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RECENSIONE: La zolfatara (Irene Di Liberto)
Autore: Irene Di Liberto Editore: Piemme, 2026 Pagine: 432 Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 19.90 (cartaceo), € 13.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.edizpiemme.it/libri/la-zolfatara/ Trama Sicilia, inizio Novecento. A Castellatani gli uomini sono destinati a respirare la polvere dello zolfo. La grande miniera sulla collina è un dio crudele che divora i carusi e restituisce sudore, fatica e una promessa di lavoro. Teresa è cresciuta con un desiderio più grande della sua età: diventare maestra e insegnare ai bambini del paese come sognare un mondo migliore. Ma in una realtà in cui le scelte sono già scritte dalla tradizione, la sua vita si intreccia con quella di Giovanni, uno zolfataro che conosce i cunicoli sotterranei come le stanze di casa. Il loro matrimonio nasce dalla necessità, eppure, tra turni massacranti e promesse di futuro infrante, i due scoprono un amore lento, fatto di sguardi e piccoli gesti, capace di resistere alle leggi morali inscalfibili di una comunità chiusa e arroccata nell'entroterra. Un amore che può metterli al riparo dalla miseria, ma non per sempre. Irene Di Liberto racconta una storia d'altri tempi con una voce calda ed emozionante, partendo dal ricordo del nonno paterno, caruso della zolfara di Casteltermini, una delle miniere più importanti d'Europa. La zolfatara è un grande romanzo di donne e di uomini, di madri e figlie, di sogni che resistono anche quando tutto sembra negare il cambiamento. Recensione Nel piccolo abitato immaginario di Castellatani, arroccato su una collina dell'entroterra siciliano nei primi anni del Novecento, la vita di un intero paese dipende dal ventre della montagna: la zolfara che dà il titolo al romanzo. Fin dalle prime pagine si respira un mondo fatto di polvere, fatica e silenzi: un paese di pietra dimenticato dal resto del mondo, dove la fame spinge le famiglie a cedere i propri figli, anche piccolissimi, al lavoro nelle gallerie sotterranee. È un incipit che non concede sconti al lettore: non c'è un'introduzione morbida al contesto, ma un ingresso quasi fisico in un paesaggio fatto di rocce, cunicoli e polvere gialla che si deposita su tutto, vestiti, pelle, respiro. Al centro della storia ci sono due figure che si intrecciano fin da giovanissimi: Giovanni, che scende in miniera da bambino e impara a conoscere i cunicoli sotterranei meglio delle stanze di casa propria, e Teresa, cresciuta con un'ambizione che per la sua condizione sociale sembra quasi una stranezza, quella di diventare maestra e insegnare ai bambini del paese a sognare un futuro diverso da quello già scritto per loro. Il loro matrimonio nasce da un accordo di necessità più che da una scelta di cuore, come capitava spesso in quel mondo in cui le sorti delle persone erano decise dalla tradizione e dalla sopravvivenza prima ancora che dai sentimenti. Ma è proprio in questo terreno arido, tra turni di lavoro massacranti e promesse di futuro che sembrano continuamente infrangersi, che germoglia un amore fatto non di grandi gesti ma di sguardi, di piccole attenzioni quotidiane, di una complicità costruita giorno dopo giorno. Un sentimento che riesce a resistere alle regole morali rigidissime di una comunità chiusa su se stessa, e che diventa per i due protagonisti un riparo, anche se non definitivo, dalla miseria che li circonda. Quello che colpisce, seguendo il loro percorso, è la gradualità con cui il legame si trasforma: non c'è un momento improvviso di innamoramento, ma un accumularsi lento di gesti quotidiani, di attenzioni minime, di una fiducia costruita nella fatica condivisa, che rende il loro rapporto più credibile di tante storie d'amore costruite su colpi di fulmine. Uno degli aspetti più forti del romanzo è la rappresentazione dei "carusi", i bambini destinati fin dalla più tenera età a lavorare nelle viscere della zolfara, privati di ogni infanzia e cresciuti nella fame, nella fatica e nel rischio costante di morire per un crollo, un incendio o semplicemente per la polvere di zolfo respirata per anni. La narrazione non edulcora questa realtà: scende con i personaggi nei cunicoli, descrive la fila di corpi che ogni mattina si trasforma in un esercito di ombre e che ogni sera riemerge accecato dalla luce del sole, restituendo con precisione fisica e quasi sensoriale cosa significasse essere un caruso in quegli anni. La zolfara diventa così il simbolo di un intero sistema sociale, quello del Sud Italia di inizio secolo, fatto di disuguaglianze profonde, analfabetismo diffuso, famiglie costrette a cedere i propri figli al lavoro pur di sopravvivere, di un destino che sembra già segnato alla nascita. Il racconto non si limita a mostrare la miniera come sfondo pittoresco: la fa diventare quasi un personaggio a sé, una presenza che condiziona ogni scelta, ogni relazione, ogni possibilità di fuga o di riscatto dei protagonisti. Accanto alla durezza materiale della miniera, trova ampio spazio il mondo delle donne del paese: madri e figlie che mandano avanti le case mentre gli uomini sono sottoterra, che si fanno carico di sacrifici silenziosi, spesso rinunciando ai propri desideri pur di garantire ai figli qualcosa di appena migliore. Il personaggio di Teresa, in particolare, porta avanti per tutto il romanzo l'idea che l'istruzione sia importante quanto il cibo per la sopravvivenza di una comunità, una convinzione che la spinge a insistere per insegnare ai bambini del paese nonostante le resistenze di un ambiente che vede la scuola come un lusso superfluo rispetto al lavoro. Questa tensione tra il bisogno immediato di sopravvivere e il desiderio di immaginare qualcosa di diverso per le generazioni future attraversa l'intero racconto e ne costituisce forse il cuore più autentico. Attorno a Teresa e Giovanni si muove poi una piccola costellazione di figure secondarie, madri, vicine di casa, compagni di miniera, che pur restando sullo sfondo contribuiscono a restituire la fisionomia corale del paese, con le sue gerarchie non scritte, le sue voci di corridoio, i suoi codici di comportamento tramandati più per abitudine che per convinzione. Il romanzo si muove quindi su più livelli che si intrecciano senza mai sovrapporsi in modo confuso: quello della storia d'amore tra Giovanni e Teresa, quello della denuncia sociale legata al lavoro minorile e alla povertà endemica delle zolfare, e quello più ampio della memoria familiare che diventa racconto corale, capace di allargarsi dai due protagonisti ai figli, alle madri, a un'intera comunità di uomini e donne segnati dalla stessa terra. Non è un romanzo che si limita a raccontare la sofferenza: insiste soprattutto sulla capacità di resistenza. Resistono Teresa e Giovanni nel loro legame, resistono i figli che verranno, resistono le donne che tengono in piedi le case, resistono i sogni anche quando tutto, intorno, sembra remare contro il cambiamento. Anche il tempo della narrazione, disteso su più anni e più generazioni, contribuisce a questa sensazione di resistenza continua: non si tratta di un episodio isolato di riscatto, ma di una lotta quotidiana che si rinnova ogni giorno, in ogni gesto minimo compiuto per mandare avanti la famiglia. La scelta di ambientare la vicenda nel paese di fantasia di Castellatani, pur innestandola su luoghi e fatti realmente esistiti legati alle grandi zolfare siciliane, permette una libertà narrativa che non tradisce comunque la fedeltà storica ed emotiva di quel mondo, restituendo un affresco corale credibile e mai artificioso. Il ritmo della narrazione alterna momenti più distesi, dedicati alla vita quotidiana del paese, a passaggi più concitati legati ai pericoli della miniera, creando un'alternanza che tiene viva l'attenzione senza mai scadere nel puro effetto drammatico. È un romanzo che chiede al lettore un certo investimento emotivo, ma che lo ripaga con una storia capace di restare addosso ben oltre l'ultima pagina. Consiglio questo romanzo a chi ama le saghe familiari radicate in un preciso contesto storico e geografico, a chi apprezza la narrativa che intreccia vicende private e memoria collettiva del Sud Italia, e a chi cerca una storia d'amore che non abbia bisogno di essere spettacolare per essere autentica. È una lettura adatta anche a chi si interessa di storia sociale italiana, in particolare del fenomeno del lavoro minorile nelle miniere di zolfo siciliane, un capitolo spesso poco raccontato nella narrativa contemporanea, e a chi non teme di lasciarsi coinvolgere da pagine dure ma mai prive di speranza. Alcune note su Irene Di Liberto Irene Di Liberto è Siciliana d'origine e umbra d'adozione, scrive poesie e libri per l'infanzia. È ambasciatrice e membro onorario dell'Accademia della Lingua e della Cultura Siciliana e ha conseguito un master in scrittura cinematografica. Ha vinto numerosi premi letterari nazionali e internazionali ed è stata segnalata al Premio Strega Poesia 2024 con la raccolta Post poesia. TAG: #narrativa_italiana, #narrativa_moderna_contemporanea, #irene_di_liberto, #voto_quattro

RECENSIONE: W. (Tiemen Hiemstra)
Autore: Tiemen Hiemstra Traduttore: Dafne Paris Editore: Adelphi, 2026 Pagine: 188 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 18.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.adelphi.it/libro/9788845941269 Trama La sensazione è quella di una scarica elettrica, una vorticosa corrente che stabilisce un legame improvviso, un reciproco riconoscimento e una complementarità perfetta. È l'inspiegabile reazione che si produce quando Olaf e W. si incontrano. W. è volitivo, inquieto, e il suo humour surreale lo ha reso famoso in tutta la scuola; la gentilezza è l'unico talento che Olaf si attribuisca. W. osa e sperimenta, Olaf lo segue. Li unisce una volontà di scoperta, un «progetto di ricerca sulla vita» che – ne sono convinti – solo insieme potranno realizzare. Poi Olaf si trasferisce da Groningen ad Anversa per studiare filosofia, mentre W. asseconda la sua irrequietezza: viaggia, esplora, si perde, ritorna. Ma quell'amicizia istantanea e misteriosa resta un centro di gravità, il nodo dei loro rapporti con il mondo: inclusi quelli con Hilde, la ragazza di Olaf che trasformerà il duo in un trio altrettanto indissolubile. Fino al giorno in cui W. scompare improvvisamente, senza una parola, lasciando dietro di sé solo un file, intrico di testi, immagini, haiku, e dei meme pubblicati in rete. Forse un invito, rivolto a Olaf, a braccare le sue tracce digitali e a ricomporre la sua immagine. O un'esortazione a proseguire da solo la ricerca. O ancora – come suggerisce l'epilogo perturbante di questo romanzo di formazione, concentrato nell'arco di tredici giorni – un ammonimento: «noi pensiamo di chiudere con il passato ma il passato non chiude con noi». Recensione Alcune amicizie arrivano nella nostra vita con una forza difficile da spiegare. Non hanno bisogno di un lungo periodo di conoscenza reciproca: basta un incontro, una battuta, uno sguardo, la sensazione quasi inspiegabile di aver trovato qualcuno capace di comprendere una parte di noi che nemmeno noi sapevamo di avere. È proprio da questa forma di riconoscimento immediato che prende avvio W. di Tiemen Hiemstra, romanzo d’esordio pubblicato originariamente nei Paesi Bassi e arrivato in Italia nel 2026 per Adelphi. Al centro della storia ci sono Olaf e W., due ragazzi che si incontrano durante gli anni della scuola e che finiscono quasi immediatamente per diventare inseparabili. La loro amicizia nasce da una complementarità molto forte: W. è inquieto, impulsivo, curioso, sempre pronto a sperimentare e a spingersi oltre; Olaf, invece, si percepisce come una persona gentile, più riflessiva e meno incline all'iniziativa. W. fa, Olaf segue. W. propone, provoca, sperimenta; Olaf osserva, partecipa e, soprattutto, trova nell'amico una persona con cui condividere un modo completamente nuovo di guardare il mondo. Tra loro nasce così quello che definiscono un vero e proprio "progetto di ricerca sulla vita": un modo per interrogarsi sull'esistenza, sulle persone, sulle esperienze e su tutto ciò che può ancora essere scoperto. Ed è forse proprio questa idea a rappresentare il cuore del romanzo. W. non racconta soltanto l'amicizia tra due ragazzi, ma racconta il momento della vita in cui il mondo sembra ancora completamente aperto e nel quale ogni esperienza può diventare una possibilità, una domanda, una scoperta. Hiemstra riesce a restituire molto bene quella particolare energia che appartiene alla giovinezza: il desiderio di provare, di partire, di cambiare idea, di discutere di tutto, di trasformare anche le cose più insignificanti in un'occasione per interrogarsi sulla vita. L'amicizia tra Olaf e W. ha qualcosa di esaltante proprio perché non nasce soltanto dalla somiglianza, ma dalla differenza. Ognuno sembra possedere ciò che manca all'altro. Ed è proprio questa complementarità, però, a diventare progressivamente anche una forma di dipendenza. Perché quando una persona diventa così importante nella costruzione della nostra identità, separarsene significa inevitabilmente confrontarsi con una domanda difficile: quanto di quello che siamo appartiene davvero a noi e quanto, invece, è nato dall'incontro con qualcun altro? Il romanzo diventa particolarmente interessante quando Olaf e W. iniziano a prendere strade differenti. Olaf si trasferisce da Groningen ad Anversa per studiare filosofia, mentre W. segue la propria irrequietezza, viaggiando, esplorando, allontanandosi e tornando. Nel frattempo entra nella loro storia anche Hilde, la ragazza di Olaf, e quella che era una relazione a due diventa un rapporto a tre. Ma W. continua a rappresentare il centro gravitazionale intorno al quale ruotano le esperienze degli altri due. L'aspetto che ho trovato più interessante è proprio il modo in cui l'autore evita di raccontare questa amicizia come qualcosa di semplicemente positivo o idealizzato. C'è molta tenerezza nel rapporto tra Olaf e W., ma insieme alla tenerezza emerge anche qualcosa di più inquietante: la possibilità che un legame così intenso possa finire per rendere più difficile diventare se stessi. L'amicizia può aiutarci a scoprire chi siamo, ma può anche diventare una specie di specchio nel quale rischiamo di continuare a cercare l'immagine dell'altro. A un certo punto, però, W. scompare. Non c'è una vera spiegazione, non c'è un congedo capace di mettere ordine nella situazione. Rimangono Olaf, Hilde e soprattutto le domande. Rimane anche un file, una sorta di archivio digitale composto da testi, immagini, haiku, meme e altri materiali lasciati da W. È da questo momento che il romanzo cambia ulteriormente natura. La ricerca di Olaf non consiste soltanto nel tentativo di ritrovare fisicamente l'amico. Diventa soprattutto una ricerca di senso. Olaf prova a ricostruire W. attraverso le tracce che ha lasciato, quasi come se ogni frammento digitale potesse contenere una parte della persona scomparsa. Ed è qui che il romanzo introduce con intelligenza uno dei suoi temi più contemporanei: il rapporto tra memoria, identità e tracce digitali. Oggi una persona può scomparire dalla nostra vita senza necessariamente scomparire dal nostro mondo. Restano fotografie, messaggi, post, immagini, file, battute, commenti, video, frammenti di conversazioni. Restano versioni di quella persona che continuano a esistere anche quando la persona non è più raggiungibile. Nel caso di W., questi materiali diventano quasi un archivio archeologico dell'amicizia. Olaf li osserva, li interpreta, cerca collegamenti e prova a ricostruire un'immagine dell'amico. Ma più cerca di comprenderlo, più emerge una verità scomoda: forse conoscere profondamente qualcuno non significa necessariamente riuscire a comprenderlo fino in fondo. La struttura del romanzo accompagna perfettamente questa sensazione. La narrazione non procede infatti come un racconto tradizionale, ordinato e rigorosamente cronologico. Il presente e il passato si intrecciano, i ricordi entrano nella storia mentre Olaf cerca di affrontare ciò che è accaduto, e il lettore viene continuamente invitato a ricomporre i frammenti. Anche la forma diventa quindi una rappresentazione della memoria: non ricordiamo in modo lineare, ma attraverso immagini, associazioni, episodi improvvisi, parole che riportano alla mente altre parole. La stessa organizzazione in giorni contribuisce a creare questa particolare atmosfera. Il romanzo concentra gli avvenimenti principali in tredici giorni, ma dentro questo spazio temporale ristretto Hiemstra riesce a far entrare anni di amicizia, esperienze condivise, cambiamenti, separazioni e ricordi. Il tempo della storia e quello della memoria finiscono così per sovrapporsi. È una scelta che può spiazzare, ma che trovo coerente con ciò che il libro vuole raccontare. W. è infatti un romanzo sulla difficoltà di mettere ordine nel passato. E forse proprio per questo il personaggio di W. rimane volutamente sfuggente. Anche il suo nome, ridotto a una sola iniziale, contribuisce alla sua natura enigmatica. W. è contemporaneamente una persona concreta e una figura che Olaf cerca continuamente di ricostruire. Più il protagonista tenta di afferrarlo, più W. sembra sottrarsi. Questa ambiguità è uno degli elementi che rendono il romanzo più interessante. W. non è semplicemente "l'amico scomparso" che deve essere ritrovato. È anche l'immagine che Olaf ha costruito di lui, e forse persino una parte della propria identità che Olaf ha costruito attraverso di lui. In questo senso, la scomparsa di W. diventa anche una crisi personale per il protagonista. Se una parte importante di ciò che siamo è nata insieme a qualcuno, cosa succede quando quella persona non c'è più? La filosofia, che accompagna il percorso dei protagonisti e in particolare la formazione di Olaf, non appare quindi come un elemento decorativo. Le domande filosofiche entrano naturalmente nella loro esperienza e nel modo in cui cercano di interpretare la realtà. La vita, il tempo, la memoria, l'identità, il significato delle relazioni e il rapporto tra ciò che viviamo e ciò che ricordiamo diventano questioni concrete, non semplici esercizi intellettuali. Uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente è proprio questa capacità di Hiemstra di inserire domande profonde all'interno di situazioni spesso quotidiane, ironiche o persino assurde. Il romanzo non è infatti sempre cupo. Al contrario, possiede una componente umoristica molto forte, legata soprattutto alla personalità di W. e al suo modo surreale di guardare le cose. L'autore alterna momenti di leggerezza ad altri decisamente più malinconici, creando un equilibrio particolare tra comicità e inquietudine. Anche il linguaggio contribuisce molto a questo effetto. La scrittura ha un andamento mobile, a tratti giocoso, capace di passare rapidamente dall'osservazione quotidiana alla riflessione, dall'assurdo al malinconico. E forse è proprio questa struttura labirintica a rendere W. un libro che non si esaurisce nella sua vicenda. Leggendolo, viene spontaneo interrogarsi sulle proprie amicizie, soprattutto quelle che hanno avuto un ruolo importante durante l'adolescenza o nella prima età adulta. Quelle persone che ci hanno insegnato qualcosa, che hanno modificato il nostro modo di vedere il mondo, che magari oggi non frequentiamo più ma che continuano, in qualche modo, a essere presenti nelle persone che siamo diventati. Il romanzo parla anche di perdita, ma non necessariamente nel senso più immediato del termine. La perdita di W. diventa una riflessione più ampia su tutte quelle persone che, prima o poi, smettono di essere presenti nella nostra vita. A volte perché scegliamo strade diverse, altre volte perché sono loro ad allontanarsi, altre ancora perché semplicemente il tempo trasforma i rapporti. E allora la domanda non è soltanto "dove è finito W.?". La domanda più profonda è: cosa rimane di una persona quando non fa più parte della nostra quotidianità? Lo scittore sembra suggerire che rimanga molto più di quanto immaginiamo. Rimangono le parole, le battute, le abitudini, i ricordi, le esperienze condivise. Rimangono perfino i nostri modi di pensare, perché le persone che abbiamo amato o con cui siamo cresciuti finiscono inevitabilmente per entrare nella nostra identità. Il passato, quindi, non è semplicemente qualcosa che possiamo archiviare e lasciare alle nostre spalle. Può continuare a dialogare con il presente, soprattutto quando qualcosa è rimasto irrisolto. È qui che il libro assume una dimensione quasi perturbante. La scomparsa dell'amico non produce soltanto il desiderio di ritrovarlo, ma apre una crepa nella percezione stessa della realtà. Olaf non deve soltanto scoprire che cosa è successo a W.; deve capire che cosa significava davvero quell'amicizia e quale parte di sé è rimasta legata a quella relazione. L'elemento digitale, in questo senso, è particolarmente efficace perché introduce una contraddizione molto contemporanea: abbiamo a disposizione una quantità enorme di tracce delle persone, ma questo non significa che possiamo conoscerle davvero. Possiamo avere migliaia di fotografie e non sapere cosa pensasse una persona in quel momento. Possiamo conservare messaggi e conversazioni, ma non necessariamente comprenderne il significato a distanza di anni. Possiamo ricostruire una presenza digitale senza riuscire a ricostruire la persona. W. gioca continuamente su questa distanza tra presenza e assenza. E forse è proprio per questo che, nonostante le sue poche pagine, il romanzo riesce a lasciare una sensazione più ampia della sua dimensione fisica. È un libro breve ma non necessariamente "veloce": alcune pagine chiedono di essere rilette, alcune domande restano in sospeso e alcune immagini continuano a lavorare nella mente anche dopo aver chiuso il libro. Non tutto, personalmente, mi è sembrato ugualmente convincente. La scelta di affidarsi a una struttura frammentata e a una narrazione che procede per salti può creare una certa distanza dal lettore e, in alcuni passaggi, la figura di Olaf appare volutamente poco capace di penetrare davvero il mistero di W. Proprio questa caratteristica, che per alcuni lettori può essere una ricchezza, per altri potrebbe rappresentare il limite principale del romanzo. Ma è anche vero che probabilmente è proprio questo il punto. W. non vuole consegnarci un personaggio completamente decifrabile. Non vuole trasformare la scomparsa in un semplice enigma da risolvere. Al contrario, sembra interessato a mostrare quanto sia impossibile possedere davvero la storia di un'altra persona, anche quando crediamo di conoscerla intimamente. Il risultato è un romanzo di formazione insolito, profondamente legato alla sensibilità contemporanea, capace di parlare di amicizia, identità, memoria e perdita senza trasformare questi temi in qualcosa di eccessivamente sentimentale. Ho trovato particolarmente riuscito il modo in cui Tiemen Hiemstra riesce a tenere insieme leggerezza e inquietudine. Si può sorridere per una situazione assurda e, poche pagine dopo, ritrovarsi davanti a una domanda molto più seria. Si può seguire Olaf nella sua ricerca quasi con la curiosità di chi vuole scoprire dove sia finito W., per poi rendersi conto che la vera ricerca riguarda soprattutto Olaf stesso. Ed è probabilmente questo il motivo per cui W. mi è rimasto più impresso come romanzo sull'amicizia che come semplice storia di una scomparsa. Perché alla fine W. non parla soltanto di qualcuno che se ne va. Parla di ciò che accade a chi resta. Parla del modo in cui continuiamo a portare con noi le persone che hanno contribuito a costruirci, anche quando non fanno più parte della nostra vita. Parla della difficoltà di distinguere i nostri ricordi dalle persone che quei ricordi hanno creato. E soprattutto parla di quella fase della vita in cui siamo ancora abbastanza giovani da credere che tutto debba essere scoperto insieme a qualcun altro. Si tratta quindi un romanzo che richiede un lettore disposto a lasciarsi trasportare più dalle domande che dalle risposte. Non è una storia da affrontare aspettandosi un mistero tradizionale da risolvere, ma un percorso dentro un'amicizia intensa, dentro la memoria e dentro il difficile processo attraverso cui una persona impara a esistere anche quando viene meno qualcuno che sembrava indispensabile. Per me è soprattutto questo il valore del romanzo: ricordarci che alcune persone non rimangono necessariamente perché restano accanto a noi, ma perché continuano a modificare il modo in cui guardiamo il mondo. Consiglio questa lettura a chi ama i romanzi di formazione non convenzionali, le storie incentrate sulle amicizie profonde e ambigue e quei libri che utilizzano una vicenda narrativa per aprire domande più grandi sull'identità, sulla memoria e sul significato dei rapporti umani. È una lettura particolarmente interessante per chi apprezza le strutture narrative frammentarie, i romanzi brevi ma densi, la contaminazione tra letteratura e cultura digitale e quei personaggi che non vengono spiegati completamente, ma devono essere ricostruiti dal lettore. Lo consiglierei anche a chi ama le storie in cui il mistero non è necessariamente qualcosa da risolvere, ma uno strumento per interrogarsi sulle persone e sui legami che abbiamo con loro. Alcune note su Tiemen Hiemstra Tiemen Hiemstra è uno scrittore olandese. È nato a Groningen e ha studiato a Anversa. Si è poi trasferito a Lipsia dove è diventato postino e dove ha scritto il suo primo romanzo W., pubblicato in Italia da Adelphi nel 2026. TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #dafne_paris, #tiemen_hiestra, #voto_quattro

RECENSIONE: Quello che non si può dire (Dorothee Elmiger)
Autore: Dorothee Elmiger Traduttore: Nicoletta Giacon Editore: Gramma Feltrinelli, 2026 Pagine: 224 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 18.00 (cartaceo), € 12.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.feltrinellieditore.it/opera/quello-che-non-si-puo-dire/ Trama Da Moby Dick di Melville a Cuore di tenebra di Conrad, l'incontro con una forza misteriosa e imperscrutabile in cui naufraga ogni fede nella ragione è stato uno dei temi prediletti della letteratura e del pensiero occidentali. Tra i libri capaci di restituire il fascino e il potere evocativo di tali grandi opere, occorre ora annoverare "Quello che non si può dire" di Dorothee Elmiger. Salutato dall'entusiasmo della critica al suo apparire in Germania, vincitore indiscusso del più prestigioso premio letterario tedesco, il romanzo muove da un caso realmente accaduto: la scomparsa, nel 2014, di due giovani donne olandesi nella giungla tra Panama e la Colombia. Un mistero irrisolto, reso ancora più oscuro da alcuni scatti contenuti nella macchina fotografica rinvenuta sul luogo della sparizione. Novantuno indecifrabili fotografie scattate tra l'una e le tre del mattino, con il pulsante premuto in rapida successione nel tentativo di rendere visibile qualcosa nel fitto della giungla. Un enigma che affascina a tal punto un noto regista teatrale, convinto con Oscar Wilde che il mistero si annidi nel visibile e non nel suo contrario, da spingerlo a concepire un progetto ambizioso: un'opera teatrale ambientata esattamente nel luogo della scomparsa delle due olandesi, nel cuore della foresta tropicale. A restituire con la parola, in una sorta di diario della spedizione, tutto ciò che capita alla nutrita compagnia di teatranti viene chiamata una scrittrice. È attraverso la sua voce che Dorothee Elmiger cattura irresistibilmente il lettore. La cronaca degli eventi che si susseguono nella giungla si trasforma in una inarrestabile caduta nel cuore di tenebra della ragione. Nel racconto dei diversi protagonisti della spedizione, l'iniziale disorientamento per il silenzio incombente, le piantagioni abbandonate, il clima soffocante, diventa via via paura dell'ignoto e, infine, perdita totale dei concetti, del linguaggio, del senso del mondo dinanzi all'irrompere del Grande Dio Vuoto, il dio osceno dell'abisso in cui naufragano tutte le cose. Recensione Una foresta tropicale, due ragazze scomparse, una serie di fotografie impossibili da decifrare e una compagnia teatrale che decide di tornare proprio nel luogo in cui, anni prima, si è consumato un mistero mai completamente chiarito. È da questo nucleo narrativo, reale e insieme profondamente enigmatico, che Dorothee Elmiger costruisce un romanzo che non vuole semplicemente raccontare una storia, ma interrogarsi su ciò che accade quando la realtà smette di essere comprensibile e le parole cominciano a non bastare più. Quello che non si può dire, vincitore del Deutscher Buchpreis 2025, è un libro difficile da incasellare. Parte quasi come un romanzo d'avventura, assume progressivamente i contorni di una storia perturbante e finisce per trasformarsi in una riflessione radicale sul linguaggio, sulla paura, sulla violenza e sul bisogno umano di dare un significato a ciò che ci sfugge. Il punto di partenza è la scomparsa, nel 2014, di due giovani donne olandesi nella giungla tra Panama e la Colombia. Il ritrovamento di alcuni oggetti e, soprattutto, di una macchina fotografica contenente novantuno fotografie scattate nel cuore della notte contribuisce a rendere la vicenda ancora più inquietante. Quelle immagini, invece di chiarire l'accaduto, sembrano spalancare un vuoto ancora più grande: mostrano qualcosa, ma non permettono davvero di sapere cosa sia successo. È proprio questa impossibilità di arrivare a una risposta definitiva a diventare il motore profondo del romanzo. A distanza di anni, un regista teatrale decide di portare una compagnia proprio in quel luogo. Il suo progetto è ambizioso: realizzare un'opera teatrale ambientata nella giungla, là dove si sono perse le tracce delle due ragazze. A seguire il gruppo viene chiamata una scrittrice, incaricata di osservare, registrare, trascrivere ciò che accade durante la spedizione. Ed è attraverso il suo sguardo che il lettore entra progressivamente in questo territorio straniante. Questa scelta narrativa mi è sembrata particolarmente interessante perché la scrittrice non è soltanto una testimone. Diventa, in qualche modo, il filtro attraverso cui la realtà cerca continuamente di essere trasformata in racconto. Il suo compito è mettere ordine, conservare le parole degli altri, registrare gli avvenimenti. Ma più la spedizione procede, più diventa evidente che l'ordine che si vorrebbe imporre alla realtà è fragile. La giungla, infatti, non è semplicemente lo scenario del romanzo. È una presenza vera e propria. È qualcosa che avvolge, disorienta, modifica la percezione delle cose. Il caldo, la pioggia, il silenzio, la vegetazione, le piantagioni abbandonate e la sensazione di trovarsi in un ambiente nel quale i normali punti di riferimento non funzionano più contribuiscono a creare un'atmosfera sempre più opprimente. E proprio qui, secondo me, Elmiger compie il passaggio più interessante. La domanda non è più soltanto: che cosa è successo alle due ragazze? La domanda diventa: che cosa succede all'essere umano quando si trova davanti a qualcosa che non riesce a comprendere? È una differenza fondamentale. Un normale romanzo costruito intorno a un mistero tende naturalmente verso una soluzione. Il lettore raccoglie indizi, formula ipotesi, cerca collegamenti e aspetta una risposta. Elmiger, invece, sembra interessata soprattutto al momento in cui questa ricerca della risposta si inceppa. Il mistero non è soltanto qualcosa da risolvere: è una voragine che mette in discussione la nostra convinzione di poter spiegare ogni cosa. Da questo punto di vista, il romanzo dialoga apertamente con una certa tradizione della letteratura occidentale, richiamando quell'idea del viaggio verso un luogo sconosciuto che troviamo, con modalità naturalmente diverse, in opere come Moby Dick e Cuore di tenebra. Ma Elmiger non si limita a riproporre un modello già conosciuto: lo porta dentro il presente e lo utilizza per interrogare il nostro rapporto con la conoscenza, con la natura e con la rappresentazione della realtà. La cosa che più mi ha colpito è proprio il modo in cui il romanzo mette continuamente in discussione il potere della parola. I personaggi parlano moltissimo. Raccontano, spiegano, ricordano, interpretano, cercano connessioni. Eppure, più parlano, più ci si avvicina alla sensazione che le parole non riescano davvero a raggiungere ciò che stanno cercando di descrivere. È come se il linguaggio continuasse a girare intorno a un centro vuoto. Il titolo acquista così un significato molto più ampio rispetto alla semplice impossibilità di raccontare un fatto. "Quello che non si può dire" diventa ciò che resiste alla descrizione, ciò che non può essere completamente tradotto in parole, ciò che rimane fuori dal nostro sistema di comprensione. L'orrore, in particolare, viene presentato come qualcosa che per sua natura sfugge al linguaggio: possiamo avvicinarci, tentare di nominarlo, costruire intorno ad esso racconti e immagini, ma non possiamo possederlo attraverso le parole. Ed è proprio questo che rende la lettura inquietante. Elmiger non costruisce la paura attraverso continui colpi di scena o attraverso una narrazione tradizionale dell'orrore. La paura nasce piuttosto dall'incertezza. Dalla sensazione che dietro ciò che vediamo ci sia qualcosa che non riusciremo mai completamente a vedere. Dalla progressiva perdita dei riferimenti. Dalla consapevolezza che la ragione, che utilizziamo come strumento per orientarci nel mondo, potrebbe non essere sufficiente. Il cosiddetto "Grande Dio Vuoto", che emerge nel corso del romanzo come immagine dell'abisso e del nulla, rappresenta in questo senso molto più di una semplice presenza simbolica. È la materializzazione di una paura profondissima: quella di trovarsi davanti a un mondo privo delle risposte che cerchiamo, davanti a una realtà che non ha alcun obbligo di essere comprensibile. Ma il romanzo non si ferma alla paura dell'ignoto. Uno degli aspetti che ho trovato più stimolanti riguarda il rapporto tra l'uomo e ciò che pretende di conoscere, dominare e rappresentare. La compagnia teatrale entra nella giungla con l'intenzione di trasformare una tragedia reale in un'opera artistica. Ed è proprio questo gesto a diventare problematico. Che cosa significa trasformare una vicenda reale, ancora avvolta nel mistero e legata alla morte di due persone, in una rappresentazione? Quanto possiamo appropriarci di una storia che non ci appartiene? E quando raccontiamo qualcosa, quanto rischiamo di deformarlo per renderlo più comprensibile, più spettacolare, più vicino alle nostre aspettative? Sono domande che Elmiger non affronta in maniera didascalica. Le lascia sedimentare nella narrazione, attraverso i comportamenti e i discorsi dei personaggi. È una delle caratteristiche che ho maggiormente apprezzato: il romanzo non sembra voler consegnare al lettore una tesi già confezionata, ma costruisce una situazione nella quale siamo noi a percepire progressivamente le contraddizioni. Anche il rapporto con la natura assume così un significato particolare. La foresta non è una cartolina esotica e nemmeno un semplice ambiente ostile. È un luogo segnato dalla storia, dalla conquista, dallo sfruttamento e dalla violenza. La spedizione dei protagonisti finisce quindi per entrare in contatto con una serie di forme di violenza che non appartengono soltanto al mistero delle due ragazze scomparse, ma attraversano i rapporti tra esseri umani, il rapporto con la natura e la storia coloniale. In questo senso, la giungla diventa anche una sorta di specchio. Più i personaggi cercano di comprenderla, più finiscono per confrontarsi con le proprie paure, ossessioni e contraddizioni. La scrittura di Elmiger contribuisce enormemente a questa sensazione. È una prosa che procede spesso per immagini, frammenti, dialoghi, osservazioni e improvvisi spostamenti. La narrazione possiede qualcosa di cinematografico, quasi procedesse per inquadrature successive, lasciando tra un'immagine e l'altra uno spazio che il lettore è chiamato a riempire. Non è un caso che alcune letture critiche abbiano insistito proprio sulla dimensione visiva e cinematografica del romanzo. Personalmente ho trovato molto interessante questa scelta perché rende la lettura meno rassicurante. Non tutto viene spiegato. Non tutto viene collegato. Alcuni elementi restano sospesi e proprio questa sospensione contribuisce a creare l'inquietudine. È un libro che richiede attenzione e che probabilmente non cerca il lettore interessato esclusivamente a una storia da divorare rapidamente. La sua forza non risiede soltanto nella vicenda di partenza, ma in tutto ciò che la vicenda permette di mettere in discussione. Chi entra nel romanzo aspettandosi esclusivamente di scoprire che cosa sia accaduto alle due ragazze potrebbe quindi trovarsi spiazzato. Il mistero è importante, ma non è il vero punto d'arrivo. Il vero viaggio è un altro. È il viaggio dentro il fallimento della nostra esigenza di spiegare tutto. Ed è proprio per questo che, una volta terminata la lettura, rimane una sensazione difficile da archiviare. Non tanto perché il romanzo offra una soluzione sconvolgente, quanto perché lascia il lettore davanti a una domanda molto più scomoda: siamo davvero capaci di accettare ciò che non comprendiamo? Quello che non si può dire è, a mio avviso, un romanzo sul limite. Il limite della conoscenza, della parola, della rappresentazione artistica, della ragione. Ma anche il limite che separa ciò che possiamo raccontare da ciò che rimane inevitabilmente fuori dal racconto. E forse è proprio qui che risiede la sua originalità. Elmiger parte da una vicenda reale che possiede già tutti gli ingredienti del mistero e la utilizza non per costruire l'ennesima ricostruzione di un caso irrisolto, ma per andare molto più lontano. La scomparsa delle due ragazze diventa una sorta di porta d'ingresso verso una riflessione più ampia sull'essere umano e sulla sua ostinata necessità di dare un nome alle cose. A tratti la lettura può risultare impegnativa, soprattutto quando la narrazione abbandona i riferimenti più concreti e si addentra nella dimensione filosofica e simbolica. Ma è proprio questa ambizione a rendere il romanzo interessante. Non è una lettura che si esaurisce nell'intreccio: continua a lavorare nella mente anche dopo aver chiuso il libro. Dorothee Elmiger costruisce così un'opera inquieta, colta e profondamente contemporanea, capace di utilizzare una storia di cronaca per parlare della nostra difficoltà ad accettare il vuoto, l'incertezza e l'inspiegabile. Un romanzo nel quale la foresta è reale, il mistero è reale, la paura è reale, ma lo è altrettanto il bisogno di raccontare tutto questo, anche sapendo che nessuna parola potrà mai essere completamente sufficiente. Consiglio questio libro a chi ama i romanzi letterari e perturbanti, le storie costruite intorno a misteri irrisolti e, soprattutto, le opere che non si limitano a raccontare una vicenda ma utilizzano la narrativa per interrogarsi sul linguaggio, sulla paura, sulla natura e sui limiti della conoscenza. È particolarmente indicato per chi apprezza una letteratura ambiziosa, stratificata e non necessariamente rassicurante. Alcune note su Dorothee Elmiger Dorothee Elmiger, scrittrice, editrice e traduttrice, è nata in Svizzera nel 1985 e ha studiato Lettere, Storia, Filosofia e Scienze politiche a Lipsia. Le sue opere Einladung an die Waghalsigen (2010), Schlafgänger (2014) e Aus der Zuckerfabrik (2020) sono state tradotte in numerosi paesi. Elmiger ha ricevuto prestigiosi premi, tra cui il Premio letterario Aspekte per il miglior romanzo d’esordio scritto in tedesco, lo Schillerpreis 2021 e, più recentemente, il Premio Nicolas Born 2022. Aus der Zuckerfabrik è stato selezionato sia per il Premio tedesco del libro che per quello svizzero. Nel 2021 ha ricoperto la cattedra Samuel Fisher Visiting Professorship presso la Libera Università di Berlino e nel 2023 è stata scrittrice residente Max Kade presso l’Università del Michigan. È membro dell’Accademia tedesca per la lingua e la letteratura. Vive a New York. Per Feltrinelli Gramma è uscito Quello che non si può dire (2026). TAG: #narrativa_straniera #narrativa_moderna_contemporanea, #nicolatta_giacon, #dorothee, elmiger, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Evelina non è per niente pazza (Rossella Carboni)
