che sanno fermare il tempo e rimettere al centro ciò che di solito ci scivola via. Un libro che invita a uscire, camminare e soprattutto osservare. Perché la meraviglia, sembra dirci Bottali, non dipende da ciò che guardiamo, ma da come scegliamo di farlo. Un testo che consiglio a chi ama la natura, anche quella “piccola” e spesso trascurata: insetti, uccelli, piccoli animali, creature che vivono accanto a noi ma che raramente notiamo e a chi apprezza uno sguardo lento e contemplativo: il libro non corre, invita a osservare, a riflettere, a riscoprire il valore del quotidiano. Alcune note su Piero Bottali Piero Bottali, scrittore e fotografo di reportage, ha collaborato con Paese Sera, con il Giornale di Roma e con il Messaggero dove si è occupato di beni culturali e ambientali. TAG: #saggi, #animali, #piero_bottali, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: L'umanità degli animali da compagnia (Silvano Vinceti)

RECENSIONE: L'umanità degli animali da compagnia (Silvano Vinceti)

Autore: Silvano Vinceti Editore: Armando Editore, 2025 Pagine: 158 Genere: Saggi, Animali domestici Prezzo: € 14.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.armandoeditore.it/catalogo/lumanita-degli-animali-da-compagnia/ Trama Il libro pone al centro gli innumerevoli benefici psicologici, esistenziali, terapeutici, sociali e sanitari degli animali da affezione. Una nuova centralità, che partendo dalla parte degli animali affronta a 360° gradi la loro umanità. Una pubblicazione su basi storiche e scientifiche condita con un diretto vissuto con gli animali. Arricchito da ampie ricerche scientifiche sui loro benefici, del rapporto con la filosofia, la storia e l’arte per sfociare nella proposta di una nuova cultura sul rapporto dell’uomo con gli animali da compagnia. Recensione Ci sono libri che informano, libri che emozionano e libri che, pur parlando di un tema familiare, riescono a rivelarci qualcosa di noi stessi. Questo appartiene a quest’ultima categoria: un saggio che non si limita a descrivere il legame tra esseri umani e animali domestici, ma ne scandaglia la profondità, le zone d’ombra, la bellezza inattesa, la dimensione trasformativa. Fin dalle prime pagine è evidente che Vinceti non scrive da semplice osservatore: scrive da persona che ha vissuto gli animali, che li ha ascoltati, che li ha lasciati entrare nella propria vita non come presenze “ornamentali”, ma come interlocutori affettivi capaci di modellare abitudini, pensieri e sensibilità. L’autore parte da un presupposto semplice ma rivoluzionario: gli animali possiedono una forma di umanità. Non un’umanità biologica, ovviamente, ma un’umanità relazionale, affettiva, capace di esprimersi attraverso linguaggi che spesso comprendiamo più con il cuore che con la ragione. Nelle pagine del libro si intrecciano tre livelli: quello storico-scientifico, quello filosofico-etico e quello personale. Ed è proprio la presenza costante della dimensione biografica che rende il testo vivo, vibrante, lontano dalla sterilità di tanti saggi divulgativi. L'autore racconta episodi di convivenza quotidiana, ricordi legati a momenti di difficoltà, attimi di intesa profonda con animali che, a modo loro, sanno esserci più di molti esseri umani. Sono testimonianze che danno carne e verità a ciò che altrimenti resterebbe solo teoria. Tra gli aspetti più riusciti del saggio c’è l’attenzione ai benefici psicologici ed esistenziali della presenza animale. Vinceti non parla semplicemente dell’affetto che un cane o un gatto possono dare: indaga il modo in cui la loro vicinanza cambia la nostra postura emotiva, la nostra capacità di gestire la solitudine, di trovare equilibrio nei momenti di fragilità, di sviluppare empatia anche al di fuori dell’ambito animale. Il libro mostra come il legame interspecifico sia un motore di crescita personale, un laboratorio di ascolto e attenzione che spesso estendiamo, o dovremmo estendere, anche alle nostre relazioni umane. Notevole è anche la parte dedicata al valore sociale e culturale degli animali da compagnia. Vinceti non teme di affrontare questioni etiche: cosa rivela una società dal modo in cui tratta gli animali? Quanto la nostra idea di “umanità” è ancora intrappolata in un’antica superiorità antropocentrica? E soprattutto: che cosa accadrebbe se riconoscessimo agli animali la dignità di soggetti e non di semplici oggetti di cura? La scrittura è limpida, accessibile, a tratti poetica. Pur muovendosi tra discipline diverse, l'autore non perde mai di vista il lettore, e soprattutto non perde mai il contatto emotivo con ciò che narra. Anche chi ha vissuto tutta la vita con un animale finirà per trovare qualcosa di nuovo, qualcosa che aveva intuito ma non aveva mai messo in parola. Si tratta di un libro che non insegna soltanto a comprendere gli animali: insegna a comprendere noi stessi. Ci ricorda che il modo in cui ci relazioniamo con ciò che è “altro” dice molto di ciò che siamo. E ci invita a ripensare la nostra quotidianità con uno sguardo più attento, più morbido, più consapevole. Un saggio che tocca la mente ma soprattutto il cuore, e che restituisce agli animali ciò che spesso togliamo loro: la dignità di essere parte della nostra storia affettiva e culturale. Dopo averlo letto, risulta difficile guardare il proprio animale senza percepire, almeno per un istante, quella forma di umanità che abita i suoi gesti, i suoi silenzi, la sua semplice presenza accanto a noi. Un piccolo volume consigliato chi vive con un animale e sente che quel legame va oltre la semplice quotidianità. Alcune note su Silvano Vinceti Silvano Vinceti, scrittore, autore e conduttore televisivo in Rai di programmi storico-culturali. È Presidente del Comitato per la valorizza-zione dei Beni Storici, Ambientali e Culturali. TAG: #saggi, #animali_domestici, #silvano_vinceti, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Con te, sempre. Come accogliere, crescere, accudire il proprio cane (Giuseppe Faranda)

RECENSIONE: Con te, sempre. Come accogliere, crescere, accudire il proprio cane (Giuseppe Faranda)

Autore: Giuseppe Faranda Editore: Rizzoli, 2025 Pagine: 208 Genere: Saggi, Animali domestici Prezzo: € 22.90 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.rizzolilibri.it/libri/con-te-sempre/?isbn=9788891846167 Trama Un manuale divulgativo e informale sul benessere del proprio cane, illustrato e ricco di infografiche. Un libro dedicato a tutti coloro che hanno in famiglia un componente a quattro zampe o che pensano di accoglierlo presto. I capitoli sono divisi per know-how da acquisire al fine di occuparsi al meglio del proprio animale: come sceglierlo da cucciolo, come crescerlo e come comportarsi in caso di particolari patologie, ma anche come divertirsi e trascorrere tempo con lui. Recensione Questo è un libro che sorprende perché unisce la competenza tecnica del veterinario alla capacità narrativa di chi, con i cani, non lavora soltanto: ci vive. È un testo che nasce con un obiettivo chiaro, educare, consapevolizzare, accompagnare, ma lo fa con una delicatezza e un calore umano che raramente si trovano nei manuali dedicati al mondo animale. Fin dalle prime pagine è evidente come Faranda non voglia proporre un semplice vademecum di istruzioni. Il suo punto di partenza non è l’addestramento, né la tecnica, ma la relazione. Con un tono accessibile e autentico, invita il lettore a interrogarsi su cosa significhi davvero accogliere un cane nella propria vita: non un gesto impulsivo o estetico, ma una scelta responsabile che modifica abitudini, ritmi e priorità. Il libro si muove tra temi concreti, la scelta del cucciolo, l’arrivo in casa, la socializzazione, l’alimentazione, la prevenzione sanitaria e riflessioni più ampie sul modo in cui viviamo gli animali e sul rischio, sempre presente, di proiettare su di loro aspettative che non appartengono alla loro natura. La scrittura dell'autore si distingue per la capacità di rendere comprensibili anche i concetti più tecnici senza banalizzarli. Le informazioni veterinarie sono accurate, ma mai fredde; i suggerimenti educativi sono pratici, ma non si trasformano in ricette standard. Ogni cane, suggerisce l’autore, è un individuo con un proprio carattere, ed è compito dell’umano imparare ad ascoltarlo e comprenderlo. L’uso di esempi concreti, piccoli aneddoti e situazioni reali dà al testo un’immediatezza che lo rende adatto tanto ai neofiti quanto a chi convive con un cane da anni. Le illustrazioni e le infografiche, distribuite con intelligenza, alleggeriscono la lettura e rendono il libro uno strumento fruibile anche "a consultazione". Una delle qualità più interessanti del libro è il suo respiro ampio. Faranda non si ferma alle esigenze del cucciolo, ma guida il lettore attraverso ogni fase dell’esistenza del cane: l’adolescenza spesso sottovalutata, l’età adulta fatta di nuove abitudini, fino alla vecchiaia, affrontata con rispetto e sensibilità. È nella parte dedicata alle fragilità, malattie, disabilità, comportamenti problematici, che l’autore dimostra tutta la sua esperienza e il suo sguardo empatico: non c’è giudizio, non c’è imposizione, ma un invito costante a comprendere prima di correggere. Con te, sempre  è un’opera che supera gli schemi del tradizionale manuale cinofilo. Non parla solo di cani; parla del modo in cui li guardiamo, del senso di responsabilità che comporta accoglierli, del valore della conoscenza quando si intreccia con l’affetto. È un libro perfetto per chi sta pensando di prendere un cane, ma anche per chi ne ha già uno e vuole approfondire il proprio rapporto con lui. È utile per famiglie, per appassionati, per educatori in formazione, e soprattutto per chi desidera vivere la relazione con il proprio animale con maggiore consapevolezza. L'autore riesce a rendere il lettore più attento, più paziente e, soprattutto, più capace di vedere il cane per ciò che è davvero: un compagno di vita con bisogni, emozioni e un mondo interiore ricco, spesso più di quanto immaginiamo. In un panorama editoriale in cui abbondano manuali rapidi e liste di consigli, Con te, sempre  si distingue per profondità e autenticità. È un libro che istruisce, ma anche che commuove, perché rispetta la complessità del legame tra esseri umani e cani. Un testo a cui tornare più volte, nei momenti di dubbio e nelle fasi di cambiamento, come si fa con un buon amico. Il libro di Giuseppe Faranda è indicato a chi sta per accogliere un cane per la prima volta in quanto offre basi solide e realistiche, aiutando a comprendere l’impegno richiesto e a scegliere il cane più adatto al proprio stile di vita, ma anche per chi ha già un cane e vuole approfondire temi come socializzazione, comunicazione, gestione delle emozioni e prevenzione, risultando prezioso anche per lettori più esperti. Alcune note su Giuseppe Faranda Giuseppe Faranda si laurea con lode in Medicina Veterinaria nel 2009 con una tesi in Cardiologia del cane e del gatto. In seguito lavora a Torino, per poi intraprendere l'attività di medico d'urgenza presso l'Ospedale Veterinario della Facoltà di Medicina Veterinaria di Grugliasco. Dopo un'ulteriore esperienza in Francia, apre l'Ambulatorio Veterinario I Portici a Vinovo. Si occupa prevalentemente di Medicina Interna, Medicina Preventiva, Diagnostica per Immagini e Chirurgia. Dal 2019 è formatore e divulgatore social media e televisivo e vanta una community fedelissima e in continua crescita. TAG: #saggi, #animali_domestici, #giuseppe_faranda, #voto_cinque

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RECENSIONE: Entra il fantasma (Isabella Hammad)

RECENSIONE: Entra il fantasma (Isabella Hammad)

Autore: Isabella Hammad Traduttore: Maurizia Balmelli Editore: Marsilio, 2025 Pagine: 416 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 21.00 (cartaceo), € 11.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/2979185/entra-il-fantasma Trama Dopo anni di lontananza dalla terra della sua famiglia, con un divorzio alle spalle e una relazione tossica in corso, delusa dalle prospettive di carriera che le offrono il teatro e la televisione in Inghilterra, Sonia Nasir vola a Haifa per far visita alla sorella maggiore Haneen. Nate entrambe a Londra da genitori palestinesi, Haneen si è costruita una vita in Israele insegnando all’Università di Tel Aviv, mentre Sonia è sempre rimasta nella capitale inglese per concentrarsi sul suo lavoro di attrice. Appena arrivata, Sonia conosce Mariam, una carismatica regista locale, e – sia pur malvolentieri – si unisce alla sua compagnia, che interpreterà l’Amleto in Cisgiordania. Ben presto, la donna si ritrova a provare le battute di Gertrude e Ofelia con un collettivo pressoché amatoriale, tutto al maschile, ma anche a riflettere sulla difficoltà e l’importanza di portare Shakespeare “al di là del muro”, sperimentando sulla propria pelle le conseguenze dell’occupazione israeliana. Le estati della sua infanzia a Haifa, passate in spiaggia a leggere e a mangiare frutta troppo matura, sono un ricordo sbiadito. Ma tra le macerie, attraverso l’impegno condiviso per combattere la barbarie, Sonia scopre l’opportunità di trovare una nuova sé nella casa ancestrale dei propri avi. Recensione Con questo romanzo, Isabella Hammad racconta le tensioni tra storia personale e collettiva. La protagonista, Sonia Nasir, è un’attrice palestinese cresciuta a Londra, reduce dal fallimento di un matrimonio e invischiata in una relazione sbagliata. Confusa, scossa, alla ricerca di un baricentro emotivo, decide di tornare a Haifa, dove la sorella maggiore Haneen vive e insegna. Questo ritorno non è semplicemente una fuga dalla vita londinese: è un lento, a tratti doloroso, rientro in un luogo che ha segnato la sua infanzia e che porta impresse tutte le contraddizioni del presente politico. A Haifa Sonia incontra Mariam, regista che sta allestendo una versione di Amleto  con una compagnia teatrale palestinese. Il teatro, in questo contesto, non è intrattenimento: è resistenza, affermazione identitaria, tentativo di recuperare uno spazio di libertà culturale in un ambiente che la concede a fatica. Coinvolta quasi per caso, Sonia finisce per interpretare Gertrude e Ofelia, e il testo shakespeariano diventa una lente attraverso cui leggere la propria vita. I rapporti spezzati, le delusioni sentimentali, la distanza dalla propria comunità e la consapevolezza politica trovano eco nella tragedia, creando un gioco di rimandi in cui realtà e finzione dialogano costantemente. Hammad lavora con maestria sul parallelismo tra l’arte e l’esperienza quotidiana. La messinscena di Amleto  in Palestina diventa un’impresa quasi impossibile, ostacolata da permessi negati, checkpoint, tensioni interne e paure individuali. Mentre la compagnia prova a “portare Shakespeare al di là del muro”, Sonia tenta di capire se esista un modo per riconciliarsi con le proprie radici senza esserne schiacciata. Le sue estati d’infanzia a Haifa riaffiorano a intermittenza: ricordi luminosi, ma segnati da un sottofondo di violenza e precarietà. La forza del romanzo sta proprio qui: Hammad non separa mai il privato dal politico. L’identità di Sonia non può prescindere dal contesto storico e culturale che la circonda. L’autrice non cade nella retorica né nel didascalico: mostra le implicazioni emotive e concrete dell’occupazione attraverso dettagli quotidiani, relazioni familiari, sguardi, silenzi. Sono i corpi, i gesti, gli spostamenti a raccontare la realtà, più che i discorsi. La prosa risulta elegante e lucida. Hammad scrive con una sensibilità quasi cinematografica: le scene sono vive, le emozioni raccontate con precisione, mai con sentimentalismo. Il ritmo è quieto, ma costante, e costruisce un crescendo emotivo che culmina nella consapevolezza a cui Sonia arriva attraverso il teatro: non si può fuggire per sempre dai propri fantasmi, ma li si può trasformare in voce, in gesto, in una forma di verità. Entra il fantasma  è un romanzo potente, che parla di appartenenza, perdita, arte e resilienza. Un libro che attraversa lo spazio sospeso tra vita e scena, tra passato e presente, tra Palestina e diaspora. E che, soprattutto, invita a riflettere su cosa significhi davvero “entrare” nel proprio fantasma, non per lasciarsi trascinare nel buio, ma per imparare finalmente a guardarlo. Un’opera complessa, toccante, lucidissima consigliata a chi ama la narrativa densa e stratificata, capace di unire introspezione psicologica e profondità politica senza mai sacrificare la qualità della scrittura. È il libro ideale per i lettori che cercano storie di ritorni, di identità frammentate, di radici che continuano a reclamare spazio dentro di noi. Perfetto per chi apprezza romanzi ambientati nel contesto mediorientale contemporaneo, per chi ama le opere che intrecciano teatro e vita, e per chi desidera una lettura che non intrattiene soltanto, ma invita a pensare, a interrogarsi, a restare nelle sfumature. Un romanzo da consigliare a chi predilige la letteratura impegnata, emotivamente intensa, capace di lasciare un’eco lunga dopo l’ultima pagina. Alcune note su Isabella Hammad Isabella Hammad è una scrittrice di origini palestinesi nata a Londra. Tra le penne migliori della sua generazione per la prestigiosa rivista Granta e per il National Book Award, con Entra il fantasma , in corso di traduzione in oltre quindici paesi, libro dell’anno per il Times , il Sunday Times , il New York Times , il Washington Post e Vulture , ha vinto l’Aspen Words Literary Prize e il premio The Bridge, ed è stata finalista al Women’s Prize for Fiction. I suoi testi sono stati pubblicati, tra gli altri, dal New York Times e dalla Paris Review . TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #maurizia_balmelli, #isabella_hammad, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Tennis partner (Abraham Verghese)

RECENSIONE: Tennis partner (Abraham Verghese)