Autore: Rossella Carboni Editore: Corbaccio, 2026 Pagine: 272 Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 18.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.corbaccio.it/libri/evelina-non-e-pazza-per-niente-9791259923301 Trama A Evelina danno tutti della pazza. In effetti prende ansiolitici come fossero caramelle e si trova più a suo agio con le cose che con le persone. Fa la postina, ma non è molto brava neanche nel suo lavoro. È troppo strana. O così le dicono… La sua passione è collezionare oggetti considerati inutili: l'insegna al neon di un barche non esiste più, una vecchia macchina del caffè, birilli di legno. Vorrebbe chiudersi in casa con loro. Soprattutto ora che ha scoperto che la gente ride delle sue «stranezze». Tutti. L'unica che non ride, l'unica che la capisce, è Lucilla, la vicina anziana che la considera una figlia. Quando Lucilla si ammala gravemente, le affida un segreto: una lettera da consegnare a un uomo. A New York. Evelina ha paura. Così lontana non è mai stata. Ma dopotutto è una postina. E forse è arrivato il momento di dimostrare a tutti che lei, le lettere, le sa consegnare. Che lei non è poi così strana. Ancora non lo sa, ma spesso sono proprio i posti più lontani da dove abitiamo quelli in cui, all'improvviso, ci sentiamo a casa. E forse sarà dall'altra parte dell'oceano che la parola «strana» assumerà per Evelina un altro significato. Perché gli oggetti smetteranno di essere solo un rifugio e diventeranno una chiave per entrare nella vita degli altri, per riconoscere ferite, desideri, storie messe in un angolo come cianfrusaglie. Quanta strada può fare una donna che si è sempre creduta sbagliata, quando scopre che proprio la sua diversità è ciò che la rende insostituibile? Recensione A volte basta essere un po’ diversi dagli altri per diventare, agli occhi di chi ci circonda, qualcosa da evitare, da giudicare o, peggio ancora, da etichettare. È proprio attorno a questa idea che Rossella Carboni costruisce il suo romanzo d’esordio, una storia che riesce a essere divertente e malinconica nello stesso momento e che trova nella sua protagonista una voce impossibile da confondere. Evelina ha cinquant’anni, fa la postina e vive sola. Non ha una vita particolarmente movimentata e, soprattutto, non sembra avere molta voglia di averla. Le persone la mettono a disagio, mentre gli oggetti le danno quella sicurezza che non riesce a trovare nei rapporti umani. Li raccoglie, li conserva, li osserva e soprattutto attribuisce loro un valore che gli altri non riescono a comprendere. Quello che per molti è semplicemente qualcosa di vecchio, inutile o da buttare, per Evelina può diventare un piccolo frammento di una storia. La sua casa finisce così per diventare una sorta di universo parallelo, pieno di oggetti dimenticati e apparentemente privi di utilità, ma capaci di raccontare qualcosa. Evelina non li considera semplicemente cose da accumulare: per lei sono presenze, ricordi, testimonianze. È un modo per costruirsi attorno un mondo che non giudica e che non pretende da lei di essere diversa da quella che è. Fuori da quelle mura, però, la situazione è completamente diversa. Evelina viene considerata strana, viene derisa e, soprattutto, viene definita con una parola che pesa moltissimo: pazza. Lei stessa sembra essersi abituata a essere guardata attraverso questa etichetta, tanto da costruire nel tempo una sorta di corazza fatta di abitudini, convinzioni e rituali. Anche il suo rapporto con il proprio corpo e con la propria immagine racconta una difficoltà profonda nel guardarsi davvero e nell'accettarsi. In questo ritratto Rossella Carboni riesce a evitare una trappola piuttosto comune: trasformare una protagonista eccentrica in una semplice macchietta. Evelina può far sorridere, può esasperare, può persino suscitare qualche perplessità, ma non viene mai ridotta alle sue stranezze. Dietro i suoi comportamenti c'è una donna ferita, che ha imparato a proteggersi dal mondo creando un mondo tutto suo. E forse è proprio questa la cosa che ho apprezzato maggiormente del romanzo: Evelina non viene presentata come qualcuno che deve semplicemente "guarire" dalla propria diversità per poter finalmente vivere. Il suo percorso è molto più complesso. Quello che deve cambiare non è necessariamente ciò che la rende diversa, ma il modo in cui guarda se stessa, gli altri e le esperienze che le sono capitate. Un ruolo fondamentale lo ricopre Lucilla, l'anziana vicina di casa che rappresenta per Evelina qualcosa di molto più importante di una semplice amicizia. È una delle pochissime persone capaci di guardarla senza fermarsi alla sua stranezza. Lucilla la conosce, la accoglie e le vuole bene, quasi come una figlia. È grazie al loro rapporto che comprendiamo quanto Evelina, nonostante il suo isolamento, abbia bisogno di qualcuno capace di riconoscerla davvero. Quando Lucilla si ammala gravemente, la vita della protagonista subisce una brusca deviazione. La donna le affida infatti un compito: consegnare una lettera a un uomo che si trova a New York. Per Evelina, che non è mai stata così lontano da casa, sembra una richiesta quasi impossibile. Ed è qui che il romanzo cambia passo. Quella che potrebbe sembrare semplicemente la storia di un viaggio diventa progressivamente un viaggio molto più personale. Evelina parte con una missione precisa, ma si ritrova a fare i conti con qualcosa che non aveva previsto: la necessità di mettere in discussione le proprie certezze. New York diventa così molto più di una semplice ambientazione. È il luogo della distanza, dell'ignoto, della possibilità. Lontana dalla casa, dagli oggetti, dalle abitudini e dalle persone che conosce, Evelina è costretta a confrontarsi con una realtà nella quale non può continuare a nascondersi dietro le proprie sicurezze. Durante questo percorso entra in gioco anche Efim, un maestro spirituale che le propone una serie di compiti attraverso i quali Evelina viene accompagnata verso una maggiore consapevolezza di sé. Non è un percorso lineare e soprattutto non è una trasformazione improvvisa. La protagonista deve fare i conti con il proprio passato, con le ferite che ha accumulato e con quei desideri che, soprattutto durante l'infanzia, ha imparato a mettere da parte. Il concetto dei "desideri interrotti" diventa particolarmente significativo perché permette di guardare Evelina da una prospettiva diversa. La sua rabbia, le sue rigidità e il suo modo di interpretare ciò che accade intorno a lei non sono semplicemente caratteristiche di una donna difficile: sono anche il risultato di qualcosa che nel tempo è stato represso, accantonato e mai veramente affrontato. Ed è proprio questo che rende il percorso di Evelina interessante. Non assistiamo alla trasformazione di una persona "sbagliata" in una persona finalmente "normale". Assistiamo piuttosto alla scoperta che forse il problema non è mai stato essere diversi, ma avere imparato a considerare la propria diversità come una colpa. Carboni affronta questi temi con una scrittura che riesce a mantenere un equilibrio particolare tra ironia e malinconia. Ci sono situazioni capaci di strappare un sorriso e altre che invece lasciano emergere tutta la solitudine della protagonista. Il risultato è un tono narrativo che non cerca continuamente di commuovere il lettore, ma che riesce comunque a far arrivare le emozioni. Evelina, soprattutto, è un personaggio che rimane. Non perché sia perfetta, anzi. È piena di contraddizioni, convinzioni difficili da scalfire, paure e comportamenti che possono anche risultare irritanti. Ma proprio per questo appare autentica. È una persona che ha costruito il proprio modo di stare al mondo e che, proprio quando pensa di aver trovato il modo migliore per proteggersi, scopre che quella stessa protezione rischia di impedirle di vivere davvero. Mi è piaciuto anche il modo in cui gli oggetti assumono un significato sempre più importante nel corso della storia. All'inizio sembrano rappresentare soprattutto il rifugio di Evelina, il luogo nel quale può sentirsi al sicuro. Progressivamente, però, diventano qualcosa di diverso: una chiave per comprendere le storie degli altri. Ciò che sembrava separarla dal mondo può diventare, paradossalmente, uno strumento per entrare in contatto con quel mondo. Ed è forse questa una delle idee più belle del romanzo: quello che abbiamo sempre considerato un limite può, in determinate circostanze, diventare una risorsa. La metafora della farfalla, che accompagna il percorso di Evelina, sintetizza bene questa evoluzione. Per cambiare non basta desiderare di essere diversi: bisogna avere il coraggio di mettere in discussione le proprie convinzioni, di guardare le proprie ferite e di accettare che il mondo non possa essere sempre interpretato attraverso le stesse categorie. Si tratta quindi un romanzo che parla di diversità, solitudine, dolore e cambiamento, ma lo fa senza rinunciare alla leggerezza. È una storia che invita a chiedersi quante volte giudichiamo qualcuno semplicemente perché non riusciamo a comprenderlo e quante volte, invece, siamo noi stessi a costruire una gabbia fatta di convinzioni e paure. Il pregio maggiore di questo esordio sta proprio nella protagonista. Evelina non è sempre facile da capire e forse non deve esserlo. Non è una persona che cerca continuamente l'approvazione del lettore. È una donna che deve prima di tutto imparare a guardarsi con occhi diversi. E mentre accompagniamo lei in questo percorso, inevitabilmente finiamo per guardarci un po' anche noi. Alla fine rimane una sensazione piacevole, ma non semplicemente rassicurante. Perché la storia di Evelina non racconta soltanto la possibilità di cambiare: racconta soprattutto la possibilità di smettere di considerarsi sbagliati. E forse, qualche volta, è proprio quando troviamo il coraggio di uscire dal nostro piccolo mondo che scopriamo che ciò che ci rende diversi non è necessariamente ciò che ci allontana dagli altri. Può essere, al contrario, ciò che ci permette finalmente di incontrarli. Consiglio questo libro a chi ama le storie con protagonisti eccentrici, imperfetti e fuori dagli schemi, ma soprattutto a chi cerca romanzi capaci di mescolare ironia e malinconia senza rinunciare a una riflessione più profonda. È una lettura adatta a chi ama i percorsi di rinascita e di scoperta personale, le protagoniste non convenzionali e quelle storie che, dietro una vicenda apparentemente leggera, nascondono domande importanti sul modo in cui guardiamo noi stessi e gli altri. Alcune note su Rossella Carboni Rossella Carboni è nata a Parma, Rossella Carboni si laurea in filosofia e dal 2005 lavora come copywriter in un’agenzia di pubblicità. Accanto all’attività professionale, sviluppa un percorso di studi personale che attraversa la fisica, la psicologia del profondo e i temi legati al senso dell’esperienza umana. Evelina non è pazza per niente è il suo primo romanzo. TAG: #narrativa_italiana #narrativa_moderna_contemporanea, #rossella_carboni, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: L'eremo dei folli (Agnese Messina)
Autore: Agnese Messina Editore: Garzanti, 2026 Pagine: 320 Genere: Narrativa italiani, Gialli Prezzo: € 19.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.garzanti.it/libri/agnese-messina-leremo-dei-folli-9788811016496/ Trama Mi chiamo June McFlynn e sono un’entomologa forense. La scienza non è soltanto il mio lavoro: è il mio modo di stare al mondo. Garantisce ordine e giustizia, tutto ciò che la vita intorno a me non possiede. Lo studio delle cose piccole mi permette di tenere a bada un mondo troppo grande per me, a cominciare dalla Sicilia assolata e tormentata che mi circonda, dove ancora mi chiamano «l’americana», come se non fossi nata e cresciuta qui. Nel mio lavoro non ho paura di sporcarmi le mani: ho imparato fin da bambina che il nostro destino non si decide nelle grandi imprese, ma nei dettagli. E so che la natura nasconde le risposte che cerco: terriccio, insetti, foglie, frammenti di vita che si fanno prove. Essere una donna in questo campo non è semplice. Ogni giorno devo dimostrare di meritare il ruolo di consulente del tribunale di Catania, espormi in prima persona, sfidare i pregiudizi. Ho sempre creduto che la scienza bastasse a tenermi al sicuro. Ma questa indagine è diversa da tutte le altre. Una madre e sua figlia scomparse nel nulla. Nessuna traccia, soltanto lo sgomento dell’assenza. E in quest’assenza riconosco qualcosa che credevo sepolto e che mi riempie d’angoscia. Io sono June McFlynn. Sono una donna di scienza e per me la verità è tutto. Eppure, ho un segreto inconfessabile. E dovrò affrontarlo. Recensione La cosa che colpisce fin dalle prime pagine di questo romanzo è il modo in cui Agnese Messina riesce a trasformare ciò che normalmente rimane ai margini in qualcosa di decisivo. Piccoli dettagli, tracce quasi invisibili, elementi della natura che potrebbero sembrare insignificanti diventano invece strumenti attraverso cui cercare una verità. E non è un caso che al centro della storia ci sia un’entomologa forense: June McFlynn ha fatto dell’osservazione la propria professione, ma soprattutto il proprio modo di affrontare il mondo. June è una protagonista interessante proprio perché non viene costruita come un’eroina invulnerabile. È una donna di scienza, abituata a fidarsi dei fatti, delle prove, di ciò che può essere analizzato e dimostrato. Nel suo lavoro di consulente del tribunale di Catania si occupa di quegli elementi minimi che possono contribuire a ricostruire una storia: insetti, terriccio, foglie, frammenti di vita. La sua capacità di leggere ciò che gli altri non vedono è una delle caratteristiche più affascinanti del personaggio. Ma la scienza, che per June rappresenta una sorta di rifugio dall'imprevedibilità dell'esistenza, a un certo punto non è più sufficiente. La scomparsa di una madre e di sua figlia rappresenta infatti qualcosa di molto più complesso di una semplice indagine. Non ci sono soltanto delle persone che sembrano essere svanite nel nulla, ma soprattutto un'assenza che costringe June a confrontarsi con qualcosa che appartiene al suo passato e che avrebbe preferito lasciare sepolto. È qui che il romanzo cambia progressivamente prospettiva: la ricerca della verità all'esterno finisce inevitabilmente per trasformarsi in una ricerca dentro se stessi. Ed è proprio questo, a mio parere, uno degli aspetti più riusciti del libro. L’indagine non serve soltanto a risolvere un mistero, ma diventa lo strumento attraverso cui June è costretta a mettere in discussione le proprie certezze. La donna che crede di poter trovare risposte attraverso la razionalità e la precisione scientifica scopre che esistono zone dell'esistenza nelle quali le prove non bastano. Ci sono ferite che non possono essere osservate al microscopio e segreti che, per quanto a lungo nascosti, continuano a esercitare la loro influenza. Agnese Messina costruisce così un thriller che non punta esclusivamente sulla domanda "chi è stato?", ma anche e soprattutto su una domanda più inquietante: quanto possiamo davvero conoscere le persone che ci circondano e, soprattutto, quanto possiamo conoscere noi stessi? La Sicilia nella quale si muove June contribuisce a dare al romanzo una dimensione particolare. Non è semplicemente uno sfondo geografico, ma un ambiente con cui la protagonista ha un rapporto complesso. June è nata e cresciuta in Sicilia, eppure continua a essere chiamata "l'americana", come se appartenesse contemporaneamente a quel luogo e ne fosse, almeno agli occhi degli altri, una presenza estranea. Anche questo elemento contribuisce a definire il suo carattere: June sembra vivere costantemente in una posizione di osservatrice, come se dovesse prendere le distanze dalle cose per riuscire a comprenderle. Essere una donna che lavora in un ambiente nel quale deve continuamente dimostrare il proprio valore aggiunge poi un ulteriore livello alla sua caratterizzazione. La competenza scientifica non le viene semplicemente riconosciuta: deve conquistarsela ogni giorno, confrontandosi con pregiudizi e diffidenze. La sua determinazione non nasce quindi dal desiderio di apparire forte, ma dalla necessità di essere creduta e ascoltata. Questa dimensione rende June una protagonista con la quale è facile entrare in sintonia, anche nei suoi momenti più fragili. Il romanzo funziona particolarmente bene quando mette in relazione l'attività investigativa e la dimensione psicologica. Da una parte c'è la June che osserva, analizza, raccoglie indizi e cerca spiegazioni razionali; dall'altra c'è la donna che deve fare i conti con una verità personale che non può essere affrontata con gli stessi strumenti utilizzati nel lavoro. Il contrasto è interessante perché permette alla tensione narrativa di svilupparsi su due livelli. Vogliamo capire che cosa è successo alla madre e alla figlia, ma contemporaneamente vogliamo comprendere che cosa si nasconde dietro quella particolare reazione di June, perché quella scomparsa riesca a toccare una parte così profonda della sua memoria. Ed è proprio il segreto di June a diventare uno dei motori emotivi della storia. Senza entrare nei dettagli che rischierebbero di rovinare la lettura, il passato della protagonista non è un semplice elemento aggiunto alla trama per creare suspense. È qualcosa che condiziona il suo modo di guardare la realtà e che finisce per intrecciarsi con l'indagine. La verità che June cerca non è quindi soltanto quella necessaria a ricostruire una vicenda, ma anche quella che riguarda se stessa. Mi è piaciuto particolarmente questo gioco tra visibile e invisibile. Nel lavoro di June, infatti, la verità si nasconde spesso proprio nei dettagli che nessuno considera importanti. E la stessa cosa sembra accadere sul piano umano: ciò che viene taciuto, rimosso o nascosto può essere molto più significativo di ciò che viene raccontato apertamente. Il titolo acquista così un significato che va oltre la semplice dimensione narrativa. L'"eremo" suggerisce un luogo di isolamento, mentre i "folli" richiamano tutte quelle persone che, per ferite, paure, colpe o scelte, si ritrovano ai margini di ciò che consideriamo normale. Il romanzo sembra interrogarsi proprio su questo confine: chi stabilisce cosa sia normale? E quanto è sottile la distanza tra ciò che giudichiamo negli altri e ciò che potremmo arrivare a comprendere se conoscessimo davvero le loro storie? Agnese Messina, al suo esordio, dimostra inoltre di avere una particolare attenzione per la componente scientifica della storia. L'entomologia forense non viene utilizzata soltanto come caratteristica originale della protagonista, ma diventa parte integrante del suo modo di ragionare. È un elemento che contribuisce a distinguere il romanzo da molti thriller costruiti intorno alle figure investigative più tradizionali. Anche il ritmo contribuisce alla leggibilità del libro. La narrazione procede attraverso capitoli che accompagnano gradualmente il lettore verso le risposte, lasciando spazio tanto all'indagine quanto alla dimensione personale della protagonista. Non è quindi un thriller fondato esclusivamente sull'azione: la tensione nasce soprattutto dalle domande che si accumulano e dalla consapevolezza che, dietro quello che sta accadendo, esiste qualcosa che riguarda direttamente June. Quello che resta, alla fine, è soprattutto la sensazione di aver letto una storia nella quale il mistero è soltanto una delle componenti. L'eremo dei folli parla di verità, di colpa, di memoria e di quelle parti della nostra vita che vorremmo poter cancellare ma che, prima o poi, tornano a chiedere di essere guardate. E forse è proprio qui che il romanzo trova la sua dimensione più interessante: nella consapevolezza che comprendere la realtà non significa necessariamente riuscire a controllarla. June ha costruito la propria vita sulla convinzione che la scienza possa mettere ordine nel caos. Ma alcune verità non arrivano attraverso una prova scientifica. Richiedono il coraggio di affrontare ciò che fa paura. Ho trovato quindi L’eremo dei folli un esordio interessante, soprattutto per la scelta di affidare il ruolo centrale a una protagonista insolita e per il modo in cui la componente investigativa viene intrecciata alla sua storia personale. È un romanzo che riesce a mantenere la curiosità tipica del thriller, ma allo stesso tempo invita a guardare oltre il caso da risolvere. Non tutto ruota attorno al mistero: al centro ci sono soprattutto le persone, con le loro fragilità, i loro errori e i segreti che cercano di proteggere. Consiglierei L’eremo dei folli a chi ama i thriller psicologici nei quali l'indagine non è separata dalla vita dei protagonisti, a chi apprezza personaggi femminili complessi e non stereotipati e a chi cerca una storia capace di unire mistero e componente scientifica. È una lettura particolarmente adatta anche a chi è incuriosito dall'entomologia forense e vuole trovare in un thriller un'ambientazione investigativa meno convenzionale. Un esordio che lascia spazio alla suspense, ma soprattutto a una protagonista che ha ancora molto da raccontare. Alcune note su Agnese Messina Agnese Messina è nata a Catania il 9 ottobre 1989. Dopo il diploma all’Istituto Tecnico Aeronautico e la laurea in Biologia, durante la quale ha seguito un master e scritto la tesi in Entomologia forense, ha intrapreso gli studi in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Catania. Vive nella sua città natale, dove si divide tra la scrittura, la ricerca e l’amore per la musica classica. TAG: #narrativa_italiana, #gialli, #agnese_messina, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Malopasso (Marta Lamalfa)
Autore: Marta Lamalfa Editore: Neri Pozza, 2026 Pagine: 176 Genere: Narrativa italiana Prezzo: € 18.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://neripozza.it/libro/9788854534636 Trama Quello spicchio di terra stretto fra montagna e mare è tutto ciò che hanno gli abitanti della Tonnara. Gli scogli indecisi tra suolo e abisso, l’ulivo storto aggrappato alla pietra contro le onde e il vento, l’immenso orizzonte azzurro da cui spuntano le Eolie e i loro vulcani. Quasi ci si dimentica, lo sguardo carico di tanta bellezza, delle case addossate e misere della Tonnara, il legno umido che si sfalda, le mani come cuoio graffiato, il sangue di pesce che non si lava mai via davvero. Meluzzo cresce qui, lontano dall’esplosione di benessere che sta cambiando il volto dell’Italia dopo le ferite della guerra. Ha dieci anni, l’età in cui i maschi lasciano le madri e la terraferma e vanno a pescare con gli uomini. Lui, però, ha mani ancora piccole come di femmina e passo leggero, e il nonno, ora che suo padre è disperso, sulla barca non ce lo vuole. Ma c’è la sua fervida immaginazione a riempirgli i pensieri, che gli fa scorgere tesori in una bambola rotta, in un brandello di carta stagnola, oggetti sputati dal mare grande, da un altrove vicino eppure lontanissimo. Per l’altrove c’è un unico sentiero, a filo sullo strapiombo, che valica il monte e mena alla civiltà, proibito a tutti i bambini. Il Malopasso. Meluzzo lo ha percorso sempre sulle spalle larghe e ossute di sua madre, e ora vorrebbe affrontarlo con le sue sole forze. Ma quella soglia tra chi va e chi resta, tra infanzia e futuro, sta cambiando più velocemente di lui. Alla Tonnara si sussurra di una strada in costruzione, e sulla spiaggia si aggira un forestiero. Crescere vorrà dire immaginarsi al di là dell’unico mondo che abbiamo mai conosciuto, guardare verso chi, dall’altra parte, ci sta guardando con la stessa fame di vita. Recensione La crescita, a volte, comincia proprio quando ci si accorge che il mondo nel quale si è sempre vissuti non è più sufficiente. È una sensazione difficile da spiegare, soprattutto quando si è bambini: da una parte c’è la sicurezza di ciò che si conosce, dall’altra la curiosità, quasi fisica, verso tutto quello che si trova oltre il proprio orizzonte. È attorno a questa tensione che Marta Lamalfa costruisce Malopasso, un romanzo breve ma denso, ambientato nella Calabria del 1953, in un luogo sospeso tra la durezza della vita quotidiana e la promessa di un futuro che sta lentamente arrivando. Alla Tonnara, una piccola comunità sulla costa di Palmi stretta tra la montagna e il mare, vive Meluzzo, un bambino di dieci anni. È un mondo apparentemente immobile, fatto di pescatori, di case povere, di lavoro e di regole tramandate, ma che in realtà sta per essere attraversato da profondi cambiamenti. L’Italia del dopoguerra si sta trasformando e, mentre altrove comincia a prendere forma quella crescita economica che cambierà il Paese, alla Tonnara il futuro arriva ancora come qualcosa di lontano, quasi indistinto. Meluzzo vive dentro questo confine. Suo padre è disperso e il nonno, che rappresenta per lui una delle figure dell'autorità e della tradizione, non lo ritiene ancora pronto per andare in mare con gli uomini. Il bambino ha mani ancora piccole e un passo leggero, ma possiede qualcosa che forse conta più della forza fisica: una capacità straordinaria di immaginare. Gli oggetti che il mare restituisce sulla spiaggia, anche quelli apparentemente insignificanti, diventano per lui piccoli tesori. Una bambola rotta, un frammento di carta stagnola e ciò che arriva da quel mare grande acquistano un valore diverso attraverso i suoi occhi. È uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente del romanzo: Lamalfa riesce a raccontare l'infanzia senza trasformarla in una rappresentazione edulcorata o nostalgica. L'infanzia di Meluzzo è infatti fatta anche di privazioni, di assenze e di limiti. È un'età nella quale si è ancora dipendenti dagli adulti, ma contemporaneamente si comincia a desiderare una propria direzione. Meluzzo non vuole semplicemente diventare grande: vuole capire cosa esista oltre ciò che conosce. E qui entra in scena il Malopasso, il sentiero a strapiombo che attraversa il monte e collega la Tonnara al paese. È un luogo concreto, difficile e pericoloso, proibito ai bambini, ma nel romanzo assume progressivamente un significato più ampio. È una soglia. Da una parte c'è il luogo dell'infanzia, della famiglia, delle consuetudini e di un'esistenza apparentemente immutabile; dall'altra c'è qualcosa di sconosciuto, una possibilità, un altrove. Meluzzo quel sentiero lo conosce perché lo ha percorso sulle spalle della madre. Ora, però, vorrebbe affrontarlo con le proprie gambe. È un gesto apparentemente semplice, ma dentro questa volontà si concentra una parte importante del senso del romanzo: crescere significa anche provare a percorrere da soli strade che prima potevano essere affrontate soltanto accompagnati da qualcun altro. Il Malopasso diventa così una sorta di confine personale. Non è soltanto una strada che conduce altrove, ma la rappresentazione di un passaggio. Il bambino che lo guarda e desidera percorrerlo è già diverso da quello che aveva bisogno delle spalle della madre per attraversarlo. Eppure non sa ancora cosa troverà dall'altra parte. È proprio questa incertezza a rendere autentico il percorso di Meluzzo. Lamalfa inserisce la vicenda personale del protagonista all'interno di un cambiamento storico e sociale più grande. Alla Tonnara si parla infatti della costruzione di una nuova strada e sulla spiaggia compare un forestiero. Sono segnali che qualcosa sta per accadere. Il mondo esterno, fino a quel momento percepito come lontano, comincia ad avvicinarsi. Mi è piaciuto particolarmente questo modo di raccontare il cambiamento: non attraverso grandi avvenimenti, ma attraverso piccoli segnali che modificano lentamente la percezione dei personaggi. Una strada in costruzione può sembrare semplicemente un'infrastruttura, ma per chi vive in un luogo isolato significa molto di più. Significa che il confine che sembrava naturale potrebbe presto diventare più facile da attraversare. Significa che persone, idee e possibilità potranno arrivare dall'esterno. E significa anche che quello stesso mondo conosciuto rischia di non essere più quello di prima. In questo senso, Malopasso è anche un romanzo sull'Italia che cambia. Siamo nel 1953, in una fase in cui il Paese sta lentamente lasciandosi alle spalle le ferite della guerra e si avvia verso una trasformazione profonda. Ma Lamalfa non racconta questo passaggio attraverso una grande prospettiva storica. Lo osserva dal basso, attraverso gli occhi di un bambino che vive in una comunità marginale e che forse non possiede gli strumenti per comprendere pienamente quello che sta succedendo. Ed è proprio questo sguardo a rendere la storia particolarmente efficace. Meluzzo non interpreta il cambiamento: lo percepisce. Lo sente arrivare attraverso ciò che vede, attraverso le persone che incontra, attraverso le conversazioni degli adulti e attraverso quella nuova strada che sembra promettere un collegamento con un mondo diverso. La sua curiosità diventa così anche la curiosità del lettore. La scrittura di Marta Lamalfa ha poi un rapporto molto forte con il paesaggio. La Tonnara non è semplicemente lo sfondo nel quale si muovono i personaggi, ma sembra diventare quasi un personaggio del romanzo. Il mare, gli scogli, il vento, l'ulivo aggrappato alla pietra, le case povere e il lavoro dei pescatori contribuiscono a costruire un ambiente nel quale bellezza e durezza convivono continuamente. È una delle caratteristiche che rendono il romanzo molto visivo. Da una parte c'è l'immensità del mare e l'orizzonte verso le Eolie; dall'altra ci sono la fatica, il legno umido, le mani segnate dal lavoro e il sangue dei pesci. Lamalfa non idealizza questo paesaggio: lo mostra nella sua doppiezza. È bellissimo e duro, aperto verso l'infinito e contemporaneamente capace di isolare chi lo abita. Anche il mare assume quindi un significato particolare. Per Meluzzo rappresenta contemporaneamente ciò che conosce e ciò che arriva da lontano. È il luogo del lavoro degli uomini, ma anche quello da cui provengono gli oggetti che alimentano la sua fantasia. È una superficie che separa e collega allo stesso tempo. E forse è proprio questo uno dei motivi per cui la lettura di di questo libro lascia una sensazione particolare. È un romanzo che parla di confini, ma non soltanto di quelli geografici. Ci sono il confine tra terra e mare, quello tra la Tonnara e il paese, quello tra chi resta e chi parte, quello tra l'infanzia e l'età adulta. E soprattutto c'è il confine, molto più intimo, tra ciò che siamo e ciò che cominciamo a desiderare di diventare. La storia di Meluzzo acquista così un significato che va oltre la sua vicenda personale. Chiunque abbia provato, almeno una volta, la sensazione di essere stretto dentro un luogo, una situazione o una condizione che improvvisamente non bastava più, può riconoscersi nel suo desiderio di guardare oltre. Ho trovato interessante anche il modo in cui il romanzo mette in relazione il desiderio di libertà con la paura del cambiamento. Uscire dal proprio mondo significa certamente avere la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo, ma significa anche lasciare qualcosa alle proprie spalle. E Lamalfa non sembra suggerire che esista una risposta semplice. Il futuro non è necessariamente migliore soltanto perché è diverso, così come il passato non è necessariamente migliore soltanto perché è conosciuto. Questa ambivalenza rende il romanzo più stratificato di quanto la sua brevità possa far pensare. È un libro di formazione, ma è anche una storia di comunità, di memoria, di appartenenza e di trasformazione. Soprattutto, è un romanzo che riesce a parlare della crescita senza avere bisogno di grandi dichiarazioni: la racconta attraverso un bambino che osserva il proprio mondo e comincia a desiderare di attraversarne i confini. Il risultato è una lettura intensa e molto legata alla dimensione del paesaggio e della lingua. Marta Lamalfa costruisce un piccolo universo nel quale ogni elemento sembra avere un peso: il mare, il sentiero, la strada che arriva, gli oggetti raccolti sulla spiaggia, l'assenza del padre, il nonno, la madre, l'attesa e soprattutto quel desiderio di vedere cosa esiste dall'altra parte. Personalmente ho trovato particolarmente riuscita proprio questa capacità di trasformare una storia apparentemente semplice in qualcosa di più ampio. Meluzzo è un bambino, ma attraverso il suo sguardo si racconta un'intera comunità e, sullo sfondo, un Paese che sta cambiando. Il suo desiderio di percorrere il Malopasso diventa allora il desiderio di attraversare una soglia, di scoprire se oltre il proprio piccolo mondo possa esistere una possibilità diversa. Si tratta quindi di un romanzo che non ha bisogno di essere lungo per lasciare una traccia. La sua forza sta nella capacità di concentrare in poche pagine un'atmosfera, un paesaggio e soprattutto un passaggio fondamentale della vita: quel momento in cui l'infanzia comincia lentamente a guardare verso il futuro. Consiglio Malopasso a chi ama i romanzi di formazione, le storie ambientate nel Sud Italia e quelle narrazioni in cui il paesaggio non fa semplicemente da sfondo, ma partecipa alla storia. È una lettura particolarmente indicata per chi apprezza i romanzi brevi ma densi, capaci di affrontare temi come l'infanzia, la libertà, l'appartenenza e il desiderio di cambiare senza perdere la dimensione umana dei personaggi. Lo consiglio anche a chi cerca una storia dal sapore mediterraneo, dove il mare è contemporaneamente confine e promessa, e a chi ama quelle letture che, dietro una vicenda individuale, riescono a raccontare una trasformazione più grande. Alcune note su Marta Lamalfa Marta Lamalfa è nata a Palmi, in Calabria, nel 1990. Vive a Roma, dove lavora per un’organizzazione umanitaria. È laureata in Lingue mediorientali, si è specializzata in Editoria e scrittura e ha studiato pianoforte a livello accademico. Ha frequentato il laboratorio annuale della Bottega di Narrazione, scuola di scrittura creativa diretta da Giulio Mozzi e Giorgia Tribuiani. TAG: #narrativa_italiana, #marta_lamalfa, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Autoritratto in verde (Marie NDiaye)
Autore: Marie NDiaye Traduttore: Antonella Conti Editore: Prehistorica Editore, 2026 Pagine: 171 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 17.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.prehistoricaeditore.it/libro/9788831234474 Trama È ossessionata dall’apparizione di misteriose figure di donne, tutte vestite di verde, ed è anche tormentata dall’impetuosa Garonna che minaccia di tracimare: la narratrice senza nome di questo romanzo non la smette di andare alla loro ricerca, tra Parigi, Marsiglia e l’Africa. Ogni incontro rivela differenti aspetti di quelle donne – reali o immaginarie, vive o morte, seducenti o agghiaccianti che siano – e conduce la protagonista sempre più in profondità, dentro la sua stessa ossessione, nell’inquietante esplorazione della propria identità, di una memoria incerta, di una paranoia. In Autoritratto in verde, il premio Goncourt Marie NDiaye mette così in atto un brillante rovesciamento del classico memoir; mentre strizza l’occhio al realismo magico – come già in La Strega (Prehistorica 2025) –, l’autrice plasma le sue donne in verde, delle presenze femminili che rinviano al materno, rispetto alle quali disegna il proprio «autoritratto». Scritta in forma diaristica, con una prosa lirica e onirica, quest’opera rapisce il lettore e lo riporta di continuo a quel fiume, che – non senza ricordare le atmosfere evocate in Sull’acqua da Maupassant – fluisce in parallelo alla narrazione, fornendo più domande che risposte. Recensione La prima sensazione che lascia la lettura di questo libro è quella di essere entrati in un luogo nel quale la realtà ha perso progressivamente i propri contorni. Non perché Marie NDiaye costruisca un mondo apertamente fantastico, separato da quello quotidiano, ma perché lascia che il reale venga lentamente contaminato dall'inquietudine, dal ricordo, dalla paura e da presenze che sembrano appartenere contemporaneamente alla vita concreta e all'immaginazione. È un territorio narrativo sfuggente, nel quale nulla rimane completamente definito e nel quale anche ciò che crediamo di aver riconosciuto può improvvisamente cambiare forma. La storia prende avvio nel dicembre del 2003, in una zona della Gironda attraversata dalla Garonna. Il fiume si alza nell'oscurità e la minaccia dell'acqua accompagna fin dalle prime pagine la voce della narratrice. Le dighe proteggono il paese, ma nessuno può sapere con certezza fino a che punto quella protezione sarà sufficiente. L'attesa dell'inondazione diventa così qualcosa di più di un semplice elemento della vicenda: è una condizione mentale, una sospensione, la sensazione che qualcosa stia per accadere e che non sia possibile prevederne le conseguenze. È proprio dentro questa atmosfera che compaiono le misteriose "donne in verde", figure che la narratrice incontra e che sembrano provenire da una zona intermedia tra memoria, sogno e realtà. Non sono semplicemente personaggi eccentrici o apparizioni utilizzate per creare un'atmosfera fantastica. La loro presenza diventa progressivamente una delle chiavi attraverso cui leggere il rapporto della protagonista con se stessa, con la propria famiglia e con il proprio passato. Tra queste figure assume particolare importanza la madre, anch'essa associata al verde. Il rapporto con lei è tutt'altro che rassicurante: la madre appare sfuggente, fredda, inafferrabile, capace di trasformarsi e di sottrarsi continuamente a qualsiasi tentativo di definizione. Il ritratto che emerge non è quindi quello di una madre raccontata attraverso ricordi ordinati e riconoscibili, ma quello di una presenza quasi spettrale, che continua a modificarsi nella memoria della figlia. E qui il significato del titolo comincia a diventare più complesso. Che cosa significa davvero realizzare un autoritratto quando il proprio volto è inseparabile da quello degli altri? Quando la memoria non è affidabile? Quando le persone che appartengono alla nostra storia possono apparire diverse ogni volta che proviamo a ricordarle? NDiaye non sembra interessata a offrire una risposta definitiva. Anzi, fa esattamente il contrario: mette continuamente in discussione la possibilità stessa di raccontare un'identità in maniera lineare. L'autoritratto promesso dal titolo diventa così un autoritratto per sottrazione, costruito attraverso presenze altrui, ricordi incerti, fotografie, incontri e immagini che sembrano dire qualcosa della narratrice proprio mentre impediscono al lettore di afferrarla completamente. Anche le fotografie hanno un ruolo fondamentale in questo meccanismo. Il libro non è soltanto un testo narrativo accompagnato da immagini: la relazione tra parole e fotografie contribuisce alla sua particolare natura ibrida. Le immagini sembrano documentare, ma allo stesso tempo aumentano il dubbio. Quello che vediamo dovrebbe aiutarci a distinguere il vero dal falso, il ricordo dall'invenzione, e invece spesso produce l'effetto opposto. L'immagine, anziché diventare una prova, si trasforma in un ulteriore elemento di ambiguità. È una scelta particolarmente efficace perché mette il lettore nella stessa posizione della narratrice: anche noi osserviamo, interpretiamo, formuliamo ipotesi, ma non arriviamo mai a possedere una certezza assoluta. Questa continua instabilità è probabilmente uno degli aspetti più affascinanti dell'opera. Non siamo davanti a una storia nella quale ogni elemento trova alla fine la propria spiegazione. NDiaye non costruisce un enigma destinato a essere risolto. Costruisce piuttosto un'inquietudine destinata a rimanere con il lettore. La Garonna che cresce, le donne in verde, la madre, il ricordo del padre, le fotografie e gli episodi apparentemente quotidiani finiscono per appartenere allo stesso paesaggio mentale. L'acqua del fiume sembra oltrepassare gli argini proprio come la memoria oltrepassa i confini della realtà. Tutto diventa permeabile: il passato entra nel presente, la fantasia si confonde con il ricordo, l'autobiografia con la finzione, la persona reale con quella che viene costruita attraverso il racconto. È anche per questo che definire semplicemente il libro come un'autobiografia sarebbe riduttivo. L'opera gioca consapevolmente con le aspettative del lettore. Il titolo promette un autoritratto, ma l'autoritratto non viene mai consegnato nella forma tradizionale. Non troviamo una confessione ordinata, una ricostruzione cronologica dell'esistenza dell'autrice o una spiegazione rassicurante delle figure che attraversano il testo. Troviamo invece una sorta di autoritratto deformato, filtrato attraverso la memoria e attraverso l'immaginazione. La scelta di utilizzare il colore verde come elemento ricorrente rende ancora più particolare questa sensazione. Il verde non è semplicemente una tinta decorativa. È una presenza che ritorna, che accompagna le figure femminili e che sembra diventare progressivamente una sorta di colore interiore della narratrice. Può evocare la natura, ma anche qualcosa di malsano, ambiguo, inquietante. È un colore che non si lascia chiudere dentro un unico significato e proprio per questo funziona perfettamente all'interno della poetica di NDiaye. La scrittura contribuisce in maniera decisiva a creare questa atmosfera. È precisa, controllata, spesso quasi fredda, e proprio per questo riesce a rendere ancora più perturbanti le situazioni che racconta. NDiaye non ha bisogno di ricorrere continuamente a effetti spettacolari: è sufficiente introdurre una piccola incrinatura nella realtà e lasciarla crescere. Una persona può apparire familiare e contemporaneamente estranea; una fotografia può sembrare un documento e subito dopo diventare fonte di dubbi; un ricordo può sembrare certo fino al momento in cui qualcosa lo mette in discussione. Il risultato è una lettura che richiede una partecipazione diversa da quella di un romanzo tradizionale. Bisogna accettare di non capire tutto, di non avere sempre coordinate precise, di lasciarsi guidare dalle immagini e dalle sensazioni oltre che dagli avvenimenti. È un libro che non cerca tanto di raccontare una storia quanto di creare un'esperienza di lettura. E forse proprio qui sta il suo fascino maggiore. Autoritratto in verde parla dell'identità senza cercare di definirla. Parla della famiglia senza trasformarla in un luogo necessariamente rassicurante. Parla della memoria mostrando quanto possa essere fragile e manipolabile. E soprattutto mette in discussione la convinzione che raccontare se stessi significhi necessariamente dire la verità su se stessi. Il rapporto con la madre è particolarmente significativo in questo senso. La figura materna non viene semplicemente ricordata: viene continuamente reinventata, osservata da lontano, inseguita attraverso immagini e possibilità. È una presenza che non si lascia possedere dalla memoria della figlia. E proprio questa impossibilità di arrivare a una versione definitiva della madre finisce per diventare anche l'impossibilità di arrivare a una versione definitiva della narratrice. La famiglia, quindi, non rappresenta un rifugio stabile, ma un territorio nel quale identità e affetti possono diventare fonte di inquietudine. Non c'è una netta separazione tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere stato, tra ciò che la narratrice ricorda e ciò che immagina. Il passato non è un archivio ordinato al quale attingere, ma qualcosa che continua a modificarsi nel momento stesso in cui viene raccontato. Questa caratteristica rende il libro particolarmente interessante anche a distanza di anni dalla sua prima pubblicazione. La sua struttura apparentemente piccola racchiude infatti questioni molto grandi: che cosa significa conoscersi? Quanto possiamo fidarci dei nostri ricordi? Quanto dell'immagine che abbiamo di noi stessi dipende dalle persone che ci hanno circondato? E quanto, invece, siamo noi a costruire continuamente quelle persone attraverso la memoria? NDiaye non risponde direttamente a queste domande. Preferisce trasformarle in immagini, atmosfere, presenze. È una scelta che potrebbe spiazzare chi cerca una narrazione tradizionale, ma che risulta estremamente coerente con la natura dell'opera. Non è, dunque, una lettura da affrontare alla ricerca di una trama ricca di avvenimenti o di spiegazioni. È un libro da attraversare lentamente, lasciando che le sue immagini sedimentino. La sua forza non sta nella quantità di ciò che racconta, ma nella capacità di far nascere un senso di inquietudine da elementi apparentemente semplici: un fiume che cresce, una fotografia, una donna vestita di verde, una madre lontana, una memoria che non vuole farsi afferrare. Personalmente, ciò che ho trovato più riuscito è proprio questo continuo gioco tra ciò che viene mostrato e ciò che rimane nascosto. L'autrice sembra dirci che l'identità non è necessariamente qualcosa che possiamo osservare frontalmente. A volte siamo costretti a riconoscerci nei riflessi prodotti dagli altri, nelle persone che ricordiamo, nelle immagini che conserviamo e perfino nelle paure che continuiamo a portarci dentro. Si tratta quindi di un'opera breve ma tutt'altro che semplice, capace di lasciare più interrogativi che risposte. Una lettura particolare, perturbante, a tratti straniante, che richiede disponibilità ad abbandonare le convenzioni narrative più familiari. Non è un libro che cerca di conquistare il lettore attraverso una trama spettacolare: lo fa insinuandosi lentamente nella sua percezione della realtà. Ed è proprio quando si arriva alla fine che ci si accorge che l'autoritratto annunciato dal titolo forse non consiste nel mostrarci finalmente chi è la narratrice. Consiste, al contrario, nell'averci mostrato quanto sia difficile stabilire chi siamo quando memoria, famiglia, immaginazione e realtà continuano a confondersi. Consiglio questo libro soprattutto a chi ama la narrativa letteraria e le opere difficili da incasellare in un genere preciso; a chi apprezza le storie sospese tra realtà e fantastico, le atmosfere inquietanti e le narrazioni nelle quali non tutto viene spiegato; a chi è interessato ai temi della memoria, dell'identità e dei rapporti familiari. Alcune note su Marie NDiaye Marie NDiaye nasce in Francia nel 1967 da madre francese e da padre senegalese. Vive nella banlieue parigina con il fratello e la madre. Studia linguistica alla Sorbona. Inizia a scrivere a dodici anni. Pubblica il suo primo romanzo, Quant au riche avenir, Éditions de Minuit all'età di diciassette anni. La consacrazione avviene nel 2001 con il romanzo Rosie Carpe con il quale ottiene il Premio Femina. Nel 2009 vince il prestigioso Premio Goncourt, prima donna afrodiscendente a conseguire questo Premio, con il romanzo Trois femmes puissantes, in cui tratteggia i destini sospesi fra Europa e Africa di tre donne capaci di reagire alle avversità della vita migrante. TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #antonella_conti, #marie_ndiaye, #voto_quattro

RECENSIONE: L'aquila e i lupi (Luca Crovi)
Autore: Luca Crovi Editore: SEM, 2026 Pagine: 368 Genere: Narrativa italiana, Fantasy Prezzo: € 19.00 (cartaceo), € 13.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.semlibri.com/opera/laquila-e-i-lupi/ Trama L'inverno è arrivato. Oltre il Danubio, nelle foreste dove la luce fatica a penetrare, le tribù dei Marcomanni si sono sollevate contro Roma. Per fermarle, Marco Aurelio, l'imperatore filosofo destinato a diventare una delle figure più celebri della storia antica, e il suo co-reggente Lucio Vero guidano le legioni verso Aquileia, convinti di affrontare una guerra come tante. Si sbagliano. Nelle terre del Nord si muove qualcosa di antico. Nella notte si odono ululati che non appartengono a nessun animale conosciuto. Pattuglie di soldati scompaiono senza lasciare traccia. I morti vengono ritrovati mutilati ai margini delle foreste. E tra i legionari si diffonde il sussurro di parole che nessuno osa pronunciare. Mentre il nemico si nasconde tra nebbie, paludi e boschi sconfinati, una pestilenza sconosciuta comincia a divorare l'esercito romano. La paura si insinua nei cuori più veloce del contagio. Nemmeno Galeno, il più grande medico del suo tempo, riesce a comprendere l'origine del morbo. Eppure c'è un dettaglio che rende tutto ancora più inquietante: i Marcomanni non sembrano ammalarsi. Tra guerre di confine, villaggi dati alle fiamme, antichi riti di sangue e leggende che affondano le radici nell'oscurità del mondo, due imperatori dovranno affrontare una minaccia che sfida la forza delle legioni e le certezze di Roma. Luca Crovi rilegge le guerre del II secolo d.C. attraverso gli strumenti del racconto contemporaneo, intrecciando il rigore della ricostruzione storica al respiro dell'epica, alla forza del mito, alle suggestioni del fantasy. E così prende forma una geografia narrativa in cui l'Impero romano sembra sconfinare in Westeros. "L'aquila e i lupi" è una trascinante storia di frontiera, nelle cui pieghe la ragione si misura con la superstizione, la politica con la leggenda e gli uomini con le paure più profonde del loro tempo. Recensione L’inverno, le foreste oltre il Danubio, le legioni romane e una minaccia che sembra sfuggire a ogni spiegazione razionale. Luca Crovi costruisce in questo modo una storia che parte da un preciso momento della storia dell’Impero romano e lo trasforma progressivamente in qualcosa di più oscuro e inquietante, dove la ricostruzione storica incontra il mito, la superstizione e il fantasy. La vicenda prende avvio quando le tribù dei Marcomanni si sollevano contro Roma. Marco Aurelio e il suo co-reggente Lucio Vero guidano le legioni verso Aquileia, preparandosi ad affrontare una guerra che, almeno inizialmente, sembra rientrare negli schemi abituali dei conflitti di frontiera. Ma ben presto le certezze dei Romani cominciano a sgretolarsi. Nelle foreste si sentono ululati difficili da attribuire a un animale conosciuto, alcuni soldati scompaiono senza lasciare traccia e i cadaveri vengono ritrovati mutilati ai margini dei boschi. È proprio questo passaggio dalla guerra conosciuta all'ignoto a rappresentare uno degli aspetti più interessanti del romanzo. Crovi non racconta soltanto lo scontro tra Roma e i popoli che minacciano i suoi confini, ma mette i suoi personaggi davanti a qualcosa che non riescono immediatamente a comprendere. La forza dell'esercito romano, la disciplina delle legioni e il potere degli imperatori sembrano improvvisamente insufficienti quando la minaccia assume contorni indefiniti. A rendere la situazione ancora più drammatica arriva una pestilenza sconosciuta che comincia a colpire l'esercito romano. La malattia diventa così un'altra forma di paura, forse ancora più difficile da combattere di un nemico armato. I soldati non devono più guardarsi soltanto dagli avversari nascosti nelle foreste, ma anche da un morbo di cui non si conoscono l'origine e le caratteristiche. Persino Galeno, figura centrale della medicina del suo tempo, non riesce a comprenderne la natura. E il particolare più inquietante è che i Marcomanni sembrano non esserne colpiti. Questo elemento permette a Crovi di giocare continuamente sul confine tra ciò che può essere spiegato dalla ragione e ciò che invece appartiene alla superstizione e alla leggenda. La malattia, gli ululati notturni, le sparizioni e i cadaveri mutilati alimentano una paura che si diffonde tra i legionari e modifica la percezione stessa della guerra. Il nemico non è più soltanto qualcuno da affrontare sul campo di battaglia: diventa anche qualcosa che non si riesce a vedere e, soprattutto, a comprendere. Mi è piaciuto particolarmente il modo in cui l'ambientazione contribuisce a creare questa atmosfera. Le foreste, le nebbie, le paludi e l'inverno diventano quasi parte integrante della storia. Non sono semplicemente lo sfondo delle vicende, ma contribuiscono a creare una sensazione costante di isolamento e pericolo. Più i personaggi si allontanano dalle certezze di Roma, più sembra di entrare in un mondo nel quale le regole abituali non sono più sufficienti. Anche la scelta di mettere al centro della storia figure realmente appartenute alla storia romana contribuisce a dare solidità al racconto. Marco Aurelio non viene presentato semplicemente come l'imperatore filosofo che conosciamo dai libri di storia, ma viene inserito dentro una situazione nella quale filosofia, potere e responsabilità politica devono confrontarsi con la guerra e con la paura. Al suo fianco c'è Lucio Vero, mentre la presenza di Galeno porta nella vicenda un'altra prospettiva: quella della medicina e della ricerca di una spiegazione razionale di fronte a qualcosa che sembra inspiegabile. È proprio questo intreccio tra personaggi storici e dimensione narrativa a rendere particolare il romanzo. Crovi non si limita a raccontare un episodio delle guerre di confine dell'Impero romano, ma utilizza quel contesto per costruire una storia di frontiera nella quale realtà storica e immaginazione convivono. La componente fantasy non cancella quindi quella storica, ma si inserisce progressivamente all'interno della narrazione, alimentando il senso di mistero. Anche il titolo assume così un significato interessante. Da una parte c'è l'aquila, simbolo immediatamente associato alla potenza e all'esercito romano; dall'altra ci sono i lupi, legati all'immaginario delle popolazioni del Nord e a un mondo selvaggio, paziente e abituato a sopravvivere a condizioni difficili. È un contrasto che sintetizza bene lo spirito del romanzo: da una parte la forza organizzata di Roma, dall'altra una realtà che sembra muoversi secondo regole differenti. La narrazione mantiene inoltre una componente di tensione che nasce soprattutto dall'incertezza. Il lettore sa che esiste una minaccia, ma non può immediatamente definirla. E questa scelta rende alcune situazioni particolarmente inquietanti: ciò che non si vede può infatti risultare più spaventoso di un nemico chiaramente identificabile. Crovi sfrutta questa sensazione costruendo un'atmosfera nella quale ogni rumore proveniente dalla foresta, ogni sparizione e ogni nuovo segnale di malattia contribuiscono ad aumentare la tensione. Un altro elemento che ho trovato interessante è il rapporto tra paura individuale e paura collettiva. La pestilenza non colpisce soltanto i corpi, ma mette in crisi la sicurezza dei soldati. Quando una legione, simbolo della forza e dell'organizzazione romana, non riesce a difendersi da un nemico invisibile, anche le convinzioni più solide iniziano a vacillare. La paura diventa contagiosa quasi quanto il morbo e la superstizione può prendere il posto della ragione. In questo senso, L'aquila e i lupi funziona anche come riflessione sulla fragilità dell'uomo davanti a ciò che non conosce. Roma può contare sulle sue legioni, sui suoi comandanti e sulle proprie conoscenze, ma davanti a una minaccia incomprensibile il potere può trasformarsi rapidamente in impotenza. È un aspetto che rende la vicenda più interessante della semplice ricostruzione di una guerra antica. Lo stile della storia sembra quindi cercare un equilibrio tra il romanzo storico e il racconto d'avventura, senza rinunciare alle atmosfere cupe del fantasy. È una combinazione che può risultare particolarmente coinvolgente per chi ama vedere la storia trasformata in materia narrativa, soprattutto quando personaggi e avvenimenti realmente legati al passato vengono inseriti in una trama dominata dal mistero. Quello che resta maggiormente dopo la lettura è proprio l'atmosfera: un mondo romano lontano dalle immagini rassicuranti dei monumenti e della grandezza imperiale, immerso invece in un inverno difficile, tra confini minacciati, villaggi incendiati, epidemie, riti antichi e boschi nei quali sembra nascondersi qualcosa di molto più antico degli stessi protagonisti. L'aquila e i lupi è quindi un romanzo che può conquistare soprattutto per la sua capacità di mescolare generi diversi. È storia, ma anche avventura; è un racconto di guerra, ma anche una storia di paura e mistero; è legato a personaggi e contesti storici reali, ma lascia spazio a suggestioni che appartengono al mito e al fantasy. La componente storica dà concretezza alla vicenda, mentre quella fantastica amplia progressivamente l'orizzonte del racconto. Personalmente ho apprezzato soprattutto questa contaminazione. Non è soltanto la Roma imperiale a essere raccontata, ma una Roma costretta a confrontarsi con qualcosa che mette in discussione le sue certezze. Ed è forse proprio qui che il romanzo trova la sua dimensione più interessante: nel momento in cui l'aquila romana entra in un territorio dominato dai lupi, dalle leggende e dalla paura, la superiorità militare non basta più e anche gli uomini più potenti devono fare i conti con ciò che non riescono a spiegare. Consiglio L'aquila e i lupi agli appassionati di romanzi storici che cercano però qualcosa di diverso dalla semplice ricostruzione del passato, e soprattutto a chi ama le storie ambientate nell'antichità romana arricchite da mistero, tensione e suggestioni fantasy. È una lettura interessante anche per chi apprezza le atmosfere cupe, le ambientazioni selvagge e i racconti nei quali storia e leggenda finiscono per confondersi. Meno indicato, invece, per chi cerca un romanzo storico rigorosamente realistico e privo di elementi fantastici. Alcune note su Luca Crovi Luca Crovi è editor alla Sergio Bonelli Editore. Collabora con diversi quotidiani e periodici. È autore di sceneggiature, programmi radiofonici, saggi e romanzi, tra i quali Tutti i colori del giallo (2002), che ha ispirato l’omonima trasmissione andata in onda su Radio 2 con cui ha vinto il Premio Flaiano nel 2005, la serie del commissario De Vincenzi e Andrea Camilleri. Una storia (2025). Per Sem ha pubblicato Il mistero della torre del parco e altre storie (2022) e L'aquila e i lupi (2026). TAG: #narrativa_italiana #fantasy, #luca_crovi, #voto_quattro

RECENSIONE: Il linguaggio segreto delle carezze (Thrity Umrigar)
Autore: Thrity Umrigar Traduttore: Valentina Guani Editore: Libreria Pienogiorno, 2026 Pagine: 400 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 19.90 (cartaceo), € 12.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.pienogiorno.it/libro/9791282435147 Trama MIGLIOR LIBRO DELL’ANNO, Harper’s Bazaar IL NUOVO CAPOLAVORO dell’autrice di IL CANTO DEI CUORI RIBELLI, un caso editoriale unico «Umrigar continua a stupire» Publishers Weekly «Mamma, all’ospedale, i primi giorni, ti sei accorta che ero lì?» Shirin lo guardò negli occhi. «Il cuore smette mai di sentire il proprio battito?» Quando scorge le carezze e le attenzioni che la madre di sua moglie elargisce alle proprie figlie, Remy avverte dolorosamente con quale privazione sia stato cresciuto. Di Shirin, sua madre, non ricorda molti gesti di affetto, ma piuttosto porte chiuse, scenate, liti; solo la presenza di suo padre, premuroso e vivace, il suo eroe, gli pare abbia reso la sua infanzia sopportabile. In fondo è questa la ragione per cui ha lasciato l’India per l’America, mettendo quanta più distanza possibile dalle proprie radici. Anni dopo, di ritorno a Bombay per adottare un bambino, Remy ritrova Shirin in ospedale: ha smesso di parlare da tempo e sembra aver rinunciato a vivere. Oppresso dal senso di colpa per non aver capito la situazione e averla trascurata dopo la morte del padre, nonostante non sia semplice mettere da parte il passato, si dedica ad accudirla. Finché un giorno, nel suo appartamento, si imbatte in una vecchia foto destinata a scoperchiare sconvolgenti segreti e, proprio mentre sta cercando lui stesso di diventare genitore, a mettere in discussione tutto quello che credeva di sapere: su sua madre, sulla sua famiglia, su di sé, su tutto il suo mondo… Dopo lo straordinario Il canto dei cuori ribelli, Thrity Umrigar regala una nuova, sorprendente, immensa storia di fragilità e perdono, di redenzione e guarigione. Un romanzo magistrale e indelebile, che interroga la vita di ciascuno e celebra il potere salvifico della tenerezza. «Un romanzo magistrale sull’amore, l’accettazione, il sacrificio. Avvincente ed emozionante.» Los Angeles Book Review «Potente e avvincente. Una magistrale sinfonia di segreti e bugie, rimpianto e perdono, odio e amore» Marlon James, vincitore del Booker Prize Recensione A volte il passato non rimane davvero nel passato. Può aspettare per anni, nascosto dentro una fotografia, dentro un ricordo che abbiamo scelto di interpretare in un certo modo, dentro il silenzio di una persona che non abbiamo mai saputo comprendere fino in fondo. È proprio da questa idea, delicata e dolorosa insieme, che prende forma il nuovo romanzo di Thrity Umrigar. Un romanzo familiare di 400 pagine che mette al centro il rapporto tra un figlio e una madre, ma che progressivamente allarga il proprio sguardo fino a interrogarsi sull'amore, sulla memoria, sulla colpa e soprattutto sulla possibilità di diventare genitori senza essere necessariamente prigionieri di ciò che abbiamo ricevuto. Il protagonista è Remy, un uomo che ha scelto di allontanarsi dall'India e dalle proprie radici, trasferendosi negli Stati Uniti. La distanza geografica, però, non è mai stata sufficiente a cancellare quella emotiva. Il rapporto con la madre Shirin ha lasciato in lui una ferita profonda: della propria infanzia Remy conserva soprattutto il ricordo di una donna incapace di offrirgli quell'affetto che avrebbe desiderato, una madre associata più alle porte chiuse, alle liti e alle scenate che a gesti di tenerezza. A rendere sopportabile quella parte della sua vita c'era invece il padre, una figura premurosa e vivace che Remy ha trasformato nel proprio punto di riferimento. Ed è significativo che il romanzo cominci proprio da questa incapacità di riconoscere l'amore quando non viene espresso nel modo in cui ci aspetteremmo. Remy, osservando le attenzioni che la madre di sua moglie riserva alle proprie figlie, comprende ancora più dolorosamente ciò che sente di non aver avuto. Le carezze degli altri diventano così uno specchio della sua infanzia e di una mancanza che, nonostante gli anni trascorsi, continua a condizionare il modo in cui guarda alla propria famiglia. La storia prende una direzione decisiva quando Remy torna a Bombay insieme alla moglie. Il viaggio è legato a un momento importante della loro vita: la coppia sta cercando di adottare un bambino. Ma il ritorno in India porta con sé anche qualcosa che Remy avrebbe probabilmente preferito continuare a tenere a distanza. Ritrova infatti sua madre Shirin ricoverata in ospedale. La donna ha smesso di parlare da tempo e sembra aver perso persino la volontà di vivere. A questo punto Umrigar costruisce una situazione narrativa particolarmente interessante: l'uomo che per tutta la vita ha cercato di prendere le distanze dalla propria madre si trova improvvisamente nella condizione di doversene prendere cura. E non può farlo senza confrontarsi con il senso di colpa. Remy sente di aver trascurato Shirin dopo la morte del padre e di non aver compreso ciò che stava realmente accadendo nella vita della donna. Il suo ritorno non è quindi soltanto un ritorno fisico a Bombay, ma un viaggio dentro una storia familiare che credeva di conoscere. Prendersi cura della madre significa avvicinarsi a una persona che per anni ha rappresentato soprattutto una ferita, cercando di capire se dietro quella figura che lui ha sempre percepito come fredda e distante possa esserci qualcosa che non aveva mai avuto gli strumenti per vedere. È qui che il romanzo trova una delle sue componenti più riuscite: non propone una semplice contrapposizione tra una "buona" vittima e una "cattiva" madre. Umrigar sembra piuttosto interessata alla complessità dei rapporti familiari, a quanto sia facile giudicare una persona partendo soltanto dalla propria esperienza e a quanto sia difficile, invece, provare a ricostruire la storia di chi ci ha cresciuti. La vecchia fotografia che Remy trova nell'appartamento della madre diventa allora un elemento fondamentale della narrazione. Quell'immagine porta alla luce segreti familiari destinati a modificare profondamente ciò che Remy credeva di sapere. Non soltanto su Shirin, ma anche sul padre, sulla propria famiglia e, inevitabilmente, su se stesso. È proprio questo passaggio a rendere particolarmente interessante il titolo del romanzo. Le "carezze" non sono soltanto quelle fisiche, quelle che un bambino può ricordare o rimpiangere. Diventano una forma di linguaggio: il modo in cui le persone manifestano amore, protezione, paura, bisogno e persino incapacità. Esistono affetti che vengono espressi apertamente e altri che rimangono sepolti sotto il peso delle circostanze, delle convenzioni, delle ferite personali o delle generazioni precedenti. Remy è costretto a chiedersi se l'assenza di determinate manifestazioni d'affetto equivalga necessariamente all'assenza dell'amore. E, ancora più profondamente, deve chiedersi quanto della propria identità sia stato costruito proprio attorno a quella mancanza. Il fatto che questa presa di coscienza avvenga mentre Remy sta cercando di diventare padre attraverso l'adozione aggiunge un ulteriore livello alla storia. Il romanzo non parla quindi soltanto del rapporto tra un figlio adulto e la madre che lo ha cresciuto, ma anche del momento in cui una persona si prepara a trasmettere a qualcun altro ciò che ha ricevuto e ciò che invece non ha ricevuto. La genitorialità diventa così una sorta di passaggio di testimone, ma anche l'occasione per interrompere una possibile catena di dolore. Questa è, a mio parere, una delle riflessioni più interessanti del libro. Diventare genitori significa inevitabilmente confrontarsi con i propri genitori. Significa chiedersi cosa vogliamo conservare, cosa vogliamo cambiare e, soprattutto, quali ferite rischiamo di trasmettere senza rendercene conto. Remy si trova esattamente davanti a questa domanda mentre la propria storia familiare comincia a rivelargli aspetti che non aveva mai considerato. Thrity Umrigar lavora quindi su una materia narrativa molto intima, ma riesce a renderla universale. Non è necessario avere vissuto la stessa esperienza di Remy per riconoscersi nei suoi dubbi. Chiunque abbia avuto un rapporto complesso con un genitore può comprendere quella sensazione ambivalente fatta di amore e rabbia, bisogno e distanza, desiderio di essere compresi e difficoltà a comprendere a propria volta. Particolarmente forte è anche il tema della memoria. I ricordi di Remy non vengono semplicemente cancellati da ciò che scopre. Il passato non viene riscritto magicamente e le sofferenze dell'infanzia non diventano improvvisamente irrilevanti. Piuttosto, ciò che cambia è lo sguardo con cui egli osserva quegli stessi eventi. Ed è una differenza importante. Umrigar sembra suggerire che conoscere una verità non significa necessariamente cancellare il dolore, ma può permetterci di collocarlo in una storia più ampia. Una storia nella quale anche le persone che ci hanno ferito possiedono una loro fragilità, un loro passato, le loro paure e i loro fallimenti. Ed è proprio il tema del fallimento a diventare particolarmente interessante nella vicenda di Remy. Non esistono genitori perfetti, così come non esistono figli capaci di compiere sempre le scelte giuste. Il romanzo mette in discussione l'idea stessa di perfezione familiare e sembra suggerire che i rapporti più autentici siano spesso quelli nei quali bisogna imparare a convivere con le imperfezioni. La scoperta della fotografia, infatti, non serve soltanto a introdurre un mistero familiare. Serve soprattutto a far vacillare le certezze di Remy. Quello che sembrava definitivo diventa improvvisamente discutibile. Quello che sembrava semplice assume nuove sfumature. E il lettore viene accompagnato insieme al protagonista in questo progressivo processo di revisione del passato. La dimensione indiana del romanzo contribuisce inoltre a dare profondità alla vicenda personale. Bombay non è semplicemente il luogo nel quale Remy ritrova la madre: rappresenta anche quel mondo dal quale aveva cercato di allontanarsi e al quale si trova inevitabilmente costretto a tornare. Il rapporto con le proprie radici diventa quindi inseparabile dal rapporto con la propria famiglia. Il risultato è un romanzo che unisce la dimensione del segreto familiare a una riflessione molto più ampia sui legami. Umrigar non sembra interessata soltanto a raccontare cosa è successo, ma soprattutto a osservare cosa succede alle persone quando scoprono che la storia nella quale hanno creduto per tutta la vita era incompleta. È una lettura che procede attraverso domande più che attraverso risposte definitive. Quanto conosciamo davvero i nostri genitori? Possiamo perdonare qualcuno senza dimenticare ciò che ci ha fatto? È possibile amare una persona e, nello stesso tempo, riconoscere che ci ha ferito? E soprattutto: possiamo diventare persone diverse da quelle che la nostra infanzia sembrava averci destinato a essere? Sono interrogativi che rimangono a lungo dopo la chiusura del libro. Personalmente, ho apprezzato soprattutto il modo in cui la storia riesce a trasformare un rapporto familiare apparentemente definito in qualcosa di molto più sfumato. Il romanzo non invita necessariamente a dimenticare le ferite, ma a guardarle da una prospettiva più ampia. E questa, forse, è la vera forza della scrittura di Umrigar: ricordarci che dietro ogni persona che conosciamo esiste una storia che non possiamo vedere completamente. Il linguaggio segreto delle carezze è dunque un romanzo sul bisogno di essere amati, ma anche sulla difficoltà di riconoscere l'amore quando arriva attraverso forme che non sappiamo leggere. È una storia di madri e figli, di distanza e ritorni, di segreti e memoria, ma anche di seconde possibilità. E soprattutto è una storia sulla possibilità di scegliere cosa fare delle proprie ferite. Non sempre possiamo cambiare ciò che abbiamo ricevuto. Possiamo però decidere cosa farne. Ed è proprio mentre Remy si prepara ad accogliere un figlio nella propria vita che questa consapevolezza assume il significato più profondo. Consiglio questo titolo a chi ama i romanzi familiari intensi e psicologici, capaci di intrecciare una vicenda personale con temi universali come il rapporto tra genitori e figli, il senso di colpa, il perdono, la memoria e la ricerca delle proprie radici. È una lettura particolarmente indicata per chi apprezza le storie in cui il passato torna a mettere in discussione il presente e per chi cerca romanzi che, oltre a raccontare una storia, lascino spazio alla riflessione sui rapporti umani. Non lo consiglierei invece a chi cerca una narrazione esclusivamente d'azione o una storia costruita soltanto intorno al mistero: il segreto familiare è importante, ma il vero cuore del romanzo è il percorso interiore di Remy e tutto ciò che la scoperta della verità provoca dentro di lui. Un romanzo intenso e riflessivo, capace di parlare di famiglia senza semplificarla e di ricordarci che, talvolta, per comprendere davvero qualcuno dobbiamo prima imparare a leggere il linguaggio con cui ha cercato – magari goffamente, magari troppo tardi – di esprimere il proprio amore. Alcune note su Thrity Umrigar Thrity Umrigar è una pluripremiata autrice di bestseller, celebrata da icone come Salman Rushdie e Reese Witherspoon, e collabora con importanti testate come New York Times , Washington Post , Boston Globe . È inoltre docente di scrittura creativa e letteratura alla Case Western Reserve University. Pubblicato in dodici lingue, Il canto dei cuori ribelli è uno straordinario successo di pubblico e critica. TAG: #narrativa_straniera #narrativa_moderna_contemporanea, #valentina_guani, #thrity_umrigar, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Stan&Ollie. Nuova Edizione (Gianluca Buttolo)
Autore: Gianluca Buttolo Editore: Renoir Comics, 2026 Pagine: 180 Genere: Graphic novel, Biografie Prezzo: € 19.90 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.renoircomics.it/prodotto/stanollie-nuova-edizione/ Anteprima: https://www.renoircomics.it/prodotto/stanollie-nuova-edizione/ Trama «Stanlio e Ollio, lo sappiamo tutti, sono due giganti nel campo della comicità, due maestri indiscussi di un genere, e lo scoprire quanta fatica, quanto lavoro e quanti problemi si celassero dietro ogni loro pellicola, apparentemente spensierata e creata solo per "far ridere", rappresenta un insegnamento profondo per chiunque si avvicini a questa professione senza conoscerne i mille risvolti segreti. Se prima amavo Stanlio e Ollio, oggi, grazie ai disegni e alle parole di Gianluca Buttolo, li amo ancora di più». (Dalla prefazione di Bruno Bozzetto) Recensione La risata, quando è davvero grande, rischia di far dimenticare tutto ciò che esiste dietro di essa. È forse proprio questo il punto di partenza più interessante di questo graphic novel. Gianluca Buttolo non si limita a raccontare due icone della comicità, ma prova a togliere per un momento la maschera ai personaggi che il pubblico ha imparato ad amare, per osservare gli uomini che si nascondevano dietro Stanlio e Ollio. Stan Laurel e Oliver Hardy appartengono a quell'immaginario collettivo in cui cinema e memoria personale finiscono inevitabilmente per confondersi. Anche chi non ha seguito sistematicamente la loro filmografia conosce il loro modo di stare in scena, gli sguardi, i tempi comici, la goffaggine, le incomprensioni e quella straordinaria capacità di trasformare un gesto minimo in una situazione esilarante. Raccontare una coppia così conosciuta, quindi, comporta un rischio: fermarsi alla superficie, ripercorrendo semplicemente una serie di aneddoti e di successi. Buttolo sceglie invece una strada diversa. Il racconto prende avvio da un episodio realmente accaduto: il numero telefonico di Stan Laurel era presente sulla guida telefonica e un ragazzino riuscì a raggiungerlo. È attraverso questo incontro che si apre un lungo viaggio nei ricordi di Laurel, che permette all'autore di accompagnare il lettore dentro la storia professionale e personale della coppia. Un espediente narrativo semplice, ma efficace, perché trasforma una biografia in una sorta di conversazione attraverso la memoria. Il passato non viene presentato come una successione fredda di date e avvenimenti, ma come qualcosa che riaffiora attraverso il racconto di chi quelle esperienze le ha vissute. Ed è proprio qui che il libro acquista il suo maggiore interesse. Buttolo racconta la nascita e l'evoluzione della coppia artistica, ma soprattutto si concentra su ciò che normalmente rimane fuori dall'inquadratura. Dietro le risate ci sono infatti rapporti professionali complicati, conflitti con i produttori, problemi legati alla libertà creativa e una dimensione privata tutt'altro che semplice. Il rapporto con Hal Roach diventa, in questo senso, uno degli elementi attraverso cui comprendere meglio quanto Stan Laurel tenesse alla propria idea di comicità e quanto il successo non significasse necessariamente poter lavorare senza condizionamenti. La comicità di Stanlio e Ollio appare così sotto una luce differente. Quella naturalezza che sullo schermo sembra quasi istintiva è il risultato di un lavoro, di una ricerca, di una precisa consapevolezza artistica. Il loro universo comico non nasce semplicemente dall'accostamento di due personalità differenti, ma da un equilibrio costruito nel tempo. Buttolo invita quindi a guardare quei film con occhi diversi: dietro un'espressione, una caduta o una gag possono esserci una concezione del ritmo, una precisa idea del personaggio e una battaglia per mantenere intatta la propria identità artistica. Ma Stan&Ollie non è soltanto un libro sul cinema. Uno degli aspetti che ho trovato più riusciti è proprio il modo in cui la dimensione pubblica e quella privata finiscono per intrecciarsi. Buttolo non idealizza i suoi protagonisti e non li trasforma in due icone intoccabili. Al contrario, lascia emergere fragilità, contraddizioni e difficoltà. Le vicende matrimoniali di Laurel, i rapporti personali e le diverse prove attraversate nel corso della loro vita contribuiscono a restituire un'immagine più complessa dei due uomini che il pubblico era abituato a vedere soltanto attraverso il filtro della comicità. Questo rende il libro particolarmente interessante anche per chi pensa di conoscere già Stanlio e Ollio. Perché conoscere i loro film non significa necessariamente conoscere Stan Laurel e Oliver Hardy. La distanza tra i personaggi e gli uomini diventa uno degli elementi più importanti della narrazione. Il primo è associato alla sua eterna aria spaesata, il secondo alla dignità continuamente messa alla prova; insieme rappresentano una delle coppie più riconoscibili della storia del cinema. Buttolo, però, prova a ricostruire ciò che succede quando le luci dello spettacolo si spengono. E in questo passaggio il fumetto si dimostra uno strumento narrativo particolarmente adatto. Gianluca Buttolo è autore sia dei testi sia dei disegni e questa doppia responsabilità si percepisce nel modo in cui parola e immagine procedono insieme. Il suo tratto è asciutto, espressivo, costruito soprattutto attraverso il bianco e nero e un uso molto controllato dei contrasti. Non c'è la volontà di rendere ogni tavola spettacolare a tutti i costi: il disegno accompagna la storia, ne sostiene i momenti più intimi e contribuisce a creare un'atmosfera che spesso è molto lontana dalla leggerezza che associamo ai due comici. È una scelta importante, perché sarebbe stato facile lasciarsi sedurre dalla componente caricaturale di Stanlio e Ollio. Buttolo, invece, utilizza la somiglianza e la memoria visiva dei due personaggi senza trasformare il volume in una semplice celebrazione grafica. Le tavole diventano parte integrante del racconto biografico e aiutano a sottolineare il contrasto tra l'immagine pubblica dei due artisti e la loro vita privata. Anche il bianco e nero assume quindi un valore particolare. È una scelta coerente con la natura della storia e con il cinema a cui il libro guarda, ma soprattutto permette di mantenere una certa sobrietà. Le risate non sono cancellate, naturalmente, ma non costituiscono l'unico registro del volume. Anzi, proprio perché Buttolo decide di non inseguire continuamente l'umorismo, quando emerge una situazione comica essa acquista una forza maggiore. La cosa più interessante, alla fine, è che un libro dedicato a una delle coppie comiche più celebri della storia riesca a parlare anche di temi molto seri: il lavoro, la creatività, il successo, i rapporti professionali, l'amicizia, le difficoltà sentimentali, il rapporto con il pubblico e soprattutto il prezzo che talvolta si paga per difendere la propria identità artistica. La loro storia assume così una dimensione più umana. Non è difficile, leggendo, pensare a quante volte abbiamo guardato Stanlio e Ollio ridendo delle loro disavventure senza chiederci cosa ci fosse dietro quei personaggi. Stan&Ollie nasce proprio dalla necessità di andare oltre quella prima impressione. Non vuole togliere magia alla coppia, ma aggiungerne un'altra: quella della conoscenza. Particolarmente significativo è il modo in cui il volume arriva a raccontare anche gli ultimi momenti del rapporto tra i due. La loro storia non viene fatta coincidere semplicemente con il periodo dei grandi successi cinematografici, ma viene seguita fino alla fase più dolorosa della loro vicenda personale. Il ricordo dell'ultimo incontro tra Laurel e Hardy, con Ollie ormai malato e vicino alla morte, acquista inevitabilmente un peso emotivo molto forte proprio perché arriva dopo aver conosciuto gli uomini, e non soltanto i personaggi. È forse questo il momento in cui si comprende meglio il senso dell'intero lavoro di Buttolo: dietro una delle coppie che più hanno fatto ridere il pubblico esiste una storia fatta anche di solitudine, conflitti, difficoltà e affetto. Una storia nella quale il successo non cancella le fragilità e nella quale il rapporto tra due artisti non può essere ridotto alla semplice formula di una coppia comica perfetta. Eppure, nonostante gli aspetti più dolorosi, rimane centrale l'amore per il pubblico e quella determinazione a continuare a far ridere che ha accompagnato la loro carriera. È un elemento che impedisce al libro di diventare semplicemente malinconico. La comicità rimane il filo conduttore, ma viene osservata dall'altra parte del sipario. Quello che mi ha convinto maggiormente del romanzo grafico è proprio questa capacità di non accontentarsi dell'immagine più conosciuta. Buttolo non racconta soltanto perché Stanlio e Ollio siano diventati famosi: racconta quanto lavoro, quante difficoltà e quanta umanità ci siano dietro due volti che sembrano appartenere per sempre a un mondo leggero. Il risultato è una biografia a fumetti che può essere letta su più livelli. È naturalmente un omaggio a Stan Laurel e Oliver Hardy, ma è anche un racconto sul mestiere dell'artista e sulla necessità di difendere la propria voce. Ed è, soprattutto, un invito a riscoprire una coppia cinematografica che rischia, proprio perché ormai entrata nell'immaginario collettivo, di essere data per scontata. La nuova edizione del 2026 ripropone questo lavoro in un formato di 180 pagine, in bianco e nero, confermando la natura di biografia a fumetti con cui Buttolo aveva raccontato la coppia. Alla fine della lettura rimane una sensazione particolare: quella di aver incontrato nuovamente Stanlio e Ollio, ma di averli guardati questa volta da una distanza molto più ravvicinata. Non soltanto i due uomini capaci di far ridere intere generazioni, ma Stan Laurel e Oliver Hardy, con le loro ambizioni, le loro debolezze, i loro conflitti e il loro rapporto con il cinema e con il pubblico. Ed è probabilmente questo il merito maggiore del lavoro di Gianluca Buttolo: ricordarci che anche dietro le risate più memorabili esiste una storia umana che merita di essere raccontata. Lo consiglio innanzitutto a chi ama Stanlio e Ollio e vuole andare oltre la conoscenza dei loro film e dei loro personaggi. È una lettura interessante anche per chi ama la storia del cinema, le biografie a fumetti e quelle opere capaci di unire documentazione e sensibilità narrativa. Può inoltre essere una buona scelta per chi guarda al fumetto non soltanto come intrattenimento, ma come strumento per raccontare personaggi reali e vicende storiche attraverso un linguaggio capace di mettere insieme testo e immagini. Non lo consiglierei, invece, soltanto a chi cerca una raccolta leggera di aneddoti divertenti sulla coppia: Buttolo propone qualcosa di più articolato e, in alcuni passaggi, anche più malinconico. È proprio questa scelta, però, a rendere il volume più interessante e personale. Alcune note su Gianluca Buttolo Gianluca Buttolo è Illustratore e fumettista, Gianluca Buttolo collabora con diverse testate giornalistiche disegnando anche per vari editori e per il teatro. Nel 2015 scrive e disegna La scelta per la casa editrice ReNoir Comics, graphic novel che ripercorre le vicende legate alla figura dell’avvocato Giorgio Ambrosoli. Nel 2017 sempre per ReNoir Comics pubblica Il libro di Dot, scritto con Hisham Matar, autore de Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro con il quale ha vinto il “Premio Pulitzer” 2017 per la biografia e autobiografia. Nel 2019 è la volta di Michelangelo – Il conflitto della Sistina, graphic novel incentrato sul conflittuale processo di realizzazione del capolavoro del Buonarroti, e nel 2023 di Stan&Ollie, biografia a fumetti del duo comico più famoso al mondo. TAG: #graphic_novel, #biografie, #gianluca_buttolo, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Le più grandi truffe della storia. Inganni e raggiri che hanno cambiato il mondo (Domenico Vecchioni)