Autore: Abraham Verghese Traduttore: Luigi Maria Sponzilli Editore: Neri Pozza, 2025 Pagine: 416 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 21.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://neripozza.it/libro/9788854530584 Trama Il medico si è vestito elegante per il primo giorno del suo nuovo lavoro a El Paso, Texas. Una vita nuova lo aspetta in quella città tagliata in due dalla montagna, dove si è appena trasferito con la moglie e i figli ancora piccoli. In ospedale conoscerà i suoi specializzandi, sguardi ansiosi, camici candidi, stetoscopi scintillanti. Futuri medici a cui insegnare il fondamentale rito della rilevazione del polso, il mistero complesso della diagnosi, l’infinita responsabilità della cura. Ma in questo nuovo inizio, il dottor Abraham Verghese ripone la speranza di salvare il suo matrimonio, la speranza che le parole dette e le cose accadute possano essere dimenticate. David Smith ha tante cose da dimenticare, una carriera da tennista abbandonata, una tossicodipendenza annosa punteggiata di dure riabilitazioni e ricadute rovinose, gli studi di medicina da sorvegliato speciale. Una partita di tennis diventa il primo atto di un rituale che coinvolge lo studente e il suo insegnante, con i ruoli che si invertono come in un gioco di specchi. In campo, Abraham guarda a David con ammirazione e stupore, in corsia David ascolta Abraham con rispetto e devozione. Dalla passione per il tennis che li ha avvicinati, nasce un legame cauto ma profondo, in cui due uomini soli liberano le paure, espongono le ferite, trovano sostegno l’uno nell’altro. Ma come due bambini costruiscono un castello di sabbia ignari della marea che arriverà, quando la bestia crudele si risveglia dal suo sonno, tutto ciò in cui Abraham ha creduto e per cui ha lottato rischia di finire travolto. In queste pagine di tennis e di vita, l’autore de Il patto dell’acqua racconta, con la sobrietà e il nitore di sempre, i fallimenti, le speranze, le rinascite. L’eterna battaglia dell’uomo contro la solitudine. Recensione Ci sono libri che arrivano senza fare rumore, ma che aprono spiragli profondi dentro chi legge. Tennis Partner  di Abraham Verghese è uno di quei memoir che sembrano quasi timidi nell’avvicinarsi al lettore, e invece custodiscono un’intensità rara, capace di lasciare segni sottili e duraturi. Verghese, medico e scrittore noto per il suo sguardo umano e compassionevole, racconta un periodo particolare della sua vita trascorso a El Paso, nel Texas. È lì che incontra David Smith, giovane medico in formazione: brillante, carismatico e, allo stesso tempo, fragile fino a spezzarsi. David combatte contro una dipendenza che lo trascina in un’altalena di promesse, ricadute e tentativi di rinascita. E proprio in mezzo a questa precarietà nasce un’amicizia inattesa. Il tennis, da cui il libro prende il titolo, non è solo un passatempo né un semplice pretesto narrativo. È un linguaggio comune, un terreno neutro dove entrambi possono togliersi le maschere. In campo, i ruoli sociali e professionali si azzerano: non c’è il medico affermato né il collega problematico, ci sono due uomini che provano, colpo dopo colpo, a restare in equilibrio. È qui che avviene il vero incontro, fatto di fiducia, frustrazione, complicità e vulnerabilità condivisa. Con una prosa limpida, precisa e sorprendentemente intima, lo scrittore non edulcora nulla: né le proprie fragilità, né quelle dell’amico. Racconta la dedizione, la speranza e anche l’impotenza di chi cerca di trattenere qualcuno che scivola sempre un po’ più in profondità. La sua è una scrittura che non giudica, che non vuole spiegare né risolvere: osserva, accoglie, testimonia. Ciò che colpisce maggiormente è la trasparenza emotiva dell’autore. Questo libro non è soltanto la storia della dipendenza di David: è anche il racconto di un uomo che rivede parti di sé nell’altro, che usa lo sport come forma di respiro e rifugio, e che prova a comprendere dove finiscono le responsabilità della cura e dove iniziano i confini dell’accettazione. Il risultato è un memoir di straordinaria autenticità, capace di interrogare chi legge sul significato dell’aiuto, dell’amicizia e dei limiti umani. Un libro che ricorda quanto sia difficile e prezioso restare accanto a qualcuno che lotta contro i propri demoni, e quanto queste esperienze lascino tracce profonde, talvolta dolorose, ma sempre formative. Si tratta di una lettura che consiglio a chi ama le storie vere che non cercano eroi, ma persone. A chi apprezza i memoir che si muovono sul filo sottile tra la vita professionale e quella privata. E a chi, almeno una volta, ha vissuto un legame così intenso da diventare specchio delle proprie ferite. Un libro che si chiude con lentezza e si ricorda a lungo. Perfetto per chi ama la letteratura che cura, anche quando fa male. Alcune note su Abraham Verghese Abraham Verghese, dopo il diploma allo Iowa Writers’ Workshop, nel 1994, ha esordito con My Own Country , finalista al NBC Award. È scrittore, medico, docente e vicepresidente del Dipartimento di Medicina presso la Stanford School of Medicine. Ha ricevuto la National Humanities Medal, cinque lauree honoris causa ed è membro della National Academy of Medicine e dell’American Academy of Arts & Sciences. Presso Neri Pozza sono apparsi, con gran successo di pubblico e di critica, i romanzi Il patto dell’acqua (2023), scelto da Oprah Winfrey per il suo Bookclub, e La porta delle lacrime (2024). Il memoir Tennis Partner , uscito in America nel 1998, è stato un New York Times Notable Book. TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #luigi_maria_sponzilli, #abraham_verghese, #voto_quattro

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RECENSIONE: Dalla montagna perduta (Pierre Jourde)

RECENSIONE: Dalla montagna perduta (Pierre Jourde)

Autore: Pierre Jourde Traduttore: Silvia Turato Editore: Prehistorica Editore, 2025 Pagine: 176 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 17.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.prehistoricaeditore.it/libro/9788831234436 Trama Lei è la, dappertutto. Tanto ci sovrasta e disorienta. Mondo sopra il mondo. Al limitar del bosco, sul ciglio di un burrone, dove le cose sono e possono smettere di essere. La roccia – lo sa il narratore Pierre Jourde – diventa terreno fertile per il grande pensatore di montagna, che si perde nella natura per poi ritrovarsi, ora in armonia ora come corpo estraneo. Prehistorica presenta un libro inedito (in anteprima mondiale), con cui rilancia il “ciclo della montagna” di Jourde, che dalle vette dell’Alvernia ha sempre tratto ispirazione, a partire dal fortunato romanzo Paese perduto (2019) per arrivare al più recente Il Viaggio del divano letto (2024). Capitolo dopo capitolo, Jourde canta la montagna da par suo, senza sconti né riserve. Racconta la montagna tutta, in tutte le sue sfaccettature, con quanto ha di rassicurante e di sconvolgente. Recensione Ci sono libri che non si limitano a raccontare una storia, ma aprono una soglia: quella della memoria, dei luoghi che ci hanno formati e che, pur restando immutabili nella nostra immaginazione, cambiano inesorabilmente nel tempo reale. L'ultima pubblicazione italiana di Pierre Jourde appartiene a questa categoria. È un testo che non cerca l’effetto, che non rincorre la narrazione drammatica o l’intreccio serrato, ma che invita il lettore a un percorso più intimo, quasi meditativo. La premessa narrativa è semplice: Jourde torna nel villaggio montano dell’Alvernia in cui ha passato la sua infanzia. Ma il ritorno non è quello nostalgico e pacificato a cui certa letteratura contemporanea ci ha abituati. È un viaggio brusco, spigoloso, talvolta persino ostile, verso un mondo che si rivela contemporaneamente remoto e familiare, vivo e fantasmatico. La “montagna perduta” del titolo non è un luogo da cartolina: è uno spazio interiore ferito, una geografia emotiva che l’autore affronta con la lucidità di chi ha deciso di non indietreggiare davanti ai propri ricordi. Jourde osserva la sua comunità di origine, un pugno di case sparse tra i pascoli, una popolazione che vive secondo abitudini dure, scandite da cicli agricoli e rapporti sociali minimi, con uno sguardo che alterna tenerezza e crudeltà. Non idealizza la vita rurale, non costruisce un mito della semplicità: al contrario, mostra quanto quel mondo fosse segnato da diffidenze, miserie, silenzi invincibili. Eppure, proprio nel modo implacabile con cui ne descrive i tratti emerge una forma di attaccamento autentico, un affetto trattenuto che rende il libro tanto più vero. Uno dei passaggi più incisivi del testo riguarda la trasformazione dei luoghi. Il ritorno di Jourde non è solo fisico: è l’occasione per constatare ciò che si è perso, ciò che è cambiato e ciò che resiste. Il villaggio appare come un organismo terminale, che sopravvive pur vibrando di un’energia residua. Le case abbandonate, i paesaggi modificati dal tempo e dalle nuove generazioni, gli abitanti invecchiati o scomparsi diventano simboli della fragile continuità tra passato e presente. Qui la scrittura dell'autore francese si fa tagliente e poetica insieme: ogni dettaglio, ogni oggetto, ogni volto osservato sembra contenere una domanda sul senso dell’appartenenza. In questo libro lo scrittore non si limita a raccontare un ritorno: costruisce una riflessione ampia sul rapporto tra identità e territorio. La montagna non è solo un contesto, ma un personaggio, un'entità che plasma e deforma chi la abita. È un microcosmo che custodisce una cultura destinata a scomparire, e che proprio per questo assume un valore quasi archeologico. Jourde scrive come se temesse che, non fissandola sulla pagina, questa realtà potesse dissolversi per sempre. La forza di Dalla montagna perduta  risiede nella sua duplice natura: è un memoir personale, ma anche un saggio implicito sulla memoria collettiva. È impregnato di malinconia, ma senza cedere mai alla retorica. Ciò che rimane impressa al lettore è la capacità dell’autore di far coesistere intimità e distanza, emozione e analisi. La prosa, precisa e asciutta, genera un ritmo che avvolge, e che trasforma un piccolo villaggio dell’Alvernia in un luogo universale, riconoscibile da chiunque abbia conosciuto la sensazione di un passato che non smette di chiamare. Si tratta di un libro essenziale nella sua brevità, ma profondamente stratificato. Si legge come un viaggio verso un’origine, ma anche come il gesto di un uomo che vuole fare pace con ciò che resta e con ciò che manca. È una lettura che chiede attenzione, che invita a rallentare, ma che ripaga con pagina dopo pagina di una sincerità rara. Consigliato a chi ama la letteratura capace di scavare, e per chi sa riconoscere la potenza narrativa dei luoghi, soprattutto di quelli che continuiamo a portare dentro di noi. Alcune note su Pierre Jourde Pierre Jourde è nato a Créteil nel 1955, ma la sua famiglia è originaria della remota regione dell’Alvernia, tra le montagne evocate in Paese perduto , La Prima pietra e Il Viaggio del divano letto . Ha un debole per la boxe e la metafisica. Nel panorama letterario francese è una delle voci più autorevoli, probabilmente la più schietta e coraggiosa in assoluto. Si è sempre distinto per una sorprendente varietà di ispirazione, che gli ha permesso di spaziare dal romanzo al racconto, per arrivare al memoir, alla poesia e al saggio filosofico. Ha ottenuto numerosi premi, tra cui spiccano il Prix Renaudot Des Lycéens, il Prix Jean Giono e il prestigiosissimo Grand Prix De L’Académie Française. È docente di letteratura francese presso l’Università di Grenoble III. In Francia, viene pubblicato da Gallimard. Tutte le opere di Pierre Jourde in Italia sono pubblicate da Prehistorica Editore. TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #silvia_turato, #pierre_jourde, #voto_quattro

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RECENSIONE: Nostra solitudine (Daria Bignardi)

RECENSIONE: Nostra solitudine (Daria Bignardi)

Autore: Daria Bignardi Editore: Mondadori, 2025 Pagine: 168 Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 19.00 (cartaceo), € 12.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.mondadori.it/libri/nostra-solitudine-daria-bignardi/ Trama Come si fa oggi a stare nel mondo? In questo mondo. A trovare un modo, un posto adatto a noi che siamo consapevoli di essere privilegiati ma dobbiamo fare i conti anche coi nostri, di traumi, piccoli o grandi, oltre che con quelli giganteschi di chi è sotto le bombe, di chi è oppresso, povero, svantaggiato. Ci si vergogna a dire che ci si sente soli, ma lo siamo sempre di più. Daria Bignardi lo dice con sincerità, ironia, coraggio. Sente che la solitudine può essere una prigione ma anche un posto da cui ascoltare il battito del cuore del mondo. Il mondo la chiama e lei parte. Va in Cisgiordania, a Hebron, a parlare coi prigionieri palestinesi rilasciati nell'ultimo scambio. A At-Tuwani, il villaggio di No Other Land, conosce i volontari internazionali che ogni giorno accompagnano a scuola i bambini perché i coloni non gli sparino addosso. È a Gerusalemme, nella Chiesa del Santo Sepolcro, il giorno in cui muore Papa Francesco. Va in Vietnam, l'unico paese che ha sconfitto gli Stati Uniti, dove scopre quanto è inquinato il Mekong. Assiste all'operazione al cuore di un neonato in Uganda. Vuole lasciare i social media perché intuisce che lì dentro c'è qualcosa che sfrutta malignamente la nostra solitudine, ma non riesce a rinunciare alla partita quotidiana a Wordle con le nipoti, al cazzeggio con le amiche, a flirtare con gli amanti. Morde la solitudine con passione. Capirà cosa cerca nello sguardo di un gorilla che incontra in Uganda e di tutti gli animali che incrocia sulla sua strada: i cani Giulio, Fix, Brillo, i gatti, le galline, un pappagallo. Nonostante racconti le oppressioni del nostro presente - globalizzazione, occupazione, guerra, patriarcato - questo è un libro intimo e personalissimo, pieno di felice tormento, che riesce a fare quel che si auspica faccia la letteratura: dare parole a qualcosa che non riusciamo a vedere ma sentiamo incombere. Senza appesantire il fantasma che evoca, senza togliergli magia. Recensione Con Nostra solitudine , Daria Bignardi aggiunge un tassello particolarmente intimo e riflessivo al suo percorso narrativo. È un libro che interroga più che raccontare, che attraversa paesaggi esteriori per illuminare quelli interiori. La solitudine, come suggerisce il titolo, è la lente attraverso cui osservare sé stessi, gli altri e il mondo. Bignardi costruisce una narrazione che fonde esperienze personali e osservazioni sul presente. Non si limita a parlare di sé: mette in relazione ciò che vive, sente o teme con storie più grandi. I suoi viaggi, dall’Uganda alla Cisgiordania fino al Vietnam, non hanno la funzione dell’esotismo narrativo, ma quella dell’ascolto. Ogni incontro diventa uno specchio che amplifica o incrina la percezione del mondo. Una delle qualità più riconoscibili dell’autrice è la sua capacità di raccontare la fragilità con misura, senza cadere nel sentimentalismo. La sua voce è onesta, limpida, a tratti ironica. C’è una costante consapevolezza del limite, delle parole, dei legami, del tempo, ma anche la volontà ostinata di cercare un senso, di rimanere vigili, presenti. La narrazione alterna momenti di leggerezza quotidiana a pagine più meditate, che culminano nella domanda chiave del libro: come si fa a stare nel mondo quando il mondo sembra continuamente sgretolarsi? Un elemento suggestivo del testo è il ruolo degli animali come figure simboliche e specchi emotivi. Il gorilla incontrato in Uganda, così come cani, gatti e altre presenze silenziose, diventa un controcampo che rimette in discussione lo sguardo umano. Sono presenze che aprono prospettive, che semplificano ciò che spesso complicano le parole. La struttura del libro è frammentata, mobile, fatta di ricordi, riflessioni, dialoghi, impressioni. Una composizione che rispecchia il modo reale in cui spesso pensiamo e viviamo: non linearmente, ma per lampi, connessioni, ritorni. È una forma che richiede al lettore attenzione e disponibilità, ma che proprio per questo permette una lettura profondamente immersiva. Al centro rimane un interrogativo che ci appartiene tutti: come si convive con la solitudine? Bignardi non propone soluzioni facili. Mostra invece che la solitudine può essere dolore, ma anche un territorio fertile, un luogo da abitare con sincerità, una soglia da cui ripartire. Nostra solitudine è un libro che non si legge soltanto: si attraversa. È un viaggio emotivo e intellettuale che chiede di essere accompagnato con calma e restituisce, in cambio, una nuova luce su sé stessi e sugli altri. Un libro che consiglio a chi ama la letteratura introspettiva, capace di scandagliare l’interiorità senza compiacimenti e a chi apprezza la narrativa che unisce viaggio e riflessione, trasformando gli spostamenti in dialoghi interiori. Alcune note su Daria Bignardi Daria Bignardi, nata a Ferrara, da molti anni vive a Milano. Ha pubblicato per Mondadori i romanzi Non vi lascerò orfani (premio Rapallo, premio Elsa Morante, premio Città di Padova), Un karma pesante , L’acustica perfetta , L’amore che ti meriti , Santa degli impossibili , Storia della mia ansia e Oggi faccio azzurro . Nel 2022 è uscito per Einaudi il suo personal essay Libri che mi hanno rovinato la vita e nel 2024, per Mondadori, Ogni prigione è un’isola (premio Rapallo Saggistica). I suoi libri sono grandi successi tradotti in molte lingue. TAG: #narrativa_italiana, #narrativa_moderna_contemporanea, #daria_bignardi, #voto_quattro

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RECENSIONE: Sull'eguaglianza di tutte le cose. Lezioni americane (Carlo Rovelli)

RECENSIONE: Sull'eguaglianza di tutte le cose. Lezioni americane (Carlo Rovelli)