Autore: Domenico Vecchioni Editore: DIARKOS, 2026 Pagine: 272 Genere: Criminologia Prezzo: € 18.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://diarkos.it/index.php?r=catalog%2Fview&id=466 Trama Se Oscar Wilde sosteneva che la vita imita l’arte più dell’arte stessa, nel mondo delle truffe accade qualcosa di ancora più sorprendente: è la realtà a superare la fantasia. In questo volume Domenico Vecchioni racconta le più incredibili truffe della storia: vicende al limite dell’assurdo, eppure reali, che hanno segnato epoche e svelato le debolezze umane. Dall’uomo che riuscì a vendere la Tour Eiffel al falsario che ingannò il mondo dell’arte; dal truffatore che si reinventò cacciatore di truffe fino ai grandi scandali finanziari contemporanei dei “maghi di Wall Street”: una galleria di personaggi straordinari, geniali e spregiudicati. Il libro unisce rigore storico e ritmo narrativo, trasformando ogni episodio in un racconto avvincente, capace di catturare il lettore come un’inchiesta e di svelare i meccanismi psicologici, sociali ed economici alla base dell’inganno, offrendo una visione ancora più completa della “grande arte della truffa”. Recensione La realtà, quando si parla di inganni e raggiri, riesce spesso a essere molto più incredibile della fantasia. È proprio da questa considerazione che prende avvio il nuovo libro di Domenico Vecchioni, un volume che attraversa epoche e contesti differenti per raccontare alcune delle truffe più sorprendenti della storia. Pubblicato da Diarkos nella collana Storie, il libro raccoglie vicende realmente accadute nelle quali l'intelligenza, la capacità di manipolare gli altri, la spregiudicatezza e, in alcuni casi, una buona dose di incoscienza diventano gli strumenti attraverso cui costruire inganni capaci di superare ogni immaginazione. Vecchioni, forte della sua esperienza di diplomatico e della sua ormai ampia attività di divulgatore storico, affronta il tema senza trasformarlo in un semplice catalogo di imbrogli. Il vero interesse del libro, infatti, non sta soltanto nella singolarità delle truffe raccontate, ma soprattutto nelle persone che le hanno ideate e nei meccanismi che hanno permesso loro di funzionare. Dietro ogni raggiro c'è qualcuno che ha saputo individuare una debolezza, sfruttare una convinzione, alimentare un desiderio o semplicemente convincere gli altri a vedere ciò che non esisteva. Ed è proprio questo l'aspetto che ho trovato più interessante nella lettura. La truffa, raccontata attraverso questi episodi, diventa quasi uno specchio delle fragilità umane. Non è sufficiente che esista un truffatore particolarmente abile: perché l'inganno abbia successo deve esserci qualcuno disposto a credergli. A volte è l'avidità a spalancare la porta, altre volte la vanità, il desiderio di arricchirsi rapidamente, la ricerca di prestigio o la semplice difficoltà di mettere in discussione ciò che appare convincente. Tra gli episodi più emblematici compare la celebre vicenda dell'uomo che riuscì a vendere la Tour Eiffel. È una storia che sembra appartenere alla narrativa picaresca più che alla cronaca, eppure è realmente accaduta. Il suo inserimento all'interno del volume permette di comprendere bene la particolare prospettiva adottata da Vecchioni: non soltanto raccontare qualcosa di incredibile, ma chiedersi come sia stato possibile che un'impresa apparentemente assurda potesse diventare credibile agli occhi di chi vi si trovò coinvolto. Un altro territorio esplorato dall'autore è quello dell'arte, dove il confine tra autenticità e falsificazione può diventare particolarmente sottile. Il falsario capace di ingannare il mondo dell'arte rappresenta infatti una figura che mette in discussione non soltanto l'opera contraffatta, ma anche il sistema di riconoscimento e di attribuzione che dovrebbe garantire la sua autenticità. In questo caso la truffa non consiste semplicemente nel produrre un falso: occorre costruire intorno a quel falso una storia abbastanza convincente da renderlo accettabile. Il libro non si ferma però alle imposture più spettacolari del passato. Il percorso arriva anche agli scandali finanziari contemporanei e ai cosiddetti “maghi di Wall Street”, mostrando come il progresso, la finanza e la complessità dei sistemi economici non abbiano eliminato la truffa, ma abbiano semplicemente offerto nuovi strumenti e nuovi terreni d'azione. Cambiano le modalità, cambiano gli ambienti e cambiano le dimensioni degli inganni, ma rimane costante qualcosa di molto antico: la capacità di sfruttare la fiducia degli altri. Particolarmente curiosa è anche la figura del truffatore che finisce per reinventarsi come cacciatore di truffe. È una di quelle situazioni nelle quali la realtà sembra costruita appositamente per sorprendere il lettore, perché mette in discussione il confine tra chi inganna e chi combatte l'inganno. Vecchioni sembra quasi suggerire che, in questo universo, le categorie siano meno nette di quanto potremmo pensare. La varietà degli episodi impedisce inoltre alla lettura di diventare monotona. Non ci troviamo davanti a una lunga trattazione teorica sulla criminalità o sulla frode, ma a una successione di storie nelle quali cambiano personaggi, epoche, motivazioni e conseguenze. Il filo conduttore rimane però ben riconoscibile: capire perché determinate persone siano riuscite a convincere altre persone a credere all'impossibile. È qui che il volume acquista un valore che va oltre la semplice curiosità storica. Le truffe raccontate da Vecchioni parlano anche del nostro modo di rapportarci alla realtà. Il truffatore costruisce una narrazione e la propone alla propria vittima; quest'ultima, per una serie di motivi, accetta quella narrazione come vera. Il meccanismo non è poi così lontano da alcune dinamiche della società contemporanea, dove informazioni, immagini e promesse possono essere costruite con l'obiettivo di orientare le nostre decisioni. La lettura porta quindi inevitabilmente a porsi una domanda: siamo davvero più difficili da ingannare rispetto agli uomini e alle donne delle epoche raccontate nel libro? La risposta non è così scontata. La tecnologia ha modificato profondamente gli strumenti a disposizione dei truffatori, ma non sembra aver modificato le debolezze fondamentali sulle quali l'inganno fa leva. Il desiderio di guadagnare facilmente, la fiducia mal riposta, la vanità e la voglia di credere a qualcosa di straordinario continuano a essere terreno fertile per chi sa manipolarle. Un altro merito del volume è il modo in cui Vecchioni riesce a mantenere un equilibrio tra divulgazione storica e ritmo narrativo. Le vicende vengono presentate con un taglio accessibile, senza rinunciare all'attenzione per il contesto e per i meccanismi che stanno dietro agli episodi. Il risultato è una lettura che può essere affrontata anche senza possedere conoscenze specifiche di storia, criminologia o finanza. Non è dunque soltanto la spettacolarità delle truffe a tenere viva l'attenzione. A incuriosire è soprattutto il percorso mentale che conduce dal progetto alla sua realizzazione: come nasce l'idea? Quale debolezza viene individuata? In che modo il truffatore riesce a conquistare la fiducia della vittima? E soprattutto, perché qualcuno decide di credere a qualcosa che, osservato a posteriori, può apparire evidente come un inganno? La distanza tra il momento in cui una truffa sembra credibile e quello in cui viene smascherata è probabilmente uno degli elementi più affascinanti dell'intero libro. A posteriori è facile giudicare chi è stato ingannato e chiedersi come abbia potuto non accorgersi di ciò che stava accadendo. Ma il racconto di questi casi mostra quanto possa essere efficace una storia quando viene costruita nel modo giusto e proposta alla persona giusta. Il libro di Vecchioni riesce così a trasformare una galleria di impostori, falsari, speculatori e personaggi spregiudicati in una riflessione più ampia sulla natura umana. Non tutti gli episodi hanno necessariamente lo stesso peso o la stessa capacità di sorprendere, ma l'insieme restituisce un panorama variegato nel quale la truffa assume forme differenti e attraversa secoli e ambienti molto diversi. Quello che rimane, una volta chiusa l'ultima pagina, è soprattutto la consapevolezza che l'inganno non dipende esclusivamente dall'abilità di chi lo mette in atto. Dipende anche dal bisogno di credere di chi lo subisce. È forse questa la lezione più interessante che si può ricavare dalle storie raccolte da Vecchioni: dietro ogni grande truffa c'è sì un grande manipolatore, ma quasi sempre c'è anche una vulnerabilità umana sulla quale quel manipolatore ha saputo fare leva. Le più grandi truffe della storia è quindi un libro che intrattiene, incuriosisce e, allo stesso tempo, invita a osservare con maggiore attenzione i meccanismi della persuasione e della manipolazione. La sua forza sta nella capacità di prendere vicende al limite dell'incredibile e utilizzarle per raccontare qualcosa di molto concreto: quanto sia facile, per un essere umano, lasciarsi convincere quando ciò che gli viene promesso coincide con ciò che desidera. Lo consiglio soprattutto a chi ama la storia raccontata attraverso episodi particolari, personaggi fuori dal comune e vicende realmente accadute. È una lettura adatta anche a chi è interessato alla criminologia, alla psicologia dell'inganno, alle grandi frodi economiche e alle storie di impostori e falsari. Può essere una scelta interessante anche per chi cerca un libro divulgativo capace di alternare curiosità storiche e riflessioni sul comportamento umano, senza trasformarsi in un saggio eccessivamente tecnico. Una lettura curiosa e scorrevole, capace di dimostrare, ancora una volta, che quando si parla di truffe la realtà può essere decisamente più incredibile della fantasia. Alcune note su Domenico Vecchioni Domenico Vecchioni, già diplomatico di carriera, ambasciatore d’Italia, ha ricoperto importanti incarichi alla Farnesina e all’estero. La sua ultima missione è stata quella di ambasciatore d’Italia a Cuba. Dopo aver lasciato il servizio attivo, si è dedicato alla divulgazione storica, con particolare predilezione per le biografie politiche e il mondo dello spionaggio. Collabora con diverse riviste di storia, in particolare «BBC History Italia» e Conoscerelastoria.it. È autore di una trentina di libri tra cui le biografie di Evita Peron, Raul Castro, Rasputin, Saddam Hussein. Per Diarkos ha pubblicato: Pablo Escobar. Vita, amore e morte del “re della cocaina” (2021); Legione straniera. Storia, regole e personaggi (2022); Lo sbarco in Normandia. D-Day, il giorno più lungo (2023); Mercenari. Il mestiere della guerra dall’antica Grecia al Gruppo Wagner (2024). TAG: #criminologia, #domenico_vecchioni, #voto_quattro

RECENSIONE: Opisanie swiata (Veronica Stigger)
Autore: Veronica Stigger Traduttore: Nicola Biasio Editore: Edicola Edizioni, 2026 Pagine: 168 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 17.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.edicolaed.com/shop/opisanie-swiata/?srsltid=AfmBOooOIFncJvib8059ikyuVl7lDL2l5sr0RtI3EeSmrY2FSCgKfKRJ Trama Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, il sessantenne polacco Opalka riceve una lettera che gli rivela di avere un figlio dall’altra parte del mondo. Questi vive nel cuore della foresta amazzonica e scrive al padre chiedendo di andare a fargli visita. Opalka accetta e a Varsavia, nell’attesa di un treno, incontra Bopp, giramondo brasiliano che dopo aver ascoltato la sua storia si offre di accompagnarlo. Prima sul treno verso il porto e poi sulla nave che attraversa l’Atlantico diretta in Brasile, questi due improbabili compagni di viaggio condivideranno un’odissea fatta di incontri stravaganti e situazioni surreali, tra avvistamenti di sirene, cerimonie di iniziazione e antiche leggende. Ma al suo arrivo nella terra dove era stato un giovane appassionato esploratore e dove aveva molto amato, nulla è come Opalka si aspetta. Mentre la Polonia viene occupata, lui decide di restare in Brasile e, grazie all’esercizio della scrittura, rimettere insieme i frammenti di una vita. "Opisanie świata", che in polacco significa “descrizione del mondo”, è un romanzo sorprendente e commovente, pieno di incanto, meraviglia e stupore, un omaggio al viaggio nel suo senso più puro, quello dell’incontro con l’inaspettato, e una celebrazione di quel desiderio così umano di condividere ciò che si è visto, vissuto e sognato. Recensione Il viaggio, in letteratura, non coincide necessariamente con lo spostamento da un luogo all’altro. A volte è soprattutto un modo per mettere in discussione ciò che credevamo di conoscere, per entrare in contatto con persone inattese e, soprattutto, per provare a ricomporre una parte di noi che era rimasta in sospeso. È proprio questa idea del viaggio, insieme concreta e profondamente interiore, a rendere il libro Veronica Stigger un romanzo particolare, difficile da ricondurre a un solo genere e capace di mescolare avventura, ironia, malinconia e una dimensione quasi fiabesca. Il romanzo porta nel titolo un'espressione polacca che significa “descrizione del mondo” e richiama idealmente la tradizione dei grandi libri di viaggio. Ma Stigger non costruisce un semplice racconto di esplorazione. Il mondo che mette davanti agli occhi del lettore è un luogo straniante, pieno di incontri improbabili, racconti, leggende, episodi surreali e personaggi che sembrano appartenere contemporaneamente alla realtà e all'immaginazione. Al centro della storia c'è Opalka, un polacco di circa sessant'anni che, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, riceve una lettera destinata a cambiare completamente il corso della sua vita. Scopre infatti di avere un figlio dall'altra parte del mondo, in Brasile, nel cuore dell'Amazzonia. Il figlio, Natanael, gli chiede di raggiungerlo e di andarlo a trovare. Opalka decide di partire. La premessa potrebbe far pensare a un romanzo familiare, magari a una storia di riconciliazione o di recupero del tempo perduto. Stigger, invece, prende questa situazione e la trasforma progressivamente in qualcosa di molto più ampio. Il viaggio verso il figlio diventa un viaggio attraverso luoghi, lingue, culture, persone e modi differenti di guardare il mondo. E soprattutto diventa un percorso nel quale Opalka si trova continuamente davanti a qualcosa che non aveva previsto. Già a Varsavia, mentre attende il treno, entra in scena Bopp, un brasiliano giramondo che ascolta la storia dell'uomo e decide di accompagnarlo. È un incontro apparentemente casuale, ma destinato a diventare fondamentale. I due sono molto diversi e proprio questa diversità alimenta una parte importante del fascino del romanzo. Opalka appare più trattenuto, legato alla propria storia e alle proprie ragioni personali; Bopp porta invece con sé un'energia differente, più aperta all'imprevisto e all'avventura. Il loro percorso comincia in treno, attraversando l'Europa verso il porto, e prosegue poi a bordo della nave diretta in Brasile. È durante questa traversata che Opisanie swiata mostra pienamente la sua natura più originale. Il viaggio non procede semplicemente verso una destinazione: si riempie di incontri e di episodi bizzarri, di racconti e situazioni che spostano continuamente il confine tra ciò che è plausibile e ciò che appartiene alla dimensione della meraviglia. Nel corso della traversata compaiono, tra le altre cose, avvistamenti di sirene, cerimonie di iniziazione e antiche leggende. È proprio qui che la scrittura di Stigger trova una delle sue caratteristiche più interessanti. L'autrice non sembra interessata a costruire un'avventura tradizionale, nella quale ogni episodio debba necessariamente condurre al successivo. Al contrario, il romanzo procede per deviazioni, incontri e frammenti, come se la strada avesse continuamente la capacità di modificare il racconto. Questa struttura contribuisce a creare una sensazione particolare: quella di trovarsi dentro un mondo che non è mai completamente prevedibile. Il lettore parte insieme a Opalka con un obiettivo preciso — raggiungere il figlio — ma lungo il percorso comprende che il vero centro del libro non è soltanto la meta. È tutto ciò che accade prima di arrivarci. E forse è proprio questo uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente. Opalka parte perché deve incontrare una persona che non conosce davvero, ma finisce per incontrare moltissime altre persone e, attraverso di loro, una quantità di mondi diversi. Il viaggio geografico diventa così anche un viaggio umano. Ogni incontro aggiunge qualcosa, anche quando sembra apparentemente estraneo alla direzione principale della storia. Il romanzo riesce inoltre a parlare del tema dell'identità senza trasformarlo in una riflessione pesante o didascalica. Opalka è un uomo che scopre improvvisamente di avere un figlio e deve confrontarsi con una parte della propria esistenza che fino a quel momento era rimasta fuori dal suo orizzonte. Ma anche il mondo che attraversa è fatto di identità mobili, di persone che arrivano da luoghi diversi, di lingue e culture che si incontrano e si sovrappongono. Il viaggio diventa quindi anche una riflessione sulle distanze. Quelle geografiche, naturalmente, ma anche quelle tra le persone, tra passato e presente, tra ciò che sappiamo e ciò che immaginiamo di sapere. Quando Opalka arriva finalmente in Brasile, però, il romanzo compie un altro movimento importante. La terra che raggiunge non corrisponde completamente a quella che aveva immaginato. Il Brasile è anche il luogo della memoria, perché Opalka vi era già stato da giovane, quando era appassionato di esplorazione e aveva vissuto una storia d'amore. Tornare significa quindi confrontarsi non soltanto con un territorio, ma anche con il proprio passato. E, ancora una volta, ciò che trova non coincide con ciò che si aspettava. A questo punto la storia assume una tonalità più malinconica. Sullo sfondo c'è intanto la tragedia della storia: la Polonia viene occupata e il mondo dal quale Opalka è partito non è più quello che aveva lasciato. Il viaggio, dunque, finisce per diventare anche una fuga involontaria da una realtà che sta cambiando radicalmente. Opalka sceglie di restare in Brasile. Ed è qui che il significato della scrittura acquista un peso particolare. L'uomo comincia a mettere insieme, attraverso la scrittura, i frammenti della propria vita. Non si tratta semplicemente di raccontare ciò che ha visto: scrivere diventa un modo per conservare ciò che rischierebbe di andare perduto, per dare una forma all'esperienza e forse anche per avvicinarsi a quel figlio che rappresenta il punto di partenza dell'intera vicenda. Questo passaggio è particolarmente significativo perché permette di leggere l'intero romanzo come una riflessione sul bisogno umano di raccontare. Il titolo stesso, “descrizione del mondo”, suggerisce l'idea di qualcuno che prova a mettere ordine nell'immensa quantità di cose viste e vissute. Ma il mondo di Stigger non è qualcosa che possa essere ordinato facilmente. È discontinuo, sorprendente, contraddittorio, popolato da persone che entrano nella nostra vita per un istante e magari lasciano una traccia più duratura di quanto avremmo immaginato. Anche per questo il libro non va affrontato aspettandosi una narrazione lineare e tradizionale. La sua forza risiede soprattutto nella contaminazione. Il romanzo utilizza diversi registri e diverse forme narrative, alternando il racconto alla presenza di lettere, diari, frammenti e materiali che contribuiscono a costruire una sorta di archivio del viaggio. Questa caratteristica rende la lettura più dinamica e rafforza l'impressione di trovarsi davanti a una storia che vuole raccogliere non soltanto gli avvenimenti principali, ma anche le tracce lasciate lungo il percorso. Ho trovato particolarmente riuscito anche il modo in cui Stigger riesce a far convivere il grottesco e il malinconico. In alcuni momenti il romanzo può sorprendere per la sua eccentricità, per situazioni che sembrano uscite da una fantasia volutamente sproporzionata; in altri, invece, emerge una dimensione più intima, legata alla solitudine, alla memoria, al tempo e al desiderio di recuperare una relazione che forse arriva troppo tardi. Questa alternanza impedisce al libro di diventare prevedibile. Non è soltanto una storia di viaggio e non è soltanto una storia di padre e figlio. È un romanzo sul movimento e sulla perdita, sulla curiosità e sulla memoria, sull'incontro con l'altro e sulla necessità di trasformare l'esperienza in racconto. C'è poi un elemento che considero fondamentale: Opisanie swiata parla del viaggio senza idealizzarlo completamente. Partire significa esporsi all'inaspettato, ma significa anche perdere temporaneamente i propri punti di riferimento. Opalka attraversa confini geografici e culturali e, mentre lo fa, vede progressivamente modificarsi il significato stesso della propria partenza. Quello che all'inizio appare come un viaggio verso qualcuno diventa un viaggio attraverso qualcosa: la propria storia, i propri ricordi, le proprie possibilità ancora inesplorate. Il rapporto con Bopp contribuisce molto a questo processo. La presenza del brasiliano impedisce al viaggio di trasformarsi in un percorso esclusivamente introspettivo. I due condividono un'odissea fatta di incontri e situazioni inattese e, proprio attraverso questa convivenza forzata e improbabile, il romanzo può mettere in scena il confronto tra caratteri, culture e prospettive differenti. Non tutto, naturalmente, è pensato per il lettore che cerca una trama serrata. La componente surreale, la struttura frammentaria e alcune deviazioni narrative possono richiedere una disponibilità particolare. È un libro che chiede di lasciarsi sorprendere più che di cercare continuamente una spiegazione. Personalmente, penso che sia proprio questa la chiave migliore per affrontarlo: non pretendere che ogni elemento debba avere immediatamente una funzione narrativa evidente, ma accettare il viaggio così come viene proposto, con le sue deviazioni, le sue stranezze e le sue improvvise aperture. La cosa che resta più a lungo, una volta arrivati alla fine, è proprio la sensazione di aver attraversato un mondo più grande della storia raccontata. Stigger costruisce un romanzo breve nelle dimensioni, ma sorprendentemente ricco per ciò che riesce a contenere: una partenza, una lettera, un figlio sconosciuto, un viaggio dall'Europa al Brasile, un compagno di viaggio inatteso, una serie di personaggi eccentrici, il confronto con un passato ormai lontano e, sullo sfondo, la guerra che cambia definitivamente la geografia emotiva di Opalka. E soprattutto rimane l'idea che raccontare ciò che abbiamo vissuto possa essere una forma di resistenza alla perdita. Quando il mondo cambia, quando le persone si allontanano e quando alcune esperienze non possono più essere ripetute, resta la possibilità di scriverle. Opalka, alla fine del suo percorso, sembra comprendere proprio questo: non possiamo sempre recuperare ciò che abbiamo perduto, ma possiamo provare a dargli una forma. Si tratta quindi di una lettura originale, insolita e difficilmente catalogabile. Veronica Stigger costruisce un piccolo grande romanzo di viaggio nel quale l'avventura non serve soltanto a raccontare lo spostamento di un uomo, ma diventa lo strumento per interrogarsi sul rapporto tra memoria, identità, famiglia e racconto. È un libro che alterna meraviglia e malinconia, ironia e straniamento, senza rinunciare a una profonda riflessione sul bisogno umano di conoscere il mondo e, contemporaneamente, di dare un senso al proprio posto al suo interno. Lo consiglio a chi ama i romanzi di viaggio non convenzionali, le storie capaci di mescolare realtà e surrealtà e le narrazioni costruite attraverso incontri, frammenti e deviazioni. È particolarmente indicato per chi cerca una letteratura originale, lontana dalle strutture narrative più prevedibili, e per chi apprezza i libri nei quali il viaggio esteriore diventa anche un percorso interiore. Lo consiglierei anche a chi ama le storie familiari raccontate in modo obliquo, attraverso la memoria e la distanza, più che attraverso il sentimentalismo. Se invece cercate un'avventura lineare, ricca di azione e costruita esclusivamente intorno alla ricerca del figlio, potreste trovarlo meno immediato. Questa lettura chiede infatti al lettore di accettare l'imprevisto, di lasciarsi condurre dagli incontri e di considerare il viaggio non soltanto come una destinazione, ma come un'esperienza capace di cambiare chi la compie. Alcune note su Veronica Stigger Veronica Stigger è nata nel 1973 a Porto Alegre e dal 2001 vive a San Paolo. Scrittrice, critica d’arte e docente universitaria, ha pubblicato quattordici libri. Con Opisanie świata, già tradotto in Spagna, Argentina e Messico, ha vinto i premi Machado de Assis, São Paulo de Literatura e Açorianos. TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #nicola_biasio, #veronica_stigger, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Dead man blues (Silas House)
Autore: Silas House Traduttore: Gianluca Testani Editore: Jimenez, 2026 Pagine: 240 Genere: Narrativa straniera, Gialli Prezzo: € 19.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.jimenezedizioni.it/dead-man-blues-silas-house/ Trama Dave Hendricks un tempo era un uomo rispettato a Shady Grove, una minuscola città al confine tra Kentucky e Tennessee. Ma dopo che sua moglie lo lascia per il suo migliore amico, perde anche il lavoro e la sua reputazione va in pezzi. Rimasto solo con la sua casa galleggiante e il suo cane, sopravvive facendo lavoretti saltuari e ascoltando il blues. Quando però un omicidio sconvolge la quiete della città, Dave si trova costretto a collaborare con lo sceriffo Victor Burns, l’uomo che lo ha tradito e gli ha portato via la moglie, per trovare l’assassino. Due corpi vengono rinvenuti sul lago Cedar, ed entrambi gli omicidi seminano il terrore nella comunità. Vecchi amici e nemici rientrano nella vita di Hendricks durante l’indagine, costringendolo ad affrontare finalmente ciò che è stato e ciò che è, oppure a vedere la giustizia morire nel processo. Potente e coinvolgente a ogni svolta, Dead Man Blues fa di Silas House una voce affilata come un coltello nel panorama del crime americano. Recensione A volte un romanzo giallo funziona davvero quando il mistero non è l’unica cosa che ci spinge a voltare pagina. Il delitto può essere il punto di partenza, ma ciò che rimane più a lungo è tutto quello che si muove attorno: i rapporti spezzati, le vecchie ferite, i rancori mai superati e quella particolare atmosfera delle piccole comunità in cui tutti sembrano conoscersi e, proprio per questo, tutti hanno qualcosa da nascondere. È questa la direzione in cui si muove Dead Man Blues, romanzo con cui Silas House si confronta con il crime senza rinunciare a quella dimensione umana e territoriale che caratterizza la sua scrittura. Siamo negli anni Cinquanta, a Shady Grove, una piccola cittadina immaginaria sul confine tra Kentucky e Tennessee. Un luogo apparentemente tranquillo, dove però gli equilibri personali e sociali sono tutt’altro che pacifici. Al centro della storia troviamo Dave Hendricks, un uomo che ha conosciuto il prestigio e che ora vive ai margini di quella stessa comunità che un tempo amministrava. Dave è stato sindaco per diversi anni, ma la sua vita è precipitata dopo il tradimento della moglie Janet con Victor Burns, il suo migliore amico, diventato nel frattempo lo sceriffo della contea. Il crollo di Dave è quindi prima di tutto personale, ma finisce inevitabilmente per diventare anche pubblico. Perde il lavoro, il matrimonio e la reputazione e si ritira dalla vita della città, scegliendo una casa galleggiante sul lago Cedar come rifugio. A fargli compagnia rimangono il suo cane, qualche lavoro occasionale e la musica blues, che diventa quasi una presenza costante nella sua esistenza. È un personaggio che porta addosso una profonda sensazione di sconfitta, ma che non è disposto a considerarsi completamente perduto. È proprio questo aspetto a rendere Dave interessante. Non abbiamo davanti il classico investigatore brillante e infallibile, né un protagonista che affronta il crimine con la freddezza di chi è abituato a risolvere casi. Dave è un uomo ferito, arrabbiato, isolato e ancora profondamente coinvolto nelle conseguenze di ciò che è accaduto nella sua vita. La sua relazione con Victor, in particolare, rappresenta una delle componenti più interessanti del romanzo: i due uomini hanno condiviso un'amicizia importante, ma il tradimento di Victor ha lasciato una frattura apparentemente impossibile da ricomporre. Poi arriva il delitto. Dave sente delle urla provenire da un vicino campo di pesca e decide di intervenire. Quando raggiunge il luogo, trova Esau Campbell, proprietario del campo, assassinato. La scena è inquietante e presenta anche un particolare destinato ad alimentare ulteriormente il mistero: una frase, “Sins of the Father”, compare scritta con vernice rossa nei pressi del luogo del delitto. Poco dopo arriva proprio Victor Burns, e il destino costringe i due vecchi amici a ritrovarsi dalla stessa parte. Quello che potrebbe sembrare il classico punto di partenza di un'indagine diventa così qualcosa di più complesso. Victor ha bisogno dell'aiuto di Dave, nonostante tutto quello che è accaduto tra loro, e Dave si ritrova coinvolto in una vicenda che lo costringe a tornare nel mondo dal quale aveva cercato di allontanarsi. È qui che il romanzo trova uno dei suoi elementi più riusciti: l'indagine sul presente diventa anche un'indagine sul passato. Per scoprire chi abbia ucciso Esau, Dave e Victor devono fare i conti con una comunità in cui i rapporti sono più complicati di quanto possano apparire. Vecchie conoscenze, amici, nemici e persone apparentemente lontane dalla vicenda entrano progressivamente nel quadro investigativo. Ogni interrogatorio e ogni nuova informazione contribuiscono non soltanto a restringere il campo dei sospetti, ma anche a riportare alla luce frammenti di una realtà che Dave aveva cercato di lasciarsi alle spalle. La dimensione della piccola città è fondamentale. Shady Grove non è semplicemente lo sfondo del romanzo: è un ambiente umano nel quale reputazione, memoria e giudizio degli altri hanno un peso enorme. In una comunità ristretta, il passato non scompare davvero. Rimane nelle conversazioni, negli sguardi, nei rapporti personali e nelle convinzioni che le persone hanno costruito gli uni sugli altri. E quando arriva un omicidio, quella rete di relazioni diventa improvvisamente una gigantesca mappa di possibili moventi. House riesce così a costruire una storia nella quale il mistero procede insieme all'analisi dei personaggi. La domanda non è soltanto “chi ha ucciso?”, ma anche “quanto conosciamo davvero le persone che abbiamo accanto?”. Una domanda particolarmente importante in una vicenda nella quale quasi ogni personaggio sembra avere una propria versione dei fatti e un proprio rapporto con il passato. Un altro elemento che ho apprezzato è il rapporto tra Dave e il paesaggio nel quale vive. La casa galleggiante, il lago, la cittadina e l'atmosfera del Sud degli Stati Uniti contribuiscono a creare un'ambientazione riconoscibile, concreta, quasi palpabile. Non è un semplice scenario da giallo: è un mondo nel quale la storia dei personaggi sembra essere inseparabile dai luoghi che abitano. Anche la musica blues, suggerita già dal titolo, assume un valore particolare. Non è soltanto un riferimento musicale, ma sembra accompagnare lo stato d'animo di Dave e quella malinconia che attraversa molte pagine. Il blues diventa quasi una metafora della sua condizione: il dolore non viene cancellato, ma trasformato in qualcosa che si può continuare ad ascoltare, attraversare e, forse, comprendere. La scelta di ambientare la vicenda negli anni Cinquanta contribuisce ulteriormente alla personalità del romanzo. House non utilizza semplicemente il periodo storico come decorazione, ma costruisce attorno ad esso un'atmosfera nella quale la reputazione, il ruolo sociale e le relazioni personali assumono un peso particolare. La dimensione storica e quella investigativa procedono quindi insieme, senza che una finisca completamente per soffocare l'altra. Dal punto di vista del ritmo, Dead Man Blues è un romanzo che alterna momenti più propriamente investigativi a passaggi dedicati ai personaggi e ai loro rapporti. Non punta esclusivamente sull'azione e non cerca continuamente il colpo di scena spettacolare. La tensione nasce soprattutto dall'accumularsi delle domande e dalla consapevolezza che, dietro ogni persona coinvolta nella vicenda, potrebbe nascondersi una parte della verità. Ed è proprio qui che il romanzo mi ha convinto maggiormente: nel modo in cui utilizza il mistero per parlare di persone. Dave, soprattutto, non è semplicemente un uomo che vuole risolvere un omicidio. È qualcuno che deve decidere se continuare a vivere definendosi attraverso ciò che gli è stato tolto oppure se provare a recuperare una parte di sé. L'indagine gli offre quasi involontariamente una possibilità di uscire dall'isolamento nel quale si è rinchiuso. Per farlo, però, deve necessariamente affrontare anche Victor e tutto ciò che il loro rapporto rappresenta. La progressiva collaborazione tra i due è infatti uno degli aspetti più interessanti della storia. Non si tratta di cancellare il tradimento con un improvviso gesto di riconciliazione, né di trasformare magicamente un rapporto distrutto. Il loro percorso è più complicato e proprio per questo più credibile: lavorare insieme significa tornare a confrontarsi con ciò che è successo, con la rabbia e con le conseguenze delle proprie scelte. In questo senso, il delitto diventa quasi un catalizzatore. Costringe persone che avrebbero preferito non incontrarsi più a guardarsi nuovamente negli occhi. Il romanzo funziona quindi su due livelli. Da una parte abbiamo il giallo, con un omicidio, una serie di sospetti, interrogatori, piste e segreti da ricostruire. Dall'altra c'è una storia di perdita e di possibile riscatto, nella quale la soluzione del caso non coincide necessariamente con la soluzione di tutti i problemi personali dei protagonisti. Ho trovato interessante anche il modo in cui Silas House evita di rendere Dave un personaggio completamente positivo. La sua amarezza e il suo senso di fallimento fanno parte di lui e condizionano il suo modo di guardare gli altri. Non è sempre facile simpatizzare con lui, ma proprio questa imperfezione lo rende più umano. Dave è un uomo che ha subito un torto, ma è anche un uomo che deve interrogarsi su ciò che è diventato dopo quel torto. E forse è proprio questa la vera anima del romanzo: il passato può spiegare molte delle nostre scelte, ma non può diventare per sempre una giustificazione. Dead Man Blues rappresenta anche un'interessante incursione di House nel territorio del crime. La componente investigativa è presente e costruita in maniera abbastanza solida, ma la sensibilità dell'autore continua a emergere soprattutto quando la narrazione si concentra sui personaggi, sui luoghi e sulle ferite emotive. Chi si avvicina al libro aspettandosi esclusivamente un thriller serratissimo potrebbe quindi trovare qualcosa di diverso da quello che immagina. È un giallo, certamente, ma è anche una storia di persone che cercano di capire cosa fare con ciò che resta dopo una perdita. Il risultato è un romanzo che preferisce costruire lentamente la propria atmosfera invece di affidarsi soltanto alla velocità. Il mistero mantiene l'interesse e i sospetti si spostano progressivamente, mentre la parte più personale della vicenda aggiunge profondità alla storia. Personalmente ho apprezzato soprattutto questo equilibrio tra indagine e dimensione umana. Non è il delitto in sé a rendere interessante la storia, ma il modo in cui quel delitto entra nelle vite di persone che hanno già i propri problemi, i propri rancori e i propri segreti. La ricerca dell'assassino diventa così anche un'occasione per comprendere meglio Dave e il mondo dal quale si era volontariamente escluso. Alla fine, ciò che rimane è una storia dal sapore malinconico, in cui il mistero e il passato si intrecciano fino a diventare quasi la stessa cosa. Una lettura che parla di colpa, tradimento, reputazione, amicizia e possibilità di ricominciare, senza dimenticare la componente investigativa che tiene insieme l'intera vicenda. Lo consiglio soprattutto a chi ama i gialli ambientati in piccole comunità, dove il contesto sociale e i rapporti tra i personaggi hanno un'importanza quasi pari all'indagine. È una lettura adatta anche a chi apprezza i mystery storici, le atmosfere del Sud degli Stati Uniti e quei romanzi nei quali il caso criminale diventa il punto di partenza per raccontare soprattutto le persone. Lo consiglierei inoltre a chi cerca un protagonista imperfetto e ferito, lontano dal detective tradizionale, e a chi ama le storie in cui il passato torna a chiedere il conto. Se invece cercate un thriller esclusivamente basato su azione, inseguimenti e continui colpi di scena, potreste trovarlo meno nelle vostre corde: Dead Man Blues preferisce soffermarsi sulle relazioni, sulle conseguenze delle scelte e sull'atmosfera, lasciando che sia il mistero a condurre lentamente il lettore verso la verità. Alcune note su Silas House Silas House ha scritto diversi romanzi, è autore di opere teatrali e di saggistica creativa. I suoi scritti sono apparsi su New York Times, Atlantic, Advocate, Time, Garden & Gun e altre pubblicazioni. Ex commentatore di All Things Considered della Npr, ha vinto il Nautilus Award, lo Storylines Prize della NAV/New York Public Library, l’Appalachian Book of The Year, un E.B. White Honor e molti altri premi, tra cui il Southern Book Prize in Fiction per L’ascesa di Lark. Nel 2023 è stato nominato “appalachiano dell’anno” in un sondaggio nazionale e ha ricevuto il prestigioso titolo di “poeta laureato” del Kentucky. Silas House è un punto di riferimento intellettuale per le tematiche LGBTQIA+ in cui è attivo e impegnato, ne sono prova la sua candidatura ai Grammy Awards con il video In Your Love di Tyler Childers e l’assegnazione, nel 2022, del premio Duggins, il più importante negli Stati Uniti per gli scrittori LGBTQIA+. TAG: #narrativa_straniera, #gialli, #gianluca_testani, #silas_house, #voto_quattro

RECENSIONE: Le radici del buio (Jeff Mariotte)