Autore: Carlo Rovelli Editore: Adelphi, 2025 Pagine: 214 Genere: Saggi, Fisica Prezzo: € 15.00 (cartaceo), € 7.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.adelphi.it/libro/9788845940293 Trama La scienza del XX secolo ha modificato per sempre la nostra comprensione della realtà, anche se siamo ben lontani dal poter affermare che questa realtà abbia un senso (forse non accadrà mai). Eppure, è grazie alla meccanica quantistica che il pensiero può dirsi per la prima volta libero di percorrere «strade veramente ignote». A coltivare quello shock permanente, fatto di «stupore e vertigine», è Carlo Rovelli che, dalle «Sette brevi lezioni di fisica», con leggerezza si muove fra gli abissi speculativi della relatività quantistica, senza paura di toccarne il fondo – anche perché quel fondo, secondo lui, non esiste. «Elettroni e mente, sassi e leggi, giudizi e galassie non sono di natura essenzialmente diversa gli uni dagli altri. Sono nozioni che si illuminano a vicenda». Di questo continuo gioco di specchi è fatto il mondo, e per comprenderlo in tutta la sua complessità, per vederne la coerenza e «sentire che è la nostra casa», scrive Rovelli, bisogna fare un salto ulteriore e accogliere l’incertezza che è al cuore della conoscenza, quella che porta all’«eguaglianza di tutte le cose». Come il personaggio di un racconto del «Zhuangzi» – uno dei grandi libri dell’antichità – che dopo aver sognato di essere una farfalla «svolazzante e soddisfatta della sua sorte» non sa più se è stato lui a sognare la farfalla o è la farfalla a sognare lui. Recensione In questo saggio Carlo Rovelli torna a fare ciò che gli riesce meglio: trasformare concetti scientifici complessi in meditazioni limpide, accessibili e profondamente umane. Questo breve testo, nato da una serie di lezioni, possiede la struttura di un discorso orale e la densità di un pensiero maturato lungo anni di ricerca, letture e confronti. È un libro che appartiene al territorio di confine tra fisica, filosofia e letteratura, un luogo che Rovelli frequenta con naturalezza. Il punto di partenza del libro è una proposta tanto ardita quanto essenziale: il mondo non è costruito da cose stabili, ma da relazioni. Ciò che chiamiamo “oggetti”, “entità”, “elementi fondamentali” è in realtà un modo comodo di organizzare la realtà, non la realtà stessa. Rovelli ci guida dentro l’idea che non esista un fondamento ultimo, una radice definitiva da cui tutto discende. Piuttosto, ogni cosa, dalle particelle elementari ai pensieri, dagli organismi ai sistemi planetari, esiste in virtù dei legami che intrattiene. Questa prospettiva, che affonda le sue radici nella fisica contemporanea, diventa nel saggio un’occasione per riflettere sul nostro modo di conoscere: siamo davvero certi di aver bisogno di una base solida e immutabile per spiegare il mondo? O forse il movimento, la relazione e l’interdipendenza sono parte integrante della realtà e anche del pensiero umano? Rovelli intreccia la fisica quantistica alle grandi domande della filosofia senza mai appesantire il discorso. Non c’è la presunzione di “spiegare tutto”, ma l’onestà di chi riconosce che il sapere è un cantiere aperto. Il saggio restituisce la sensazione di un pensiero dinamico, che non pretende di concludere, quanto piuttosto di aprire possibilità. Lo stile è quello tipico dell’autore: essenziale, preciso, ma capace di immagini che restano impresse. Pur spiegando concetti profondi, il fisico non rinuncia a una forma di leggerezza che non è superficialità, ma una vera fiducia nella chiarezza e nella curiosità del lettore. Uno dei nuclei più affascinanti del libro è la riflessione sul tempo e sulla nostra esperienza di essere liberi. Se tutto nel mondo è relazione e cambiamento, allora anche ciò che noi percepiamo come qualcosa di “dato”, l’identità personale, le nostre idee, i nostri giudizi è il risultato di un intreccio di processi e relazioni. Da qui nasce una visione del tempo che non è quella lineare e assoluta delle nostre aspettative quotidiane, ma una dimensione più fluida, intrecciata agli eventi e alla nostra percezione. Le pagine dedicate a questo tema hanno la forza di rimettere in discussione ciò che diamo per scontato e al tempo stesso la delicatezza di non imporre mai una conclusione definitiva. Più che un trattato, questo libro è un invito. Invita a guardare con occhi nuovi il rapporto tra noi e la realtà, tra l’essere umano e la natura, tra sapere e incertezza. Invita persino a riconoscere che l’assenza di un fondamento ultimo non è un difetto del mondo, ma una delle sue forme più profonde di bellezza. Ne emerge una visione che non è né riduzionista né spiritualista: è un tentativo di pensare il mondo senza forzarlo dentro categorie troppo strette. Rovelli non distrugge la complessità: la accetta, la abita, la racconta. Un libro che consiglio a chi ama i libri che mescolano scienza e filosofia senza irrigidirsi in nessuna delle due e a chi apprezza una scrittura capace di unire rigore e poesia. Alcune note su Carlo Rovelli Carlo Rovelli è laureato in Fisica all’Università di Bologna, ha poi svolto il dottorato all’Università di Padova. Ha lavorato nelle Università di Roma e di Pittsburgh, e per il Centro di Fisica teorica dell’Università del Mediterraneo di Marsiglia. Ha introdotto la Teoria della gravitazione quantistica a loop, attualmente considerata la più accreditata in ambito fisico. Si è dedicato anche alla storia e alla filosofia della scienza con il libro Che cos'è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro  (Mondadori Università, 2011). Tra gli altri suoi libri, Che cos'è il tempo? Che cos'è lo spazio?  (Di Renzo Editore, 2010), La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose  (Raffaello Cortina Editore, 2014), Sette brevi lezioni di Fisica  (Adelphi, 2014), Helgoland (Adelphi, 2020), Relatività generale  (Adelphi, 2021). Nel 2023 è uscito, sempre per le edizioni Adelphi, Buchi bianchi. Dentro l'orizzonte , entrato immediatamente ai primi posti delle classifiche di vendita. Nel 2025 è uscito Sull'eguaglianza di tutte le cose. Lezioni americane. TAG: #saggi, #fisica, #carlo_rovelli, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Principi zen per la vita quotidiana e la ricerca spirituale (Tetsugen Serra)

RECENSIONE: Principi zen per la vita quotidiana e la ricerca spirituale (Tetsugen Serra)

Autore: Tetsugen Serra Editore: Astrolabio Ubaldini, 2025 Pagine: 198 Genere: Spiritualità Prezzo: € 18.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://astrolabio-ubaldini.com/libro/1620 Trama I princìpi del Bodhisattva, che insegnano la via della trasformazione interiore e della compassione, sono una guida per creare una società più umana e solidale. L'esercizio dell'altruismo, non soltanto per i praticanti zen ma per tutti, serve a ridurre il senso di separazione che caratterizza la vita contemporanea, favorendo una maggiore armonia tra gli individui e nell'intera rete sociale. Recensione Questo è uno di quei libri che riescono a unire semplicità e profondità in modo sorprendente. Tetsugen Serra, monaco zen italiano con un lungo percorso di pratica e insegnamento, offre al lettore una guida che non si limita a spiegare concetti teorici: li rende vivi, applicabili, quotidiani. Fin dalle prime pagine si percepisce la sua voce calma, autorevole ma mai dogmatica. Serra non vuole convincere, né imporre una visione: invita. Invita a rallentare, a respirare, a osservare la realtà così com’è, senza sovrastrutture mentali, senza aspettative e senza quel continuo giudizio che spesso appesantisce la nostra esperienza del mondo. Il pregio principale del libro sta proprio nella sua concretezza. I principi zen vengono calati in situazioni reali: il momento del risveglio, la preparazione del cibo, la gestione della rabbia, il rapporto con gli altri, il silenzio, la cura delle proprie emozioni. Nulla è astratto: ogni pagina suggerisce un modo nuovo (e insieme antichissimo) di stare nel presente. Ciò che colpisce è l’equilibrio tra spiritualità e pragmatismo. Serra ci ricorda che l’illuminazione non è un evento mistico riservato a pochi, ma una serie di piccoli risvegli quotidiani. La spiritualità diventa un modo di guardare il mondo, un allenamento dello sguardo che può trasformare le nostre giornate senza la necessità di cambiare vita, lavoro o abitudini. Basta imparare a esserci davvero. Il testo è strutturato in capitoli brevi, quasi meditativi. La lettura procede con lentezza naturale, fatta di pause e riflessioni, come se ogni paragrafo avesse bisogno di un piccolo silenzio per sedimentare. La scrittura è limpida e gentile, ma non priva di potenza: Serra sa utilizzare immagini capaci di aprire un varco nel lettore, portandolo inevitabilmente a porsi domande e ad ascoltare con più attenzione ciò che avviene dentro di sé. Uno degli aspetti più piacevoli del libro è la sua capacità di accecare la complessità. Senza mai banalizzare, l'autore restituisce allo zen la sua essenza originaria: la ricerca della semplicità come via verso la libertà interiore. È una semplicità che non toglie, ma svela; non riduce, ma illumina. Nel complesso, “Principi zen per la vita quotidiana e la ricerca spirituale” è un testo che può accompagnare nel tempo: un libro da leggere, lasciare riposare e poi riprendere. Ogni lettura offre una nuova sfumatura, perché cambia insieme al lettore. Consiglio questo testo a chi chi desidera avvicinarsi allo zen senza tecnicismi o testi troppo complessi e a chi cerca strumenti concreti per ritrovare equilibrio, presenza e serenità. Alcune note su Tetsugen Serra Tetsugen Serra, nato a Milano nel 1953, è monaco zen della tradizione Sōtō da oltre quarant’anni. Ordinato presso il monastero Tosho-ji di Tokyo, ha poi fondato sei templi in Italia, di cui oggi è Maestro spirituale. Membro del consiglio direttivo dell’Unione Buddhista Italiana, tra i firmatari del Manifesto religioso italiano per la pace , è docente nel Master in Contemplative Studies dell’Università di Padova. Insegnante di shiatsu dal 1988, ha ideato un metodo per impiegare questa disciplina come pratica zen. Negli ultimi anni ha messo a punto un percorso per laici basato su seminari, conferenze e gruppi di consapevolezza che fondono insegnamenti zen e psicologia cognitiva. Ha pubblicato numerosi libri sulla meditazione e sullo zen. TAG: #spiritualità, #tetsugen_serra, #voto_quattro

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RECENSIONE: San Francesco (Alessandro Barbero)

RECENSIONE: San Francesco (Alessandro Barbero)

Autore: Alessandro Barbero Editore: Laterza, 2025 Pagine: 448 Genere: Saggi, Biografie, Cristianesimo Prezzo: € 20.00 (cartaceo), € 12.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858155325 Trama Nel 2026 saranno 800 anni dalla morte di san Francesco, uno dei più popolari fra i santi della Chiesa cattolica. Tutti crediamo di conoscerlo, ma niente è mai come ci immaginiamo. Le più antiche biografie di Francesco furono scritte da frati che l’avevano conosciuto da vicino. Perciò potremmo credere, ingenuamente, che le informazioni di cui disponiamo su di lui siano non solo molto numerose ma sicure. Non è così. I testimoni si contraddicono continuamente: chi li ascoltava non amava ricordare che Francesco era stato un uomo pieno di durezze e di contraddizioni, che aveva sperimentato la delusione e la sconfitta. Volevano ricordare un santo perfetto in tutto, privo di dubbi e di amarezze e, in definitiva, simile a Cristo. Era tale il contrasto tra le versioni di san Francesco proposte dai suoi biografi che, quarant’anni dopo la sua morte, l’Ordine prese una decisione senza precedenti: far distruggere tutte le biografie esistenti e sostituirle con una nuova e definitiva, la Legenda maior scritta dal generale dell’Ordine, Bonaventura. I codici contenenti le vite del santo scritte da chi lo aveva conosciuto vennero cercati nelle biblioteche e fatti sparire. Solo dopo secoli hanno cominciato a riemergere dall’oblio grazie a fortunati ritrovamenti, rivelandoci un Francesco molto diverso. Non il santo sempre lieto che parlava agli uccellini, raffigurato negli affreschi di Giotto ad Assisi, il santo che ammansiva i lupi, precursore dell’ecologismo moderno, che discuteva amichevolmente con i musulmani, precursore del pacifismo e dell’ecumenismo. Non è questo il Francesco che i suoi discepoli ci hanno raccontato. Il Francesco che emerge dai loro ricordi è un uomo tormentato, duro, capace di gesti dolcissimi e di asprezze inaspettate. Ma soprattutto non raccontano un solo Francesco perché ognuno lo ricordava a suo modo. E dunque? Chi è stato davvero quest’uomo straordinario? Recensione Con San Francesco, Alessandro Barbero torna a confrontarsi con una delle figure più iconiche e complesse della storia europea. Dopo aver raccontato battaglie, re e imperatori, lo storico piemontese sceglie di dedicarsi a un uomo che, pur rinunciando a tutto, ha lasciato un’impronta indelebile nella cultura occidentale. Ma, come sempre nel suo metodo, Barbero non si accontenta del mito: scava nelle fonti, smonta le narrazioni più comode e ci restituisce un Francesco d’Assisi vivo, umano, contraddittorio e incredibilmente moderno. Il merito principale del libro sta nel sottrarre San Francesco all’immagine edulcorata del “poverello gentile che parla agli animali”, restituendolo alla sua realtà storica. Barbero ci guida attraverso le biografie antiche, i documenti d’epoca e le testimonianze dei primi confratelli, mostrando come il volto del santo sia stato modellato, nel corso dei secoli, da esigenze teologiche e istituzionali. Ne emerge una figura inquieta e radicale: un giovane mercante che abbandona ogni sicurezza per inseguire un ideale di povertà assoluta; un uomo che rifiuta non solo la ricchezza, ma anche il potere e la gerarchia. Francesco è un ribelle spirituale, in lotta con se stesso e con la società del suo tempo, capace di sfidare la Chiesa pur restando dentro di essa. Come in ogni suo libro, Barbero riesce a fondere rigore e chiarezza. Ogni capitolo alterna l’analisi delle fonti alla narrazione vivace degli eventi, rendendo accessibile anche la complessità del contesto medievale. Non mancano le riflessioni sul mondo francescano nascente, sui conflitti interni tra i seguaci del santo, sulle difficoltà di conciliare l’utopia della povertà con la necessità di un ordine riconosciuto da Roma. Il tono resta sempre quello che i lettori già conoscono e apprezzano: preciso, ironico, privo di retorica. Anche nei passaggi più densi, la scrittura mantiene un ritmo narrativo che avvicina il saggio alla biografia letteraria. Uno degli aspetti più affascinanti del libro è la sua capacità di parlare al presente. Lo storico più famoso d'Italia mostra come la radicalità di Francesco non appartenga solo al Medioevo, ma interroghi ancora oggi la nostra idea di libertà, di fede e di giustizia. In un’epoca dominata dal consumo e dall’individualismo, la scelta di spogliarsi di tutto per vivere in comunione con gli altri e con la natura acquista una forza nuova, quasi provocatoria. Il Francesco dipinto in questo volume è un uomo reale: fragile, ostinato, capace di entusiasmi e di delusioni. E proprio per questo, più vicino a noi di quanto pensassimo. Un libro consigliato a chi ama la storia raccontata con passione e intelligenza, a chi apprezza il metodo di Barbero, sempre attento alle fonti ma capace di costruire un racconto avvincente. È perfetto per chi vuole superare l’immagine stereotipata del santo e scoprire la sua vera dimensione umana e spirituale. Lo ameranno gli appassionati di biografie storiche, gli studenti di storia medievale, ma anche chi semplicemente cerca un libro capace di far riflettere sul rapporto tra fede, povertà e libertà. Un saggio che si legge come un romanzo, e che lascia nel lettore una domanda: cosa significa davvero vivere secondo ciò in cui si crede? Alcune note su Alessandro Barbero Alessandro Barbero ha insegnato Storia medievale presso l’Università del Piemonte Orientale. Ha vinto il Premio Strega nel 1996 con il romanzo storico Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo , ha collaborato per molti anni con il programma Superquark di Piero Angela e i suoi podcast sono tra i più seguiti. Tra le sue molte opere per Laterza: Dizionario del Medioevo (con C. Frugoni); Medioevo. Storia di voci, racconto di immagini (con C. Frugoni); Carlo Magno. Un padre dell’Europa ; La battaglia. Storia di Waterloo ; 9 agosto 378 il giorno dei barbari ; Barbari. Immigrati, profughi, deportati nell’impero romano ; Benedette guerre. Crociate e jihad ; Lepanto. La battaglia dei tre imperi ; Donne, madonne, mercanti e cavalieri. Sei storie medievali ; Le parole del papa. Da Gregorio VII a Francesco ; Caporetto ; Dante ; L’aristocrazia nella società francese del Medioevo ;  All’arme! All’arme! I priori fanno carne! . TAG: #saggi, #biografie, #cristianesimo, #alessandro_barbero, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Hotel Imperial 1946 (Tommaso Percivale)

RECENSIONE: Hotel Imperial 1946 (Tommaso Percivale)