Autore: Jeff Mariotte Traduttore: Gianni La Corte Editore: La Corte Editore, 2026 Pagine: 376 Genere: Narrativa straniera, Thriller Prezzo: € 20.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.lacorteditore.it/product/le-radici-del-buio/ Trama Sossaman, Arizona. Il passato non muore mai, resta sepolto in attesa di fiorire nel sangue. Daniel Mansfield Jr. ha trascorso la vita cercando di emulare un mito: suo padre, il leggendario capo della polizia che pose fine al regno di terrore del "Rilegatore", un serial killer che usava la carne delle sue vittime per rilegare i propri libri. Ora che Daniel è diventato capo del dipartimento, l’ombra di quell'eredità si trasforma in un incubo a occhi aperti. Quando una giovane donna viene trovata morta con la macabra firma del Rilegatore, il dubbio squarcia la memoria storica della città. Brian Quintana, l'uomo arrestato dal padre, è in carcere da quasi quarant’anni: chi è dunque il mostro che è tornato a colpire? Daniel si ritrova prigioniero di una verità devastante: e se suo padre, per diventare un eroe, avesse incastrato l'uomo sbagliato? Tra messaggi minacciosi, rapimenti e segreti sepolti nel deserto, Daniel dovrà decidere se proteggere il nome dei Mansfield o servire una giustizia che minaccia di distruggere tutto ciò che ama. Le radici del male affondano nel buio più profondo. Solo il sangue potrà estirparle. Recensione A Sossaman, in Arizona, il passato non è qualcosa che appartiene davvero al passato. Può essere rimasto nascosto per decenni, sepolto sotto la reputazione di una famiglia, sotto la memoria collettiva di una cittadina o dietro una verità che tutti hanno preferito accettare perché più semplice da sopportare. È proprio da questa idea inquietante che Jeff Mariotte costruisce Le radici del buio, un thriller cupo e serrato nel quale un vecchio caso di omicidi torna a proiettare la propria ombra sul presente. Al centro della vicenda c'è Daniel Mansfield Jr., da poco diventato capo della polizia di Sossaman. La sua posizione, però, non rappresenta soltanto un incarico professionale: Daniel è il figlio dell'uomo che, molti anni prima, aveva conquistato lo status di eroe catturando il famigerato Rilegatore, un serial killer responsabile di delitti particolarmente efferati e riconoscibile per una firma macabra: utilizzare la carne delle proprie vittime per rilegare i suoi libri. Quella storia appartiene alla memoria della città, ma anche all'identità della famiglia Mansfield. Daniel è cresciuto all'ombra di quel padre e, in qualche modo, ha costruito la propria vita cercando di essere all'altezza di quell'eredità. Il problema è che le vecchie storie, quando tornano a galla, raramente lo fanno senza portarsi dietro qualcosa di nuovo. Il ritrovamento del corpo di una giovane donna, infatti, presenta proprio quella firma che sembrava appartenere a un assassino ormai consegnato alla storia. Il Rilegatore è tornato? La domanda diventa immediatamente molto più complessa di quanto potrebbe sembrare, perché esiste già un uomo che sta pagando da quasi quarant'anni per quei crimini: Brian Quintana, arrestato dal padre di Daniel e ancora in carcere. Ed è qui che il romanzo comincia a lavorare davvero sul tema della verità. Mariotte non si limita a costruire un'indagine basata sulla domanda più immediata, chi sta uccidendo?, ma introduce un dubbio molto più destabilizzante: e se la storia che tutti hanno sempre creduto vera fosse costruita su una menzogna? E se l'eroe della città avesse commesso un errore imperdonabile? O, peggio ancora, se avesse deliberatamente incastrato la persona sbagliata? Per Daniel questa possibilità non rappresenta soltanto un problema investigativo. Significa mettere in discussione il padre, la propria famiglia e il ruolo che lui stesso ricopre. La ricerca della verità diventa quindi anche un confronto con un'eredità ingombrante, con quella necessità quasi dolorosa di scegliere se difendere il nome dei Mansfield oppure accettare che la giustizia venga prima della famiglia. È uno degli aspetti che ho trovato più interessanti del romanzo: il vero conflitto non nasce esclusivamente dalla presenza di un assassino, ma dalla difficoltà di distinguere ciò che è realmente accaduto da ciò che una comunità ha deciso di ricordare. Il titolo assume così un significato che va ben oltre l'oscurità dei delitti. Le “radici” sono quelle del male, naturalmente, ma anche quelle della memoria, delle colpe ereditate e delle verità nascoste. Sono radici che penetrano nella storia di Sossaman e nella famiglia Mansfield, rendendo praticamente impossibile affrontare il presente senza tornare a scavare nel passato. L'autore costruisce attorno a questo nucleo una storia che alterna tensione investigativa e atmosfere fortemente inquietanti. Messaggi minacciosi, rapimenti e segreti sepolti nel deserto contribuiscono a creare una sensazione di pericolo costante, mentre il confine tra il caso del passato e i nuovi delitti diventa sempre più sottile. La componente più disturbante non è soltanto la brutalità del Rilegatore, ma la consapevolezza che dietro un caso apparentemente risolto possono nascondersi conseguenze capaci di attraversare generazioni. Proprio il deserto dell'Arizona diventa uno sfondo particolarmente efficace. È un ambiente che sembra fatto apposta per custodire ciò che non si vuole vedere: qualcosa può essere nascosto, dimenticato, lasciato marcire lontano dagli occhi di tutti. Ma ciò che viene sepolto non necessariamente scompare. Prima o poi può tornare in superficie. La figura di Daniel è fondamentale perché permette al lettore di vivere questa scoperta non soltanto come un'indagine criminale, ma come una crisi personale. Il protagonista non deve semplicemente individuare un assassino: deve capire fino a che punto può fidarsi della versione della storia che gli è stata consegnata. E soprattutto deve stabilire quanto è disposto a sacrificare per arrivare alla verità. Da questo punto di vista, questo romanzo parla anche del peso delle aspettative familiari. Essere figlio di un uomo considerato un eroe significa ricevere un'eredità che può sembrare un privilegio, ma che rischia di trasformarsi in una prigione. Daniel ha trascorso la vita cercando di emulare il padre e proprio quando raggiunge la posizione che dovrebbe rappresentare la realizzazione di quel percorso, si trova costretto a chiedersi se il modello sul quale ha costruito la propria esistenza sia davvero degno di essere seguito. È una domanda potente, perché coinvolge non soltanto Daniel, ma anche il lettore: quanto siamo disposti a mettere in discussione le persone che amiamo quando la verità entra in conflitto con l'immagine che abbiamo costruito di loro? Mariotte riesce inoltre a dare alla vicenda una dimensione che supera il semplice gioco dell'assassino e dell'investigatore. Sullo sfondo ci sono infatti le tensioni sociali e razziali dell'America contemporanea, insieme alle dinamiche interne a un dipartimento di polizia che non necessariamente guarda con favore alle scelte del nuovo capo. La ricerca della verità si trova quindi a fare i conti anche con le resistenze di un ambiente nel quale il passato può essere diventato parte del potere e della reputazione di alcune persone. Questo elemento rende il romanzo più interessante di un thriller costruito esclusivamente sull'identità del colpevole. La domanda non è soltanto “chi è il Rilegatore?”, ma anche chi ha interesse a mantenere in piedi una determinata versione dei fatti? Ed è proprio questo che mantiene alta la tensione. La scrittura di Mariotte punta sulla costruzione progressiva dell'inquietudine, senza rinunciare alla componente più cruda del thriller. Il Rilegatore è un antagonista particolarmente disturbante non soltanto per i suoi omicidi, ma per la natura rituale della sua firma: trasformare i corpi delle vittime in qualcosa di legato alla conservazione delle storie. È un'immagine che crea un cortocircuito inquietante tra morte e memoria, tra ciò che dovrebbe essere conservato e ciò che invece dovrebbe essere dimenticato. Il libro, inoltre, gioca molto bene con l'idea che ogni storia possa avere più di una versione. Il passato viene continuamente riletto alla luce delle nuove informazioni e ciò che sembrava definitivo comincia a perdere consistenza. La tensione nasce proprio da questa instabilità: il lettore non può dare per scontato che le certezze iniziali siano realmente tali. Personalmente, ho apprezzato soprattutto questa dimensione del romanzo. Al di là dell'elemento più macabro e delle dinamiche tipiche del thriller, quello che rimane è il tema della verità quando questa diventa scomoda, quando scoprirla significa mettere in discussione persone, istituzioni e persino la propria identità. Si tratta quindi un thriller che utilizza un caso criminale per parlare di eredità, colpa e memoria. La violenza è presente e alcune immagini sono inevitabilmente forti, ma il cuore della storia sta altrove: nella necessità di Daniel di scegliere tra la fedeltà al padre e la fedeltà alla giustizia. E forse è proprio questa la parte più inquietante del romanzo: scoprire che il male non sempre arriva dall'esterno. A volte è già presente nella storia che ci è stata raccontata, nelle persone che abbiamo trasformato in eroi, nelle verità che abbiamo accettato senza fare domande. Jeff Mariotte costruisce così un thriller oscuro, dal respiro cinematografico e dalla forte componente investigativa, capace di alternare mistero, violenza e conflitti personali. Non cerca soltanto di sorprendere attraverso il mistero del Rilegatore, ma porta il lettore a interrogarsi continuamente sul rapporto tra verità e memoria. Una lettura particolarmente adatta a chi ama i thriller investigativi dalle atmosfere cupe, i serial killer con una firma riconoscibile e le storie nelle quali l'indagine sul presente costringe a riaprire ferite molto antiche. Lo consiglio soprattutto a chi apprezza i romanzi in cui il mistero criminale è accompagnato da un forte conflitto familiare e morale e a chi non ha problemi con scene crude e disturbanti. Alcune note su Jeff Mariotte Jeff Mariotte è autore pluripremiato di decine di romanzi che hanno conquistato milioni di lettori. Ha lavorato praticamente in ogni settore del mondo dell’editoria. Vive in Arizona con la moglie, l’autrice Marsheila Rockwell, con cui ha firmato alcuni romanzi. Con La Corte ha pubblicato NARCOS, il libro spin-off della serie tv Netflix, con cui ha vinto il prestigioso Scribe Award. TAG: #narrativa_straniera, #thriller, #gianni_la_corte, #jeff_mariotte, #voto_cinque

RECENSIONE: Il cuore di Salomone (Andreina Dasi)
Autore: Andreina Dasi Editore: Lindau, 2026 Pagine: 350 Genere: Narrativa italiana, Thriller Prezzo: € 19.50 (cartaceo), € 12.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.lindau.it/Libri/Il-cuore-di-Salomone Trama Mantova, 1612. Sul letto di morte, il medico ebreo Abraham Portaleone affida all’amico Alessandro Gonzaga un quaderno che rivela l’esistenza del Cuore di Salomone: un disco d’oro custodito per secoli e capace di evocare, attraverso un rituale antico, un sapere tanto potente da trascendere i confini tra ebraismo, cristianesimo e islam. Mantova, oggi. L’esperto di manoscritti Iacopo Aldrovandi rinviene il quaderno nella biblioteca di un nobile morto in circostanze poco chiare e comprende di trovarsi di fronte a una scoperta destinata a riscrivere la storia. La ricerca del manufatto trascina con sé anche Agata, una donna inquieta legata a Iacopo da una relazione fragile e intensa, che finirà col trovare in sé stessa una determinazione che ignorava di possedere. Tra frontespizi cifrati, enigmi cabalistici e lastre di piombo seicentesche, quella che sembrava un’indagine erudita si trasforma presto in un’avventura sconcertante. Da Mantova a Oxford, da Venezia a Granada, emerge un segreto che attraversa i secoli, su cui si allunga l’ombra minacciosa dei Figli di Sacromonte e che ha decretato la morte di chiunque vi si sia avvicinato. Il Cuore di Salomone è un thriller storico che parla del fascino irresistibile dei libri antichi, di tradizioni remote e misteriose e del confine sottile che separa il desiderio e l’ossessione per la conoscenza. Recensione Un quaderno antico, un oggetto avvolto nel mistero e una conoscenza capace di attraversare secoli e tradizioni religiose diverse. È questo il punto di partenza de Il cuore di Salomone, romanzo d'esordio di Andreina Dasi pubblicato da Lindau nel 2026, un thriller storico che costruisce la propria tensione intorno al fascino dei manoscritti, degli enigmi e di quelle verità che sembrano destinate a rimanere nascoste. La storia prende avvio nella Mantova del 1612. Abraham Portaleone, medico ebreo realmente vissuto in quell'epoca, è sul letto di morte quando affida all'amico Alessandro Gonzaga un quaderno destinato a custodire un segreto straordinario: quello del Cuore di Salomone. Al centro del mistero c'è un disco d'oro, legato a un antico rituale e a un sapere che, nella finzione narrativa del romanzo, supera i confini tra ebraismo, cristianesimo e islam. È un'apertura che mette immediatamente in campo alcuni degli elementi più importanti del libro: la storia, la religione, la ricerca erudita e soprattutto il rapporto tra conoscenza e mistero. Dasi non presenta il passato come un semplice sfondo, ma lo utilizza come il luogo nel quale sono state seminate le tracce che i protagonisti del presente dovranno imparare a riconoscere. Il salto temporale ci porta infatti a Mantova nel 2025, dove entra in scena Iacopo Aldrovandi, esperto di manoscritti. Il ritrovamento del quaderno nella biblioteca di un nobile morto in circostanze poco chiare sembra offrirgli l'occasione di una scoperta capace di dare una svolta alla sua carriera. La ricerca del Cuore di Salomone nasce quindi inizialmente come un'indagine erudita, legata a documenti e testimonianze del passato, ma ben presto assume una dimensione molto più inquietante. Ed è proprio questo passaggio, secondo me, uno degli aspetti più interessanti del romanzo. La curiosità intellettuale di Iacopo si trasforma progressivamente in qualcosa che non può più essere considerato una semplice ricerca accademica. La promessa della scoperta diventa sempre più difficile da distinguere dal pericolo e il desiderio di arrivare alla verità comincia a presentare un prezzo. A ricostruire il percorso della vicenda troviamo Agata, compagna di studi e amante di Iacopo. Il suo coinvolgimento permette alla storia di allargarsi oltre il semplice ritrovamento del manoscritto. Agata si trova infatti a seguire le tracce lasciate dalla ricerca, muovendosi tra Oxford, Venezia e Granada e confrontandosi con frontespizi cifrati, enigmi cabalistici e reperti seicenteschi. Il viaggio geografico diventa così anche un viaggio attraverso una rete di indizi che collega epoche e luoghi differenti. Ho trovato particolarmente interessante proprio questa dimensione itinerante del romanzo. Mantova, Oxford, Venezia e Granada non sono semplicemente luoghi nei quali ambientare le diverse fasi della storia: rappresentano tappe di una ricerca che porta i protagonisti sempre più lontano dal punto di partenza e, contemporaneamente, sempre più vicino a un segreto che sembra avere conseguenze molto concrete nel presente. Il fascino di Il cuore di Salomone nasce in buona parte dalla centralità dei libri e dei documenti. Qui il manoscritto non è un semplice espediente narrativo utilizzato per dare il via all'avventura: è la porta attraverso la quale il passato irrompe nel presente. Frontespizi da decifrare, enigmi cabalistici e lastre di piombo seicentesche diventano tasselli di un'indagine nella quale leggere significa anche interpretare, mettere in relazione, dubitare e cercare. E proprio il rapporto con la conoscenza è uno dei temi che più mi hanno colpito. Il romanzo sembra chiedersi fino a che punto sia giusto spingersi per ottenere una risposta e cosa accada quando il desiderio di sapere smette di essere semplice curiosità. La conoscenza può liberare, ma può anche diventare un'ossessione; può permettere di comprendere il passato, ma può contemporaneamente trascinare chi la ricerca verso conseguenze che non aveva previsto. Questa ambivalenza dà alla storia una dimensione che va oltre il semplice meccanismo del thriller. Il mistero del Cuore di Salomone non serve soltanto a costruire suspense: diventa il centro di una riflessione sul rapporto dell'uomo con ciò che non conosce e con la tentazione di possedere una verità considerata perduta o inaccessibile. Un altro elemento che contribuisce alla tensione è la presenza dei Figli di Sacromonte, attorno ai quali si allunga un'ombra minacciosa. La ricerca del misterioso manufatto non è infatti priva di conseguenze: il segreto che Iacopo e Agata stanno cercando di ricostruire è legato a una scia di morte e al destino di coloro che, prima di loro, hanno cercato di avvicinarsi alla verità. È qui che il romanzo modifica definitivamente la propria natura. Quella che sembrava essere una ricerca condotta tra biblioteche e documenti diventa un'avventura nella quale il passato non è affatto morto e ciò che è stato nascosto può ancora rappresentare una minaccia nel presente. Ho apprezzato anche la componente legata al rapporto tra Iacopo e Agata. La loro relazione, descritta come fragile e intensa, si inserisce nella vicenda senza essere completamente separata dal mistero centrale. Agata, soprattutto, non rimane soltanto la persona che accompagna Iacopo nella ricerca: il percorso che intraprende la porta a confrontarsi con una determinazione che, secondo la presentazione del romanzo, lei stessa non sapeva di possedere. Il risultato è un thriller storico che cerca il proprio equilibrio tra ricerca documentaria, mistero e avventura. Non è soltanto la domanda "dove si trova il Cuore di Salomone?" a spingere il lettore avanti, ma anche una serie di interrogativi più ampi: che cosa contiene realmente quel segreto? Perché è stato custodito per così tanto tempo? E soprattutto, perché la sua ricerca sembra avere conseguenze così drammatiche? Quello che mi ha convinto maggiormente è il modo in cui il romanzo costruisce il mistero attorno alla materialità dei suoi indizi. In un'epoca nella quale siamo abituati ad avere immediatamente accesso a una quantità enorme di informazioni, seguire personaggi che devono invece interpretare manoscritti, decifrare frontespizi e mettere insieme frammenti antichi restituisce alla ricerca un fascino particolare. La verità non è immediatamente disponibile: deve essere conquistata. Anche l'idea di un sapere capace di attraversare le tradizioni ebraica, cristiana e islamica aggiunge un ulteriore livello alla storia. Il Cuore di Salomone diventa così qualcosa di più di un semplice oggetto misterioso: rappresenta simbolicamente la possibilità di mettere in relazione mondi, tradizioni e conoscenze differenti, proprio mentre intorno a questo sapere si sviluppano conflitti e minacce. Il cuore di Salomone mi è sembrato quindi un romanzo particolarmente adatto a chi ama le storie nelle quali il mistero nasce dalla carta, dagli archivi e dalle tracce lasciate dal passato. È una lettura che punta molto sul piacere della scoperta e sulla progressiva ricostruzione di un enigma, accompagnando il lettore attraverso luoghi e periodi storici differenti. La componente thriller acquista forza soprattutto quando la ricerca di Iacopo e Agata comincia a mostrare il proprio lato oscuro. Il romanzo mette così in contrapposizione due impulsi: da una parte il desiderio di conoscere e comprendere, dall'altra la necessità di fermarsi davanti a ciò che potrebbe essere troppo pericoloso da scoprire. È questa, alla fine, la domanda che mi ha lasciato maggiormente la lettura: quanto siamo disposti a rischiare pur di conoscere la verità? Una domanda che si adatta perfettamente a una storia costruita attorno a un sapere antico e a un segreto che, per secoli, ha continuato a sopravvivere attraverso le sue tracce. Si tratta dunque un thriller storico che ho trovato interessante soprattutto per l'intreccio tra mistero, libri antichi e ricerca della conoscenza. Andreina Dasi sceglie un terreno narrativo affascinante e costruisce una vicenda nella quale il passato continua a esercitare una forte influenza sul presente. Un romanzo che può incontrare in particolare il gusto di chi ama i misteri storici, i manoscritti, gli enigmi e le storie nelle quali una scoperta apparentemente destinata agli studiosi finisce per trasformarsi in qualcosa di molto più grande e pericoloso. Lo consiglio soprattutto a chi ama i thriller storici, le storie costruite attorno a manoscritti e documenti antichi, gli enigmi cabalistici, i misteri legati alla storia delle religioni e le narrazioni che alternano passato e presente. È una lettura interessante anche per chi apprezza i romanzi nei quali il viaggio non è soltanto geografico, ma diventa un percorso alla ricerca di una verità nascosta. Se vi affascinano biblioteche antiche, codici da decifrare, reperti misteriosi e segreti capaci di attraversare i secoli, questo è un titolo che potrebbe fare al caso vostro. Alcune note su Andreina Dasi Andreina Dasi vive a Rimini, dove insegna inglese. Tra letteratura e cinema ha maturato un immaginario narrativo che trova espressione nel suo romanzo d’esordio, Il Cuore di Salomone. Il libro nasce anche dal dialogo con il marito, docente universitario, che da anni condivide con lei episodi, aneddoti e ricerche legati al Mediterraneo e al mondo ebraico. TAG: #narrativa_italiana, #thriller, #andreina_dasi, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Nulla da invidiare. Vite normali in Corea del Nord (Barbara Demick)
Autore: Barbara Demick Traduttore: Valentina Ricci Editore: Iperborea, 2026 Pagine: 416 Genere: Narrativa straniera, Viaggi Prezzo: € 20.00 (cartaceo), € 10.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://iperborea.com/titolo/752/nulla-da-invidiare/ Trama Come si vive in una distopia? Niente elettricità né internet, una vita pubblica di rituali e marce, un delatore in ogni vicino, un sistema di caste che distribuisce privilegi e miseria. È la Corea del Nord, un paese barricato e inaccessibile. Tra i pochissimi che l’hanno visitato c’è Barbara Demick, di base a Seul per un decennio, che è riuscita a vedere nell’oscurità di una dittatura capace di mostrare al mondo solo le messinscene di benessere della capitale. Fuori la realtà è ben diversa: Chongjin, terza città del paese, è stata devastata dalla carestia dei tardi anni Novanta, quelli cruciali del passaggio di consegna tra Kim Il-sung e Kim Jong-il. È a quella città, e a quegli anni, che guarda Demick, intervistando i sopravvissuti: come Mi-ran e Jun-sang, che di notte si tenevano per mano tra le vie buie sognando un amore impossibile e di giorno tramavano una fuga che non potevano confessarsi per paura della delazione. La signora Song, lealissima al regime ma costretta a seppellire marito e figlio e a inventarsi un’impresa commerciale di fortuna per non nutrirsi solo di radici. Kim Ji-eun, pediatra che ha assistito impotente agli orrori della fame e alla carenza di medicinali. E molti altri, oggi al sicuro nel Sud della penisola coreana, che provano a adattarsi alla democrazia. Ma com’è possibile, dopo anni all’ombra di un potere assoluto, venerando un leader divinizzato? Come si sopravvive quando si scopre che il migliore dei mondi possibili è solo propaganda, e la realtà è fame e ideologia? Recensione Al termine della lettura di Nulla da invidiare si ha la sensazione di aver conosciuto delle persone, prima ancora di aver imparato qualcosa sulla Corea del Nord. È probabilmente questo il più grande merito del libro di Barbara Demick: trasformare un Paese spesso percepito come lontano, enigmatico e quasi irreale in un insieme di volti, voci e storie che parlano di bisogni universali. Fame, amore, paura, speranza, senso di appartenenza e desiderio di libertà diventano il filo conduttore di un reportage che, pur fondandosi su un rigoroso lavoro giornalistico, si legge con il coinvolgimento emotivo di un grande romanzo. Quando si pensa alla Corea del Nord, l'immaginazione corre quasi sempre alle immagini delle parate militari, ai missili, al culto della personalità della famiglia Kim o alle cronache internazionali. Barbara Demick sceglie invece una prospettiva completamente diversa. Non racconta il potere dall'alto, ma osserva il regime dal basso, attraverso gli occhi di persone comuni che, per decenni, hanno cercato semplicemente di vivere una vita normale in un sistema che controlla ogni aspetto dell'esistenza. L'autrice, giornalista americana con una lunga esperienza come corrispondente in Asia orientale, costruisce il libro a partire da anni di interviste raccolte tra cittadini nordcoreani riusciti a fuggire dal Paese. La sua forza non consiste soltanto nell'accuratezza della documentazione, ma nella capacità di intrecciare le testimonianze individuali con il contesto storico, economico e sociale senza mai interrompere il flusso della narrazione. Il risultato è un'opera che riesce contemporaneamente a informare, emozionare e far riflettere. La maggior parte delle vicende si svolge a Chongjin, importante città industriale nel nord-est della Corea del Nord. La scelta di questo luogo è particolarmente significativa. A differenza di Pyongyang, città privilegiata e vetrina del regime, Chongjin permette di osservare la realtà vissuta dalla popolazione lontano dalle immagini ufficiali diffuse dallo Stato. Qui il lettore entra progressivamente nella quotidianità di famiglie, studenti, lavoratori, medici e insegnanti, comprendendo come la politica influenzi anche i gesti più semplici della vita quotidiana. Uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente è che Barbara Demick evita qualsiasi forma di spettacolarizzazione. Sarebbe stato facile costruire un racconto basato esclusivamente sugli aspetti più scioccanti del regime nordcoreano. Invece sceglie una strada molto più efficace: lascia che siano le vite dei protagonisti a mostrare, poco alla volta, le conseguenze concrete del sistema politico. Le persone che incontriamo nel libro non vengono mai presentate come semplici vittime. Sono individui complessi, con caratteri differenti, convinzioni radicate, aspirazioni personali e percorsi di vita molto diversi tra loro. Alcuni credono sinceramente nella propaganda ricevuta fin dall'infanzia, altri iniziano lentamente a mettere in discussione ciò che hanno sempre considerato vero, altri ancora cercano semplicemente di proteggere la propria famiglia senza attirare l'attenzione delle autorità. Questa varietà rende il racconto estremamente credibile e restituisce tutta la complessità della società nordcoreana. Tra le vicende più coinvolgenti emerge quella di Mi-ran e Jun-sang, il cui rapporto sentimentale si sviluppa in un contesto dove perfino le relazioni personali possono essere condizionate dalle regole sociali e dall'appartenenza familiare. Demick racconta la loro storia con grande delicatezza, mostrando come anche un sentimento apparentemente semplice possa essere profondamente influenzato dall'ambiente in cui nasce. Altrettanto significativa è la figura della signora Song, il cui percorso rappresenta uno degli esempi più efficaci di come il libro racconti l'evoluzione delle convinzioni individuali. Cresciuta nella totale fiducia nei confronti del regime, è costretta progressivamente a confrontarsi con una realtà sempre più distante dalla propaganda ufficiale. Il cambiamento non avviene attraverso un'improvvisa ribellione, ma mediante una lenta presa di coscienza alimentata dalle esperienze quotidiane. È proprio questa gradualità a rendere il suo percorso così convincente. La dottoressa Kim Ji-eun offre invece uno sguardo privilegiato sul sistema sanitario durante gli anni della grande carestia. Attraverso la sua esperienza, il lettore comprende quanto fosse difficile continuare a svolgere il proprio lavoro in condizioni di scarsità estrema, con ospedali privi di risorse e una popolazione sempre più indebolita dalla malnutrizione. Uno dei grandi temi del libro è infatti la carestia degli anni Novanta, conosciuta in Corea del Nord come "Marcia Ardua". Barbara Demick non si concentra tanto sull'analisi economica della crisi quanto sulle sue conseguenze umane. La fame entra lentamente nelle case, modifica le abitudini, altera i rapporti familiari e costringe le persone a prendere decisioni impensabili fino a pochi anni prima. Il cibo diventa il centro di ogni giornata, mentre le priorità della vita cambiano radicalmente. È impossibile leggere queste pagine senza interrogarsi sul significato stesso della sopravvivenza. Il libro mostra come, quando vengono meno i bisogni fondamentali, anche le convinzioni ideologiche inizino lentamente a incrinarsi. Non perché le persone diventino improvvisamente oppositrici del regime, ma perché la realtà quotidiana entra sempre più spesso in conflitto con ciò che viene loro raccontato. Demick dedica inoltre ampio spazio al sistema della propaganda, ma evita di descriverlo come qualcosa di semplicemente imposto dall'alto. Al contrario, mostra quanto essa sia profondamente radicata nella formazione dei cittadini fin dall'infanzia. La scuola, il lavoro, le organizzazioni giovanili e perfino il linguaggio contribuiscono a costruire una determinata visione del mondo. Per questo motivo il dubbio, quando nasce, non riguarda soltanto la politica, ma investe l'intera identità della persona. Molto interessante è anche la descrizione della progressiva nascita dei mercati informali. Con il venir meno della capacità dello Stato di garantire il sostentamento della popolazione, molte persone iniziano a commerciare clandestinamente beni di ogni tipo. In particolare sono le donne ad assumere un ruolo fondamentale nel mantenimento delle famiglie, dando vita a una trasformazione sociale che il regime non aveva previsto. Questo aspetto, raccontato senza enfasi, permette di comprendere come anche all'interno di un sistema rigidamente controllato possano emergere spazi di adattamento e cambiamento. Un'altra riflessione molto interessante riguarda il rapporto con l'informazione. Nel libro appare evidente quanto sia difficile mettere in discussione ciò che si è imparato fin dall'infanzia quando ogni fonte alternativa è sistematicamente eliminata. Eppure basta un racconto ascoltato oltre confine, una trasmissione radio captata clandestinamente o un contatto con chi ha visto il mondo esterno perché inizino a nascere domande fino ad allora impensabili. Barbara Demick racconta questo processo con grande equilibrio, evitando facili semplificazioni. L'ultima parte del libro, dedicata alla fuga e alla vita successiva dei protagonisti, è forse quella che lascia le riflessioni più profonde. Superare il confine non significa automaticamente trovare serenità. La Cina rappresenta spesso un luogo di enorme precarietà, mentre l'arrivo in Corea del Sud apre nuove difficoltà legate all'integrazione, alle differenze culturali e alla necessità di ricostruire completamente la propria esistenza. Ho trovato particolarmente efficace il modo in cui l'autrice racconta l'impatto della libertà. Per chi è cresciuto in un sistema totalitario, poter scegliere non è sempre naturale. Decidere autonomamente cosa acquistare, quale lavoro svolgere, quali opinioni esprimere o semplicemente come organizzare la propria giornata richiede un processo di adattamento lungo e spesso doloroso. È una riflessione che raramente trova spazio nei racconti sulle fughe dai regimi autoritari e che qui assume un'importanza centrale. Dal punto di vista stilistico Barbara Demick raggiunge un equilibrio davvero notevole. La scrittura è limpida, scorrevole e mai enfatica. Non cerca il colpo di scena né indulge nella retorica. Sono le testimonianze stesse a generare emozione. La presenza dell'autrice rimane discreta, lasciando spazio ai protagonisti senza rinunciare alla precisione dell'inquadramento storico. Proprio questo equilibrio rende Nulla da invidiare un esempio eccellente di giornalismo narrativo. Il lettore apprende moltissime informazioni sulla Corea del Nord senza avere mai la sensazione di leggere un manuale di storia o un saggio accademico. Ogni dato trova significato perché è inserito nella vita concreta delle persone. Durante la lettura mi sono ritrovato più volte a riflettere su quanto facilmente diamo per scontate libertà che, in molte parti del mondo, non lo sono affatto. La possibilità di leggere qualsiasi libro, di ascoltare una stazione radio straniera, di criticare apertamente il governo, di scegliere il proprio percorso professionale o semplicemente di decidere con chi condividere la propria vita sono aspetti della quotidianità che acquistano un valore completamente diverso dopo aver letto queste pagine. Credo che il merito più grande di Barbara Demick sia proprio quello di aver restituito umanità a un popolo che troppo spesso viene raccontato soltanto attraverso la politica internazionale. Il libro non pretende di spiegare ogni aspetto della Corea del Nord né di offrire risposte definitive. Piuttosto, invita il lettore ad abbandonare i pregiudizi e ad ascoltare le storie di uomini e donne che, pur vivendo in circostanze straordinarie, condividono desideri e fragilità profondamente universali. Chiude il libro con una consapevolezza difficile da dimenticare: dietro ogni grande evento storico esistono sempre persone comuni. Ed è proprio quando la storia viene raccontata attraverso le loro vite che diventa davvero impossibile restare indifferenti. Consiglio questa lettura a chi ama il giornalismo narrativo, le opere di non fiction capaci di unire rigore documentario e coinvolgimento emotivo e a chi desidera comprendere la Corea del Nord andando oltre le immagini stereotipate diffuse dai media. È una lettura ideale per gli appassionati di storia contemporanea, geopolitica e diritti umani, ma anche per chi cerca un libro che metta al centro le persone e le loro storie. Pur affrontando temi durissimi, non è mai un testo sensazionalistico: è soprattutto un'opera profondamente umana, che invita a riflettere sul significato della libertà, della dignità e della resilienza. Alcune note su Barbara Demick Barbara Demick è scrittrice e giornalista americana, lavora per il Los Angeles Times e collabora con il New Yorker. Con Nulla da invidiare ha ottenuto il Baillie Gifford Prize ed è stata finalista al National Book Award. I suoi libri sono stati tradotti in più di venticinque paesi. Iperborea ha pubblicato anche I mangiatori di Buddha. TAG: #narrativa_straniera #viaggi, #valentina_ricci, #barbara_demick, #voto_cinque

RECENSIONE: La linea dell'orizzonte (Christos Vakalopoulos)
Autore: Christos Vakalopoulos Traduttore: Francesco Colafemmina Editore: Edizioni Medhelan, 2025 Pagine: 150 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 16.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.edizionimedhelan.it/prodotto/la-linea-dellorizzonte/ Trama Rea Franzì è una giovane ragazza greca che un giorno decide di separarsi dal marito e si imbarca su un traghetto per Patmos, l'isola in cui finisce la musica. Capolavoro del regista, critico cinematografico e speaker radiofonico, Christos Vakalopoulos, la linea dell'orizzonte è un romanzo pasoliniano e nostalgico, sognante e luminoso. Vakalopoulos racconta a nuove e vecchie generazioni il dramma dell'omologazione e della disgregazione sociale. Lo fa con una prosa folgorante, quasi la sceneggiatura di un film, aggirandosi fra le spiagge di Patmos, tra la «gente bionda» (i turisti) e «gli uomini di altre epoche, passate e future» (chi spezza le catene della società massificata e consumistica). Un romanzo raffinato e allo stesso tempo pop, che non a caso ha entusiasmato lettori di tutte le età, in cerca, come Rea, della linea dell'orizzonte. Recensione La linea dell'orizzonte è uno di quei romanzi che sembrano procedere con la leggerezza di un viaggio, ma che, pagina dopo pagina, rivelano una riflessione sempre più profonda sul rapporto tra l'individuo e il mondo che lo circonda. Christos Vakalopoulos costruisce una storia che ha il sapore della malinconia, della ricerca e della ribellione silenziosa, affidandosi a una scrittura evocativa che riesce a trasformare paesaggi, incontri e dialoghi in strumenti per interrogarsi sul senso della libertà e dell'identità. La protagonista, Rea Franzì, decide di lasciare il marito e di imbarcarsi verso Patmos, un'isola che assume fin da subito un valore che va oltre quello geografico. Il viaggio diventa infatti un attraversamento interiore, un tentativo di prendere le distanze da una vita che non le appartiene più e di riscoprire uno spazio autentico in cui poter respirare. L'orizzonte richiamato dal titolo non è soltanto quello del mare, ma rappresenta anche un confine simbolico: ciò che separa il presente dal futuro, le convenzioni dalla possibilità di scegliere una strada diversa. Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è il modo in cui Vakalopoulos racconta la Grecia. Non offre l'immagine da cartolina che spesso accompagna l'immaginario turistico, ma un luogo attraversato da profonde trasformazioni culturali e sociali. Le spiagge, i traghetti, i caffè e i paesaggi mediterranei diventano lo sfondo di una riflessione sulla perdita dell'autenticità e sull'omologazione prodotta dal turismo di massa e dalla modernità. La cosiddetta "gente bionda", ovvero i turisti, rappresenta molto più di una semplice presenza esterna: diventa il simbolo di un cambiamento che rischia di cancellare identità, tradizioni e modi di vivere. In contrapposizione emergono figure che sembrano appartenere a un altro tempo, uomini e donne capaci ancora di vivere seguendo ritmi e valori differenti. Pur affrontando temi importanti, il romanzo evita qualsiasi tono didascalico. L'autore preferisce suggerire piuttosto che spiegare, affidando molto alla forza delle immagini e delle atmosfere. La sua prosa possiede un ritmo quasi cinematografico: non sorprende, considerando il suo percorso artistico, che molte scene sembrino costruite come sequenze di un film. I dialoghi sono essenziali, spesso sospesi, mentre il silenzio e i paesaggi parlano quanto, se non più, delle parole. Ciò che mi ha colpito maggiormente è proprio questa capacità di trasformare una vicenda apparentemente semplice in una riflessione universale. Il viaggio di Rea non è soltanto una fuga da un matrimonio finito, ma il tentativo di ritrovare una dimensione umana che sembra dissolversi in una società sempre più orientata al consumo, all'apparenza e alla standardizzazione delle esperienze. È una storia che invita a rallentare e a osservare ciò che spesso sfugge quando si vive costantemente proiettati verso la meta successiva. Naturalmente non è un romanzo che punta sull'azione o sui colpi di scena. Chi cerca una trama ricca di eventi potrebbe trovarlo meno coinvolgente. La sua forza risiede invece nella capacità di creare uno stato d'animo, di evocare emozioni e di accompagnare il lettore in una riflessione lenta ma intensa. È uno di quei libri che richiedono disponibilità all'ascolto e che lasciano sedimentare il loro significato anche dopo l'ultima pagina. Ho apprezzato soprattutto l'equilibrio tra dimensione personale e riflessione collettiva. La crisi della protagonista si intreccia infatti con quella di un intero Paese e, più in generale, con il senso di smarrimento che accompagna molte società contemporanee. Per questo motivo La linea dell'orizzonte riesce ancora oggi a risultare sorprendentemente attuale, pur essendo stato scritto molti anni fa. È una lettura che conquista più per le sensazioni che per gli avvenimenti, per la qualità della scrittura più che per la suspense. Rimane addosso come il ricordo di un viaggio fatto non solo di luoghi, ma soprattutto di domande: quanto siamo davvero liberi? Quanto delle nostre scelte appartiene realmente a noi? E dove si trova, per ciascuno di noi, quella personale linea dell'orizzonte che continuiamo a inseguire? Consiglio questo romanzo a chi ama la narrativa letteraria, i libri introspettivi e le storie di viaggio che diventano percorsi interiori. È particolarmente indicato per i lettori che apprezzano una scrittura poetica, le atmosfere mediterranee e le riflessioni sull'identità, sulla modernità e sul bisogno di autenticità. Meno adatto, invece, a chi cerca una narrazione veloce o ricca di colpi di scena. Alcune note su Christos Vakalopoulos Christos Vakalopoulos è stato un prolifico critico cinematografico, sceneggiatore, regista, speaker radiofonico nato a Kypséli, quartiere popolare di Atene, studia in Grecia e a Parigi, dove assorbe le più importanti tendenze del mondo intellettuale. Nonostante la sua formazione marxista, esprimerà una profonda critica del materialismo e del globalismo. Muore prematuramente nel 1993 a soli 37 anni dopo l’uscita del suo secondo lungometraggio intitolato Per favore, donne, non piangete!. La Linea dell’orizzonte è il suo capolavoro letterario e la sua eredità spirituale. TAG: #narrativa_straniera #narrativa_moderna_contemporanea, #francesco_colafemmina, #christos_vakalopoulos, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Odissea stellare (Kim Bo-young)