Autore: Tommaso Percivale Editore: Einaudi Ragazzi, 2025 Pagine: 320 Genere: Narrativa italiana, Narrativa per ragazzi Prezzo: € 12.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.edizioniel.com/prodotto/hotel-imperial-1946-9788866568926/ Trama 1946. Un hotel di lusso in cui si incrociano ricchi, potenti, rivoluzionari e spie. E dove si incontrano tre giovani, all’alba di una scelta che cambierà l’Italia... Un libro di narrativa per ragazzi dai 12 anni. Una storia che racconta i valori fondanti della nostra Repubblica e la lotta per la libertà e la democrazia. Un racconto avvincente sulla nascita dell'Italia democratica. Età di lettura: da 12 anni. Recensione Ci sono libri che ti prendono per mano e ti conducono in un’epoca lontana, ma con un’intensità così reale da farti dimenticare di essere nel presente. Questo libro è uno di quei romanzi che non si limitano a raccontare la storia: la fanno respirare, la rendono viva, la trasformano in emozione pura. Siamo nel 1946. La Seconda guerra mondiale è appena finita, ma la pace è ancora un concetto fragile, quasi un’illusione. L’Europa intera cerca di rialzarsi, di ricostruire non solo città e strade, ma soprattutto coscienze e verità. In questo scenario di confusione e rinascita, Percivale sceglie un luogo simbolico e potentissimo: l’Hotel Imperial di Vienna. Un edificio maestoso, elegante, ma pieno di ombre. Tra le sue stanze si intrecciano vite e destini: giornalisti, spie, reduci, persone comuni che cercano un senso dopo la distruzione. Tutti cercano qualcosa — giustizia, pace, redenzione, o semplicemente la possibilità di ricominciare. L’hotel diventa così un microcosmo del dopoguerra, un luogo dove il mondo sembra essersi fermato per riprendere fiato prima di voltare pagina. Tommaso Percivale riesce, con una scrittura limpida, precisa e mai fredda, a rendere tangibile la tensione di quegli anni. La sua prosa è asciutta ma evocativa, capace di far rivivere la Vienna del 1946 in tutta la sua bellezza ferita: il profumo del caffè nei salotti, le voci che si abbassano nei corridoi, la neve che cade leggera su una città che porta ancora i segni della guerra. Ogni parola sembra scelta con cura, ogni dialogo è misurato ma intenso. L'autore non ha bisogno di effetti drammatici: la sua forza è nella verità delle emozioni. I personaggi non sono eroi, ma esseri umani segnati dal passato, combattuti tra il desiderio di verità e la paura di affrontarla. Uno dei temi centrali del romanzo è la verità. In un tempo in cui le bugie erano spesso più comode delle confessioni, dire la verità diventava un atto di coraggio. Lo scrittore ci invita a riflettere su quanto sia fragile la libertà quando la verità viene messa a tacere, e su quanto sia difficile ricominciare davvero senza prima guardare in faccia il proprio passato. C’è poi la memoria, che percorre il libro come un filo invisibile. Ricordare non è solo un dovere, ma una forma di resistenza. I personaggi di questo romanzo lo sanno bene: ognuno di loro porta dentro di sé una storia che non può — o non vuole — dimenticare. E in questo, il romanzo dialoga silenziosamente con il lettore, chiedendogli di non dimenticare a sua volta. Un altro elemento potente è la speranza. Anche tra le macerie, Percivale trova sempre uno spazio per la luce. Non una speranza ingenua, ma una speranza consapevole, che nasce dal dolore e dalla fatica. È quella stessa speranza che rende il romanzo umano, vivo, autentico. Leggere questo libro significa abbandonarsi a un tempo lento, in cui le parole pesano e le emozioni si sedimentano piano. È un testo che si “sente” più che si legge: senti il freddo delle strade di Vienna, la tensione di chi non sa se fidarsi, la dolcezza dei momenti in cui l’umanità riesce ancora a emergere nonostante tutto. Un romanzo intenso, elegante e necessario che parla di passato, ma che ha moltissimo da dire anche al presente: perché la ricostruzione, in fondo, riguarda sempre noi. È un invito a non smettere di cercare la verità, a non dimenticare chi siamo stati, e a credere che, nonostante tutto, esista sempre la possibilità di rinascere. Una lettura che consiglio a chi ama le storie che non si limitano a intrattenere, ma lasciano un segno. È perfetta per chi cerca un ponte tra la Storia e le emozioni, per chi vuole immergersi in un’epoca complessa e ritrovare, tra le righe, riflessioni che parlano anche al nostro presente. Alcune note su Tommaso Percivale Tommaso Percivale è nato a Ovada nel 1977, vive e scrive su un bricco isolato circondato da rocce, vento, boschi e caprioli. È uno scrittore curioso e per questo affronta generi diversi, spaziando dal romanzo storico alla fantascienza, dall’avventura al thriller. Pubblica con le più importanti case editrici italiane e i suoi romanzi sono tradotti in dodici lingue. Libertà, coraggio e ribellione sono i temi a lui più cari. Con Einaudi Ragazzi ha pubblicato nella collana «Carta Bianca» i romanzi Ribelli in fuga (con cui ha vinto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il premio «Il gigante delle Langhe», la selezione «Premio Letteratura Ragazzi» della Fondazione Cassa di Risparmio di Cento, ed è arrivato tra i finalisti del «Premio Andersen» come miglior libro oltre i 12 anni),  Più veloce del vento e Dalla montagna il tuono – Vajont Sessantatre , nonché numerosi titoli nelle collane «Grandissimi» e «Classicini». TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_per_ragazzi, #tommaso_percivale, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: La nostra luna. Come la compagna celeste della Terra ha trasformato il pianeta, guidato l'evoluzione e fatto di noi ciò che siamo (Rebecca Boyle)

RECENSIONE: La nostra luna. Come la compagna celeste della Terra ha trasformato il pianeta, guidato l'evoluzione e fatto di noi ciò che siamo (Rebecca Boyle)

Autore: Rebecca Boyle Traduttore: Laura Calosso Editore: Aboca Edizioni, 2025 Pagine: 420 Genere: Saggi, Scienza Prezzo:  € 26.00 (cartaceo), € 17.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://abocaedizioni.it/libri/la-nostra-luna/ Trama La Luna non dice nulla di sé, ma dice molto di noi. Dall’inizio dei tempi, ha determinato la vita sulla Terra e ha condotto la mente umana in uno spettacolare viaggio del pensiero ai confini della meraviglia, del potere, della conoscenza e del mito. Lungi dall’essere un semplice ornamento appeso al cielo, la Luna custodisce la chiave per risolvere alcune delle questioni fondamentali della scienza. Influisce sulle migrazioni, la riproduzione, i movimenti delle foglie e forse anche sul flusso del sangue nelle nostre vene. Dirige la sinfonia della vita sulla Terra, dagli uomini che combattono tra loro – centrale il suo ruolo, ad esempio, durante la Seconda guerra mondiale – ai polipi del corallo che costruiscono la barriera corallina di Tarawa. Guida l’evoluzione fin dalle prime manifestazioni della vita, avvenute all’interno di bocche profonde dell’oceano o in piccole pozze d’acqua calda sulla battigia, dove il nutrimento dipende dalla marea. La Luna ci ha reso ciò che siamo, dalla nostra fisiologia alla nostra psicologia. Ci ha insegnato a leggere l’ora, sistema che usiamo per mettere in ordine il mondo, e ha ispirato i progetti umani in materia di religione, filosofia e scienza. In questo libro, vincitore del “Los Angeles Times” Book Prize e finalista al National Book Awards del 2024, la giornalista Rebecca Boyle riformula la storia delle scoperte scientifiche attraverso un’originalissima lente lunare, dalla Mesopotamia ai giorni nostri. Ripercorre le ricerche di astronomi come Tolomeo e gli studi di filosofi come Anassagora e Platone, fino a Kant. Rilegge la rivoluzione scientifica di Copernico, Galileo e Keplero e la narrativa lunare di scrittori come Jules Verne. Boyle esamina, insomma, la storia che lega la Terra alla Luna, dalle origini della civiltà umana agli sbarchi dell’Apollo che cambiarono per sempre l’approccio al nostro satellite. Oggi la Luna potrebbe diventare un avamposto minerario che fa gola alle grandi potenze mondiali, interessate a sfruttarne le risorse, ma a chi spetta decidere il modo in cui utilizzare una cosa preziosa, limitata, speciale, spettacolare, spirituale, condivisa da tutti? Mentre India, Cina e Stati Uniti si preparano a portare i loro astronauti sulla Luna, Rebecca Boyle ha portato la Luna sulla Terra… Recensione Vi è qualcosa di profondamente umano nello sguardo rivolto alla Luna. Da sempre la osserviamo, le parliamo in silenzio, la celebriamo nei miti e nelle poesie. Eppure, come ci ricorda l'autrice in questo saggio, la diamo per scontata, come una presenza familiare che da millenni ci accompagna, ma di cui abbiamo dimenticato la voce. Il libro di Boyle è, prima di tutto, un invito a riscoprire questa voce. Con una scrittura limpida, appassionata e insieme rigorosa, la giornalista racconta come la Luna abbia reso possibile la Terra che conosciamo e con essa la vita, la storia, e infine l’umanità stessa. Tutto comincia miliardi di anni fa, con una collisione: un corpo delle dimensioni di Marte si scontra con la Terra primordiale, e dai detriti nasce la Luna. È un evento catastrofico e creativo allo stesso tempo, un parto cosmico che dà inizio a una relazione inseparabile. Da quel momento, la Luna diventa l’architetta silenziosa del nostro mondo. Stabilizza l’asse terrestre, impedendo alla Terra di oscillare caoticamente; modula le stagioni; regola le maree. Quelle stesse maree che, secondo Boyle, potrebbero aver creato i primi ambienti favorevoli alla vita, dove l’alternanza tra acqua e terra favorì l’evoluzione di organismi sempre più complessi. La Luna, dunque, non è solo un elemento del cielo: è parte della nostra biografia planetaria. Senza di lei, forse la Terra sarebbe un pianeta instabile, ostile, o privo di quella danza ritmica che scandisce ogni respiro della vita. Il fascino di questo volume  sta nella sua capacità di attraversare con naturalezza campi molto diversi: dall’astrofisica alla biologia, dalla storia antica all’antropologia, fino alla poesia e alla politica. Boyle racconta come gli esseri umani abbiano imparato a vivere secondo i ritmi lunari, prima nelle maree, poi nei cicli mestruali, nelle semine, nelle festività religiose, nei calendari. La Luna ha dettato il tempo, il lavoro, la spiritualità. E ogni civiltà, da quella sumera a quella cinese, da quella greca agli indigeni americani, l’ha vista come una divinità, una madre, una dea del rinnovamento. Anche nelle epoche più scientifiche, la Luna non ha mai smesso di esercitare il suo fascino: Galileo la osservò per primo con il telescopio, scoprendone le montagne e i crateri; poi venne l’era delle missioni spaziali, che la resero simbolo della conquista tecnologica e, insieme, della nostra nostalgia cosmica. Boyle intreccia tutto questo in un racconto continuo, in cui il sapere e la meraviglia non si escludono mai. Uno degli aspetti più affascinanti del libro è la prospettiva: Boyle non scrive solo della Luna, ma attraverso la Luna.Usa il nostro satellite come una lente per osservare la condizione umana, la curiosità, la fragilità, il desiderio di esplorare e comprendere. Ogni capitolo mostra come la Luna sia stata una compagna costante nei momenti chiave della storia naturale e culturale: dall’origine della vita fino alla corsa allo spazio, dalle maree primordiali alle questioni etiche delle future basi lunari. C’è un equilibrio raro tra scienza e contemplazione, tra precisione e poesia. Boyle non semplifica mai, ma riesce a rendere tutto accessibile, costruendo un dialogo vivo tra ciò che è misurabile e ciò che è ineffabile. La prosa di Rebecca Boyle è luminosa come il nostro satellite. Alterna pagine più tecniche, in cui spiega con chiarezza la fisica e la geologia del sistema Terra-Luna, a passaggi quasi lirici, in cui la Luna diventa un simbolo di connessione universale. Non è un libro solo da leggere: è un libro da contemplare. Invita il lettore a fermarsi, a guardare il cielo e a riconoscere quanto la nostra esistenza sia intrecciata a quella sfera di luce sospesa nel buio. Alla fine, ci si ritrova con una sensazione di gratitudine, per la Luna, certo, ma anche per la capacità dell’essere umano di interrogarsi, di stupirsi, di cercare senso nelle stelle. Un ottimo saggio di divulgazione scientifica che ha il respiro di un racconto cosmico. Parla di fisica, di biologia, di civiltà e di futuro, ma lo fa con un tono narrativo che non dimentica mai l’emozione. È un libro che educa e incanta. Un testo consigliato a chi ama la divulgazione scientifica che va oltre i numeri e vuole capire il “perché” delle cose: genesi della Luna, evoluzione della vita, impatto sul pianeta. Alcune note su Rebecca Boyle Rebecca Boyle è editorialista di “Atlas Obscura” e collabora con “Scientific American”, “Quanta Magazine”, “The Atlantic”, “The New York Times”, “Popular Science”, “Air & Space Magazine” dello Smithsonian. È membro del blog scientifico collettivo “The Last Word on Nothing”. È stata Knight Science Journalism Fellow al MIT e ha ricevuto numerosi premi per la sua scrittura. I suoi lavori sono stati antologizzati diverse volte in The Best American Science & Nature Writing . Vive in Colorado. TAG: #saggi, #scienza, #laura_calosso, #rebecca_boyle, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: La terra d'inverno (Andrew Miller)

RECENSIONE: La terra d'inverno (Andrew Miller)

Autore: Andrew Miller Traduttore: Ada Arduini Editore: NN Editore, 2025 Pagine: 400 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 20.00 (cartaceo), € 13.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.nneditore.it/libro/9791255751007 Trama Inghilterra, primi anni Sessanta. Nell’inverno più freddo del secolo, Eric è un medico di campagna, orgoglioso delle proprie umili origini e della vita che conduce accanto alla bella e devota moglie Irene. La coppia sta per avere un figlio, ma dietro l’apparente serenità si nasconde la crisi: da qualche tempo Eric ha un’amante, una donna sposata, che accende in lui il desiderio di fuga. Ferita dalla crescente distanza dal marito, Irene trova conforto nell’amicizia con Rita, giovane sposa a sua volta in attesa, che insieme al marito Bill si è da poco trasferita da Londra nella fattoria vicina. Anche la nuova coppia è attraversata dall’inquietudine: Bill fatica a adattarsi alla vita di campagna e Rita cerca di lasciarsi alle spalle un passato che non smette di tormentarla. Nell’abbraccio della neve che cade incessante isolando le strade e le case, un fatale errore di Eric fa esplodere la tensione latente, costringendo i protagonisti ad affrontare le proprie speranze tradite. Andrew Miller racconta di una piccola comunità di persone in un momento storico in cui il passato pesa come un fardello e il futuro è una promessa di cambiamenti e libertà. E con la sapienza di un grande narratore, ne illumina sogni e illusioni, fantasmi e paure. Recensione C’è qualcosa di magnetico nel modo in cui Andrew Miller racconta il silenzio. In questo romanzo quel silenzio è fatto di neve, di respiri trattenuti, di vite che si sfiorano e si feriscono con la delicatezza di chi non sa davvero come parlarsi. Siamo nell’Inghilterra dei primi anni Sessanta, in un piccolo villaggio di campagna dove il gelo sembra arrivare prima nei cuori che nei campi. Eric è un medico, un uomo buono ma pieno di contraddizioni. Vive con la moglie Irene, che aspetta un figlio, e con lei condivide una quotidianità scandita da piccoli gesti, da visite ai pazienti e da un senso di dovere che sembra più pesante del previsto. Ma dietro quell’ordine tranquillo si nasconde una crepa: Eric ha una relazione con un’altra donna, una storia che non è solo passione, ma anche fuga da sé stesso, dal peso della vita domestica, dall’idea di essere intrappolato in un’esistenza troppo prevedibile. Intorno a loro, la neve inizia a cadere. E non smette più. È una neve che copre i campi, le strade, i pensieri. La campagna inglese si trasforma in un labirinto bianco, e in questo isolamento forzato emergono le fragilità, le colpe e i desideri dei personaggi. Accanto a Eric e Irene vivono Rita e Bill, una giovane coppia trasferitasi da Londra nella speranza di ricominciare. Ma la campagna non è l’idillio che avevano immaginato: Bill fatica ad adattarsi, Rita porta dentro di sé un’inquietudine che la neve non riesce a zittire. Tutti, in modi diversi, cercano una forma di calore, di appartenenza, di riscatto. Miller intreccia le loro vite con una maestria sottile. Non forza mai le emozioni, non alza mai la voce. Ogni gesto, ogni frase, ogni silenzio ha il peso di qualcosa che non viene detto ma che resta sospeso nell’aria, come il fiato in una stanza fredda. L’autore non racconta grandi eventi: racconta la tensione che precede un cambiamento, il momento in cui si percepisce che qualcosa sta per rompersi o forse ricomporsi. È in questi spazi sospesi che questo libro trova la sua forza. Lo stile di Miller è misurato, elegante, quasi ipnotico. Non cede mai al sentimentalismo, ma sa essere profondamente emotivo. La sua scrittura lavora per sottrazione: non descrive i sentimenti, li lascia emergere. È come guardare la neve cadere lenta, costante, inarrestabile e accorgersi che sotto quella coltre bianca qualcosa si muove, vive, brucia. La traduzione di restituisce con grande equilibrio questa voce discreta ma incisiva, mantenendo intatta la delicatezza dell’originale. Il romanzo è anche una riflessione sul cambiamento. Gli anni Sessanta rappresentano un confine sottile tra un mondo che sta finendo e uno che non è ancora cominciato. I personaggi di Miller vivono in bilico: tra la fedeltà e il desiderio, tra il senso del dovere e la voglia di libertà, tra ciò che devono essere e ciò che sentono di essere. È una tensione che si avverte in ogni pagina, e che rende il libro sorprendentemente attuale. Un altro elemento centrale è il paesaggio. La neve non è solo uno sfondo, ma un personaggio vero e proprio. È un velo che nasconde e rivela, che unisce e separa. L’inverno diventa una metafora dell’animo umano: il gelo esterno rispecchia quello interiore, ma allo stesso tempo suggerisce che, anche nel freddo più estremo, può esistere una forma di luce, una promessa di rinascita. Leggere questo volume significa lasciarsi portare in un mondo dove tutto sembra immobile eppure tutto cambia, anche se impercettibilmente. È un romanzo che chiede tempo, che si apre lentamente, come un paesaggio al mattino dopo una nevicata. Non ci sono colpi di scena, ma rivelazioni interiori; non c’è rumore, ma un silenzio denso di significato. Quando si arriva all’ultima pagina, si ha la sensazione che i personaggi continuino a vivere oltre le parole, come se li si potesse ancora intravedere tra i campi bianchi, intenti a cercare un equilibrio possibile tra la colpa e la speranza. È un libro che lascia addosso una malinconia dolce, una voglia di introspezione. Questo libro è consigliato a chi ama le storie lente e profonde, dove l’atmosfera è protagonista quanto i personaggi. Piacerà a chi apprezza la narrativa psicologica, i romanzi in cui la tensione nasce dal non detto più che dall’azione, e a chi cerca una scrittura raffinata ma accessibile. Ideale per chi, in una sera fredda, vuole perdersi in una lettura che non travolge, ma accompagna. Un romanzo da assaporare con calma, come un tè fumante davanti alla finestra mentre fuori cade la neve. Alcune note su Andrew Miller Andrew Miller è uno scrittore britannico, vive nel Somerset. I suoi libri hanno ottenuto numerosi riconoscimenti: Il talento del dolore (Bompiani 1999) ha vinto, tra gli altri, l’International IMPAC Dublin Literary Award e il Grinzane Cavour per la letteratura in lingua straniera; La terra d’inverno è stato premiato con il Walter Scott Prize, ed è entrato nella shortlist del Booker Prize 2025. NNE pubblicherà anche Ossigeno . TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #ada_arduini, # andrew_miller , #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Piccole dosi di felicità (Siri Østli)

RECENSIONE: Piccole dosi di felicità (Siri Østli)

Autore: Siri Østli Traduttore: Giulia Pillon Editore: Garzanti, 2025 Pagine: 336 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 18.60 (cartaceo), € 13.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.garzanti.it/libri/siri-ostli-piccole-dosi-di-felicita-9788811017530/ Trama Ogni mattina Kristi si sveglia in attesa dell'inaspettato. Non ha paura del cambiamento, anzi, la sua filosofia è abbracciare tutto ciò che la vita le dona. Ne è talmente convinta che prova a trasmettere il messaggio anche ai clienti del suo negozio. Ma non è stato sempre così. Quando Kristi era solo una ragazza, è rimasta incinta della figlia Iben e ha dovuto prendere le distanze dalla famiglia per costruirsi un futuro in città. Era sola e spaventata. Eppure, la sorpresa che le ha sconvolto la vita le ha insegnato ad assaporare i piccoli momenti di quotidiana felicità. Ma il presente le riserva anche qualche sgambetto. E, questo dicembre, Kristi deve affrontare una sfida in apparenza insuperabile. Come se non bastasse, la famiglia non l'apprezza, il suo fidanzato è distante e Iben, ormai adolescente, è decisa a scoprire chi è suo padre. Dopo tanti anni, Kristi sente il suo mondo vacillare. Eppure, sta per accaderle un miracolo. Non uno di quei miracoli dei film che magicamente risolvono i problemi. Uno di quelli veri, realizzati dalle persone che sanno amare e che distribuiscono gentilezze senza chiedere nulla in cambio. È proprio in quei momenti che Kristi si ricorda che l'inaspettato è da abbracciare, ma che è più facile affrontarlo stringendo la mano di chi ci sta vicino. Recensione Ci sono libri che non cercano di sconvolgerti con grandi colpi di scena, ma che riescono comunque a lasciarti un segno profondo, come una carezza che arriva all’improvviso. Questo è uno di quei romanzi che parlano piano, ma dritto al cuore. La protagonista, Kristi, vive in una piccola cittadina norvegese. Ha una figlia, Iben, avuta da ragazza, e un compagno che sembra ormai distante. Gestisce un negozio di articoli da regalo, un posto fatto di colori, oggetti semplici e persone che entrano e raccontano frammenti della loro vita. È una donna che si è costruita da sola, dopo anni difficili, e che ha imparato a non aspettarsi troppo dal mondo. Ma la vita, si sa, arriva sempre con i suoi imprevisti. Quando Iben, ormai adolescente, comincia a chiedere del padre che non ha mai conosciuto, Kristi è costretta a fare i conti con un passato che credeva di aver archiviato. E proprio da quella crepa, da quella domanda innocente e dolorosa, si riapre tutto. Siri Østli racconta questa storia con un tono intimo e delicato. Non ci sono grandi drammi o colpi di scena, ma piccoli movimenti dell’animo: un incontro inatteso, un silenzio che pesa, un gesto gentile che cambia la giornata. È un romanzo che vive di dettagli, una tazza di caffè, una lettera, una risata improvvisa e che costruisce la felicità come qualcosa di minuscolo ma reale. Le “piccole dosi” del titolo non sono un compromesso, ma un invito a riconoscere la bellezza delle cose imperfette, a non rimandare la gioia. C’è anche una forte dimensione familiare: il rapporto madre-figlia, con tutte le incomprensioni e le tenerezze del caso, è reso con grande sincerità. Kristi non è una madre perfetta, ma è autentica; e Iben, nella sua ostinazione e nella sua curiosità, diventa specchio e motore del cambiamento. Attorno a loro ruotano figure secondarie: il compagno disattento, la famiglia d’origine da cui Kristi è stata esclusa e le persone del quartiere che aggiungono colore e umanità al racconto. Lo stile dell'autrice è semplice, ma pieno di grazia. La scrittura scorre con un ritmo quieto, quasi domestico, ma mai banale. La traduzione riesce a mantenere quella leggerezza nordica che fa sembrare tutto un po’ sospeso tra malinconia e calore. Questo romanzo è, in fondo, una storia di rinascita. Non gridata, non spettacolare, ma quotidiana. È il racconto di come si può ritrovare sé stessi tra le crepe della vita, imparando che la felicità non è un traguardo, ma un gesto da ripetere ogni giorno. Un romanzo che non promette miracoli, ma ricorda che anche il più piccolo cambiamento può essere il primo passo verso la luce. Si tratta di una lettura che consiglio a chi ama i romanzi intimi, dove la vita vera entra in punta di piedi. Perfetto per chi, tra un giorno e l’altro, sente il bisogno di rallentare e ritrovare un po’ di calore. Non cambierà la vita, forse, ma potrebbe ricordare quanto sia preziosa, anche nelle sue piccole dosi. Alcune note su Siri Østli Siri Østli è laureata in letteratura francese e russa, e in psicologia. Autrice e giornalista pluripremiata in patria, vive a Oslo con il marito e cinque figlie. TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #giulia_pilon, # siri_ ø stli , #voto_quattro

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RECENSIONE: Anatomia della «Scomparsa». Sciascia, Amaldi, Majorana (Vincenzo Barone)

RECENSIONE: Anatomia della «Scomparsa». Sciascia, Amaldi, Majorana (Vincenzo Barone)

Autore: Vincenzo Barone Editore: Bollati Boringhieri, 2025 Pagine: 224 Genere: Saggi, Fisica Prezzo: € 20.00 (cartaceo), € 11.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.bollatiboringhieri.it/libri/vincenzo-barone-anatomia-della-scomparsa-9788833945606/ Trama Il 6 e il 9 agosto 1945 l'inferno atomico si scatenò sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Quelle terribili esplosioni, che uccisero in un solo accecante momento decine di migliaia di persone, rappresentano per alcuni il «peccato originale» della scienza contemporanea. Il dibattito che si accese subito dopo in tutto il mondo toccò questioni fondamentali, dall'atteggiamento dei fisici durante la guerra, alla responsabilità morale degli scienziati, ai rapporti tra scienza e potere. L'Italia si trovò in prima linea, dal momento che erano stati gli esperimenti di Enrico Fermi e dei «ragazzi di via Panisperna» a produrre inconsapevolmente la prima fissione dell'uranio ed era stato lo stesso Fermi, emigrato negli Stati Uniti dopo il Nobel, a costruire il primo reattore nucleare e a dirigere i lavori scientifici per la realizzazione della bomba. Nel 1975, a trent'anni dall'atomica, uscì il libro "La scomparsa di Majorana" di Leonardo Sciascia, e il dibattito divampò nuovamente sui giornali italiani. Prendendo spunto dalla vicenda del giovane fisico svanito misteriosamente nel nulla nel marzo 1938, Sciascia avanzava l'idea che Ettore Majorana avesse deciso di scomparire avendo presagito la bomba e non volendo macchiarsi di quel delitto. Fermi e gli altri fisici, così solerti nel portare a termine il progetto nucleare, non avevano mostrato, agli occhi dello scrittore siciliano, la stessa integrità. Al libro reagì sulla stampa Edoardo Amaldi, allievo di Fermi e amico di Majorana, dando il via a una polemica infuocata. Per Amaldi, Majorana non avrebbe avuto modo di intuire l'atomica, e l'intera vicenda del Progetto Manhattan era assai più complessa, anche dal punto di vista etico, di quanto lasciavano intendere le pagine della Scomparsa, per quanto pregevoli fossero dal punto di vista letterario. Rileggendo "La scomparsa di Majorana" e analizzando i temi del confronto a distanza tra lo scrittore e il fisico – a cinquant'anni dalla pubblicazione del libro e ottanta dalla tragedia di Hiroshima e Nagasaki –, Vincenzo Barone ci offre in questo saggio, preciso e profondo, l'«anatomia» di un'opera straordinaria e di uno dei dibattiti intellettuali più significativi del Novecento. Recensione La figura di Ettore Majorana continua a esercitare, a più di ottant’anni dalla sua misteriosa scomparsa, un fascino unico nel panorama culturale italiano. Non solo perché la sua vicenda biografica è avvolta nel mistero – un giovane scienziato che, nel 1938, sparisce nel nulla dopo aver scritto lettere di congedo enigmatiche – ma perché la sua assenza sembra racchiudere un significato simbolico più ampio, una riflessione sulla scienza, sulla coscienza e sull’enigma dell’uomo moderno. È da questa premessa che prende le mosse Vincenzo Barone, fisico teorico e divulgatore scientifico, in questo saggio. Il titolo, già di per sé eloquente, suggerisce un’analisi minuziosa, quasi forense, di un mistero che da decenni stimola la curiosità di storici, scrittori e studiosi. Ma l’"anatomia" di Barone non è un freddo smontaggio di fatti: è piuttosto un’indagine intellettuale, in cui il rigore scientifico si intreccia con la sensibilità letteraria. Il libro si struttura attorno a tre figure che, in modi diversi, hanno costruito l’immagine di Majorana: Leonardo Sciascia, Edoardo Amaldi e lo stesso Ettore Majorana. Barone sceglie di metterle in dialogo, come se ciascuna rappresentasse una prospettiva diversa su un unico evento: la scomparsa. Da una parte c’è Sciascia, lo scrittore che nel 1975, con La scomparsa di Majorana , trasformò la vicenda in una parabola morale. Per lui, Majorana non è soltanto uno scienziato fuggito, ma un uomo che sceglie di scomparire come atto di ribellione etica. In un mondo in cui la scienza si prepara a diventare potenza distruttiva, siamo ormai nell’epoca dell’atomica, Majorana rappresenta la coscienza che si ritrae, che rifiuta di essere complice. Sciascia lo eleva così a figura quasi letteraria, un simbolo dell’intellettuale che non si piega alla logica del potere. All’estremo opposto si colloca Edoardo Amaldi, amico e collega di Majorana nel gruppo di Fermi. Il suo sguardo è quello dello scienziato, pragmatico e concreto: Amaldi rifiuta ogni interpretazione romanzesca, convinto che la scomparsa di Ettore sia da ricondurre a un dramma personale, a un cedimento psicologico più che a una scelta morale. Nei suoi ricordi, Majorana appare come un uomo geniale ma fragile, incapace di adattarsi alla vita quotidiana, prigioniero delle proprie inquietudini. Infine, c’è Majorana stesso, che Barone cerca di riportare al centro del discorso. Non più come mito, né come fantasma letterario, ma come individuo reale, con le sue paure, la sua intelligenza fuori dal comune e la sua complessità emotiva. Barone lo tratteggia con delicatezza, attraverso documenti, lettere e testimonianze, cercando di restituirgli voce e umanità. Uno degli aspetti più interessanti del libro è proprio il modo in cui Barone riesce a far dialogare due linguaggi apparentemente lontani: quello della scienza e quello della letteratura. Da fisico, conosce la materia di cui parla: descrive con precisione i contributi di Majorana alla teoria dei neutrini, la sua straordinaria intuizione teorica, il rispetto che gli tributava Fermi. Ma da scrittore, Barone è consapevole che la verità di questa storia non si trova solo nei calcoli o nei documenti, bensì nella tensione tra ciò che si può conoscere e ciò che resta oscuro. Il risultato è un saggio che unisce rigore analitico e profondità narrativa. Ogni capitolo sembra costruito come un’“autopsia” dell’enigma, ma anche come una meditazione sull’assenza, sulla scelta, sulla libertà. Barone evita la tentazione del sensazionalismo, che pure accompagna spesso i racconti su Majorana, e preferisce muoversi sul terreno più fertile del dubbio. Non pretende di risolvere il mistero, ma di comprenderne le molteplici letture. L’idea di “scomparsa” diventa così, nel libro, una categoria universale. Non è soltanto la sparizione fisica di un uomo, ma anche il segno di una frattura tra conoscenza e senso, tra progresso tecnico e consapevolezza morale. In questo senso, la riflessione di Barone dialoga in modo profondo con la contemporaneità: con un mondo che produce sapere e innovazione a ritmi vertiginosi, ma spesso fatica a interrogarsi sul significato umano e etico di ciò che scopre. In una delle pagine più belle, Barone suggerisce che la scomparsa di Majorana potrebbe essere letta come un “esperimento mentale”, un gesto estremo di chi decide di sottrarsi al destino che la scienza e la società gli impongono. Un modo per affermare, paradossalmente, la propria libertà. E tuttavia, l’autore non cade mai nell’idealizzazione: riconosce anche la dimensione tragica, forse patologica, di una mente eccezionale che non trova pace né nella vita accademica né in se stessa. Lo stile dell'autore è sobrio ma elegante, capace di fondere il tono divulgativo con quello meditativo. Le sue pagine non hanno la freddezza del trattato, ma la chiarezza di chi conosce la materia e vuole renderla accessibile senza banalizzarla. Barone accompagna il lettore come un narratore paziente, disposto a spiegare ma anche a lasciare sospesi i punti più oscuri. È in questa sospensione, in questo spazio di silenzio, che il libro trova la sua forza: la consapevolezza che certi enigmi non sono fatti per essere risolti, ma per essere abitati. Questo libro non è soltanto un saggio su Majorana: è una riflessione sulla condizione del sapere contemporaneo, sul rapporto tra verità e interpretazione, tra individuo e collettività. È un libro che parla tanto agli scienziati quanto ai lettori di Sciascia, perché mostra come la conoscenza, senza coscienza, rischi di smarrire il suo senso. Lo scrittore, con la sua doppia identità di fisico e umanista, offre una prospettiva preziosa: quella di chi sa che dietro ogni formula c’è un volto, dietro ogni teoria una storia, e dietro ogni scomparsa una domanda che continua a risuonare. Alla fine della lettura, il lettore non trova una soluzione al mistero di Majorana, e forse è giusto così; ma trova qualcosa di più importante: la consapevolezza che anche l’assenza può essere una forma di presenza, che il silenzio di un uomo può continuare a interrogare generazioni intere. Consigliato a chi ama i saggi che intrecciano scienza, letteratura e filosofia; è affascinato dalle figure enigmatiche e irrisolte e cerca una lettura che stimoli tanto la mente quanto la coscienza. Alcune note su Vincenzo Barone Vincenzo Barone insegna fisica teorica presso l'Università del Piemonte Orientale. La sua ricerca riguarda la fenomenologia delle particelle elementari e, in particolare, le interazioni forti. Per Bollati Boringhieri ha pubblicato Relatività. Principi e applicazioni (2004),  L’ordine del mondo. Le simmetrie in fisica da Aritstotele a Higgs (2013) e curato l'antologia di scritti di Enrico Fermi, Atomi Nuclei Particelle (2009). TAG: #saggi, #fisica, #vincenzo_barone, #voto_quattro

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RECENSIONE: L'inizio è alla fine (David Redoschi)

RECENSIONE: L'inizio è alla fine (David Redoschi)

Autore: David Redoschi Editore: Bookness, 2024 Pagine: 230 Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 14.90 (cartaceo), € 6.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Trama La vita a volte arriva a un punto che sembra segnare la fine, ma in realtà può essere solo l'inizio di un nuovo capitolo. C'è sempre una scintilla che può accendere la consapevolezza di trovarsi su una strada diversa, ed è fondamentale riconoscere questo momento e lasciarsi guidare verso una nuova direzione, un nuovo inizio. Così, il protagonista, ormai avanti con gli anni, si trova a vivere un grande cambiamento nella sua vita, ma non lo affronta da solo: è guidato e sostenuto dall'amore e dalla tenerezza di una sorpresa che invade la sua anima: l'ingenuità e la spontaneità di un bambino, suo nipote. Questo romanzo rappresenta un manifesto al grande cambiamento che la vita può riservare. Un'opportunità per celebrare la bellezza del legame tra un nonno e suo nipote. Attraverso i loro occhi, scopriamo la magia di una connessione profonda e indissolubile. Una storia che celebra la forza trasformatrice dell'amore ricordandoci che la vita nasconde tesori inestimabili. Recensione Il libro che sto per recensire è uno di quei romanzi che non cercano di stupire, ma di accompagnare. La sua forza non sta nel colpo di scena o nell’intreccio complesso, ma nella capacità di raccontare la vita per quello che è: un susseguirsi di inciampi e rivelazioni, di finali che si travestono da inizi. Fin dal titolo, Redoschi sembra volerci avvertire che ogni chiusura, se guardata con occhi nuovi, può diventare una porta. La storia ruota attorno a Pietro, un ex dirigente ormai in pensione che vive solo in una casa troppo grande, con i giorni scanditi da abitudini sempre uguali e un senso di sconfitta che gli si è cucito addosso. La moglie, Elena, è morta da tempo, e il rapporto con la figlia Marta è diventato un dialogo rarefatto, fatto più di silenzi che di parole. È in questo spazio vuoto che arriva Luca, il nipote di dieci anni, affidato temporaneamente al nonno per alcune settimane d’estate. L’incontro tra i due è, all’inizio, goffo e imbarazzato: Pietro non sa più parlare con un bambino, non sa più ridere, mentre Luca sembra vivere in un mondo tutto suo, fatto di domande e scoperte. Una delle scene più intense è quella in cui Luca, durante una gita improvvisata al lago, chiede al nonno se “la vita finisce davvero o solo cambia forma”. È un momento semplice, ma che segna il punto di svolta del romanzo: da lì in poi Pietro comincia a guardare la propria esistenza con uno sguardo diverso. Non è una trasformazione improvvisa, ma un lento rimettersi in moto. Nelle pagine successive, lo vediamo riprendere in mano la vecchia macchina fotografica di Elena, riscoprendo la passione per le immagini che aveva abbandonato. Ogni scatto diventa una forma di dialogo silenzioso con la donna che ha amato e con la vita che, nonostante tutto, continua a chiamarlo. Redoschi ha un talento raro: racconta i cambiamenti senza enfasi, come se fossero naturali conseguenze del semplice stare al mondo. Lo stile è limpido, privo di eccessi, con frasi che spesso si chiudono in riflessioni misurate. Anche nei momenti più emotivi – come quando Pietro ritrova una lettera di Elena mai letta, o quando accompagna Luca alla stazione alla fine dell’estate – l’autore evita ogni sentimentalismo, scegliendo invece la delicatezza del non detto. Il lettore non è trascinato nel pathos, ma invitato a sentire, a riconoscere in quelle pause il peso e la bellezza dell’esistenza. Sul piano tematico, questo è un romanzo sulla rinascita interiore e sulla trasmissione invisibile tra generazioni. Luca insegna al nonno qualcosa che nemmeno sa di possedere: la curiosità, la capacità di vedere il mondo come se fosse nuovo. E Pietro, a sua volta, gli restituisce un senso di radice, di continuità. L’autore riesce a rendere questo scambio quasi sacro, senza mai spingerlo verso la retorica. Ci sono passaggi che restano nella memoria, come quando Pietro osserva il tramonto dalla terrazza e pensa: “Forse non si comincia da zero, forse si comincia da dove si è finito, ma con occhi diversi” . In quella frase c’è l’intero spirito del libro: l’idea che ogni fine, anche dolorosa, contenga già la promessa di un nuovo inizio, se si ha il coraggio di guardarla con sincerità. In definitiva, “L’inizio è alla fine” è un romanzo che parla sottovoce, ma che riesce a farsi ascoltare. È un invito a rallentare, a osservare le proprie ferite, a riconoscere che vivere non significa evitare la fine, ma accettarla come parte del cammino. Redoschi ci consegna una storia semplice e luminosa, dove la speranza non è mai gridata ma sussurrata, e proprio per questo risulta autentica. Questo libro è consigliato a chi ama le storie intimiste e introspettive, a chi cerca una lettura che faccia riflettere senza appesantire, e a chi crede che la vita offra sempre, in un modo o nell’altro, un’occasione per ricominciare. È ideale per chi apprezza autori come Baricco, De Carlo o Mazzucco, dove le emozioni nascono dai dettagli quotidiani e non dai grandi eventi. Alcune note su David Redoschi David Redoschi, nato a San Paolo in Brasile da una famiglia di origine italiana, e romano d’adozione da tanti anni, porta nelle sue pagine l’esperienza di una vita piena e appassionata. Ha vissuto in diversi paesi del mondo, insieme alla sua famiglia, una vita straordinariamente ricca di esperienze. Ha avuto una brillante carriera da manager arrivando a posizioni di alto dirigente d’azienda ma ha sempre coltivato parallelamente la sua passione per le arti, in particolare la fotografia e la musica. Ora, ha finalmente dato voce alla sua anima letteraria, scrivendo il suo primo romanzo. TAG: #narrativa_italiana, #narrativa_moderna_contemporanea, #david_redoschi, #voto_quattro