Autore: Kim Bo-young Traduttore: Giulia Donati Editore: ADD Editore, 2026 Pagine: 280 Genere: Narrativa straniera, Fantascienza Prezzo: € 20.00 (cartaceo), € 10.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://addeditore.it/prodotto/kim-bo-young-odissea-stellare/ Trama Nell’immensità del cosmo, due amanti vagano in cerca l’uno dell’altra, separati dalle leggi dello spazio e del tempo. La velocità distorce le distanze, ma loro continuano a scriversi lettere, affidandole al vuoto stellare come messaggi in bottiglia, nella speranza di ritrovarsi. Ma incidenti, guasti e imprevisti rimandano il loro incontro per anni, che diventeranno secoli. Nel frattempo, la Terra ha cambiato volto e porta i segni dell’avidità umana. Guerre civili, disastri nucleari e cambiamenti climatici hanno devastato il pianeta, consumato dalle ferite inflitte da civiltà ormai arrivate all’estinzione. Ai margini dell’universo, un altro viaggiatore, guidato da una curiosità insaziabile, esplora regioni sempre più lontane del cosmo, compiendo un viaggio interstellare verso l’origine stessa della creazione. Recensione La fantascienza, quando è scritta da autori capaci di guardare oltre i confini del genere, smette di essere soltanto un racconto di astronavi, pianeti lontani o tecnologie futuristiche. Diventa uno strumento per interrogarsi su ciò che significa essere umani, sul tempo, sull'amore, sulla memoria e sul nostro posto nell'universo. Odissea stellare di Kim Bo-young appartiene proprio a questa categoria di libri: un'opera che utilizza il linguaggio della speculative fiction per raccontare emozioni profondamente umane. Kim Bo-young, una delle voci più autorevoli della fantascienza sudcoreana contemporanea, costruisce un viaggio che attraversa distanze cosmiche e tempi quasi inconcepibili, ma che non perde mai di vista le persone. L'universo che prende forma tra queste pagine è vastissimo, eppure il cuore della narrazione resta sempre il legame tra gli individui, il desiderio di comunicare e la difficoltà di comprendersi quando il tempo, lo spazio e perfino l'evoluzione sembrano remare contro. Il romanzo (o meglio, la costruzione narrativa che alterna episodi e prospettive) accompagna il lettore in una vera odissea interstellare, nella quale i viaggi spaziali non sono semplicemente un espediente spettacolare, ma il mezzo attraverso cui riflettere sulla relatività del tempo, sulle trasformazioni delle civiltà e sul peso delle scelte individuali. Ogni spostamento nello spazio comporta inevitabilmente una distanza anche sul piano emotivo: mentre alcuni personaggi continuano il proprio viaggio, altri cambiano, invecchiano o appartengono ormai a epoche completamente diverse. Uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente è la capacità dell'autrice di rendere credibili concetti scientifici complessi senza sacrificare il coinvolgimento emotivo. Le idee speculative sono numerose e spesso sorprendenti, ma non vengono mai utilizzate per impressionare il lettore. Servono invece ad amplificare le domande che attraversano tutto il libro: quanto può sopravvivere un sentimento quando il tempo scorre in modo diverso per ciascuno? Che cosa resta dell'identità quando l'umanità continua a trasformarsi? È davvero possibile mantenere un legame con qualcuno separato da anni luce e secoli di storia? La scrittura di Kim Bo-young richiede attenzione. Non è una lettura da affrontare con superficialità, perché l'autrice non accompagna continuamente il lettore per mano. Alcuni passaggi chiedono di fermarsi, riflettere e ricollegare gli eventi, ma questa piccola fatica viene ripagata dalla sensazione di trovarsi davanti a un'opera che cresce pagina dopo pagina. È uno di quei libri che continuano a lavorare nella mente anche dopo averli chiusi. Ho trovato particolarmente interessante anche il modo in cui vengono rappresentate le diverse forme di vita e le civiltà incontrate durante il viaggio. Non sono semplicemente "alieni" nel senso più classico del termine, ma occasioni per mettere in discussione il nostro modo di pensare e di interpretare il concetto stesso di umanità. L'incontro con ciò che è radicalmente diverso diventa così uno specchio attraverso cui osservare noi stessi. Naturalmente non è un romanzo pensato per chi cerca un ritmo serrato o continui colpi di scena. La narrazione privilegia la contemplazione, la costruzione delle idee e il senso di meraviglia. In alcuni momenti il ritmo può sembrare più lento, ma è una scelta coerente con il tipo di storia che Kim Bo-young vuole raccontare. Qui il fascino nasce dall'immensità delle prospettive aperte e dalla profondità delle riflessioni, più che dall'azione. Quello che mi porterò dietro, terminata la lettura, è soprattutto il senso di stupore. Odissea stellare riesce a ricordare quanto sia immenso l'universo e, allo stesso tempo, quanto possano essere preziosi i rapporti umani. È una fantascienza che non punta tanto sull'avventura quanto sulla meraviglia, sulla filosofia e sull'emozione, dimostrando come il viaggio più importante non sia sempre quello tra le stelle, ma quello che ci porta a comprendere meglio noi stessi. Consiglio questa lettura agli appassionati di fantascienza d'autore, a chi ama le storie che intrecciano scienza, filosofia ed emozioni e ai lettori che cercano romanzi capaci di lasciare domande più che risposte. Alcune note su Kim Bo-young Kim Bo-young 김보영 è nata nel 1975, è una delle autrici di fantascienza più importanti della Corea del Sud. Lodata da registi del calibro di Bong Joon-ho (premio Oscar per Parasite), è stata consulente per la scrittura del film Snowpiercer. Ha vinto tre volte il Premio per la letteratura di fantascienza sudcoreana ed è stata selezionata per il National Book Award nel 2021 per la raccolta di racconti L’origine delle specie, pubblicato nel 2023 da add editore, a cui è seguito il romanzo Il mare infetto. TAG: #narrativa_straniera #fantascienza, #giulia_donati, #kim_bo-young, #voto_cinque

RECENSIONE: La ragazza alla pari (Sidonie Bonnec)
Autore: Sidonie Bonnec Traduttore: Maddalena Togliani Editore: Neri Pozza, 2026 Pagine: 288 Genere: Narrativa straniera, Thriller Prezzo: € 20.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://neripozza.it/libro/9788854533363 Trama Maine, villaggio di Hallowell, una notte d’inverno del 1789. Il fiume Kennebec è quasi completamente ghiacciato, invaso da micidiali lastroni che tagliano come cristallo. Prima di chiudersi nella loro gelida prigione, le acque restituiscono il corpo di Joshua Burgess, con gli abiti che ancora lo avvolgono come petali di un grande tulipano appassito. A esaminare quel cadavere gonfio e martoriato viene convocata Martha Ballard, la levatrice del villaggio, colei che facilita le nascite, che ascolta i corpi dei malati e se ne prende cura. E il corpo di Joshua Burgess parla, e dice che la morte non è arrivata solo per acqua, ma anche per corda: qualcuno potrebbe aver impiccato Burgess, prima di gettarlo nel Kennebec. Anche se poi il dottore, dall’alto della sua competenza, esprime il suo parere contrario e senza appello: è stato un incidente. Burgess, tuttavia, non può essere morto per una banale imprudenza. Oltre a Martha, in tanti pensano che meritasse una punizione, soprattutto dopo l’oltraggiosa violenza ai danni della giovane Rebecca. Martha aveva raccolto per prima quella terribile confidenza e l’aveva trascritta nel suo diario, come sempre fa con i racconti che le vengono affidati: perché non vadano perduti, perché le mura di casa non proteggono le madri, le sorelle, le figlie. Comincia così un’estenuante ricerca della verità per la levatrice Martha Ballard, armata solo delle sue parole contro i pregiudizi di una società che non intende ascoltarle. Con una prosa tesa e delicata, Ariel Lawhon racconta di una donna indomita e della sua instancabile battaglia per la giustizia. Un’eroina misconosciuta, mai finora celebrata, che ebbe l’ardire di levarsi in difesa dei più deboli, cambiando per sempre la storia di un’America che stava ancora muovendo i suoi primi passi. Recensione Dietro un grande cancello nero, in un elegante quartiere londinese, sembra nascondersi tutto ciò che una ragazza di diciassette anni potrebbe desiderare: una casa sontuosa, una famiglia benestante e la possibilità di lasciarsi alle spalle una vita fatta di sacrifici. È proprio con questo sogno che Emmylou arriva dall'amata e difficile Bretagna a Hidden Grove, convinta che l'esperienza come ragazza alla pari possa rappresentare l'inizio di un futuro diverso. Ma Sidonie Bonnec ci fa capire fin dalle prime pagine che, dietro la perfezione delle apparenze, qualcosa non torna. La ragazza alla pari è un thriller psicologico che costruisce la tensione con pazienza, senza affidarsi a colpi di scena continui, ma facendo leva su un senso di inquietudine che cresce pagina dopo pagina. La villa dei White, inizialmente luminosa e accogliente, diventa progressivamente una gabbia. Le preghiere sussurrate dietro porte chiuse, i pianti nella notte, gli incubi sempre più vividi e il mistero che avvolge la malattia del giovane Lewis sono tasselli di un mosaico che il lettore cerca disperatamente di ricomporre insieme alla protagonista. Uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente è il modo in cui l'autrice riesce a trasformare la normalità in qualcosa di profondamente disturbante. Non servono scene spettacolari per creare paura: basta un silenzio troppo lungo, una risposta evitata, una porta chiusa al momento sbagliato. La tensione nasce proprio da ciò che non viene detto e da quella costante sensazione che Emmylou stia osservando solo una piccola parte della verità. Emmylou è una protagonista credibile e facile da comprendere. È giovane, desiderosa di indipendenza e determinata a costruirsi una vita migliore. Proprio questa sua fragilità, unita alla voglia di credere di aver finalmente trovato il proprio posto nel mondo, la rende vulnerabile. Il lettore comprende le sue esitazioni, le sue giustificazioni e perfino la sua riluttanza ad ascoltare quell'istinto che continua a suggerirle che qualcosa non va. È una protagonista che cresce nel corso della storia, costretta a mettere in discussione tutto ciò che pensava di aver conquistato. Anche la famiglia White è costruita con grande attenzione. All'inizio appare come l'incarnazione della perfezione: educazione impeccabile, eleganza, benessere economico e una casa da sogno. Poco alla volta, però, ogni componente mostra piccole crepe che trasformano quella perfezione in qualcosa di inquietante. La gestione della malattia di Lewis, il comportamento dei genitori e il clima che si respira nella villa contribuiscono a rendere la famiglia sempre più enigmatica, senza mai svelare troppo in anticipo. Lo stile di Sidonie Bonnec è fluido e molto cinematografico. Le descrizioni non rallentano il ritmo, ma servono ad alimentare l'atmosfera opprimente del romanzo. L'autrice preferisce lavorare sulla suspense psicologica piuttosto che sull'azione, e questa scelta rende il coinvolgimento ancora più forte. Il lettore si ritrova a osservare ogni dettaglio con sospetto, cercando indizi anche nei gesti più banali. Pur rientrando nel filone dei thriller domestici, il romanzo prova anche a riflettere sul rapporto di potere tra chi offre protezione e chi, invece, dipende completamente dagli altri. Emmylou arriva in Inghilterra senza punti di riferimento, lontana dalla famiglia e completamente immersa in una realtà sconosciuta. Questo isolamento diventa uno degli elementi più efficaci della narrazione, perché amplifica il senso di vulnerabilità e rende ogni scelta ancora più difficile. Il ritmo non è frenetico nella prima parte e potrebbe richiedere un po' di pazienza a chi cerca un thriller immediatamente esplosivo. Tuttavia, è proprio questa costruzione lenta a permettere alla tensione di crescere con naturalezza, fino a un finale che ripaga l'attesa e dà un nuovo significato a molti dettagli disseminati lungo il percorso. Nel complesso, La ragazza alla pari è un esordio convincente che dimostra come la paura possa nascere soprattutto dalle relazioni umane e dalle maschere che indossiamo ogni giorno. È un romanzo che tiene il lettore costantemente in bilico tra fiducia e sospetto, trasformando una situazione apparentemente ordinaria in un incubo sempre più soffocante. Lo consiglio agli amanti dei thriller psicologici, delle storie ambientate in spazi chiusi e opprimenti e dei romanzi che costruiscono la suspense attraverso l'atmosfera più che con continui colpi di scena. È una lettura ideale per chi apprezza i segreti di famiglia, i personaggi ambigui e quelle vicende in cui la realtà si rivela molto più oscura di quanto sembri. Alcune note su Sidonie Bonnec Sidonie Bonnec è nata nel 1977 a Reims. È giornalista e conduttrice radiofonica e televisiva. La ragazza alla pari, finalista al Prix Le Point du polar européen 2025 e al Prix Maison de la presse 2025, è il suo primo romanzo. TAG: #narrativa_straniera, #thriller, #maddalena_togliani, #sidonie_bonnec, #voto_quattro

RECENSIONE: Il cielo della parità (Natacha Fabbri)
Autore: Natacha Fabbri Editore: Solferino, 2026 Pagine: 288 Genere: Saggi, Scienza Prezzo: € 19.00 (cartaceo), € 11.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.solferinolibri.it/libri/il-cielo-della-parita/ Trama «Ogni volta che viene data un’opportunità a una donna, bisogna concludere che è stato compiuto un grande progresso che riguarda l’umanità intera», rifletteva Simone de Beauvoir in occasione del primo volo compiuto da una donna nello spazio. Per secoli, la volta stellata è stata chiamata a garantire l’ordine sulla Terra: gerarchie, ruoli, esclusioni presentate come «naturali». Eppure il cielo è stato anche un luogo simbolico usato per confutare pregiudizi e formulare domande decisive. Una di queste domande è se possa essere uno strumento di emancipazione femminile e di parità fra i sessi. Muovendosi tra storia dell’astronomia, filosofia, arte e cultura, Natacha Fabbri illustra come, dagli osservatori agli atlanti celesti, dalle immagini artistiche alle dimensioni sonore dell’armonia, fino alle narrazioni cosmologiche, il cielo si dimostra uno spazio in cui il contributo delle donne è stato prezioso, benché spesso rimasto invisibile. Grazie alle riflessioni filosofiche di Émilie du Châtelet e Sophie Germain, e alle teorie contemporanee di Arendt, Margulis e Haraway, se oggi parliamo di un «cielo della parità», dobbiamo immaginare un atlante capace di includere memorie rimosse, non soltanto per colmare una lacuna ma anche come gesto di giustizia riparativa. Con approccio rigoroso e tono brillante, queste pagine ci conducono attraverso un’appassionante rilettura del rapporto tra donne, conoscenza scientifica e cosmo dal Seicento a oggi. Recensione Alzare gli occhi al cielo significa, da sempre, interrogarsi sul nostro posto nel mondo. Ma cosa accade quando quel cielo, che per secoli è stato raccontato come uno spazio universale e neutrale, si rivela invece attraversato dalle stesse disuguaglianze che hanno segnato la storia dell'umanità? Natacha Fabbri parte proprio da questa domanda per costruire un saggio capace di intrecciare storia della scienza, filosofia, arte e riflessione sociale in un percorso tanto rigoroso quanto affascinante. Il cielo della parità non è soltanto un libro dedicato alle donne nella scienza. Sarebbe riduttivo definirlo così. È piuttosto un invito a rileggere la storia del sapere da una prospettiva diversa, portando alla luce quelle figure femminili che hanno contribuito all'esplorazione del cosmo e all'avanzamento della conoscenza scientifica senza ricevere il riconoscimento che meritavano. L'autrice ci accompagna in un viaggio che attraversa secoli di storia, mostrando come il cielo sia stato contemporaneamente uno strumento di esclusione e uno spazio di emancipazione. Per lungo tempo la volta celeste è stata utilizzata come metafora di un ordine ritenuto naturale e immutabile, utile a giustificare gerarchie e ruoli sociali. Eppure, proprio quello stesso cielo ha saputo offrire alle donne la possibilità di formulare nuove domande, di mettere in discussione pregiudizi radicati e di ritagliarsi spazi di ricerca e di libertà. Uno degli aspetti più interessanti del libro è la sua natura profondamente interdisciplinare. Natacha Fabbri non si limita infatti a raccontare la storia dell'astronomia femminile, ma intreccia continuamente scienza, filosofia e cultura. Dagli osservatori astronomici agli atlanti celesti, dalle rappresentazioni artistiche del cosmo alle suggestioni musicali dell'armonia delle sfere, ogni elemento contribuisce a comporre un mosaico sorprendentemente ricco e sfaccettato. Le pagine dedicate al pensiero di Émilie du Châtelet e Sophie Germain risultano particolarmente significative, perché mostrano come la riflessione filosofica e scientifica delle donne abbia saputo anticipare questioni ancora oggi attualissime. Allo stesso tempo, il dialogo con il pensiero contemporaneo di Hannah Arendt, Lynn Margulis e Donna Haraway permette all'autrice di ampliare ulteriormente la prospettiva, interrogandosi sul significato stesso della parità e sulla necessità di costruire una memoria collettiva più inclusiva. Il concetto di "cielo della parità" assume così un valore che va ben oltre la semplice rivendicazione storica. Non si tratta soltanto di colmare una lacuna storiografica, ma di compiere quello che Fabbri definisce un gesto di giustizia riparativa: recuperare memorie dimenticate significa infatti ripensare il nostro rapporto con il sapere e con la sua trasmissione. La conoscenza non appare più come un patrimonio costruito esclusivamente da alcune voci privilegiate, ma come il risultato di un dialogo molto più ampio e complesso. Ho particolarmente apprezzato il fatto che l'autrice riesca a mantenere un perfetto equilibrio tra rigore scientifico e capacità divulgativa. Pur affrontando temi che spaziano dalla cosmologia alla filosofia della scienza, il libro non risulta mai accademico o distante dal lettore. La scrittura è elegante e scorrevole e riesce a trasformare argomenti potenzialmente complessi in una lettura coinvolgente e stimolante. Naturalmente non siamo di fronte a un saggio che offre risposte semplici. Al contrario, Il cielo della parità pone continuamente interrogativi al lettore. Quanto della nostra idea di progresso scientifico è il risultato di una narrazione incompleta? Quante figure femminili sono state relegate ai margini della storia? E soprattutto, siamo davvero capaci oggi di costruire una cultura della conoscenza autenticamente inclusiva? Sono domande che accompagnano la lettura fino all'ultima pagina e che rappresentano forse il pregio maggiore del libro. Fabbri non si limita infatti a raccontare il passato, ma ci invita a guardare al presente e al futuro della scienza con uno sguardo diverso, ricordandoci come ogni conquista in termini di opportunità e di riconoscimento non riguardi soltanto le donne, ma l'intera società. Questo è uno di quei saggi che riescono a coniugare bellezza e profondità, capace di parlare agli appassionati di astronomia così come a chi si interessa di storia della scienza, filosofia e studi di genere. È una lettura che arricchisce non tanto per la quantità delle informazioni che offre, quanto per la capacità di modificare il punto di vista del lettore. Consiglio questa lettura a chi ama la divulgazione scientifica di qualità, ai lettori interessati alla storia delle donne nella scienza, a chi apprezza i saggi interdisciplinari e a tutti coloro che credono che conoscere il passato sia il primo passo per costruire un futuro più inclusivo. È una lettura preziosa anche per insegnanti, studenti e appassionati di astronomia che desiderano scoprire una prospettiva meno raccontata dell'esplorazione del cosmo. Alcune note su Natacha Fabbri Natacha Fabbri è storica della scienza e della filosofia. È responsabile di progetti di ricerca e divulgazione al Museo Galileo di Firenze e referente scientifica per l’area Scienza dell’Ecosistema digitale della Cultura Toscana. Ha insegnato all’Università di Siena e presso la sede italiana della Stanford University. È stata borsista presso varie istituzioni di ricerca, tra cui la Fondazione Internazionale Balzan e Villa I Tatti – Harvard University. Si occupa in particolare di astronomia dell’età moderna, dei rapporti tra scienza e musica e della storia delle donne nella cultura scientifica. Tra le sue pubblicazioni: Cosmologia e armonia in Kepler e Mersenne (2003), «De l’utilité de l’harmonie». Filosofia, scienza e musica in Mersenne, Descartes e Galileo (2008) e Profili di donne sulla Luna. Riflessi di filosofia, scienza e letteratura (2022). TAG: #saggi, #scienza, #natacha_fabbri, #voto_cinque

RECENSIONE: Il libro del Sole (Sibylle Anderl, Claus Leggewie)
Autore: Sibylle Anderl, Claus Leggewie Traduttore: Roberta Zuppet Editore: Il Saggiatore, 2026 Pagine: 208 Genere: Saggi, Scienza Prezzo: € 18.00 (cartaceo), € 6.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.ilsaggiatore.com/libro/il-libro-del-sole Trama Per millenni il Sole ha regolato la vita degli esseri umani, determinando le stagioni, guidando la navigazione, influenzando l’agricoltura e la nostra stessa sopravvivenza: un patrimonio di conoscenze che un tempo apparteneva a tutti, dai campi coltivati ai palazzi del potere. Negli ultimi decenni, complice il progresso scientifico e tecnologico, abbiamo iniziato invece a delegare la comprensione del cielo a strumenti sempre più sofisticati, finendo per disinteressarcene; spesso, anzi, subendone l’influsso sui cambiamenti climatici e sull’aumento delle temperature con rassegnazione e fatalismo. In realtà, al di là delle nostre illusioni, il Sole continua a essere in buona parte un enigma. L’astrofisica Sibylle Anderl e il politologo Claus Leggewie ci guidano allora a ripercorrerne l’evoluzione culturale e scientifica: dalle divinità antiche che lo personificavano ai sovrani che si appropriarono della sua simbologia per legittimare il potere assoluto; dai dipinti di Rubens e Munch ai traguardi scientifici raggiunti grazie al suo studio – il telescopio di Galileo, le esplorazioni spaziali, il satellite Solar Orbiter, che ci fornisce immagini e dati senza precedenti sulla sua attività. Il libro del Sole è il racconto di tutto ciò che abbiamo proiettato verso il grande faro celeste sopra di noi, e di tutto ciò che esso ci ha dato indietro sotto forma di immaginario, sussistenza e scoperta. Recensione Alziamo gli occhi al cielo ogni giorno, eppure raramente ci soffermiamo a pensare quanto poco conosciamo davvero la stella che rende possibile la nostra esistenza. Il Sole è una presenza così familiare da risultare quasi invisibile ai nostri occhi: scandisce il tempo, governa le stagioni, influenza il clima del nostro pianeta e ha modellato, nel corso dei millenni, la storia, la cultura e l'immaginario dell'umanità. È proprio da questa apparente contraddizione che prende vita Il libro del Sole di Sibylle Anderl e Claus Leggewie, un saggio capace di intrecciare divulgazione scientifica, storia culturale e riflessione sul nostro rapporto con il mondo naturale. Ciò che colpisce fin dalle prime pagine è la capacità degli autori di non limitarsi a raccontare che cos'è il Sole dal punto di vista astronomico. Il loro obiettivo è decisamente più ambizioso: restituirci uno sguardo complesso e multidisciplinare sulla nostra stella, mostrandoci come essa abbia attraversato ogni aspetto dell'esperienza umana. Il Sole non è soltanto un corpo celeste, ma anche un simbolo politico, religioso, artistico e filosofico che accompagna la storia della civiltà fin dalle sue origini. Anderl, astrofisica specializzata nella formazione stellare, e Leggewie, politologo da sempre interessato ai grandi temi ambientali e sociali, mettono le rispettive competenze al servizio di un'opera che riesce nell'impresa, non così scontata, di unire rigore scientifico e piacevolezza narrativa. Il risultato non è un semplice libro di astronomia né un tradizionale saggio storico, ma un viaggio attraverso i molteplici volti del Sole. Uno degli aspetti più interessanti del volume riguarda proprio la sua prospettiva storica. Gli autori ci ricordano quanto il Sole abbia rappresentato, per migliaia di anni, molto più di un fenomeno naturale. Divinità da venerare presso le antiche civiltà, simbolo del potere assoluto nelle monarchie europee, fonte di ispirazione per artisti e pensatori, il Sole è sempre stato uno specchio attraverso cui gli esseri umani hanno cercato di comprendere se stessi e il proprio posto nell'universo. La sua presenza attraversa miti e leggende, accompagna le grandi rivoluzioni scientifiche e continua ancora oggi a interrogarci sul nostro futuro. Il libro dedica ampio spazio anche al percorso della conoscenza scientifica. Dal telescopio di Galileo alle moderne missioni spaziali, fino agli straordinari risultati ottenuti grazie ai satelliti che osservano continuamente la nostra stella, emerge chiaramente come il Sole sia ancora oggi un grande enigma scientifico. Gli autori raccontano con efficacia come, nonostante i progressi tecnologici, molte delle sue dinamiche continuino a sfuggirci completamente. È un richiamo alla meraviglia che spesso dimentichiamo di provare di fronte alle conquiste della scienza: conoscere di più non significa aver compreso tutto. Particolarmente riuscita è la riflessione sul rapporto contemporaneo tra l'uomo e il Sole. Se per secoli esso ha rappresentato una conoscenza condivisa, legata ai ritmi della vita quotidiana, dell'agricoltura e della navigazione, oggi rischia quasi di essere relegato sullo sfondo della nostra esistenza. Viviamo sempre più distanti dai ritmi naturali e, paradossalmente, proprio mentre disponiamo degli strumenti scientifici più sofisticati della storia, sembriamo aver perso quella consapevolezza che apparteneva alle società del passato. Gli autori non indulgono nella nostalgia, ma invitano il lettore a recuperare uno sguardo nuovo sul cielo e sul ruolo che il Sole continua a svolgere nella nostra vita. Non manca naturalmente il riferimento a uno dei temi più urgenti della contemporaneità: il cambiamento climatico. Il saggio affronta con equilibrio la questione del rapporto tra Sole, temperature terrestri e crisi climatica, mostrando come sia necessario distinguere tra fenomeni naturali e responsabilità umane senza cedere né al fatalismo né alla superficialità. È un invito alla complessità che attraversa tutto il volume e che rappresenta probabilmente uno dei suoi maggiori punti di forza. Ho apprezzato molto anche il modo in cui il saggio alterna registri differenti. Si passa dalle antiche rappresentazioni del Sole alle opere d'arte di grandi maestri come Rubens e Munch, dalle osservazioni di Galileo alle immagini raccolte dalle moderne missioni spaziali, senza mai perdere il filo conduttore del racconto. Ogni capitolo sembra ricordarci che scienza e cultura non sono mondi separati, ma prospettive differenti attraverso cui osservare la medesima realtà. Naturalmente non si tratta di una lettura destinata a chi cerca soltanto nozioni astronomiche o spiegazioni strettamente scientifiche. La forza del libro risiede proprio nella sua natura ibrida. Richiede curiosità e disponibilità a lasciarsi accompagnare in un percorso che attraversa discipline diverse e che pone continuamente domande sul nostro rapporto con il pianeta e con il cosmo. È un saggio che invita a rallentare, a guardare in alto e a recuperare quella capacità di meravigliarsi che troppo spesso la quotidianità ci fa dimenticare. In un panorama editoriale nel quale la divulgazione scientifica tende talvolta a semplificare eccessivamente i propri contenuti, questo testo sceglie invece la strada della complessità accessibile. Non banalizza gli argomenti che affronta, ma li rende comprensibili senza rinunciare alla profondità della riflessione. È una lettura che lascia qualcosa al lettore non tanto perché offre risposte definitive, quanto perché restituisce il senso della nostra piccolezza e della straordinaria rete di relazioni che ci lega a quella stella che illumina ogni nostro giorno. Consiglio questo libro agli amanti della divulgazione scientifica di qualità, a chi apprezza i saggi capaci di intrecciare scienza, storia e cultura e a tutti coloro che sono affascinati dal cielo e dal nostro posto nell'universo. È particolarmente indicato per chi cerca letture che facciano riflettere senza rinunciare al piacere della scoperta. Alcune note su Sibylle Anderl Sibylle Anderl è nata a Oldenburg nel 1981, lavora presso l’Institut de Planétologie et d’Astrophysique de Grenoble, dove si occupa di formazione delle stelle e di astrochimica. Scrive di scienza sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. È autrice del libro L’universo e io (2018). Alcune note su Claus Leggewie Claus Leggewie è nato a Wanne-Eickel nel 1950, è un politologo tedesco, titolare della cattedra Ludwig Börne presso l’Università di Gießen e responsabile del Panel on Planetary Thinking. Dal 2007 al 2017 è stato direttore dell’Institute for Advanced Study in the Humanities di Essen. TAG: #saggi, #scienza, #roberta_zuppet, #sibylle_anderl, #claus_leggewie, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Assassinio sul Phoenix express (Riley Sager)
Autore: Riley Sager Traduttore: Laura Mastroddi Editore: Timecrime, 2026 Pagine: 368 Genere: Narrativa straniera, Thriller Prezzo: € 16.90 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://timecrime.it/products/assassinio-sul-phoenix-express Trama Un treno. Nessuna fermata. Un gioco in bilico tra vendetta e sopravvivenza. Tredici ore per fare i conti con la verità. Nel 1954, Anna Matheson sale a bordo di un lussuoso treno no-stop notturno diretto a Chicago che lei stessa ha noleggiato, con una lista ristretta di nomi e un cuore indurito dal dolore. Dodici anni prima, nel pieno della Seconda guerra mondiale, sei persone hanno distrutto la sua famiglia. Ora, sotto falsa identità, ha orchestrato una riunione agghiacciante con lo scopo di intrappolare a bordo i responsabili. Il suo piano è chiaro: affrontare i fantasmi del passato, portare alla luce verità sepolte da tempo e assicurarsi che la giustizia la attenda alla fine del viaggio. Ma quando uno dei passeggeri viene trovato assassinato prima dell’alba, scopre di non essere l’unica a nascondere segreti o a cercare vendetta. Mentre il treno sfreccia nella notte gelida, Anna deve districarsi tra strati di inganni, e scendere a patti con il costo della vendetta, ritrovandosi a proteggere proprio coloro che aveva già condannato. Perché qualcuno a bordo è determinato a impedire che nessuno di loro – Anna compresa – raggiunga vivo l’unica fermata. Recensione Assassinio sul Phoenix Express è il romanzo con cui Riley Sager rende omaggio ai grandi gialli classici ambientati in spazi chiusi, reinterpretandoli con il ritmo serrato e i continui colpi di scena che hanno reso celebre la sua produzione thriller. Il richiamo ai grandi misteri ferroviari della letteratura è evidente fin dal titolo, ma Sager costruisce una storia che trova una propria identità, giocando sapientemente con i temi della vendetta, della colpa e della possibilità, o impossibilità, di ottenere giustizia. La vicenda si svolge nel 1954, a bordo di un lussuoso treno notturno diretto a Chicago che non effettuerà alcuna fermata intermedia. La protagonista, Anna Matheson, sale sul Phoenix Express sotto falsa identità con un obiettivo preciso. Dodici anni prima, nel pieno della Seconda guerra mondiale, la sua famiglia è stata distrutta dalle azioni di alcune persone che ora si trovano tutte riunite sul treno. Anna ha organizzato ogni dettaglio di quel viaggio per costringerle a guardare in faccia il proprio passato e a rispondere delle proprie colpe. Quello che dovrebbe essere un regolamento di conti accuratamente pianificato si trasforma però ben presto in qualcosa di molto diverso e decisamente più pericoloso. Quando uno dei passeggeri viene assassinato prima dell'alba, Anna comprende di non essere l'unica persona salita sul Phoenix Express con dei segreti da custodire e con un desiderio di vendetta nel cuore. Da quel momento il romanzo abbandona qualsiasi apparente certezza per trascinare il lettore in un labirinto di menzogne, sospetti e rivelazioni che si susseguono con un ritmo incalzante. Uno degli aspetti più riusciti del libro è proprio la costruzione dell'atmosfera. Il treno diventa un personaggio silenzioso della vicenda: elegante e raffinato, ma allo stesso tempo claustrofobico e inquietante. La consapevolezza che nessuno possa scendere e che il viaggio abbia una durata limitata contribuisce a creare una tensione costante. Il tempo assume un ruolo fondamentale nella narrazione e ogni ora che passa restringe il campo delle possibilità, aumentando la sensazione di pericolo imminente. Riley Sager dimostra ancora una volta la sua abilità nel costruire personaggi ambigui. Anna è probabilmente una delle protagoniste più interessanti tra quelle create dall'autore negli ultimi anni. Non è un'eroina senza macchia e non è facile collocarla immediatamente dalla parte del bene. La sofferenza che si porta dentro l'ha resa determinata e calcolatrice, ma il suo viaggio diventa progressivamente anche un confronto con sé stessa e con il peso delle proprie scelte. La vendetta che sembrava rappresentare una risposta definitiva si trasforma così in una domanda morale molto più complessa. Il romanzo affronta infatti il tema della giustizia senza mai proporre facili semplificazioni. Quanto può costare conservare il proprio desiderio di rivalsa per dodici anni? È possibile distinguere nettamente vittime e colpevoli quando emergono nuove verità? E fino a che punto si è disposti a spingersi pur di ottenere ciò che si ritiene giusto? Sono interrogativi che accompagnano il lettore per tutta la durata della narrazione. Chi conosce Riley Sager ritroverà molti degli elementi che caratterizzano la sua scrittura: capitoli brevi, continui cambi di prospettiva emotiva e una notevole capacità di ribaltare le convinzioni del lettore. Nulla è davvero come appare e ogni personaggio sembra custodire una parte della verità. L'autore si diverte a disseminare indizi che acquistano un significato diverso man mano che la storia procede, mantenendo alta la suspense fino alle pagine finali. Particolarmente riuscita è la scelta dell'ambientazione storica. Il 1954 non rappresenta soltanto uno sfondo elegante e suggestivo, ma permette di mettere al centro le conseguenze che la guerra continua ad esercitare sulle vite dei sopravvissuti anche molti anni dopo la sua conclusione. I fantasmi del passato sono infatti il vero motore della narrazione e ogni personaggio porta con sé ferite che non hanno mai smesso di sanguinare. Se proprio si vuole individuare un piccolo limite, alcuni colpi di scena richiedono al lettore una certa disponibilità ad accettare la spettacolarità tipica della narrativa di Sager. Del resto, l'autore non ha mai nascosto la propria predilezione per i thriller dal ritmo cinematografico e anche in questo caso sceglie di privilegiare la tensione narrativa rispetto a un realismo assoluto. Assassinio sul Phoenix Express è un thriller elegante e coinvolgente che riesce a fondere il fascino del giallo classico con la suspense moderna. È una storia di segreti sepolti, di vendetta e redenzione, capace di intrappolare il lettore all'interno delle carrozze del Phoenix Express fino all'ultima pagina. Più che la ricerca dell'assassino, ciò che rende memorabile questo romanzo è il continuo interrogarsi sul prezzo che siamo disposti a pagare per ottenere la verità. Consigliato a chi ama i mystery thriller ambientati in spazi chiusi, ai lettori appassionati dei gialli ferroviari e a chi apprezza i romanzi ricchi di tensione psicologica e colpi di scena costruiti con sapienza narrativa. È particolarmente indicato anche per chi ha già amato le opere precedenti dell'autore e cerca una lettura capace di coniugare suspense e introspezione. Alcune note su Riley Sager Riley Sager è nato in Pennsylvania, Riley Sager vive a Princeton, nel New Jersey. Ex giornalista, editor e graphic designer, oggi è uno scrittore a tempo pieno. Il suo primo thriller, Final Girls – Le sopravvissute, disponibile in una nuova edizione nel catalogo Timecrime, è diventato un bestseller internazionale. Di suo, abbiamo già pubblicato A casa prima di sera (da cui sarà tratto un film prodotto da Sony Pictures in collaborazione con 21 Laps), Chiuditi dentro (in lavorazione per un adattamento in una serie tv), Survive the Night – Sopravvivi alla notte, La casa oltre il lago (di cui Netflix ha acquisito i diritti cinematografici), La casa sulla scogliera, A notte fonda e ora Assassinio sul Phoenix Express. Nel tempo libero, Sager ama leggere, cucinare e andare al cinema. TAG: #narrativa_straniera #thriller, #laura_mastroddi, #riley_sager, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Gioia mia (Margherita Spampinato)
Regista: Margherita Spampinato Interpreti: Aurora Quattrocchi, Marco Fiore, Camille Dugay Comencini, Martina Ziami, Clara Salvo, Renata Sajeva, Concetta Ingrassia, Giuseppina Cardella, Giuseppina Cammareri, Gaspare Gruppuso Anno: 2025 Durata: 90 minuti Genere: Drammatico Trama Nico è un bambino che deve trascorrere l'estate dall'anziana zia siciliana Gela perché la sua tata Violetta deve sposarsi e non può occuparsi più di lui. La zia lo accoglie al suo arrivo all'aeroporto e durante il tragitto Nico e Gela cominciano a relazionarsi, dando vita a un rapporto difficoltoso basato su differenze d'età e abitudini. Quando il bambino arriva in casa della zia, in un antico palazzo, la sua prima preoccupazione è quella di sapere se c'è il wi-fi per il suo telefono ma in quell'appartamento, ancorato al passato, non c'è. Nico deve adattarsi piano piano a vivere in una nuova dimensione circondato dai tanti simboli religiosi presenti nella casa della zia e a seguire le regole ferree imposte da lei ma anche abituarsi a nuovi sapori e cibi. Stringe controvoglia amicizia con Rosa, una sua coetanea, che lo inserisce nel gruppo dei bambini che vivono in quel palazzo e con cui comincia a trascorrere i pomeriggi giocando insieme a loro o facendo delle incursioni negli appartamenti rimasti vuoti, alla ricerca degli spiriti che li abitano, in base a credenze e superstizioni dei residenti di quell'edificio. Nico e Gela riescono a conquistare, nel frattempo, la fiducia reciproca e la zia si lascia andare a confidenze personali sulla sua giovinezza. Recensione Tra le opere prime italiane più interessanti degli ultimi anni, Gioia mia di Margherita Spampinato sceglie di raccontare una storia semplice solo in apparenza, trasformando un'estate forzata in un percorso di crescita capace di parlare con delicatezza sia ai più giovani sia agli adulti. Il film evita qualsiasi artificio narrativo e costruisce il proprio racconto attraverso piccoli gesti, silenzi, incomprensioni e una lenta trasformazione dei suoi protagonisti, regalando un'opera che conquista soprattutto per la sua autenticità. Il protagonista è Nico, un bambino abituato a vivere immerso nella tecnologia, costretto a trascorrere le vacanze estive in Sicilia dalla zia Gela, una donna anziana, profondamente religiosa e legata a un mondo fatto di tradizioni, superstizioni e rituali quotidiani. L'antico palazzo in cui vive sembra appartenere a un tempo sospeso, lontanissimo dalla modernità: niente wi-fi, niente comfort contemporanei, ma una comunità di persone che custodisce racconti, credenze popolari e ricordi che sembrano impregnare ogni angolo dell'edificio. Per Nico il cambiamento è inizialmente traumatico e il rapporto con la zia appare destinato allo scontro continuo. Ed è proprio su questo conflitto che il film costruisce la propria forza narrativa. Non cerca mai scorciatoie emotive né esaspera i toni della commedia o del dramma. Preferisce invece osservare con pazienza come due persone appartenenti a generazioni completamente diverse imparino lentamente a conoscersi, abbattendo diffidenze e pregiudizi reciproci. La relazione tra Nico e Gela cresce senza forzature, trovando credibilità nei piccoli dettagli quotidiani, nei litigi, nelle reciproche provocazioni e nei momenti di sincera fragilità. Margherita Spampinato dirige con uno sguardo delicato, mantenendo sempre il punto di vista del bambino. Lo spettatore scopre insieme a Nico quel microcosmo popolato da racconti di spiriti, simboli religiosi e superstizioni che convivono senza mai trasformare il film in un racconto fantastico. Gli elementi misteriosi diventano piuttosto il linguaggio attraverso cui una comunità conserva la propria memoria e affronta il dolore, lasciando spazio a un'ambiguità narrativa che accompagna il percorso di crescita del protagonista senza fornire risposte troppo semplici. La Sicilia non rappresenta soltanto un'ambientazione suggestiva, ma diventa un personaggio vero e proprio. Le sue strade assolate, il ritmo lento delle giornate, gli antichi palazzi e le tradizioni popolari contribuiscono a creare un'atmosfera sospesa, quasi fuori dal tempo. In questo contesto Nico è costretto, forse per la prima volta, a rallentare davvero. Privato degli schermi e delle continue distrazioni tecnologiche, comincia gradualmente ad osservare ciò che lo circonda, a stringere amicizia con gli altri bambini del palazzo e ad aprirsi a un modo completamente diverso di vivere il quotidiano. Uno degli aspetti più riusciti del film è proprio il modo in cui affronta il tema del confronto tra passato e presente. Non esiste una contrapposizione netta tra il mondo moderno e quello delle tradizioni: il racconto evita accuratamente di stabilire chi abbia ragione. La tecnologia non viene demonizzata così come la religione e le superstizioni non vengono ridicolizzate. Entrambi gli universi mostrano limiti e possibilità, e il percorso dei protagonisti consiste proprio nell'imparare ad ascoltare ciò che inizialmente sembrava incomprensibile. Le interpretazioni contribuiscono in maniera decisiva alla riuscita dell'opera. Marco Fiore restituisce un Nico credibile, impulsivo, ironico e spesso incapace di gestire le proprie emozioni, senza mai risultare costruito. Aurora Quattrocchi offre invece una prova di grande sensibilità nei panni di Gela, evitando qualsiasi stereotipo della classica anziana burbera. Dietro la sua severità emergono progressivamente una profonda solitudine, un passato doloroso e un bisogno d'affetto che rendono il personaggio estremamente umano. Il ritmo narrativo è volutamente pacato e potrebbe sorprendere chi è abituato a storie più dinamiche. Gioia mia preferisce lasciare spazio ai silenzi, agli sguardi e ai tempi della vita quotidiana, affidando alle emozioni più che ai colpi di scena il compito di coinvolgere lo spettatore. È una scelta coerente con il tono del racconto e che permette ai personaggi di evolversi con naturalezza, senza accelerazioni artificiali. Anche dal punto di vista visivo il film dimostra una notevole personalità. La fotografia valorizza la luce estiva della Sicilia senza trasformarla in una cartolina, mentre gli ambienti del vecchio palazzo comunicano costantemente il senso di una memoria che continua a vivere attraverso gli oggetti, le stanze e le storie raccontate dai suoi abitanti. Tutto contribuisce a creare un'atmosfera malinconica ma mai pesante, nella quale convivono leggerezza, ironia e riflessione. Nel complesso Gioia mia è un racconto di formazione delicato e sincero, che parla di crescita, di ascolto reciproco e della capacità di superare le distanze generazionali. È un film che non cerca facili emozioni, ma le costruisce con pazienza, lasciando che siano i personaggi e le loro trasformazioni a conquistare lentamente lo spettatore. La sua forza risiede proprio nella semplicità con cui affronta temi universali come la famiglia, la memoria, il bisogno di appartenenza e il valore dell'incontro con chi è diverso da noi. Consigliato a chi ama il cinema italiano d'autore, i racconti di formazione, le storie che mettono al centro i rapporti umani e i film dal ritmo contemplativo, capaci di emozionare attraverso piccoli gesti più che con grandi eventi. TAG: #drammatico, #aurora_quattrocchi, #marco_fiore, #camille_dugay_comencini, #martina_ziami, #clara_salvo, #renata_sajeva, #concetta_ingrassia, #giuseppina_cardella, #giuseppina_cammareri, #gaspare_gruppuso, #voto_quattro

RECENSIONE: Dolce come il sale (Bonnie Blaylock)
Autore: Bonnie Blaylock Traduttore: Sara Puggioni Editore: Libreria Pienogiorno, 2026 Pagine: 352 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 19.50 (cartaceo), € 12.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.pienogiorno.it/libro/9791282435406 Trama Sardegna, anni ’30: tre generazioni di donne custodiscono un millenario sapere… Per tutto l’inverno Allegra attendeva la prima luna di maggio: il giorno in cui, con la solennità di una cerimonia, si sarebbe immersa insieme alle altre donne dell’acqua per la nuova stagione. Lo facevano dalla notte dei tempi, per raccogliere i fili d’oro di un raro mollusco e creare un tessuto più prezioso della seta, degno dei re: il bisso. Un patto segreto, trasmesso di madre in figlia, le univa tutte. Un giuramento sacro, che rendeva dolce anche il sale. Tre generazioni di donne sono le eredi di un’antica arte, secondo una leggenda portata a Sant’Antioco, nel sud della Sardegna, addirittura dalla regina Berenice. Da allora alcune madri tramandano la loro abilità alle figlie sin dalla più tenera età, fino a quando non sono in grado di pronunciare il voto che le vincola: dedicare la vita alla seta del mare, a quel filo che trattiene il giallo del sole, e accettare che i preziosi ricami che ne derivano non possano essere venduti ma solamente donati. Diventando così dispensatrici di speranza e bellezza che si oppongono al caos del mondo. Nonostante gli avvenimenti drammatici che sconvolgono l’Italia nel corso del Novecento, le tre donne, Allegra, Zaneta e Miriam, faranno di tutto per non venir meno al giuramento e difendere il loro sapere, affrontando il dolore della perdita e affermando ogni volta la libertà di essere sé stesse. Recensione Alcuni romanzi hanno il dono di custodire la memoria. Non soltanto quella delle persone, ma anche quella dei luoghi, delle tradizioni e dei gesti antichi che rischiano di perdersi nel tempo. Dolce come il sale di Bonnie Blaylock è uno di questi libri: una storia che intreccia la grande Storia con quella più intima e silenziosa di tre donne straordinarie, unite da un giuramento che attraversa le generazioni. Ambientato nella Sardegna degli anni Trenta e sviluppandosi lungo gran parte del Novecento, il romanzo ci accompagna alla scoperta di un'arte millenaria tanto preziosa quanto poco conosciuta: quella del bisso marino, la cosiddetta "seta del mare". Dai filamenti dorati prodotti da un raro mollusco nasce infatti un tessuto preziosissimo che, secondo la tradizione narrata nel libro, non può essere venduto ma soltanto donato. Un gesto che racchiude una profonda filosofia di vita: la bellezza non come possesso, ma come dono da condividere. La prima protagonista che incontriamo è Allegra, che attende con emozione la prima luna di maggio, il momento solenne nel quale le donne dell'acqua si immergono per iniziare una nuova stagione di raccolta del bisso. Fin dalle prime pagine si percepisce come questo non sia soltanto un lavoro o una tradizione, ma quasi un rituale sacro che scandisce il tempo e lega indissolubilmente le donne che ne custodiscono il segreto. Il giuramento che viene tramandato di madre in figlia rappresenta il cuore pulsante dell'intero romanzo. Allegra, Zaneta e Miriam appartengono a tre generazioni diverse e, attraverso le loro vicende personali, Bonnie Blaylock racconta non soltanto l'evoluzione di una famiglia, ma anche quella di un intero Paese attraversato da guerre, cambiamenti sociali e profonde ferite storiche. Le protagoniste dovranno confrontarsi con il dolore della perdita, con le rinunce imposte dalla vita e con la difficile ricerca della propria libertà senza mai tradire ciò che hanno ricevuto in eredità. Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è proprio il modo in cui l'autrice riesce a trasformare il bisso in qualcosa di molto più grande di un semplice elemento narrativo. La seta del mare diventa simbolo di resilienza, di appartenenza e di resistenza culturale. È il filo invisibile che unisce le protagoniste, ma anche il legame tra passato e presente, tra ciò che siamo e ciò che scegliamo di tramandare. La Sardegna non rappresenta soltanto l'ambientazione della storia, ma si trasforma quasi in un personaggio del romanzo. I suoi paesaggi, il rapporto profondo con il mare, le antiche leggende e le tradizioni popolari contribuiscono a creare un'atmosfera intensa e suggestiva che avvolge il lettore pagina dopo pagina. La leggenda secondo cui quest'arte sarebbe giunta a Sant'Antioco addirittura grazie alla regina Berenice dona al racconto un ulteriore fascino senza mai appesantirne la narrazione. Bonnie Blaylock sceglie una scrittura delicata ma evocativa, capace di alternare momenti di grande intensità emotiva ad altri più contemplativi. Non aspettatevi un romanzo dal ritmo serrato o ricco di continui colpi di scena: Dolce come il sale è soprattutto un libro che invita a rallentare, ad assaporare le parole e ad immergersi completamente nella vita delle sue protagoniste. La forza della narrazione risiede proprio nella capacità di soffermarsi sui sentimenti, sui legami familiari e sul significato profondo della memoria. Particolarmente interessante è la riflessione che attraversa l'intera opera sul concetto di dono. In un mondo in cui tutto sembra avere un prezzo, il bisso rappresenta ciò che non può essere commercializzato perché appartiene alla sfera del sacro e della condivisione. È forse questo uno dei messaggi più belli del romanzo: esistono valori che non possono essere misurati economicamente e che trovano il loro significato soltanto quando vengono tramandati agli altri. Dolce come il sale è anche un omaggio alla forza delle donne. Allegra, Zaneta e Miriam sono personaggi che affrontano epoche diverse senza mai rinunciare alla propria identità. Ognuna di loro incarna un diverso modo di custodire il passato e di guardare al futuro, dimostrando come la tradizione possa convivere con la libertà individuale senza necessariamente trasformarsi in una prigione. La lettura lascia addosso una piacevole sensazione di malinconia e meraviglia. È uno di quei romanzi che ricordano quanto siano preziose le storie che ci vengono tramandate e quanto sia importante preservare non soltanto gli oggetti della nostra cultura, ma anche il significato che essi custodiscono. Consiglio questo romanzo a chi ama le saghe familiari al femminile, i romanzi storici ricchi di atmosfera e le storie che raccontano antiche tradizioni e legami indissolubili tra passato e presente. È una lettura perfetta per chi ha apprezzato i libri in cui i luoghi diventano protagonisti tanto quanto i personaggi e per chi cerca una narrazione delicata, intensa e profondamente umana. Alcune note su Bonnie Blaylock Bonnie Blaylock è nata in Giappone, sull’isola di Honshū, rinomata per le perle e i coralli, e vive nel sud degli Stati Uniti, dove ha conseguito un master in scrittura creativa presso l’Università del Tennessee. Grande viaggiatrice, si è imbattuta nelle “Donne dell’Acqua” della Sardegna meridionale e nella straordinaria storia del bisso trasformandola in un romanzo unico, pubblicato in varie lingue. TAG: #narrativa_straniera #narrativa_moderna_contemporanea, #sara_puggioni, #bonnie_blaylock, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Processo al colesterolo. La verità della scienza oltre equivoci e falsi miti (Fulvio Ursini, Paola Arosio)
Autore: Fulvio Ursini, Paola Arosio Editore: Raffaello Cortina Editore, 2026 Pagine: 192 Genere: Saggi, Salute e Benessere Prezzo: € 18.00 (cartaceo), € 11.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/fulvio-ursini-paola-arosio/processo-al-colesterolo-9788832858990-4763.html Trama Un’aula di tribunale. Un imputato insolito: il colesterolo. È davvero un nemico pericoloso o la sua colpevolezza merita di essere riesaminata? Il colesterolo è davvero il principale responsabile di infarto e ictus? Quando è necessario intervenire con le statine e quando no? Qual è il ruolo dell’alimentazione e quanto è utile l’attività fisica? Questo saggio affronta un tema oggi molto discusso e, per farlo, integra in modo originale rigore scientifico e struttura narrativa. Attraverso la metafora di un processo, accusa e difesa mettono a confronto, con il supporto dei periti, le evidenze chiave. Da un lato, gli studi che hanno contribuito a indicare il colesterolo come il principale fattore di rischio cardiovascolare e ad avviare le prime ricerche farmacologiche per abbassarne i livelli nel sangue. Dall’altro, i limiti interpretativi, la distinzione tra correlazione e causalità, gli interessi economici delle case farmaceutiche e le domande ancora aperte. Un confronto serrato tra dati, interpretazioni e punti di vista che invita a ripensare criticamente una delle convinzioni più radicate della medicina moderna. Recensione Processo al colesterolo è uno di quei libri che riescono nell'impresa non semplice di affrontare un tema scientifico complesso senza risultare né banali né eccessivamente tecnici. Fulvio Ursini, professore emerito di Chimica biologica all'Università di Padova, affiancato dalla giornalista scientifica Paola Arosio, sceglie una strada originale e particolarmente efficace: trasformare il dibattito sul colesterolo in un vero e proprio processo, nel quale l'imputato è proprio quella molecola che da decenni viene considerata uno dei principali nemici della salute cardiovascolare. L'idea narrativa del processo non rappresenta soltanto un espediente stilistico, ma costituisce il cuore stesso del libro. Accusa e difesa si confrontano richiamando studi scientifici, dati epidemiologici, interpretazioni differenti e interrogativi ancora aperti, permettendo al lettore di comprendere quanto la medicina sia una disciplina in continua evoluzione e quanto sia importante distinguere tra ciò che sappiamo con certezza e ciò che invece richiede ancora approfondimenti. Uno degli aspetti che ho maggiormente apprezzato è proprio l'equilibrio con cui gli autori affrontano l'argomento. Il libro non cade mai nella facile tentazione di assolvere completamente il colesterolo né in quella opposta di ribadire dogmaticamente convinzioni ormai consolidate senza sottoporle a una riflessione critica. Al contrario, invita il lettore a ragionare sulla complessità dei fenomeni biologici e sulla necessità di interpretare correttamente i risultati della ricerca scientifica. Le domande dalle quali prende avvio il volume sono quelle che moltissime persone si pongono quotidianamente: il colesterolo è davvero il principale responsabile di infarto e ictus? Quando è opportuno intervenire farmacologicamente? Quale ruolo rivestono l'alimentazione e l'attività fisica nella prevenzione? Quanto pesano i diversi fattori di rischio cardiovascolare nella loro interazione reciproca? Gli autori non propongono risposte semplicistiche, ma accompagnano il lettore lungo un percorso di approfondimento particolarmente stimolante. Grande spazio viene dedicato alla distinzione tra correlazione e causalità, un aspetto fondamentale che spesso viene trascurato nel dibattito pubblico. Il libro mostra come alcuni risultati scientifici possano essere interpretati in maniera riduttiva quando vengono comunicati senza le necessarie precisazioni e invita a guardare con maggiore attenzione alle evidenze disponibili. Vengono inoltre affrontati i limiti interpretativi di numerosi studi che hanno contribuito a costruire la percezione del colesterolo come principale fattore di rischio cardiovascolare, senza tuttavia negarne il ruolo all'interno di un quadro molto più articolato. Interessante è anche la riflessione dedicata alle terapie farmacologiche, in particolare alle statine, probabilmente tra i farmaci più discussi degli ultimi decenni. Gli autori non assumono posizioni ideologiche ma propongono una valutazione che tiene conto sia dei benefici documentati sia della necessità di contestualizzare ogni intervento terapeutico rispetto alle caratteristiche del singolo paziente. In questo senso emerge con chiarezza un messaggio importante del libro: la medicina non dovrebbe mai trasformarsi in una serie di automatismi, ma mantenere sempre al centro la persona e la sua specifica situazione clinica. Un altro elemento che rende particolarmente interessante la lettura è l'attenzione dedicata agli stili di vita. Alimentazione, attività fisica e terapia farmacologica vengono presentate come parti di una strategia integrata di prevenzione cardiovascolare. Il messaggio che emerge è distante tanto dal catastrofismo quanto dal negazionismo scientifico: non esistono scorciatoie e neppure un unico responsabile da mettere sul banco degli imputati quando si parla di salute. Dal punto di vista divulgativo il volume è estremamente riuscito. Pur affrontando argomenti scientifici complessi, il linguaggio rimane accessibile e coinvolgente. La struttura narrativa contribuisce inoltre a rendere la lettura dinamica e permette di mantenere alta l'attenzione anche quando vengono affrontati aspetti più tecnici. Si ha quasi la sensazione di assistere realmente a un dibattimento nel quale le diverse parti presentano le proprie argomentazioni lasciando al lettore il compito di sviluppare uno spirito critico più consapevole. Questo non è un libro contro la medicina né contro la ricerca scientifica. Al contrario, rappresenta un invito a comprenderne meglio i meccanismi, ad accettarne la complessità e a diffidare delle semplificazioni che troppo spesso caratterizzano la comunicazione scientifica contemporanea. Il grande merito degli autori consiste proprio nell'aver restituito al dubbio scientifico la sua funzione più nobile: non negare le evidenze, ma continuare a interrogarle. Si tratta di una lettura che insegna quanto sia importante porre domande corrette prima ancora di cercare risposte definitive e che ricorda come la prevenzione cardiovascolare sia il risultato di molteplici fattori che non possono essere ridotti esclusivamente a un numero riportato nelle analisi del sangue. Consiglio questo saggio ai lettori appassionati di divulgazione scientifica, ai professionisti sanitari, a chi desidera comprendere meglio il tema del colesterolo senza fermarsi ai luoghi comuni e a tutti coloro che sono interessati ad approfondire il rapporto tra scienza, medicina e comunicazione scientifica. Alcune note su Fulvio Orsini Fulvio Ursini è professore emerito di Chimica biologica all’Università di Padova. La sua attività di ricerca si è concentrata sui lipidi e sul colesterolo LDL, oltre che sul ruolo protettivo di alimenti contenenti antiossidanti. Alcune note su Paola Arosio Paola Arosio, giornalista professionista e firma di la Repubblica. Collabora con varie riviste di divulgazione scientifica. Ha scritto per il Corriere della Sera e per Il Sole 24 Ore Sanità. Nelle nostre edizioni ha pubblicato Come batteremo il cancro (con F. Ciceri, 2021), I superbatteri (con F. Pregliasco, 2023) e Processo al colesterolo (con F. Ursini, 2026). TAG: #saggi, #salute_e_benessere, #fulvio_orsini, #paola_arosio, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Il costo del cinismo. Non esiste prosperità senza rispetto per la natura (Sylvie Goulard)
Autore: Silvye Goulard Editore: EGEA, 2026 Pagine: 132 Genere: Saggi, Ecologia Prezzo: € 14.90 (cartaceo), € 12.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.egeaeditore.it/ita/prodotti/economia/il-costo-del-cinismo.aspx Trama L’attività umana ha sconvolto la natura. I ghiacciai si sciolgono, i mari si riscaldano. Ma se la scienza ci apre gli occhi, la politica spesso cerca di chiuderceli: chiama «ideologia» la realtà, spaccia per «pragmatismo» la sua negazione e cerca di conquistare voti vendendo la cinica illusione che produrre con modalità che distruggono la natura possa giovare all’economia. Non è una questione di destra o sinistra, ma di serietà e di responsabilità verso i cittadini. Il tema riguarda non solo la qualità della vita di ciascuno di noi – acqua e agricoltura in primo luogo – ma anche la nostra sicurezza economica: ridurre la dipendenza dagli idrocarburi ci metterebbe al riparo dagli shock sui prezzi di benzina, elettricità e cibo, come la guerra nel Golfo Persico ben insegna. Dopo un’analisi spietata delle sfide a cui la distruzione della biodiversità ci espone, Sylvie Goulard esorta all’azione. Attendere inerti serve solo a far crescere danni e costi. Le soluzioni esistono, a patto di mobilitare l’intera società: alle istituzioni pubbliche spetta fissare regole, incentivi e sanzioni; alle imprese, rivedere i modelli di produzione per renderli più rigenerativi, e innovare; quanto ai cittadini, con i loro acquisti e le loro scelte possono spronare le aziende e con il loro voto influenzare le scelte della politica. Recensione Il costo del cinismo è uno di quei saggi brevi ma densi che riescono a mettere in discussione molte delle convinzioni che, spesso senza rendercene conto, abbiamo interiorizzato sul rapporto tra economia, politica e ambiente. Sylvie Goulard affronta un tema estremamente attuale con uno stile diretto e argomentato, invitando il lettore a riflettere su un interrogativo fondamentale: quanto ci sta realmente costando il nostro modo di intendere il progresso? L'autrice parte da un presupposto tanto semplice quanto scomodo: il cinismo non è soltanto un atteggiamento individuale, ma è diventato una modalità con cui la politica e parte del dibattito pubblico affrontano le grandi questioni del nostro tempo. Per anni ci siamo convinti che fosse possibile perseguire la crescita economica ignorando i limiti imposti dalla natura, rimandando continuamente il momento in cui avremmo dovuto fare i conti con le conseguenze delle nostre scelte. Il risultato, secondo Goulard, è che il prezzo di questo rinvio sta diventando sempre più elevato. Uno degli aspetti più interessanti del libro è proprio il ribaltamento della prospettiva con cui siamo soliti guardare alle questioni ambientali. L'ambiente non viene presentato come un tema separato dall'economia o come una battaglia ideologica, ma come un elemento imprescindibile della nostra prosperità futura. L'autrice sostiene che non possa esistere una crescita economica duratura se essa si fonda sulla distruzione del capitale naturale e sull'aumento delle nostre dipendenze strategiche. Le pagine dedicate ai cambiamenti climatici e alla perdita della biodiversità sono particolarmente efficaci perché evitano ogni tono catastrofista fine a sé stesso. Goulard non si limita infatti a denunciare i problemi, ma analizza le conseguenze concrete che questi fenomeni hanno sulla vita quotidiana dei cittadini. Il riscaldamento globale, la gestione delle risorse idriche, l'agricoltura e la sicurezza energetica vengono affrontati come questioni strettamente collegate al benessere economico e sociale delle nostre società. L'autrice sottolinea inoltre come la dipendenza dagli idrocarburi rappresenti non soltanto un problema ambientale, ma anche una vulnerabilità economica e geopolitica. Le crisi internazionali degli ultimi anni hanno dimostrato quanto l'aumento dei prezzi dell'energia e delle materie prime possa avere ripercussioni immediate sulle famiglie e sulle imprese. In questo senso, la transizione ecologica viene presentata non come un costo da sostenere, bensì come un investimento necessario per garantire maggiore stabilità economica e autonomia strategica. Un tema centrale del saggio riguarda il linguaggio utilizzato nel dibattito pubblico. Goulard evidenzia come troppo spesso la realtà scientifica venga liquidata come "ideologica", mentre posizioni che negano o minimizzano le problematiche ambientali vengono impropriamente definite "pragmatiche". Il cinismo del titolo consiste anche in questo: promettere soluzioni semplici e immediate che ignorano deliberatamente le conseguenze di lungo periodo delle decisioni politiche ed economiche. Il libro assume così una dimensione fortemente civile. La responsabilità della transizione non viene attribuita esclusivamente ai governi o alle grandi aziende. Sylvie Goulard propone infatti una visione condivisa del cambiamento, nella quale ciascun attore sociale ha un ruolo ben preciso. Le istituzioni devono elaborare politiche efficaci e lungimiranti, le imprese sono chiamate a innovare realmente i propri modelli produttivi evitando operazioni di facciata, mentre i cittadini possono influenzare il sistema attraverso le proprie scelte di consumo e la partecipazione democratica. Ho particolarmente apprezzato l'equilibrio con cui l'autrice affronta argomenti che spesso finiscono per polarizzare il dibattito pubblico. Non si tratta di un pamphlet ideologico né di un testo esclusivamente tecnico. Il costo del cinismo riesce invece a mantenere un approccio pragmatico, offrendo numerosi spunti di riflessione sul legame che unisce economia, ambiente e democrazia. La scrittura è scorrevole e accessibile anche ai lettori meno esperti di questioni economiche o geopolitiche. Le poco più di cento pagine del volume si leggono rapidamente, ma lasciano molte domande aperte e invitano a interrogarsi sul modello di sviluppo che desideriamo costruire nei prossimi decenni. Più che fornire risposte definitive, la scrittrice stimola una riflessione collettiva sulla necessità di superare la logica del breve termine che caratterizza molte delle scelte politiche ed economiche contemporanee. Il vero costo del cinismo, sembra suggerire l'autrice, non è soltanto ambientale: riguarda la qualità della nostra democrazia, la nostra sicurezza economica e la possibilità di lasciare alle generazioni future un sistema più sostenibile e resiliente. Consiglio questa lettura a chi ama i saggi di attualità e desidera comprendere meglio il rapporto tra transizione ecologica, economia e politica. È una lettura particolarmente interessante per chi segue il dibattito sui cambiamenti climatici e vuole approfondire il tema da una prospettiva europea e interdisciplinare. È adatto anche a chi cerca un testo breve ma ricco di contenuti e capace di stimolare una riflessione critica sul presente. Alcune note su Sylvie Goulard Sylvie Goulard è co-presidente di International Advisory Panel on Biodiversity Credits (IAPB), iniziativa globale indipendente, istituita da Francia e Regno Unito per promuovere la creazione di prodotti finanziari finalizzati a proteggere la natura. Già vice-governatrice della Banca centrale francese (dove ha lavorato sulla finanza verde), ministra della Difesa nel governo francese e parlamentare europea, attualmente è vice-presidente dell’Institute for European Policymaking (IEP) dell’Università Bocconi e professor of practice in SDA Bocconi School of Management. TAG: #saggi, #ecologia, #sylvie_goulard, #voto_cinque

RECENSIONE: Plain language. Tutto quello che serve per scrivere in modo chiaro, efficace, sostenibile. Con QR Code (Lorenzo Carpané)
Autore: Lorenzo Carpané Editore: EGEA, 2026 Pagine: 120 Genere: Saggi, Linguistica Prezzo: € 24.90 (cartaceo), € 21.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.egeaeditore.it/ita/prodotti/comunicazione/plain-language_.aspx Trama Quanti di noi si trovano sommersi da comunicazioni oscure, norme incomprensibili, documenti che sembrano scritti apposta per confondere? E quanti, dall’altra parte, si chiedono come rendere i propri messaggi davvero efficaci, senza sacrificare precisione e autorevolezza? Questo libro guida attraverso i fondamenti del linguaggio chiaro: dalle basi scientifiche ed etiche, ai princìpi che lo definiscono, fino alle tecniche operative per metterlo in pratica. Che si tratti di redigere contratti, comunicare con gli stakeholder, gestire crisi, guidare team o progettare policy, il lettore scoprirà come strutturare i testi, scegliere le parole giuste, usare la grafica a proprio vantaggio. Plain language non significa semplificare a ogni costo: significa scrivere con consapevolezza, rispetto per chi legge e responsabilità verso i contenuti. Con esempi tratti dalla realtà quotidiana, strumenti concreti e l’esperienza di chi sa che le parole costruiscono cultura organizzativa, il volume insegna non solo a scrivere relazioni convincenti e email incisive, ma dimostra che saper usare bene il linguaggio vuol dire creare fiducia e valore. Recensione Il libro Plain Language di Lorenzo Carpanè è uno di quei saggi che riesce a trasformare un argomento apparentemente tecnico in una riflessione sorprendentemente attuale sul modo in cui comunichiamo ogni giorno. In un'epoca in cui siamo sommersi da email interminabili, regolamenti incomprensibili, documenti aziendali pieni di burocratese e messaggi che richiedono più interpretazioni che letture, questo volume propone una domanda tanto semplice quanto fondamentale: perché continuiamo a scrivere in modo difficile quando potremmo comunicare meglio? L'autore affronta il tema del linguaggio chiaro non come una semplice tecnica di scrittura, ma come una vera e propria responsabilità nei confronti di chi legge. Il concetto di "plain language", infatti, non coincide con l'idea di banalizzare o impoverire i contenuti. Al contrario, significa rendere la comunicazione più accessibile, efficace e rispettosa del tempo e delle esigenze del destinatario. Uno degli aspetti che ho maggiormente apprezzato del libro è l'approccio multidisciplinare con cui Carpanè costruisce il suo discorso. Nelle prime pagine viene spiegato cosa sia realmente il plain language e, soprattutto, cosa non sia. L'autore smonta alcuni luoghi comuni che spesso accompagnano il concetto di linguaggio semplice, dimostrando come chiarezza e autorevolezza possano convivere perfettamente. Scrivere bene non significa rinunciare alla precisione, ma piuttosto trovare il modo migliore per trasmettere un'informazione. Questo cambio di prospettiva rappresenta probabilmente il cuore dell'intero volume. Particolarmente interessante è il capitolo dedicato alle basi scientifiche del linguaggio chiaro. Carpanè richiama gli studi delle scienze cognitive e delle neuroscienze per spiegare come elaboriamo le informazioni e perché alcuni testi risultino immediatamente comprensibili mentre altri richiedano uno sforzo cognitivo eccessivo. La chiarezza non viene quindi presentata come una semplice preferenza stilistica, ma come una scelta supportata da evidenze che riguardano il funzionamento della nostra mente. Il libro prosegue illustrando i princìpi fondamentali del plain language e accompagna il lettore in un percorso estremamente pratico. Prima ancora di mettersi a scrivere, l'autore invita a porsi alcune domande essenziali: chi leggerà il testo? Quali sono i suoi obiettivi? In quale contesto verrà fruito il documento? Quale canale di comunicazione stiamo utilizzando? Sono interrogativi che sembrano banali, ma che spesso vengono completamente ignorati nella comunicazione professionale e istituzionale. Uno dei meriti del volume è proprio quello di ricordarci che scrivere non significa semplicemente mettere insieme delle parole. La scrittura efficace è un processo che richiede progettazione, consapevolezza e attenzione nei confronti del lettore. Molto interessante è anche il capitolo dedicato al rapporto tra scrittura e intelligenza artificiale. Carpanè affronta il tema con equilibrio, mostrando come l'IA possa diventare uno strumento utile nella produzione dei testi senza sostituire il pensiero critico e la responsabilità di chi comunica. Una riflessione particolarmente attuale, soprattutto considerando quanto questi strumenti stiano entrando nella quotidianità lavorativa di professionisti, aziende e istituzioni. La parte più operativa del libro è probabilmente quella che molti lettori troveranno maggiormente utile. Vengono analizzati gli elementi visivi di un testo, la sua struttura, la sintassi, il lessico e lo stile. Si parla di linguaggio inclusivo, di organizzazione delle informazioni e di come utilizzare la grafica per migliorare la comprensione del messaggio. L'impressione è quella di avere tra le mani un vero e proprio manuale di comunicazione chiara, ricco di strumenti immediatamente applicabili. Non mancano, inoltre, esempi concreti relativi alla scrittura di email, lettere, relazioni, progetti, presentazioni con slide, storytelling e persino testi normativi. È forse questo l'aspetto che rende il libro particolarmente trasversale: non è rivolto esclusivamente a chi si occupa di comunicazione, ma a chiunque utilizzi le parole come strumento di lavoro. Dal punto di vista editoriale, il volume è costruito seguendo gli stessi princìpi che insegna. Ogni capitolo presenta un sommario iniziale e una sintesi finale, sono presenti parole chiave che facilitano la consultazione e particolari accorgimenti grafici che rendono la lettura scorrevole e intuitiva. Una scelta che rende il libro coerente con il proprio messaggio e dimostra concretamente quanto la forma possa influire sull'esperienza del lettore. Plain Language è un saggio che riesce a farci riflettere su quanto il linguaggio sia uno strumento di inclusione, fiducia e sostenibilità comunicativa. In un mondo che sembra spesso complicare ciò che potrebbe essere semplice, Lorenzo Carpanè ci ricorda che scrivere chiaro non è un esercizio di semplificazione, ma un atto di rispetto. Consiglio questo libro a professionisti della comunicazione, insegnanti, studenti universitari, manager, dipendenti della pubblica amministrazione, copywriter e, più in generale, a chiunque scriva email, documenti o testi destinati ad altre persone. È una lettura preziosa anche per chi desidera migliorare il proprio modo di esprimersi e comprendere meglio le dinamiche della comunicazione efficace. Una guida pratica e intelligente che dimostra come le parole, quando vengono scelte con cura, possano rendere il mondo un po' più comprensibile. Alcune note su Lorenzo Carpané Lorenzo Carpanè è linguista e docente all’Università di Bolzano. Ha lavorato come consulente e formatore per realtàcome Generali, Poste italiane, IVASS, ENEL e numerose istituzioni sanitarie e bancarie. Autore di oltre 25 monografie, è un punto di riferimento in Italia per la scrittura professionale e il plain language. TAG: #saggi, #linguistica, #lorenzo_carpané, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Non essere te stesso! Perché l'autenticità è sovrastimata (e cosa fare invece) (Tomas Chamorro-Premuzic)
Autore: Geoffrey Cain Traduttore: Giuseppe Maugeri Editore: EGEA, 2026 Pagine: 176 Genere: Saggi, Benessere Prezzo: € 25.90 (cartaceo), € 22.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.egeaeditore.it/ita/prodotti/organizzazione-e-risorse-umane/non-essere-te-stesso.aspx Trama Dall’autore di Perché tanti uomini incompetenti diventano leader?, una sorprendente indagine scientifica sui motivi per cui l’autenticità può diventare un ostacolo. «Sii semplicemente te stesso» potrebbe essere il peggior consiglio che abbiamo mai ricevuto. Per anni ci è stato ripetuto che l’autenticità è la chiave del successo: che dovremmo restare sempre fedeli a noi stessi, ignorare il giudizio altrui e procedere con incrollabile sincerità, nel rispetto dei nostri valori. È un messaggio rassicurante, da cui sono nati innumerevoli libri di crescita personale, seminari sulla leadership e post virali sui social media. C’è solo un problema: secondo la scienza è falso. Attingendo a decenni di ricerche, lo psicologo Tomas Chamorro-Premuzic porta alla luce una verità scomoda: la nostra ossessione per la genuinità, la sincerità e l’onestà rischia di produrre l’effetto opposto a quello desiderato. Dal culto dell’autenticità nella Silicon Valley ai molti programmi di diversità che non hanno mantenuto le promesse, l’autore mostra come la fissazione per il nostro «vero io» possa compromettere il successo individuale e quello delle organizzazioni. Le persone che ottengono i risultati migliori non sono quelle che restano rigidamente «fedeli a se stesse», ma quelle capaci di adattarsi, evolvere e prestare attenzione al modo in cui vengono percepite dagli altri, modulando il proprio comportamento in base alle circostanze. I dati parlano chiaro: quando smettiamo di concentrarci sull’espressione del nostro «io autentico» e impariamo a comprendere meglio gli altri, diventiamo esseri umani migliori. Combinando le più recenti acquisizioni della psicologia con una critica affilata dei luoghi comuni contemporanei, questo libro non si limita a mettere in discussione il pensiero dominante: offre una guida concreta per costruire un successo professionale duraturo. Recensione Viviamo in una società che ci invita continuamente a essere autentici. "Sii te stesso", "segui il tuo cuore", "non preoccuparti del giudizio degli altri": sono frasi che sentiamo ripetere così spesso da averle trasformate in verità assolute. Eppure, Non essere te stesso ha il merito di prendere questi slogan rassicuranti e metterli sotto la lente di ingrandimento, dimostrando quanto possano essere, in alcuni casi, fuorvianti e persino controproducenti. Il titolo del libro è volutamente provocatorio e potrebbe trarre in inganno. Non si tratta di un invito a fingere di essere qualcun altro o a indossare maschere nella vita quotidiana. Al contrario, l'autore ci accompagna in una riflessione molto più complessa e interessante sul concetto di autenticità, spiegandoci perché l'idea di dover essere sempre fedeli al nostro "vero io" rappresenti uno dei miti più sopravvalutati della cultura contemporanea. Fin dall'introduzione, significativamente intitolata L'autenticità non paga, il libro mette in discussione un presupposto che molti di noi considerano ormai indiscutibile: l'autenticità non è necessariamente una virtù assoluta. In alcune circostanze può diventare addirittura un ostacolo alla nostra crescita personale, alle nostre relazioni e alla nostra carriera professionale. La prima parte del saggio, dedicata a "Come l'autenticità ci danneggia", è probabilmente quella più sorprendente. L'autore individua quattro grandi "trappole" nelle quali rischiamo di cadere quando prendiamo troppo alla lettera il consiglio di essere sempre noi stessi. La prima trappola riguarda l'idea che bisogni essere sempre onesti, con se stessi e con gli altri. Una convinzione apparentemente nobile, ma che il libro analizza con grande lucidità. Esistono infatti situazioni in cui una sincerità assoluta può risultare dannosa o addirittura crudele. L'autore riflette sulle cosiddette "piccole grandi bugie" che regolano la nostra vita sociale e sul ruolo dell'intelligenza emotiva, sostenendo come quest'ultima sia spesso molto più importante dell'autenticità stessa. Interessante anche il riferimento al celebre caso di Phineas Gage, utilizzato per mostrare come il nostro comportamento sia il risultato di meccanismi molto più complessi rispetto alla semplice idea di "dire sempre quello che pensiamo". Tra le pagine di questo capitolo emerge un concetto che mi ha particolarmente colpito: la nostra personalità non è qualcosa di rigido e immutabile. L'autore utilizza una metafora molto efficace invitandoci ad accogliere la nostra "Meryl Streep" e il nostro "Marlon Brando" interiori, ricordandoci che tutti noi siamo capaci di adattarci ai diversi contesti senza che questo significhi essere falsi o incoerenti. La seconda trappola è forse una delle più diffuse nella cultura della crescita personale: seguire sempre il proprio cuore e rimanere fedeli ai propri valori, qualunque cosa accada. Quante volte ci è stato detto che i nostri valori rappresentano una bussola infallibile? Il libro dimostra invece come anche i valori possano diventare problematici se applicati in modo dogmatico. I valori non sono universali né immutabili e, soprattutto, conviviamo in una società fatta anche dei valori degli altri. L'autore ci invita quindi a sviluppare una maggiore capacità di ascolto e di adattamento, senza trasformare le nostre convinzioni personali in principi assoluti. La terza trappola affronta un altro slogan estremamente popolare: smettere di preoccuparsi di ciò che gli altri pensano di noi. Il libro dedica ampio spazio al tema della reputazione, sottolineando come l'essere umano sia, per natura, un animale sociale. Ignorare completamente il giudizio altrui non rappresenta necessariamente un segno di forza o autenticità. Anzi, la reputazione viene definita una vera e propria arte e le prime impressioni assumono un ruolo fondamentale nella nostra vita personale e professionale. L'autore arriva persino a rivalutare una versione più "edulcorata" di noi stessi, spiegando come la capacità di gestire l'immagine che trasmettiamo agli altri sia una competenza sociale preziosa e tutt'altro che negativa. La quarta trappola riguarda il mondo del lavoro e il celebre consiglio di "mettere tutto se stessi nel proprio impiego". Si tratta di una riflessione estremamente attuale. Oggi siamo continuamente invitati a fare del lavoro una parte integrante della nostra identità, ma l'autore ci ricorda che il lavoro non definisce chi siamo. Non ogni aspetto della nostra personalità deve necessariamente essere portato sul posto di lavoro e imparare a distinguere la sfera privata da quella professionale può rappresentare una forma di maturità emotiva piuttosto che una mancanza di autenticità. La seconda parte del libro, intitolata Che cosa fare invece, rappresenta il naturale completamento delle riflessioni iniziali. Non basta infatti demolire il mito dell'autenticità: occorre proporre un'alternativa concreta. L'autore affronta temi come l'avanzamento di carriera, l'importanza della reputazione professionale e il concetto di "cittadinanza organizzativa", sottolineando quanto le competenze relazionali e l'intelligenza emotiva siano spesso più determinanti del talento o dell'autenticità stessa. Viene proposta una rilettura particolarmente interessante del concetto di intelligenza emotiva, vista come la capacità di comprendere il contesto, gli altri e le conseguenze dei propri comportamenti. Anche il capitolo dedicato alla leadership risulta particolarmente stimolante. L'autore spiega come l'autenticità, tanto celebrata nei leader moderni, possa trasformarsi in un boomerang se non accompagnata dalla capacità di adattarsi alle situazioni e alle esigenze delle persone che ci circondano. Talvolta, andare contro la propria natura o uscire dalla propria zona di comfort rappresenta proprio ciò che ci permette di crescere e diventare versioni migliori di noi stessi. L'ultima parte del libro affronta il delicato tema della diversità e dell'inclusione, mettendo in discussione alcuni presupposti che spesso vengono dati per acquisiti e invitando il lettore a riflettere sul divario esistente tra ciò che diciamo di valorizzare e ciò che effettivamente mettiamo in pratica nella vita quotidiana e nelle organizzazioni. Ciò che ho apprezzato maggiormente di questo saggio è il suo coraggio intellettuale. Non è un libro che cerca di piacere a tutti né che offre facili soluzioni motivazionali. Al contrario, ci costringe a mettere in discussione alcune delle convinzioni più radicate del nostro tempo. In un panorama editoriale ricco di manuali che ci invitano semplicemente ad amarci di più e a essere sempre autentici, Non essere te stesso rappresenta una voce fuori dal coro, capace di stimolare riflessioni profonde e decisamente controcorrente. È una lettura che non pretende di demolire il concetto di autenticità in sé, ma ci invita a considerarlo con maggiore equilibrio. Essere autentici non significa necessariamente essere spontanei in ogni situazione, dire sempre tutto ciò che pensiamo o rifiutare qualsiasi forma di adattamento. Crescere significa anche imparare quando mostrare alcuni aspetti di noi stessi, quando svilupparne altri e quando mettere le nostre capacità al servizio del contesto in cui viviamo. Un libro intelligente, provocatorio e incredibilmente attuale, che lascia il lettore con più domande che risposte. E forse è proprio questo il suo più grande pregio. Consiglio questo libro a chi ama i saggi di psicologia e crescita personale che sfidano il pensiero comune, a chi lavora nel mondo delle organizzazioni e della leadership e a tutti i lettori che desiderano approfondire il tema dell'identità personale da una prospettiva diversa dal solito. È perfetto anche per chi si sente spesso schiacciato dall'obbligo sociale di dover essere sempre e comunque "autentico". Alcune note su Tomas Chamorro-Premuzic Tomas Chamorro-Premuzic è un’autorità internazionale in tema di talent management e sviluppo della leadership. È Chief Talent Scientist di ManpowerGroup, cofondatore di Metaprofi ling e di Deeper Signals, e professore di Business Psychology allo University College di Londra e alla Columbia University. In precedenza aveva ricoperto incarichi accademici alla New York University e alla London School of Economics. Ha insegnato inoltre in Harvard Business School, Stanford Business School, London Business School, Johns Hopkins e all’IMD. È fondatore e primo direttore del programma Industrial-Organizational and Business Psychology dell’University College di Londra e Chief Psychometric Advisor dell’Entrepreneurial Finance Lab di Harvard. Autore di diversi libri e numerosi articoli scientifi ci, ha ottenuto riconoscimenti dall’American Psychological Association, dall’International Society for the Study of Individual Differences e dalla Society for Industrial Organizational Psychology, di cui è membro. Vanta una consistente presenza mediatica nei programmi televisivi di BBC, CNN e Sky, e la pubblicazione regolare di articoli su Harvard Business Review , The Guardian , Fast Company , Forbes e Huffi ngton Post . TAG: #saggi, #benessere, #giuseppe_maugeri, #thomas_chamorro-premuzic, #voto_cinque