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RECENSIONE: Scaena magistra: perché mettere in scena i classici. Vitalità del teatro antico e applicazioni nella didattica delle lingue classiche. Raccolta di studi (Francesca Boldrer, Luca Lattanzi)

RECENSIONE: Scaena magistra: perché mettere in scena i classici. Vitalità del teatro antico e applicazioni nella didattica delle lingue classiche. Raccolta di studi (Francesca Boldrer, Luca Lattanzi)

Autore: Francesca Boldrer, Luca Lattanzi (a cura di) Editore: eum, 2024 Pagine: 165 Genere: Saggi, Teatro Prezzo: € 14.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://eum.unimc.it/it/catalogo/897-scaena-magistra-perche-mettere-in-scena-i-classici Trama Il volume illustra come sia possibile mettere in atto una proficua sinergia tra Università e Scuola di istruzione superiore nell’insegnamento delle lingue classiche, valorizzando l’interesse che il teatro suscita presso studenti e studentesse. Le ragioni sono legate alla volontà degli stessi autori greci e latini di rappresentare sulla scena, in forma di actio o recitatio, le proprie opere (commedie e tragedie, ma non solo), una destinazione da sostenere nella ricezione moderna anche in ambito didattico per un approccio dinamico e creativo ai testi antichi, tuttora attuali. I contributi raccolti mostrano attraverso varie prospettive e metodologie (filologiche, letterarie e didattiche) come la cultura classica possa essere percepita anche grazie al teatro come viva e familiare, portatrice di un patrimonio inestimabile di valori, a partire dall’humanitas. Recensione Questo saggio a cura di Francesca Boldrer e Luca Lattanzi unisce rigore accademico e passione per la trasmissione viva del sapere. La raccolta nasce da una convinzione profonda: i classici non devono restare chiusi nei libri, ma tornare sul palcoscenico, dove sono nati. Solo così la lingua e la cultura antica possono riprendere respiro e diventare esperienza, non solo oggetto di studio. Nell’introduzione, i curatori delineano con chiarezza la direzione del progetto: il teatro come strumento educativo e come spazio in cui la parola si fa azione. Il testo letterario, soprattutto quello greco e latino, rivela il suo senso pieno solo quando viene incarnato da una voce, da un gesto, da un corpo. È questa l’idea che attraversa tutti i contributi della raccolta, che si muovono tra riflessione teorica e sperimentazione pratica. Andrea Balbo affronta il problema dell’insegnamento del teatro latino, invitando a superare l’approccio meramente filologico per restituire ai testi la loro dimensione performativa. Plauto e Terenzio, così, diventano strumenti per imparare a parlare e a comprendere il latino in modo più naturale e vitale. Francesca Boldrer propone un’analisi originale dei rapporti tra la scena comica e la poesia bucolica e satirica, mostrando come anche in autori apparentemente lontani dal teatro, come Virgilio e Orazio, si ritrovino elementi dialogici e teatrali che animano la pagina scritta. Marcello La Matina offre invece una riflessione più filosofica sulla natura del teatro greco, inteso come “scrittura del corpo” e come luogo in cui la parola diventa azione collettiva. Nella tragedia antica, sostiene, il linguaggio è inseparabile dal gesto e dalla presenza scenica: un’idea che restituisce al teatro la sua funzione originaria di rito civile e conoscitivo. La parte più innovativa del volume è forse quella dedicata alla sperimentazione didattica. Angela Carcaiso racconta un’esperienza che unisce il metodo Ørberg, fondato sull’uso attivo del latino, alla pratica teatrale. Gli studenti recitano in lingua, mettono in scena testi brevi, e attraverso il gioco drammatico imparano a pensare e a comunicare in latino. È un approccio che trasforma l’apprendimento in esperienza, e che dimostra come la lingua antica possa ancora essere viva, parlata, condivisa. Il saggio di Laura Dionisi e Fabio Bacaloni descrive invece il percorso che conduce dalla traduzione alla rappresentazione teatrale della Medea  di Euripide. Gli autori mostrano come il lavoro traduttivo non sia un atto neutro, ma il primo passo verso una vera e propria riscrittura interpretativa. Quando la parola si fa gesto, la tragedia di Medea acquista nuove sfumature emotive e restituisce agli studenti la possibilità di comprenderla non solo con la mente, ma con il corpo e la voce. Insieme, questi contributi costruiscono un mosaico coerente e stimolante. Questo non è un semplice volume di studi, ma un invito a riconsiderare il modo in cui ci si accosta ai testi antichi. La scena diventa davvero “magistra”, maestra di vita e di conoscenza, luogo in cui l’antico si rinnova e l’apprendimento diventa partecipazione. Il lettore ne esce con la sensazione che il teatro non sia un accessorio della cultura classica, ma la sua chiave più autentica. È un libro che riesce a parlare tanto agli studiosi quanto a chi vive la scuola e l’università, ma anche a chi crede che i classici possano ancora dire qualcosa al nostro presente. Si consiglia in particolare a insegnanti di latino e greco, a studenti di lettere classiche, a registi e operatori teatrali interessati alla messa in scena del repertorio antico, e più in generale a chi cerca un modo nuovo e concreto per riportare alla vita la parola dei classici. Scaena magistra  è un invito a far risuonare di nuovo quelle voci, non nei corridoi della memoria, ma nello spazio vivo del teatro. Alcune note su Francesca Boldrer Francesca Boldrer è professoressa associata di Lingua e Letteratura latina presso l'Università di Macerata Alcune note su Luca Lattanzi Luca Lattanzi, dopo aver insegnato per nove anni in varie scuole superiori della provincia di Milano, dal 2004 è docente a tempo indeterminato di lingua e cultura latina e lingua e cultura greca nel Liceo Classico Statale "A. Caro" di Fermo. TAG: #saggi, #teatro, #francesca_boldrer, #luca_lattanzi, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Il Manuale del Mago Modesto per sopravvivere nell'Inghilterra medievale (Brandon Sanderson)

RECENSIONE: Il Manuale del Mago Modesto per sopravvivere nell'Inghilterra medievale (Brandon Sanderson)

Autore: Brandon Sanderson Traduttore: Gabriele Giorgi Editore: Mondadori, 2025 Pagine: 456 Genere: Narrativa straniera, Fantasy Prezzo: € 22.00 (cartaceo), € 13.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.edizpiemme.it/libri/diario-di-una-sciamana/ Trama Un uomo si sveglia all'interno di un cerchio di erba bruciata in un campo, abbigliato con tunica e mantello; attorno a lui, un bosco, edifici col tetto di paglia e una fortificazione. È forse un cosplayer? O il visitatore di un parco a tema? Non lo sa. Non sa come si chiama, da dove viene e perché è lì, in quella che sembra proprio l'Inghilterra medievale. O è l'Inghilterra medievale! Inseguito da viaggiatori provenienti dalla sua stessa dimensione, per salvarsi deve recuperare la memoria, trovare alleati tra gli abitanti di quel mondo e forse anche fidarsi delle loro credenze superstiziose. L'unico aiuto dal "mondo reale" doveva essere un libro intitolato Il Manuale del Mago Modesto per sopravvivere nell'Inghilterra medievale; peccato che sia andato distrutto nel trasferimento. Ne rimangono solo pochi frammenti che lo portano a comprendere cosa gli stia succedendo: basteranno a indicargli la via per sopravvivere? Recensione Brandon Sanderson, conosciuto per le sue intricate architetture narrative e i suoi universi coerenti e ricchi di dettagli, con questo "Manuale" compie un passo laterale, ma non meno ambizioso, nella sua produzione letteraria. Abbandonati i mondi eroici e le cosmologie del Cosmere, Sanderson sceglie qui di giocare con la storia, l’ironia e la filosofia della sopravvivenza. Il risultato è un libro che sorprende per tono, struttura e profondità nascosta sotto una superficie di leggerezza. L’opera si presenta, come suggerisce il titolo, sotto forma di un finto manuale pratico: un vademecum per maghi sprovvisti di poteri straordinari, costretti a cavarsela in un’Inghilterra medievale che non ha nulla di fiabesco. Lontana dalle leggende cavalleresche, questa Inghilterra è fangosa, diffidente, spesso brutale, un mondo in cui la superstizione prevale sulla ragione e la magia è vista più come una minaccia che come un dono. Il protagonista, un incantatore dalle capacità limitate ma dotato di grande ingegno, cerca di sopravvivere tra contadini sospettosi, inquisitori zelanti e nobili pronti a sfruttare chiunque. Sanderson gioca abilmente con i cliché del fantasy classico: al posto del "prescelto" o dell’eroe destinato a salvare il mondo, ci offre un uomo comune, ironico, prudente, consapevole dei propri limiti. È un mago che si definisce "modesto" non solo per mancanza di potere, ma per un’attitudine esistenziale: quella di chi sa che la saggezza, a volte, consiste nel non cercare la grandezza. Questa inversione del paradigma eroico è uno degli aspetti più affascinanti del romanzo. Il romanzo parte da un’idea semplice, ma intrigante: un uomo si risveglia in un campo, al centro di un cerchio d’erba bruciata. Indossa una tunica e un mantello, ma non sa chi sia, né come sia arrivato lì. Attorno a lui, un paesaggio che sembra appartenere all’Inghilterra medievale. Un mondo di villaggi, castelli, foreste e superstizioni. Ben presto il protagonista capisce di non trovarsi nel proprio tempo né nel proprio mondo. Ricordi confusi gli suggeriscono che appartiene a un’altra realtà, forse una più moderna o tecnologica. Per orientarsi, possiede solo i frammenti di un libro misterioso: Il manuale del mago modesto per sopravvivere nell’Inghilterra medievale . Questo testo, o meglio ciò che ne resta, diventa la sua unica guida. Ogni pagina superstite contiene un consiglio, un ammonimento, o un indizio su come muoversi in un’epoca in cui la magia è temuta, la Chiesa domina e la differenza equivale a colpa. Sanderson costruisce il romanzo come un viaggio di scoperta e adattamento. L’uomo, spacciatosi per un "mago modesto" per sopravvivere tra contadini, nobili e inquisitori, deve imparare a cavarsela in un mondo che non perdona l’ignoranza. Gli abitanti medievali vedono in lui un essere sospetto, eppure la sua conoscenza, residuo della civiltà da cui proviene, gli permette di ottenere vantaggi inattesi. Il contrasto tra il sapere moderno e la mentalità medievale genera molte situazioni ironiche, ma anche momenti di profonda riflessione sulla natura del potere e del progresso. Lo stile dell'autore, in questo romanzo, è più leggero e autoironico del solito. Il tono alterna momenti di suspense a passaggi quasi umoristici, nei quali lo scrittore sembra divertirsi a parodiare i cliché del fantasy classico. Tuttavia, dietro l’umorismo si nasconde una storia sulla perdita d’identità e sul bisogno di adattarsi. Il protagonista, costretto a vivere in un mondo che non comprende, si trova a riflettere sul significato stesso della conoscenza: quanto vale sapere, se nessuno intorno a te può crederti? Pur essendo meno monumentale dei suoi cicli più noti, questo romanzo non manca di profondità. Sanderson gioca con i generi fantasy, romanzo storico, commedia di sopravvivenza, per costruire una storia che parla della resilienza e dell’ingegno umano. La "magia", in questo contesto, non è potere o spettacolo: è capacità di adattamento, curiosità, volontà di capire. Il ritmo del racconto è ben bilanciato: alterna capitoli di tensione a momenti di introspezione. Nel complesso, l’esperienza di lettura è quella di un’avventura ricca di ironia e mistero, ma anche di intelligenza e sensibilità. Questo libro è consigliato a chi ama il fantasy, ma cerca qualcosa di originale, lontano dai soliti schemi epici e apprezza i romanzi che mescolano ironia, avventura e riflessione. Alcune note su Brandon Sanderson Brandon Sanderson è cresciuto a Lincoln, in Nebraska. Vive nello Utah con la moglie e i figli e insegna scrittura creativa alla Brigham Young University. È l'autore di bestseller come la trilogia di Mistborn e relativi seguiti ( La legge delle lande , Le Ombre Residue , Le Fasce del Lutto e Il Metallo perduto ), i romanzi delle "Cronache della Folgoluce" ( La via dei re , Parole di luce , Giuramento , Il ritmo della guerra e Vento e verità ) e molti altri. È stato scelto per completare la serie della "Ruota del tempo" di Robert Jordan. TAG: #narrativa_straniera, #fantasy, #gabriele_giorgi, #brandon_sanderson, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Donne fra le stelle. Il ruolo della donna nella ricerca scientifica aerospaziale, Abano Terme 22-24 marzo 2024 (Patrizia Caraveo, Annamaria Nassisi)

RECENSIONE: Donne fra le stelle. Il ruolo della donna nella ricerca scientifica aerospaziale, Abano Terme 22-24 marzo 2024 (Patrizia Caraveo, Annamaria Nassisi)

Autore: Patrizia Caraveo, Annamaria Nassisi (a cura di) Editore: Springer, 2025 Pagine: 228 Genere: Saggi Prezzo: € 39.99 (cartaceo), € 29.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://link.springer.com/book/10.1007/978-3-031-83823-1 Trama Il libro raccoglie le relazioni presentate alla terza edizione del convegno “Donne fra le stelle” che si è svolto ad Abano Terme dal 22 al 24 marzo, 2024. Scienziate e ricercatrici provenienti dai principali istituti, centri di ricerca ed industrie europee si raccontano, come donne e come professioniste, attraverso un linguaggio accessibile e coinvolgente. Il libro offre una visione completa dei problemi e delle opportunità che si trovano ad affrontare nel campo dell’astrofisica, delle scienze e delle tecnologie spaziali. “Donne fra le stelle” è un’associazione nata dal desiderio di illustrare le meraviglie del cosmo e delle tecnologie spaziali al grande pubblico attraverso la voce di astronaute, astrofisiche, geofisiche, ingegnere aerospaziali e ricercatrici, per rendere protagoniste le donne sottolineandone l’impegno e i risultati in un ambito scientifico/industriale, dove è ancora nettamente prevalente la presenza maschile. L’obiettivo dell’associazione è stimolare i giovani, soprattutto le ragazze, a scegliere le materie STEM (Science, Technology, Engineering e Mathematics) nel loro percorso di studi, evidenziando anche come lo spazio sia diventato un ambiente multidisciplinare. Per questo “Donne fra le stelle” organizza simposi itineranti su tutto il territorio nazionale con la collaborazione dei più importanti centri di ricerca e industrie a livello nazionale e internazionale come INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica), ASI (Agenzia Spaziale Italiana), ESA (European Space Agency), e NASA e delle industrie come Thales Alenia Space, Telespazio, e tante PMI e start-up. Recensione Nel panorama della letteratura scientifica contemporanea, questo volume rappresenta un contributo di rara sensibilità e solidità. Il libro, raccoglie gli atti del convegno svoltosi ad Abano Terme dal 22 al 24 marzo dello stesso anno, un evento che ha riunito scienziate, ricercatrici, storiche della scienza e professioniste del settore aerospaziale con l’obiettivo di riflettere sul ruolo e sull’impatto delle donne nella ricerca e nelle tecnologie legate allo spazio. Esso si apre con una riflessione introduttiva che contestualizza la presenza femminile nel mondo delle discipline STEM, ponendo subito al centro il nodo culturale e storico della questione: perché la scienza, e in particolare quella aerospaziale, è rimasta così a lungo percepita come un territorio maschile? Le curatrici del volume, con tono lucido e privo di retorica, ripercorrono le tappe principali dell’inclusione femminile nelle istituzioni di ricerca e nei programmi spaziali, dalle prime astronome e matematiche del Novecento alle protagoniste contemporanee delle agenzie spaziali europee e internazionali. Tra i contributi più significativi spiccano i saggi dedicati alle figure pionieristiche che hanno aperto la strada alle generazioni successive: dalle analisi su Katherine Johnson e le sue colleghe della NASA, le “human computers” che permisero l’avvio delle missioni Apollo, fino ai profili di Samantha Cristoforetti, Christina Koch e Peggy Whitson, esempi di eccellenza scientifica e resilienza umana. Alcuni capitoli si soffermano anche sul ruolo delle scienziate italiane, spesso poco conosciute, che hanno contribuito allo sviluppo di strumentazioni e modelli di simulazione impiegati nelle missioni spaziali europee. Particolarmente interessanti sono i saggi dedicati all’evoluzione del linguaggio e della comunicazione della scienza, che mostrano come la presenza femminile stia modificando non solo i contenuti, ma anche le modalità con cui la ricerca viene raccontata e condivisa. La divulgazione scientifica emerge così come uno spazio di democratizzazione del sapere, dove l’empatia e la capacità narrativa diventano strumenti di avvicinamento tra la ricerca e la società. Un altro nucleo tematico forte del volume riguarda il rapporto fra scienza e politica, con analisi puntuali delle strategie europee per la parità di genere nella ricerca aerospaziale. Qui il testo assume quasi il tono di un manifesto: la diversità non è solo una questione etica, ma una risorsa cognitiva che amplia la capacità della scienza di innovare. La presenza femminile non è dunque una concessione, ma un fattore determinante per il progresso. Ogni contributo è corredato da riflessioni personali e testimonianze dirette che aggiungono al rigore scientifico una dimensione umana rara nei testi accademici. Il lettore viene accompagnato nel dietro le quinte dei laboratori, dei centri di controllo, delle università e delle agenzie spaziali: ambienti complessi, in cui la determinazione e la curiosità delle protagoniste diventano strumenti di conquista al pari delle sonde e dei telescopi. Il linguaggio del volume è curato, accessibile e mai eccessivamente tecnico. Pur trattando di argomenti come l’astrofisica, la robotica, l’intelligenza artificiale o la progettazione di missioni spaziali, gli autori e le autrici mantengono un tono divulgativo che rende la lettura appassionante anche per chi non appartiene al mondo accademico. Ogni capitolo è una finestra aperta su un universo che è al tempo stesso scientifico e umano, rigoroso e ispirante. Nel complesso, questa lettura non è soltanto una raccolta di saggi, ma un affresco corale che racconta il presente e il futuro della ricerca spaziale attraverso lo sguardo di chi, per secoli, è rimasto ai margini della narrazione scientifica. La forza del libro sta nella capacità di unire la prospettiva storica con quella etica e politica, mostrando come la parità di genere non sia un tema accessorio, ma una condizione indispensabile per costruire una scienza più equa, più creativa e più capace di comprendere la complessità del mondo e dell’universo. In definitiva, questo un testo che merita di essere letto non solo da chi si occupa di ricerca o divulgazione, ma da chiunque creda che la conoscenza sia una frontiera aperta, da esplorare insieme. Un libro che ricorda come dietro ogni conquista scientifica ci sia sempre una storia umana — e che molte di queste storie, finalmente, stanno trovando la loro voce. Si tratta di un saggio che parla a pubblici diversi. È consigliato innanzitutto a chi lavora o studia nel campo delle scienze aerospaziali, fisiche e ingegneristiche, perché offre una prospettiva originale e spesso trascurata: quella di chi, attraverso competenza e determinazione, ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo di queste discipline. Ma è anche una lettura preziosa per docenti, educatori e studenti, che vi troveranno spunti per riflettere sul valore dell’inclusione nella ricerca e sulla necessità di costruire modelli positivi per le nuove generazioni. Infine, è un libro che può ispirare chiunque creda nel potere trasformativo della conoscenza: un invito a guardare il cielo, e il mondo, con occhi diversi, ricordando che ogni conquista scientifica nasce sempre da una curiosità condivisa — e da un sogno che, spesso, ha anche un volto di donna. Alcune note su Patrizia Caraveo Patrizia Caraveo è Direttore di ricerca presso l'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e lavora presso l'Istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica di Milano, dove è stata Direttore dal 2011 al 2017. È anche Professore presso l'Università di Pavia. Ha lavorato a diverse missioni spaziali internazionali dedicandosi all'astronomia gamma e ha ricevuto vari premi: nel 2009 ha vinto il Premio Nazionale Presidente della Repubblica e nel 2007, 2011 e 2012 ha condiviso il Premio Bruno Rossi dell'American Astronomical Society con i suoi colleghi Swift, Fermi e Agile. Nel 2014, ha ricevuto l'Outstanding Achievement Award da "Women in Aerospace Europe" ed è stata inclusa da Thomson Reuters nell'elenco dei ricercatori più citati per le scienze spaziali. Nel 2017 le è stato conferito il titolo di Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Nel 2021 ha vinto il premio Enrico Fermi assegnato dalla Società Italiana di Fisica (SIF). Alcune note si Annamaria Nassisi Annamaria Nassisi è Responsabile Space Economy Observation and Navigation e lavora presso Thales Alenia Space Italy. Ha conseguito un Master in Fisica e Geofisica presso l'Università "La Sapienza" di Roma e dopo la laurea ha proseguito gli studi come collaboratrice tecnico/scientifica per lo studio dei modelli termodinamici. Successivamente si dedica per tre anni allo sviluppo software e dal 1989 lavora nel settore spaziale. Nel corso degli anni ha ricoperto diversi ruoli in ingegneria, management, strategia, policy, marketing fino al ruolo corrente. Ha collaborato in team nazionali e internazionali come esperto in Osservazione della Terra e Security. È inoltre autrice di molteplici pubblicazioni tecnico-scientifiche. Nel campo della formazione, ha tenuto lezioni per il Master Internazionale (Italia-Kenya) in Progettazione e Gestione delle Missioni Spaziali e presso la LUISS sulla Space Economy. Nel 2022 le è stata assegnata la “Stella al Merito del Lavoro”. Si dedica con passione ai diritti delle donne, facendo parte di associazioni femminili e partecipando come relatrice a più eventi di promozione delle discipline STEM. Nel 2018 è stata insignita con il premio “Leader” dall'associazione FIDAPA BPW (Business Professional Women) Italia. Nel 2024 ha ricevuto il premio Eccellenza da parte del Rotary di Lucera (paese di origine), riconoscimento Unstoppable Women e il premio InspiringFifty2024. TAG: #saggi, #patrizia_caraveo, #annamaria_nassisi, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Il pinguino che riuscì a volare (Dr. Eckart von Hirschhausen)

RECENSIONE: Il pinguino che riuscì a volare (Dr. Eckart von Hirschhausen)

Autore: Dr. Eckart von Hirschhausen Traduttore: Roberta Vignando Editore: Libreria Pienogiorno, 2025 Pagine: 160 Genere: Benessere Prezzo: € 17.50 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.pienogiorno.it/libro/9791281368835 Trama Quando ti senti un pinguino nel deserto, la domanda non è: "Come sono finito qui?", ma: "Come faccio a uscirne?" La storia che ha aiutato milioni di persone a trovare davvero se stesse e a essere felici. Che strano animale, il pinguino. Un uccello che non può volare. Senza collo, con la pancia grossa e, come se non bastasse, senza neanche le ginocchia. E poi quel suo modo goffo di camminare! Lo guardavo barcollare a ogni piccolo passo, sembrava dovesse cadere da un momento all’altro. “Povera creatura”, pensai. Poi all’improvviso, il pinguino si avvicinò al bordo del masso, si tuffò in acqua con un balzo audace e iniziò a nuotare. Scivolava con eleganza nel suo elemento, fluido, veloce, aggraziato. Quelli che sulla terraferma mi erano sembrati errori di progettazione, in acqua diventavano pregi! All’improvviso mi resi conto di quanto fossero affrettati, e spesso sbagliati, i miei giudizi. E, allo stesso tempo, capii con altrettanta chiarezza che solo nell’ambiente giusto possiamo esprimere al meglio il nostro potenziale. E se fosse quello il segreto, trovare ciascuno il proprio elemento? In compagnia di irresistibili pinguini, un celebre divulgatore motivazionale ci guida a non perdere troppo tempo a sforzarsi di diventare chi non siamo. Perché la domanda più importante non è "Come sono finito qui?", ma "Come faccio a uscirne?". Solo così potremo liberare i nostri punti di forza e spiccare finalmente il volo. Dr. Eckart von Hirschhausen, laureato in Medicina, è giornalista scientifico, autore e divulgatore. Per la sua attività giornalistica è stato insignito di numerosi premi. Il volume è arricchito dalle straordinarie fotografie di Stefan Christmann. Recensione Questo libretto si legge in poche ore, ma resta con noi per giorni, settimane, forse per sempre. Un testo che sembra semplice, quasi leggero, ma che nasconde una profondità sorprendente. È un libro che parla al cuore, ma lo fa con l’intelligenza di chi sa che le emozioni più autentiche non hanno bisogno di retorica. Il protagonista della storia è un pinguino. Non un supereroe, non un animale mitico, ma un pinguino comune, goffo sulla terraferma, impacciato nei movimenti, spesso deriso dagli altri animali per la sua incapacità di volare. Eppure, proprio questa creatura che sembra condannata a una vita di frustrazione e inadeguatezza, scopre un giorno che il suo vero elemento non è l’aria, ma l’acqua. Ed è lì, tra le correnti marine, che il pinguino si trasforma: agile, veloce, elegante. Non ha bisogno di ali per volare, perché ha trovato il suo cielo sotto la superficie del mare. Von Hirschhausen costruisce una riflessione più ampia sull’identità, sul talento e sull’importanza di trovare il proprio contesto. Quante volte ci sentiamo fuori posto, inadeguati, come se stessimo cercando di volare in un cielo che non ci appartiene? Il libro ci invita a smettere di giudicarci con i parametri degli altri e a cercare invece il nostro “elemento naturale”, quello in cui possiamo davvero esprimere il meglio di noi. Lo stile dell'autore è inconfondibile: ironico, brillante, ma mai superficiale. Medico, cabarettista e divulgatore scientifico, l’autore riesce a fondere con naturalezza aneddoti personali, riflessioni psicologiche e osservazioni scientifiche, mantenendo sempre un tono leggero e accessibile. La narrazione è punteggiata da episodi divertenti, battute fulminanti e momenti di autentica commozione. È come ascoltare un amico saggio e spiritoso che, tra una risata e l’altra, ci aiuta a vedere la nostra vita da una prospettiva nuova. La cura editoriale merita una menzione speciale: il volume è arricchito da illustrazioni delicate, colori tenui e una grafica che accompagna il lettore in modo armonioso. È un libro che si presta a essere sfogliato, sottolineato, riletto. Un piccolo oggetto prezioso, perfetto anche come regalo per chi sta attraversando un momento di cambiamento, di dubbio, o semplicemente ha bisogno di una carezza per l’anima. In un’epoca in cui siamo costantemente spinti a competere, a confrontarci, a dimostrare di essere “all’altezza”, questo libro ci ricorda che non dobbiamo per forza volare per essere straordinari. A volte basta tuffarsi nel proprio elemento per scoprire che sappiamo nuotare meglio di chiunque altro. È un invito alla gentilezza verso se stessi, alla pazienza, alla fiducia. E soprattutto, è un promemoria che ognuno di noi ha un posto nel mondo in cui può brillare. Basta solo smettere di guardare in alto e iniziare a guardare dentro. Una lettura particolarmente indicata per chi si trova in un momento di cambiamento o di incertezza, per chi ha la sensazione di non appartenere al posto in cui si trova, o per chi si sente inadeguato di fronte alle aspettative degli altri. È un libro che parla a chi sta cercando un equilibrio tra autenticità e adattamento, e che desidera ritrovare fiducia nelle proprie capacità. Può essere una lettura rigenerante per chi si sente stanco o smarrito, ma anche per chi, semplicemente, vuole riscoprire la gioia di accettarsi per come è. Alcune note su Dr. Eckart von Hirschhausen Dr. Eckart von Hirschhausen laureato in medicina, è giornalista scientifico, autore e divulgatore. Per la sua attività giornalistica è stato insignito di numerosi premi. Da mesi al Nº1 in classifica, Il pinguino che riuscì a volare è un fenomeno editoriale in corso di pubblicazione in tutto il mondo. Il volume è arricchito dalle straordinarie fotografie di Stefan Christmann. 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RECENSIONE: Serendipità chimica. Storie di molecole organiche tra mistero e curiosità (Alessia Micheloni, Paola Rampa, Laura Trapani)

RECENSIONE: Serendipità chimica. Storie di molecole organiche tra mistero e curiosità (Alessia Micheloni, Paola Rampa, Laura Trapani)

Autore: Alessia Micheloni, Paola Rampa, Laura Trapani Editore: edizioni Dedalo , 2025 Pagine: 184 Genere: Saggi, Chimica Prezzo:  € 17.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://edizionidedalo.it/collane/collane-attive/la-scienza-e-facile/serendipita-chimica.html Trama Vi è mai capitato di pensare che la chimica sia un universo di concetti astratti e incomprensibili riservato a pochi eletti? Serendipità chimica nasce proprio per sfatare questo mito e mostrare come le molecole organiche siano protagoniste di storie che hanno segnato la nostra vita e il nostro destino, spesso in modi sorprendenti. La chimica è ovunque. Ogni volta che ci lasciamo avvolgere da un profumo o sorseggiamo un bicchiere di vino, quando ci perdiamo nel piacere di un’emozione o immortaliamo un momento con una foto, quando godiamo di una bevanda fresca raffreddata in frigorifero o tentiamo di scacciare una zanzara, entriamo in contatto con la chimica organica. Cosa sarebbe successo se le molecole organiche non fossero mai state scoperte o sintetizzate? La nostra società si sarebbe evoluta in modo diverso? Il mondo sarebbe un posto migliore o peggiore? La risposta potrebbe sorprenderci. Recensione Questo saggio divulgativo, scritto da tre insegnanti di scienze che sanno parlare con passione e chiarezza, accompagna il lettore alla scoperta delle molecole organiche che abitano silenziosamente la nostra vita quotidiana: nei profumi, nei vini, nelle fotografie, nei materiali di uso comune. Il punto di partenza è una parola meravigliosa: serendipità. Quella capacità di fare scoperte inattese mentre si sta cercando qualcos’altro. È l’imprevisto che diventa rivelazione, l’errore che apre una strada nuova. E nella storia della chimica – come ci mostrano le autrici – la serendipità è spesso la vera protagonista. Molte delle scoperte che hanno cambiato il mondo, dai coloranti ai polimeri, dai solventi alle sostanze aromatiche, sono nate proprio così: da una combinazione di curiosità, intuito e fortuna. Il libro è costruito come un viaggio tra le principali famiglie di molecole organiche, alcoli, aldeidi, ammine, esteri, polimeri, ma non ha nulla del tono accademico. Ogni capitolo intreccia nozioni scientifiche, aneddoti storici e riflessioni personali, offrendo un racconto che scorre leggero e stimolante. Si passa da un laboratorio dell’Ottocento al nostro frigorifero, da un esperimento di sintesi chimica a una tazza di caffè fumante, scoprendo che la scienza è molto più vicina alla nostra quotidianità di quanto immaginiamo. Ciò che colpisce è la capacità divulgativa delle autrici: con un linguaggio limpido, riescono a spiegare concetti complessi senza mai banalizzarli. È una scrittura che accoglie il lettore, anche quello che ha sempre pensato di “non capire niente di chimica”. Anzi, proprio chi si è tenuto lontano dalle formule troverà qui una chiave per riscoprire il piacere della conoscenza scientifica. Il tono è curioso, spesso ironico, e sempre rispettoso della meraviglia. Si percepisce l’amore per la materia e per il suo lato umano: la chimica non è solo reazioni e legami, ma un modo di raccontare il mondo, di osservarlo con attenzione e stupore. Alla fine della lettura resta una sensazione di gratitudine. Perché il saggio non è solo un libro di scienza, ma un invito a guardare la realtà con occhi più attenti e curiosi. Ci ricorda che ogni innovazione nasce da una domanda, da un’intuizione o da un errore trasformato in occasione. Un saggio perfetto per chi ama la divulgazione intelligente, per chi cerca letture che uniscano conoscenza e piacere, e per chi crede che la curiosità sia la più potente forma di scoperta. Alcune note su Alessia Micheloni - Paola Rampa - Laura Trapani Alessia Micheloni, Paola Rampa e Laura Trapani sono tre dinamiche professoresse di scienze di un liceo scientifico romano, impegnate a suscitare nei loro studenti curiosità e passione per la scienza. Dottoresse in biologia, autrici di pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali, per la prima volta si sono cimentate nel ruolo di divulgatrici nel campo della chimica organica. TAG: #saggi, #chimica, #alessia_micheloni, #paola_rampa, #laura_trapani, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Il massacro del Circeo. 29-30 settembre 1975 (Ilaria Amenta, Laura Ballestrazzi, Iacopo Benevieri, Luca Marchetti, Paolo Mattera, Lorenzo Desirò)

RECENSIONE: Il massacro del Circeo. 29-30 settembre 1975 (Ilaria Amenta, Laura Ballestrazzi, Iacopo Benevieri, Luca Marchetti, Paolo Mattera, Lorenzo Desirò)

Autore: Ilaria Amenta, Laura Ballestrazzi, Iacopo Benevieri, Luca Marchetti, Paolo Mattera Editore: tab Edizioni , 2025 Pagine: 138 Genere: Saggi, Società, Criminologia Prezzo:  € 15.00 (cartaceo), € 9.00 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.tabedizioni.it/shop/product/il-massacro-del-circeo-1798 Trama Esterno giorno, promontorio del Circeo. Una 127 bianca si ferma davanti al cancello di una villa. A bordo ci sono Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, due adolescenti affamate di vita e di nuove esperienze. Non sanno ancora che i ragazzi gentili e ben vestiti sui sedili anteriori le hanno invitate a una festa che non si svolgerà mai, con l’intenzione di rapirle, seviziarle e ucciderle senza pietà. Inizia così, con un cancello nero che si richiude alle loro spalle, una vicenda che ha inciso una ferita nella società italiana e una cicatrice nel linguaggio, nel diritto e nell’immaginario collettivo. Ma quali fattori hanno portato al massacro del Circeo? In quale contesto sono maturati i profili dei carnefici? Chi erano Rosaria e Donatella prima di varcare quel cancello? Questo saggio corale, come una serie tv, racconta in sei episodi i retroscena e gli snodi cruciali di un delitto che, dopo cinquant’anni, continua a essere tragicamente attuale. Recensione Questo libro è un saggio corale, lucido e profondo, che ripercorre una delle pagine più buie della cronaca italiana e la trasforma in un’occasione di riflessione collettiva sulla violenza, il potere e la memoria. La narrazione prende le mosse da quella tragica notte del 1975, quando tre giovani uomini appartenenti alla borghesia romana sequestrarono due ragazze, Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, trascinandole in una villa al Circeo. Quello che seguì fu un massacro tanto efferato quanto emblematico di un’epoca in cui la violenza di genere si intrecciava con l’arroganza di classe e l’impunità sociale. Gli autori , con un approccio documentato ma mai distaccato, riescono a restituire i fatti nella loro crudezza, senza cedere al sensazionalismo. La scrittura è asciutta, precisa, ma capace di farsi emozione quando il racconto lo richiede. Si percepisce un profondo rispetto per le vittime e una volontà di restituire loro la dignità negata dalla cronaca e dal tempo. Uno degli aspetti più interessanti del libro è la capacità di andare oltre la semplice ricostruzione giudiziaria. Il massacro del Circeo viene analizzato come specchio di una società attraversata da contraddizioni: da un lato il boom economico e il mito della modernità, dall’altro un sostrato di sessismo, violenza e classismo che trovò in quel delitto una tragica espressione. Il testo mette in luce come i colpevoli, cresciuti in ambienti privilegiati, abbiano agito nella convinzione di poter esercitare dominio e possesso senza conseguenze: un potere che nasceva da un contesto culturale e politico ben preciso, non da un caso isolato. Il merito più grande di questo volume è la sua dimensione civile. Il massacro del Circeo  non chiede solo di ricordare, ma di capire. Chiede al lettore di interrogarsi su quanto la violenza di genere, oggi, continui a trovare radici nelle stesse dinamiche di potere, silenzio e complicità. È un testo che non si limita a descrivere un evento, ma ci obbliga a riflettere sul nostro presente. La struttura del libro – divisa in sezioni tematiche – permette di affrontare il caso da più prospettive: quella storica, sociologica, mediatica e culturale. Si passa dal racconto dei fatti alle reazioni dell’opinione pubblica, dalle implicazioni giudiziarie all’eredità simbolica che il caso ha lasciato nell’immaginario collettivo. Ne emerge un ritratto nitido dell’Italia degli anni Settanta, ma anche di un Paese che, in molti aspetti, non ha ancora fatto davvero i conti con quella storia. La scrittura è scorrevole, priva di tecnicismi, ma densa di significato. Ogni capitolo è costruito per guidare il lettore dentro la complessità di un caso che va ben oltre la cronaca nera: diventa analisi culturale, memoria viva, invito alla responsabilità. Un libro per chi crede che leggere serva a comprendere e non solo a sapere .È consigliato a chi ama la saggistica civile e la storia contemporanea, a chi studia o si interessa di tematiche di genere, sociologia e diritti umani. Ma anche a chi, semplicemente, sente il bisogno di dare un nome e un senso alla violenza, di comprendere come la memoria possa trasformarsi in consapevolezza. Alcune note su Ilaria Amenta Ilaria Amenta, nata e cresciuta a Roma, una laurea in giurisprudenza, giornalista professionista dal 1997, nel 2000 entra nella grande famiglia di Radio 1. Appassionata di viaggi e di libri, si è occupata di economia, società e costume, cronaca, e ha curato e condotto programmi di attualità:  Gioco a premier , la trasmissione che ha seguito la nascita del primo governo Conte, Obiettivo Radio 1 , un focus su immigrazione cronaca e tecnologia, Centocittà , una finestra sul territorio in onda nel periodo della pandemia. Attualmente lavora al «Giornale Radio». È autrice di Io sono l'uomo nero (Rai Libri, 2023), nel quale racconta la storia di Angelo Izzo attraverso documenti inediti. Alcune note su Laura Ballestrazzi Laura Ballestrazzi nata nel 1990, si è laureata in storia contemporanea presso l’Università di Modena e Reggio Emilia ed è dottoranda di ricerca in storia del cristianesimo. Ha conseguito il master in comunicazione storica presso l’Università Roma Tre. Ha lavorato per la Cineteca di Bologna, per la Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I e per la Rai. Alcune note su Iacopo Benevieri Iacopo Benevieri è avvocato penalista del Foro di Roma e responsabile della Commissione sulla Linguistica Giudiziaria dell’Unione delle Camere Penali Italiane. Si occupa del linguaggio come strumento di attuazione di diritti e di esercizio di poteri nel processo, argomento di cui scrive su numerose riviste giuridiche e di cui tratta come relatore in convegni e corsi di aggiornamento professionale. Alcune note su Luca Marchetti Luca Marchetti è nati nel1989, si è laureato in storia contemporanea all’Università Sapienza di Roma e si è specializzato in Public History conseguendo il master in comunicazione storica presso l’Università Roma Tre. Dal 2017 è collaboratore Rai e dal 2019 è consulente scientifico di società di produzione televisive e cinematografiche. Alcune note su Paolo Mattera Paolo Mattera insegna storia contemporanea presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università Roma Tre. Tra le sue ultime pubblicazioni: L'ombre de la Guerre froide (L'Harmattan 2017) e Il conflitto ben temperato. Le assicurazioni sociali in Francia negli anni Venti, tra riforme e lotta politica (Rubbettino 2018). Alcune note su Lorenzo Desirò Lorenzo Desirò è nato nel 1987, lavora nell’ambito della comunicazione istituzionale. Laureato in editoria e scrittura all'Università Sapienza di Roma, ha conseguito il master in comunicazione storica presso l'Università Roma Tre. Collabora con case editrici e partecipa a diversi progetti editoriali; ha contribuito al volume 11 settembre... C'era una volta in America. Vent'anni di mass media e terrorismo raccontati da giovani storici (Round Robin 2021). TAG: #saggi, #società, #criminologia, #ilaria_amenta, #laura_ballestrazzi, #iacopo_benevieri, #luca_marchetti, #paolo_mattera, #lorenzo_desirò , #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Umani. Come, perché, da quanto tempo e fino a quando? (Vittorio Gallese, Ugo Morelli)

RECENSIONE: Umani. Come, perché, da quanto tempo e fino a quando? (Vittorio Gallese, Ugo Morelli)

Autore: Vittorio Gallese, Ugo Morelli Editore: Raffaello Cortina Editore , 2025 Pagine: 176 Genere: Saggi, Scienza Prezzo:  € 19.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/vittorio-gallese-ugo-morelli/umani-9788832857917-4553.html Trama Siamo immersi in una realtà dove tutto è diventato vicino e accessibile, ma continuiamo a chiederci chi siamo, chi sono gli esseri umani… Abbiamo cercato le risposte che le scienze della vita ci mettono a disposizione e le abbiamo raccontate capitolo per capitolo, per trovare insieme una via da percorrere. Potremo scoprire così che è la relazione con le altre e gli altri che ci fa diventare quello che siamo; che siamo wired to be social, cioè condividui, e che il nostro corpo e le nostre emozioni sono alla base della capacità di conoscere noi stessi, conoscere il mondo e vivere insieme. Potremo raggiungere la consapevolezza e assumerci la responsabilità di essere parte della vita sul pianeta che ci ospita, e dimostrare che siamo capaci di tutta la creatività e la bellezza necessarie per costruire un mondo migliore. Età di lettura: da 12 anni. Recensione Che cosa significa essere umani? È la domanda che attraversa da sempre la filosofia, la scienza e l’arte, ma che oggi, forse più che mai, sentiamo urgente. È da qui che parte questo libro, un testo che intreccia saperi diversi, neuroscienze, psicologia, filosofia, antropologia, per raccontare chi siamo, come siamo diventati ciò che siamo e in che direzione potremmo andare. Fin dalle prime pagine si capisce che non si tratta di un saggio accademico, ma di un viaggio di pensiero. Gli autori non offrono teorie rigide o risposte definitive: propongono piuttosto una serie di domande aperte, capaci di risvegliare curiosità e consapevolezza. È un libro che si legge come una conversazione: tra scienza e umanesimo, tra corpo e mente, tra l’io e il noi. La tesi di fondo è chiara: l’essere umano non è un individuo isolato, ma una creatura relazionale. Diventiamo persone solo attraverso gli altri, nelle relazioni che ci costruiscono, negli scambi che ci modellano. “È la relazione con le altre e gli altri che ci fa diventare quello che siamo”, scrivono Gallese e Morelli, ricordandoci quanto la nostra identità sia sempre un dialogo. Non c’è un “io” senza un “noi”. L’idea, radicata anche nelle ricerche neuroscientifiche di Gallese, è che la nostra mente sia “incarnata” e “interattiva”: ogni emozione, ogni pensiero nasce dal corpo, dall’esperienza vissuta, dalla connessione con gli altri. Nel libro questa prospettiva prende forma in modo semplice ma mai banale. Gli autori raccontano come le emozioni siano, prima di tutto, forme di conoscenza: modi di entrare in contatto con il mondo e con noi stessi. Attraverso ciò che sentiamo, impariamo a capire, a riconoscere, a costruire significato. In un passaggio molto intenso, spiegano che l’empatia non è un gesto volontario o morale, ma un fatto biologico, una predisposizione radicata nel nostro cervello. I neuroni specchio, scoperti proprio da Gallese, mostrano come siamo programmati per comprendere gli altri “dal di dentro”, attraverso la risonanza dei gesti e delle emozioni. È un’idea potente, che restituisce un’immagine dell’essere umano come essere naturalmente solidale, cooperativo, predisposto alla condivisione. Ma Umani  non si ferma alla biologia. L’altro grande asse del libro è la dimensione culturale e simbolica. Morelli, con il suo sguardo di psicologo e studioso dei processi creativi, ci invita a riflettere su quanto l’immaginazione, la narrazione e la finzione siano parte integrante dell’esperienza umana. Non solo strumenti di evasione, ma capacità fondamentali per costruire il mondo, per progettare il futuro, per dare senso al tempo. Essere umani significa anche saper immaginare, prevedere, inventare possibilità. Il tempo, infatti, è una delle parole chiave del libro. “Da quanto tempo” e “fino a quando” sono le due domande che incorniciano la nostra esistenza di specie e di individui. Gli autori ci riportano alle origini dell’umanità, al momento in cui la cooperazione, il linguaggio e la capacità di condividere significati hanno permesso la nostra sopravvivenza. Ma poi ci proiettano in avanti, chiedendosi – e chiedendoci – fino a quando riusciremo a restare umani, nel senso pieno del termine. In un mondo attraversato da crisi ambientali, tecnologiche e sociali, la nostra stessa umanità sembra una conquista fragile. Il messaggio del libro non è però pessimista. Al contrario, Gallese e Morelli ci invitano a riconoscere le nostre vulnerabilità come fonte di forza. L’essere umano è imperfetto, ma proprio per questo è creativo. È un essere che sbaglia, si emoziona, si contraddice, ma continua a cercare senso. Ed è nella relazione con l’altro che può ritrovare equilibrio e futuro. Il “noi” diventa la chiave per ripensare l’etica, l’educazione, la politica, la convivenza. Le illustrazioni di Valentina Gottardi accompagnano il testo con delicatezza, rendendo visibili i concetti, alleggerendo la densità delle pagine e offrendo spazi di pausa e contemplazione. Non sono semplici ornamenti: sono parte integrante del discorso, come se il disegno servisse a dire ciò che le parole da sole non bastano a esprimere. Lo stile di scrittura è limpido e inclusivo. Gli autori sanno tradurre idee complesse in un linguaggio accessibile, adatto anche ai lettori più giovani. Non mancano passaggi più densi, ma il ritmo del libro resta scorrevole, quasi dialogico. Ogni capitolo apre un tema e lo lascia risuonare, senza forzare il lettore in una direzione precisa. È un testo da leggere lentamente, magari tornando indietro, sottolineando, riflettendo. In alcuni momenti si avverte che la vastità degli argomenti non permette un approfondimento pieno di ogni tema. Si passa dalle neuroscienze all’etica, dalla biologia alla filosofia, con un respiro ampio che a volte rischia di sacrificare il dettaglio. Ma questo non è un difetto, bensì una scelta consapevole: Umani  non è un trattato, è un percorso. Un libro che vuole far pensare, non chiudere le domande. Ciò che resta, dopo la lettura, è un senso di riconnessione. Con se stessi, con gli altri, con il mondo. Gallese e Morelli ci ricordano che la nostra identità non si costruisce nell’isolamento ma nel contatto; che conoscere significa anche sentire; che la cura, l’ascolto, la responsabilità non sono virtù marginali, ma il cuore stesso di ciò che siamo. È un libro che invita a riscoprire la bellezza di essere umani nel senso più pieno e fragile del termine. Un testo consigliato a chi ama i libri che uniscono scienza e filosofia, a chi cerca riflessioni profonde ma accessibili sul senso dell’esistenza, sull’empatia, sull’identità e sulla relazione. È perfetto per insegnanti, educatori e genitori che vogliono aprire dialoghi autentici con i più giovani, ma anche per lettori curiosi, desiderosi di capire un po’ di più se stessi e il mondo in cui vivono. È un volume prezioso per adolescenti e giovani adulti, dai dodici anni in su, ma non meno per gli adulti che hanno voglia di interrogarsi. Un libro da leggere, da rileggere e da condividere, perché essere umani, alla fine, è proprio questo: capire insieme. Alcune note su Vittorio Gallese Vittorio Gallese, uno dei più autorevoli neuroscienziati del nostro tempo, ha fatto parte del gruppo che nel 1992 ha individuato i “neuroni specchio”, la scoperta italiana più citata nella letteratura internazionale. Insegna Fisiologia all’Università di Parma e nel 2013 la Società psicoanalitica italiana gli ha assegnato il premio Musatti. Nelle edizioni Raffaello Cortina Editore ha pubblicato  La nascita della intersoggettività (con M. Ammaniti, 2014),  Lo schermo empatico (con M. Guerra, 2015),  Cosa significa essere umani (con U. Morelli , 2024), e  Oltre la tecnofobia  (con  S. Moriggi e P.C. Rivoltella , 2025). Alcune note su Ugo Morelli Ugo Morelli, saggista e psicologo italiano, studioso di scienze cognitive, ha insegnato Psicologia del lavoro presso l’Università degli Studi di Bergamo e attualmente insegna Scienze cognitive applicate presso l’Università Federico II di Napoli. Nelle edizioni Raffaello Cortina Editore ha pubblicato  Incertezza e organizzazione (2009),  Contro l'indifferenza (2013), e Cosa significa essere umani (con V. Gallese, 2024). TAG: #saggi, #scienza, #vittorio_gallese, #ugo_morelli, #voto_quattro_mezzo

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RECENSIONE: Diario di una sciamana. Il cammino segreto di una monaca guerriera (Selene Calloni Williams)

RECENSIONE: Diario di una sciamana. Il cammino segreto di una monaca guerriera (Selene Calloni Williams)

Autore: Selene Calloni Williams Editore: Piemme, 2025 Pagine: 352 Genere: Benessere Prezzo: € 15.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro , Ebook Acquista sito editore: https://www.edizpiemme.it/libri/diario-di-una-sciamana/ Trama Ci sono eventi nella vita che non ci cambiano, ma ci rivelano. Selene, ragazzina persa in una provincia italiana degli anni Ottanta che insegue esclusivamente valori materiali, si ritrova a fuggire - piena di ferite e di nevrosi, dovute anche alla morte di suo padre - in Sri Lanka, per lavorare in un villaggio turistico italiano. In questa terra martoriata da una sanguinosa guerra civile, Selene incontra e perde altri padri, maestri spirituali come Michael Williams, colui che le insegna le pratiche arcaiche dello yoga e delle arti marziali e che le lascia in eredità il sigillo sciamanico; come Gatha Thera, il maestro di meditazione con il quale vive in un eremo nella giungla, dove viene iniziata monaco, poiché il lignaggio femminile, scomparso da tempo, sarà ripristinato solo negli anni Novanta. Come James Hillman, il grande psicoanalista, che diventa suo maestro in Occidente. Il mito di Selene si consuma nel flusso delle iniziazioni, ogni perdita è un rito di passaggio, un'occasione di ascolto del legame con l'universo sotto nuove forme. La natura diventa sua interlocutrice silenziosa e viva, rifugio e guida, facendole ritrovare la sua integrità e dissolvendo il suo Io, fino al ritorno in Europa. Con parole intense e luminose, l'autrice racconta il suo percorso interiore: fino al tentativo di suicidio e all'emergere dalla depressione. Tutto si compie e anche la ricerca dell'amore si rivela un espediente della grande avventura dell'anima verso l'invincibilità. Recensione Questo libro in realtà è una esperienze da vivere: un testo denso, simbolico e trasformativo, che invita il lettore a percorrere un cammino interiore di risveglio e riconnessione con la natura, con l’anima e con il mistero. Il libro si presenta come un racconto autobiografico e iniziatico, nel quale l’autrice narra la propria esperienza di formazione presso un monastero eremitico in Sri Lanka, dove studia meditazione e filosofia buddhista sotto la guida di un maestro. Da questa immersione nasce un viaggio che la condurrà poi a esplorare le antiche tradizioni sciamaniche e a confrontarsi con le forze della natura, con il mondo invisibile e con le parti più profonde di sé. Il “diario” è, dunque, il racconto di un cammino spirituale reale ma anche simbolico: una discesa negli abissi dell’anima e una rinascita alla vita autentica. Attraverso incontri, visioni e riflessioni, la protagonista impara a leggere i segni, a dialogare con gli spiriti e a riconoscere nella natura e nel sogno un linguaggio sacro che unisce tutto ciò che esiste. Selene Calloni Williams scrive con una voce limpida e insieme poetica, capace di fondere narrazione e insegnamento spirituale. Ogni episodio, ogni immagine, ha un significato più profondo, che rimanda al linguaggio del mito e della psiche. Il suo approccio unisce la psicologia del profondo di Jung alla visione sciamanica e animistica, dove tutto è vivo e dotato di spirito. L’autrice invita il lettore a guardare il mondo con occhi nuovi, ad abbandonare la rigida separazione tra mente e cuore, tra materia e spirito. Nel suo racconto, la foresta, gli animali, gli elementi naturali diventano guide e specchi interiori: manifestazioni di un’energia che parla, che insegna, che cura. Uno dei temi centrali del libro è la riconciliazione con la propria parte selvaggia e autentica.In un mondo dominato dalla fretta e dalla razionalità, l’autrice ci ricorda l’importanza di tornare ad ascoltare i ritmi della Terra, il corpo, i sogni, l’intuizione.“Essere sciamani”, nel senso più profondo, significa riconoscere la sacralità della vita e camminare in equilibrio tra i mondi visibili e invisibili. Questo libro non è solo la cronaca di un percorso spirituale, ma anche un invito a risvegliarsi, a vivere con consapevolezza, libertà e gratitudine. Ogni pagina è un richiamo alla presenza e alla bellezza del mistero. Non è un testo da leggere tutto d’un fiato, ma da assaporare lentamente, lasciando che le parole lavorino dentro di noi. Selene Calloni Williams riesce a trasmettere, con semplicità e profondità, l’essenza di un cammino che non appartiene solo a lei, ma a chiunque senta la chiamata del sacro. Un libro che consiglio a chi sente il bisogno di rallentare, ascoltare e riscoprire la propria autenticità. Alcune note su Selene Calloni Williams Selene Calloni Williams, autrice di numerosi libri tradotti in varie lingue e documentarista, da oltre quarant’anni studia e pratica la meditazione buddhista. Iniziata allo yoga esoterico e sciamanico, è l’incontro con il celebre psicoanalista James Hillman ad avvicinarla alla psicologia del profondo e alla visione immaginale. Fondatrice della Imaginal Academy, accademia svizzera di counselling e coaching, per Piemme ha pubblicato anche Wabi Sabi, Daimon, Kintsugi e Digiuno immaginale. TAG: #benessere, #selene_calloni_williams, #voto_quattro_mezzo

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