RECENSIONE: Il segreto oscuro delle rose (Rhys Bowen)
Autore: Rhys Bowen Traduttore: Roberta Maresca Editore: Indomitus Publishing, 2025 Pagine: 394 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea, Gialli Prezzo: € 17.99 (cartaceo), € 3.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.indomitus-publishing.it/product/il-segreto-oscuro-delle-rose-rhys-bowen/ Trama Londra, 1968. Liz Houghton, relegata alla sezione necrologi di un giornale locale, sogna un’inchiesta in prima pagina. Quando una giovane donna scompare, capisce di avere finalmente la sua occasione — anche grazie all’amica Marisa, la poliziotta incaricata del caso. Le indagini conducono nel Dorset, dove riaffiora un oscuro passato: vent’anni prima, durante la guerra, tre ragazze sparirono e solo una fu ritrovata morta nei boschi. Le altre due svanirono nel nulla. Seguendo i frammenti di quella storia, Liz arriva a Tydeham, un villaggio abbandonato dai militari e inghiottito dal tempo. Tra rovine e silenzi, un segreto sembra ancora trattenere il respiro. Quale legame unisce le scomparse di ieri e di oggi? E perché Liz ha la sensazione di conoscere quel luogo? In un mistero dove passato e presente si confondono, dovrà scavare nella memoria della guerra per svelare la verità sepolta tra le rose. Recensione Il segreto oscuro delle rose è uno di quei romanzi che riescono a conquistare fin dalle prime pagine grazie alla sua atmosfera avvolgente e ricca di mistero. Rhys Bowen ci accompagna in una storia che intreccia il fascino del romanzo storico con quello del giallo investigativo, regalando al lettore una lettura coinvolgente e ricca di emozioni. La protagonista, Liz Houghton, è una giovane giornalista che lavora nella sezione necrologi di un giornale londinese alla fine degli anni Sessanta. Ambiziosa e desiderosa di dimostrare il proprio valore, Liz si ritrova quasi per caso a seguire la pista della scomparsa di una ragazza. Quello che inizialmente sembra un semplice caso di cronaca si trasforma ben presto in un'indagine molto più complessa, capace di riportare alla luce eventi drammatici avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale. Uno degli aspetti che ho maggiormente apprezzato del romanzo è il modo in cui l'autrice riesce a legare passato e presente. Le vicende del dopoguerra non sono soltanto un pretesto narrativo, ma rappresentano il cuore pulsante della storia. Il mistero che avvolge la scomparsa di alcune bambine evacuate da Londra durante il conflitto emerge lentamente, tassello dopo tassello, lasciando il lettore con il desiderio di continuare a leggere per scoprire la verità. L'ambientazione è probabilmente uno dei punti di forza del libro. Il piccolo villaggio abbandonato di Tydeham, con le sue case vuote, il silenzio che sembra custodire segreti dimenticati e i roseti ormai cresciuti in modo selvaggio, contribuisce a creare un'atmosfera quasi gotica e malinconica. È impossibile non immaginare quei luoghi mentre si legge, percependo il peso del tempo e delle storie che hanno lasciato dietro di sé. Rhys Bowen sceglie di non puntare tutto sui colpi di scena, ma costruisce un mistero che cresce con naturalezza. Il ritmo è piuttosto pacato e lascia ampio spazio alla caratterizzazione dei personaggi e alla ricostruzione storica. Chi cerca un thriller adrenalinico potrebbe trovarlo meno incalzante rispetto ad altri romanzi del genere, ma chi ama i gialli storici ricchi di atmosfera troverà in queste pagine una lettura estremamente appagante. Liz è una protagonista che si lascia apprezzare fin da subito. È curiosa, determinata e molto moderna nel modo in cui affronta le difficoltà che incontra nel proprio lavoro, soprattutto in un periodo storico in cui il giornalismo era ancora prevalentemente maschile. Il suo desiderio di essere presa sul serio rende il personaggio credibile e umano, permettendo al lettore di immedesimarsi facilmente nel suo percorso personale e professionale. Un altro elemento che merita di essere sottolineato è la delicatezza con cui vengono affrontati i temi della memoria e delle conseguenze della guerra. Il romanzo ci ricorda come alcuni eventi del passato continuino a influenzare il presente e come certi segreti, per quanto dolorosi, siano destinati prima o poi a venire alla luce. Dietro l'indagine si nasconde infatti una riflessione molto interessante sul peso dei ricordi, sulle ferite mai completamente rimarginate e sull'importanza della verità. La scrittura di Rhys Bowen è elegante e scorrevole. Le descrizioni non risultano mai eccessive, ma sono sufficientemente evocative da immergere il lettore nell'ambientazione. La narrazione procede con equilibrio, alternando momenti più investigativi ad altri più introspettivi, senza perdere mai il fascino del mistero che avvolge l'intera vicenda. Il segreto oscuro delle rose è un romanzo che si legge con piacere e che conquista soprattutto per la sua capacità di trasportare il lettore in un passato ancora vivo e capace di raccontare storie intense e commoventi. È una lettura che parla di segreti, di coraggio, di memoria e di persone che, nonostante il trascorrere del tempo, continuano a cercare risposte. Consiglio questo libro agli amanti dei gialli storici, delle ambientazioni suggestive e delle storie che intrecciano mistero e memoria storica. È particolarmente indicato per chi apprezza le indagini costruite con calma e attenzione ai dettagli e per chi ama lasciarsi trasportare dall'atmosfera dei luoghi e dei personaggi. Alcune note su Rhys Bowen Le opere di Rhys Bowen hanno venduto 10 milioni di copie in oltre 30 lingue. È stata candidata a tutti i principali premi del genere giallo e ha vinto numerosi premi Agatha, Anthony e Macavity. Tra i suoi libri figurano i gialli storici, oltre a diversi romanzi indipendenti bestseller internazionali. Rhys vanta una fedele base di fan in tutto il mondo, con oltre 215.000 follower sui social media. Per maggiori dettagli visitate il suo sito https://rhysbowen.com/ TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #gialli, #roberta_maresca, #rhys_bowen, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: L'ultimo incarico a Parigi (Rhys Bowen)
Autore: Rhys Bowen Traduttore: Roberta Maresca Editore: Indomitus Publishing, 2026 Pagine: 446 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea, Gialli Prezzo: € 19.99 (cartaceo), € 6.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.indomitus-publishing.it/product/ultimo-incarico-a-parigi-rhys-bowen/ Trama Parigi, fine anni ’30. Madeleine Grant, giovane londinese brillante e idealista, crede di aver trovato la felicità tra le braccia di Giles Martin, giornalista francese e uomo di grande carisma. Insieme crescono il loro bambino, Olivier, sotto il cielo della Ville Lumière. Ma quando le ombre della guerra si allungano sull’Europa, la loro vita va in frantumi. Giles sceglie di restare a combattere nella Resistenza. Madeleine, costretta a fuggire in Inghilterra con il figlio, si rifugia nella fragile illusione della normalità. Finché la tragedia non bussa con violenza alla sua porta: Olivier viene portato via in un istante e con lui ogni certezza. Ma Madeleine non è fatta per arrendersi. Quando il ministero britannico le offre un incarico clandestino nella Francia occupata, accetta senza esitare. Il dolore si fa forza. La speranza si fa arma. E la vendetta diventa missione. In una Parigi spezzata dalla paura, Madeleine affronterà il tradimento, la crudeltà dei nazisti e il peso insostenibile della memoria. Ma ogni passo che compirà la avvicinerà alla vendetta. E, forse, alla possibilità di ritrovare almeno Giles. Recensione L'ultimo incarico a Parigi di Rhys Bowen è uno di quei romanzi storici che riescono ad andare ben oltre l'ambientazione della Seconda guerra mondiale. Pur presentandosi inizialmente come una storia di spionaggio e di resistenza, il libro si rivela un intenso romanzo sulla perdita, sul coraggio e sulla straordinaria capacità di ricominciare quando la vita sembra averci tolto tutto. La protagonista, Madeleine Grant, viene introdotta al lettore nella Parigi del 1931, quando è una giovane studentessa della Sorbona proveniente da Londra. È proprio nella capitale francese che incontra Giles Martin, giornalista francese destinato a diventare il grande amore della sua vita. Rhys Bowen dedica ampio spazio alla costruzione del loro rapporto, permettendo al lettore di affezionarsi ai personaggi prima che gli eventi storici irrompano con tutta la loro violenza. Uno degli aspetti che ho maggiormente apprezzato del romanzo è la capacità dell'autrice di raccontare il trascorrere del tempo senza fretta. Madeleine cresce davanti ai nostri occhi: da studentessa innamorata diventa moglie, madre e, infine, una donna costretta ad affrontare le conseguenze della guerra e a prendere decisioni sempre più difficili. La sua evoluzione è credibile e ben costruita, tanto che è impossibile non empatizzare con le sue paure, le sue fragilità e la sua determinazione. L'arrivo della Seconda guerra mondiale cambia completamente il corso della storia. Giles decide di rimanere in Francia per contribuire alla Resistenza, mentre Madeleine è costretta a lasciare Parigi con il figlio Olivier. Da questo momento il romanzo assume sfumature diverse, alternando momenti di grande intensità emotiva a episodi ricchi di tensione narrativa. Tuttavia, sarebbe riduttivo definire L'ultimo incarico a Parigi semplicemente un romanzo ambientato durante la guerra. Rhys Bowen costruisce infatti una trama molto più articolata che porta il lettore in luoghi inattesi e affronta pagine della storia meno conosciute. Una parte particolarmente interessante del libro riguarda infatti il fenomeno dei bambini britannici inviati in Australia durante e dopo il conflitto mondiale, un capitolo storico che l'autrice approfondisce con sensibilità e realismo. Il personaggio di Olivier assume un ruolo sempre più importante nel corso della narrazione. Attraverso le sue vicende, il romanzo mostra le drammatiche conseguenze che alcune decisioni prese in tempo di guerra ebbero sulla vita di moltissimi bambini. Le pagine ambientate in Australia risultano particolarmente coinvolgenti e, in alcuni momenti, anche dolorose da leggere. Rhys Bowen non indulge mai nel sensazionalismo, ma racconta con grande umanità situazioni realmente ispirate a vicende storiche documentate, come lei stessa sottolinea nella nota finale del romanzo. Un altro elemento che rende il libro particolarmente riuscito è il perfetto equilibrio tra narrativa storica e romanzo d'avventura. Madeleine si ritrova infatti coinvolta in una missione affidatale dai servizi britannici che la porterà ad affrontare pericoli concreti e a compiere un lungo viaggio alla ricerca della verità. L'autrice inserisce nella trama elementi di spionaggio e suspense che mantengono alta l'attenzione del lettore fino alle ultime pagine, senza mai sacrificare la profondità psicologica dei personaggi. La scrittura di Rhys Bowen è scorrevole e cinematografica. Le ambientazioni sono descritte con grande cura: dalla Parigi degli anni Trenta alla Francia occupata, fino ai paesaggi australiani, ogni luogo contribuisce a rendere la storia viva e credibile. Il lettore ha la sensazione di accompagnare Madeleine nel suo lungo percorso di crescita personale, condividendone le emozioni e le difficoltà. Particolarmente riuscita è anche la caratterizzazione dei personaggi secondari. Oltre a Madeleine e Olivier, troviamo figure che arricchiscono il racconto e che risultano fondamentali nel percorso umano della protagonista. I rapporti che si instaurano nel corso del romanzo non appaiono mai forzati e contribuiscono a dare maggiore profondità alla narrazione. Il ritmo del romanzo è piuttosto equilibrato. La prima parte procede con maggiore calma, permettendo al lettore di immergersi nella vita dei protagonisti, mentre la seconda parte assume un tono più avventuroso e drammatico. Chi ama le storie ricche di colpi di scena troverà numerosi momenti di tensione, ma senza rinunciare alla componente emotiva che rappresenta il vero punto di forza del libro. Questo libro è, soprattutto, un romanzo che parla di resilienza. Madeleine è una protagonista moderna pur essendo inserita in un contesto storico lontano dal nostro. Non è un'eroina senza macchia né una donna straordinaria fin dall'inizio, ma una persona comune che viene continuamente messa alla prova dagli eventi della Storia. Proprio questa sua umanità la rende così convincente e memorabile. Ho apprezzato molto il modo in cui Rhys Bowen riesce a intrecciare eventi storici realmente accaduti con una vicenda romanzesca appassionante. Il libro riesce a emozionare, a far riflettere e, al tempo stesso, a intrattenere il lettore grazie a una trama ricca e ben costruita. Alcuni passaggi risultano particolarmente toccanti, soprattutto quelli che riguardano le sofferenze dei bambini coinvolti nelle deportazioni verso l'Australia, un tema che raramente trova spazio nella narrativa storica più conosciuta. Consiglio questo romanzo agli amanti della narrativa storica ambientata durante la Seconda guerra mondiale, a chi apprezza le protagoniste femminili forti ma realistiche e ai lettori che cercano una storia capace di unire emozione, avventura, spionaggio e approfondimento storico. È una lettura particolarmente indicata per chi ha amato romanzi che raccontano le conseguenze umane della guerra e per chi desidera scoprire pagine meno note della storia del Novecento. Alcune note su Rhys Bowen Le opere di Rhys Bowen hanno venduto 10 milioni di copie in oltre 30 lingue. È stata candidata a tutti i principali premi del genere giallo e ha vinto numerosi premi Agatha, Anthony e Macavity. Tra i suoi libri figurano i gialli storici, oltre a diversi romanzi indipendenti bestseller internazionali. Rhys vanta una fedele base di fan in tutto il mondo, con oltre 215.000 follower sui social media. Per maggiori dettagli visitate il suo sito https://rhysbowen.com/ TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #gialli, #roberta_maresca, #rhys_bowen, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Kitsune. Il potere della volpe (Cecilia Randall)
Autore: Cecilia Randall Editore: Gribaudo, 2026 Pagine: 348 Genere: Narrativa per ragazzi, Fantasy Prezzo: € 16.90 (cartaceo), € 6.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.gribaudo.it/opera/kitsune-il-potere-della-volpe/ Trama Chiaro non avrebbe mai creduto di trovarsi un giorno in bilico tra il mondo degli uomini e quello degli spiriti yokai. I suoi poteri stanno crescendo, sì, ma i dubbi non sono da meno: chi è davvero? E che ruolo può avere accanto a Momo, giovane castellana che deve governare un territorio, proteggere il suo popolo e possibilmente evitare disastri soprannaturali? Quando in un piccolo villaggio iniziano a verificarsi avvenimenti sempre più strani, Chiaro e Momo si trovano coinvolti in un’indagine in cui nulla è come sembra. Tra templi che custodiscono segreti, creature decisamente poco rassicuranti e luoghi in cui sarebbe saggio non mettere piede, serviranno coraggio, astuzia e una solida fiducia reciproca. Una fiducia che forse si sta trasformando in qualcosa di più. Momo non era più una bambina, ma una ragazza, una feudataria… Chiaro avrebbe voluto dirglielo. Dirle che fino a poco tempo prima era solo un ragazzo qualunque. Umano. Che la trasformazione era arrivata all’improvviso, come una maledizione o un dono non chiesto e a cui non si era ancora abituato. Non aveva idea di cosa significassero davvero i suoi nuovi poteri, né di come controllarli. Età di lettura: da 12 anni. Recensione La saga di Kitsune di Cecilia Randall prosegue con Il potere della volpe portando il lettore ancora una volta in un mondo che affascina per la sua originalità: un fantasy ispirato alla mitologia giapponese che mescola avventura, crescita personale e mistero soprannaturale. Dopo gli eventi del primo volume, ritroviamo Chiaro in un momento particolarmente delicato della sua esistenza. I poteri che ha acquisito continuano a manifestarsi e a crescere, ma insieme ad essi aumentano anche le domande sulla sua identità e sul posto che occupa in un mondo che sembra considerarlo qualcosa di diverso sia dagli esseri umani sia dagli spiriti yokai. Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio il percorso interiore del protagonista. Chiaro non è il classico eroe fantasy sicuro delle proprie capacità: è un ragazzo che fatica a comprendere ciò che gli sta accadendo e che vive la propria trasformazione quasi come un dono ambiguo, capace di aprirgli nuove possibilità ma anche di allontanarlo dalla vita che conosceva. Cecilia Randall sceglie di non rendere la sua crescita improvvisa o scontata, ma di costruirla attraverso dubbi, paure e continue scoperte. Accanto a lui troviamo Momo, che nel corso della storia assume un ruolo sempre più importante. La giovane castellana non è più soltanto la bambina conosciuta in precedenza, ma una ragazza chiamata ad affrontare responsabilità enormi: governare il proprio territorio, proteggere il suo popolo e confrontarsi con minacce che appartengono tanto al mondo umano quanto a quello soprannaturale. Il rapporto tra Chiaro e Momo rappresenta uno dei punti di forza del romanzo. La loro fiducia reciproca si consolida pagina dopo pagina e l'autrice lascia emergere con grande delicatezza sentimenti che sembrano evolversi verso qualcosa di più profondo, senza mai sacrificare la componente avventurosa della narrazione. La trama prende avvio quando strani avvenimenti iniziano a verificarsi in un piccolo villaggio. Da questo momento il romanzo assume anche i contorni di un'indagine fantasy, nella quale nulla è davvero ciò che sembra. Templi che custodiscono antichi segreti, creature inquietanti appartenenti alla tradizione degli yokai e luoghi che sarebbe meglio non esplorare diventano gli elementi che scandiscono il viaggio dei protagonisti. Randall dimostra ancora una volta quanto sia profonda la sua conoscenza della mitologia giapponese, riuscendo a inserirla nella narrazione in maniera naturale e coinvolgente. Ciò che colpisce maggiormente è l'equilibrio tra il worldbuilding e il ritmo narrativo. Il Giappone immaginato dall'autrice non è soltanto uno sfondo esotico utilizzato per rendere la storia più affascinante, ma un universo vivo e coerente, nel quale tradizioni, spiriti e credenze si intrecciano continuamente con le vicende dei personaggi. Gli yokai non rappresentano semplicemente dei mostri o delle creature fantastiche, ma incarnano quella sottile linea di confine tra il visibile e l'invisibile che attraversa tutta la cultura giapponese e che il romanzo riesce a trasmettere con grande efficacia. Lo stile di Cecilia Randall rimane uno dei suoi punti di forza. La scrittura è scorrevole e ricca di immagini evocative, capace di rendere immediatamente riconoscibili le atmosfere orientali senza risultare eccessivamente descrittiva. Le pagine scorrono velocemente grazie all'alternanza tra momenti di tensione, scene d'azione e passaggi più intimi dedicati alla crescita dei protagonisti. Anche i dialoghi risultano credibili e contribuiscono a delineare il carattere dei personaggi principali. Un elemento particolarmente apprezzabile del romanzo è il modo in cui affronta il tema dell'identità. Chiaro si trova costantemente sospeso tra due mondi e il suo percorso diventa una metafora della ricerca del proprio posto nella realtà. Non sapere esattamente chi si è, avere paura di ciò che si potrebbe diventare e imparare ad accettare le proprie peculiarità sono temi universali che rendono il personaggio estremamente umano nonostante il contesto fantasy. Kitsune. Il potere della volpe non è soltanto un romanzo d'avventura, ma anche una storia che parla di fiducia, responsabilità e crescita personale. La componente fantasy è sempre presente e ben sviluppata, ma non sovrasta mai l'evoluzione emotiva dei protagonisti. Proprio questa fusione tra elementi mitologici e sentimenti autentici rende la lettura particolarmente coinvolgente. Chi ha amato il primo volume troverà in questo seguito un naturale approfondimento del mondo creato dall'autrice e dei personaggi che lo abitano. Al tempo stesso, il romanzo conferma la capacità di Cecilia Randall di proporre un fantasy per ragazzi e giovani adulti capace di conquistare anche lettori più adulti, grazie alla cura nella costruzione dell'ambientazione e alla maturità dei temi trattati. Consigliato a lettori dagli undici-dodici anni in su, agli amanti del fantasy ispirato alla mitologia giapponese, a chi cerca storie di crescita personale immerse in atmosfere orientali e a chi apprezza protagonisti imperfetti e ben caratterizzati. È una lettura particolarmente indicata anche per chi ama le avventure ricche di mistero e desidera avvicinarsi al mondo degli yokai attraverso un romanzo coinvolgente e accessibile. Alcune note su Cecilai Randall Cecilia Randall è una delle scrittrici fantasy italiane più apprezzate. Appassionata di storia, mitologia ed eroi in armatura, divora libri e manga e viaggia ogni volta che può nei luoghi in cui immagina i suoi personaggi. In attesa di rivedere il Giappone, vive a Modena con il marito, il figlio e due gatti più astuti di qualsiasi yokai. Il suo sito: www.ceciliarandall.it TAG: #narrativa_per_ragazzi, #fantasy, #cecilia_randall, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Il crepuscolo della magia (Hugh Lofting)
Autore: Hugh Lofting Traduttore: Enrico De Luca Editore: Caravaggio Editore, 2026 Pagine: 314 Genere: Narrativa per ragazzi, Classici Prezzo: € 18.90 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.caravaggioeditore.it/prodotto/il-crepuscolo-della-magia/ Trama Pubblicato nel 1930 e mai tradotto prima in Italia, Il crepuscolo della magia è l’unico romanzo fantasy di Hugh Lofting, l’autore della celebre serie del Dottor Dolittle. In un'epoca medievale da favola, dove la magia si avvia verso il declino, i gemelli Giles e Anne, di nove anni, fanno la conoscenza di Agnes, la Donna delle mele, una vecchia venditrice ambulante ritenuta da tutti una pericolosa strega. La donna è in realtà una figura benevola, sempre accompagnata da due gatti neri di straordinaria argutezza. Agnes affida ai bambini una conchiglia magica che si riscalda quando qualcuno parla di chi la porta con sé, permettendo di ascoltare tutto quel che si dice. Questo semplice prodigio diventa il fulcro di una catena di eventi: rivela pensieri altrui, guida scelte difficili, porta alla luce problemi familiari e, anni dopo, aiuta il giovane Giles – ormai Cercatore del Re – a rintracciare una nobildonna scomparsa. Lofting intreccia l'avventura con altre importanti tematiche, come la lealtà e l'amicizia, celebrando la magia e le conoscenze femminili perdute come un’arma benefica al servizio di coloro che ne hanno bisogno. Recensione Prima ancora di addentrarsi nell'avventura, Il crepuscolo della magia conquista il lettore con la sua atmosfera. Hugh Lofting costruisce un mondo che sembra appartenere alle grandi fiabe europee, sospeso tra Medioevo e leggenda, in cui la magia non è fatta di formule spettacolari o di battaglie epiche, ma vive negli angoli più nascosti dell'esistenza quotidiana: nelle parole sussurrate dal mare, nella saggezza degli emarginati, nel rapporto autentico tra l'uomo e la natura. Il romanzo si apre con l'incontro dei giovani gemelli Giles e Anne con Agnes, un'anziana venditrice di mele che gli abitanti della città chiamano con disprezzo "la strega". Fin dalle prime pagine emerge uno dei temi più affascinanti del libro: il contrasto tra ciò che la società sceglie di credere e la realtà delle persone che vengono giudicate diverse. Agnes vive ai margini della comunità, in una modesta capanna sulle rive del fiume, accompagnata soltanto dai suoi due straordinari gatti neri e da una conoscenza del mondo che sembra appartenere a un tempo antico. La magia del romanzo non si manifesta mai come qualcosa di oscuro o minaccioso. Al contrario, Hugh Lofting le conferisce un carattere gentile e quasi contemplativo. Agnes non è la classica figura della strega delle fiabe popolari, ma incarna una forma di saggezza antica, fatta di empatia, osservazione e profondo rispetto per ogni creatura vivente. È significativo che siano proprio gli animali a fidarsi di lei e a seguirla ovunque, quasi a suggerire che la natura sia capace di riconoscere ciò che gli uomini, accecati dai pregiudizi, non riescono più a vedere. La narrazione procede con il ritmo delle favole classiche. Giles e Anne non sono semplicemente due bambini protagonisti di un'avventura fantastica, ma rappresentano lo sguardo puro e curioso dell'infanzia, ancora capace di meravigliarsi davanti all'ignoto. I loro dialoghi sono tra gli aspetti più riusciti del romanzo: Giles è più razionale e scettico, mentre Anne si lascia guidare dall'intuito e dalla sensibilità. Il loro rapporto conferisce alla storia una piacevole spontaneità che accompagna il lettore lungo tutto il viaggio. Uno degli elementi che colpiscono maggiormente è la capacità dell'autore di trasformare ambientazioni semplici in luoghi memorabili. La capanna di Agnes diventa uno spazio quasi fuori dal tempo, dove i gatti aiutano ad alimentare il fuoco e gli oggetti più umili sembrano custodire segreti dimenticati. Ancora più suggestiva è la descrizione del cosiddetto "giardino del mare", una spiaggia nascosta tra le rocce che appare come un piccolo regno incantato popolato da conchiglie, stelle marine, anemoni e pozze d'acqua che riflettono il cielo. In queste pagine Hugh Lofting dimostra una straordinaria sensibilità nel descrivere la natura, che non è mai soltanto uno sfondo narrativo ma una vera protagonista della storia. Proprio durante questa escursione fa la sua comparsa uno degli oggetti più affascinanti del romanzo: la Conchiglia Sussurrante. Non si tratta del classico artefatto magico onnipotente presente in molta narrativa fantasy moderna. La sua magia è sottile e originale: permette di ascoltare ciò che viene detto sulla persona che la porta con sé, rivelando pensieri, opinioni e sentimenti che normalmente rimarrebbero nascosti. L'oggetto diventa così un raffinato espediente narrativo attraverso il quale Lofting riflette sull'identità, sulla percezione che gli altri hanno di noi e sul valore della sincerità. L'elemento fantasy si intreccia continuamente con una riflessione sorprendentemente attuale. Il romanzo parla infatti di emarginazione, superstizione e paura del progresso. Gli abitanti della città guardano con sospetto tutto ciò che non comprendono: Agnes viene accusata di stregoneria, mentre Johannes, il filosofo e studioso di alchimia, è costretto a lavorare quasi in segreto per evitare persecuzioni. Attraverso questo personaggio l'autore affronta anche il rapporto spesso conflittuale tra scienza e ignoranza, mostrando quanto il nuovo venga frequentemente osteggiato da una società che preferisce rifugiarsi nelle proprie convinzioni. Particolarmente interessante è il modo in cui Hugh Lofting mette sullo stesso piano magia e conoscenza scientifica. Entrambe suscitano diffidenza perché rappresentano qualcosa che sfugge al controllo comune. La magia del romanzo non è mai sinonimo di potere, ma di comprensione del mondo e delle sue infinite sfumature. È una magia crepuscolare, proprio come suggerisce il titolo, appartenente a un'epoca che sembra lentamente scomparire sotto il peso del conformismo e della paura. Dal punto di vista stilistico, la scrittura è elegante e ricca di immagini evocative. Nonostante sia stata concepita come una fiaba fantastica per giovani lettori, l'opera possiede diversi livelli di lettura che la rendono estremamente piacevole anche per un pubblico adulto. Il ritmo narrativo è volutamente pacato: chi cerca un fantasy ricco di azione continua potrebbe rimanere sorpreso dalla lentezza con cui la storia si prende il tempo di osservare luoghi, personaggi e dialoghi. È però proprio questa scelta a rendere il romanzo così particolare e affascinante. Il crepuscolo della magia è un libro che invita a rallentare, ad ascoltare e a recuperare quella capacità di meravigliarsi che spesso l'età adulta tende a soffocare. La magia raccontata da Hugh Lofting non ha bisogno di grandi effetti scenici perché si manifesta nei gesti di gentilezza, nella fiducia verso gli altri e nella curiosità verso ciò che ancora non conosciamo. Consiglio questo romanzo agli amanti delle fiabe classiche, del fantasy gentile e della narrativa che unisce avventura e riflessione. È particolarmente indicato per chi apprezza autori capaci di raccontare il fantastico con delicatezza e poesia, senza rinunciare a temi profondi come il pregiudizio, il valore della conoscenza e il rapporto tra uomo e natura. Anche i lettori adulti troveranno nelle sue pagine numerosi spunti di riflessione che vanno ben oltre la semplice storia fantastica. Alcune note su Hugh Lofting Hugh John Lofting nasce in Inghilterra, a Maidenhead, una cittadina del Berkshire, il 14 gennaio 1886. Studiò ingegneria civile negli Stati Uniti, al Massachusetts Institute of Technology, e terminò i suoi corsi al Politecnico di Londra. Da ingegnere lavorò in varie nazioni, viaggiando in Africa, nei possedimenti britannici orientali e in Canada. Dal 1912 decise di stabilirsi a New York per coltivare la scrittura a tempo pieno, tuttavia lo scoppio della prima guerra mondiale lo obbligò a tornare in patria, arruolarsi nel reggimento delle Irish Guards (la sua famiglia aveva origini irlandesi) e prestare servizio in prima linea. Combatté nelle trincee di Francia e nelle Fiandre. Ferito gravemente da una granata, fu congedato e tornò negli Usa, ove morì, a Santa Monica, il 26 settembre 1947. Scrisse venti libri, di cui ben quattordici dedicati al personaggio del Dottor Dolittle, col quale ebbe subito successo, fin dal primo romanzo The Story of Dr. Dolittle, pubblicato nel 1920. La sua opera è caratterizzata da un’immaginazione fervidissima e insieme garbata, attraverso la quale si può leggere una coscienza “ecologista” ante litteram, che si accompagna a una feroce critica delle ingiustizie perpetrate dagli uomini e, in particolar modo, alla denuncia dell’inutilità della guerra. Le storie del Dottor Dolittle, non a caso, nascono dalle lettere-racconti che Lofting inviava dal fronte ai propri figli, ed è del 1942 il suo poema pacifista in sette volumi Victory for the Slain (‘Vittoria per i caduti’). TAG: #narrativa_per_ragazzi, #classici, #enrico_de_luca, #hugh_lofting, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Luce del mio occhio (Nicola Brunialti)
Autore: Nivola Brunialti, Francesco Fagnani (illustratore) Editore: Lapis, 2026 Pagine: 208 Genere: Narrativa per bambini e ragazzi Prezzo: € 13.50 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.edizionilapis.it/libro/9791255190899-luce-del-mio-occhio Anteprima: https://www.edizionilapis.it/media/download/9791255190899%20Luce%20del%20mio%20occhio.pdf Trama In un’isola sperduta poco lontano dalla Sicilia vivono i ciclopi: giganti rozzi e rumorosi, convinti da sempre che le donne vadano scelte, rapite e sposate. Nessuno si è mai fatto troppe domande. Nemmeno Fileno, che pure non è esattamente il tipico ciclope: è più piccolo, più impacciato e decisamente meno portato per le botte. Ma è cresciuto con le stesse idee di tutti gli altri. Finché qualcosa va storto. Durante una spedizione in Grecia, suo fratello Yorgo torna con il bottino sbagliato: non una futura sposa, ma Antea, nove anni, amazzone, lingua tagliente e zero intenzione di obbedire. E siccome qualcuno deve occuparsene, indovina a chi tocca? Proprio a Fileno. Costretti a convivere, i due si scontrano, si provocano e si sfidano ogni giorno tra tentativi di fuga, punizioni assurde e scene esilaranti. Ma Antea non è solo un problema da gestire: è una piccola rivoluzione ambulante. Perché non ha paura di dire quello che pensa e, soprattutto, non accetta un mondo in cui qualcuno possa appartenere a qualcun altro. E così, tra una pernacchia e un dito nell’occhio, anche le certezze di Fileno iniziano a vacillare. Divertente, irriverente e pieno di ritmo, Luce del mio occhio è un’avventura che gioca con i miti per raccontare qualcosa di molto attuale: il rispetto, la libertà e il coraggio di cambiare idea. Con illustrazioni a colori che accompagnano una storia capace di far ridere, riflettere e tifare per i personaggi fino all’ultima pagina. Età di lettura: da 8 anni. Recensione Per chi ama le storie che sanno divertire e, allo stesso tempo, mettere in discussione idee considerate immutabili, Luce del mio occhio di Nicola Brunialti è una lettura sorprendente. Arricchito dalle illustrazioni di Francesco Fagnani, il romanzo prende in prestito personaggi e suggestioni della mitologia greca per costruire un'avventura moderna, ironica e intelligente, capace di parlare ai giovani lettori di libertà, uguaglianza e cambiamento senza mai assumere toni didascalici. L'autore ci conduce su un'isola poco distante dalla Sicilia, abitata dai ciclopi, giganti rumorosi e rozzi che vivono seguendo tradizioni tramandate da sempre. Una di queste stabilisce che le donne debbano essere scelte, rapite e sposate, un'usanza che nessuno si è mai sognato di mettere in discussione. In questo contesto cresce Fileno, il più piccolo dei ciclopi, un personaggio tenero e impacciato che accetta il mondo così come gli è stato insegnato, senza chiedersi se possa esistere un'alternativa. L'equilibrio della comunità viene però sconvolto quando, durante una spedizione in Grecia, il fratello di Fileno torna con il "bottino sbagliato": anziché una futura sposa, porta sull'isola Antea, una giovane amazzone dal carattere deciso e combattivo. Antea non è disposta ad adattarsi alle regole dei ciclopi e non ha alcuna intenzione di rinunciare alla propria indipendenza. La sua presenza diventa una vera e propria rivoluzione culturale che costringerà tutti, e in particolare Fileno, a guardare con occhi diversi ciò che hanno sempre considerato normale. Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio il rapporto che nasce tra i due protagonisti. Fileno e Antea sono diversissimi per educazione, carattere e visione del mondo. I loro continui battibecchi, i malintesi e le situazioni comiche che li vedono coinvolti rendono la lettura estremamente piacevole e scorrevole. Brunialti riesce a costruire dialoghi vivaci e momenti divertenti che alleggeriscono temi tutt'altro che banali. Dietro l'umorismo e l'avventura si nasconde infatti una riflessione molto attuale. Il romanzo affronta il tema delle tradizioni e del loro peso sulle nuove generazioni, invitando i lettori a interrogarsi sul valore delle regole che vengono tramandate senza essere mai messe in discussione. Non tutto ciò che è antico è necessariamente giusto e, talvolta, basta l'arrivo di qualcuno che guarda la realtà da un punto di vista diverso per cambiare il modo in cui la osserviamo. La forza di Luce del mio occhio sta proprio nella sua capacità di affrontare argomenti importanti attraverso una narrazione leggera e coinvolgente. Non troviamo sermoni o insegnamenti espliciti, ma personaggi che crescono e imparano a conoscersi, mostrando quanto il confronto con l'altro possa essere prezioso. Fileno rappresenta il lettore che si trova a mettere in discussione le proprie convinzioni, mentre Antea incarna il coraggio di chi non accetta le ingiustizie soltanto perché "si è sempre fatto così". Anche l'ambientazione contribuisce al fascino della storia. L'autore gioca con la mitologia greca in maniera originale e ironica, ribaltando alcuni stereotipi e costruendo un mondo narrativo ricco di situazioni esilaranti. I ciclopi, spesso considerati creature minacciose e primitive, diventano qui protagonisti di una vicenda che li rende buffi, umani e capaci di evolversi. L'elemento mitologico viene utilizzato con grande libertà creativa, offrendo ai giovani lettori un approccio divertente e accessibile a un immaginario senza tempo. Lo stile narrativo è scorrevole e dinamico, perfetto per il pubblico cui il libro è destinato. Le oltre duecento pagine scorrono rapidamente grazie a un ritmo ben calibrato che alterna momenti di comicità, avventura e riflessione. Brunialti dimostra ancora una volta di saper raccontare storie capaci di intrattenere e far pensare, senza mai appesantire la lettura. Questo è un romanzo che parla di amicizia, di crescita personale e del valore del dialogo tra mondi diversi. Ricorda ai lettori che cambiare idea non è una debolezza, ma spesso il primo passo per diventare persone migliori. È una storia che invita a non accettare passivamente ciò che ci viene insegnato, ma ad avere il coraggio di fare domande e di ascoltare chi è diverso da noi. Consigliato ai giovani lettori dagli 8 anni in su, agli amanti dei romanzi d'avventura con un pizzico di mitologia e a chi cerca una storia divertente che affronti con intelligenza temi come il rispetto, l'uguaglianza e la libertà di pensiero. È una lettura che può essere apprezzata anche dagli adulti che amano la narrativa per ragazzi di qualità. Alcune note su Nicola Brunialti Nicola Brunialti è pubblicitario e scrittore. Dopo aver firmato campagne pubblicitarie cult come quella di "Paradiso Lavazza", dal 2010 si dedica a tempo pieno alla scrittura per ragazzi pubblicando romanzi di successo. È stato tra gli autori del programma TV “Chi ha incastrato Peter Pan?”, ha scritto “Dormono tutti”, una ninna nanna per Renato Zero ed è coautore con Simone Cristicchi della canzone “Abbi cura di me”. Incontra ogni anno i suoi numerosi e affezionatissimi lettori in festival letterari e scuole. Alcune note su Francesco Fagnani Francesco Fagnani è nato a Merano nel 1965, inizia a lavorare come autore e disegnatore satirico sul settimanale Cuore. Collabora con Linus, Il Clandestino e il manifesto, Amnesty International, WWF, CGIL, LAV, Associazione Hamelin e molti altri. Oggi si dedica a diversi ambiti dell'illustrazione, indagando il confine tra fumetto, graphic design e ogni altra forma di comunicazione narrativa, e pubblicando con i più importanti editori italiani. TAG: #narrativa_per_bambini_e_ragazzi, #nicola_brunialti, #francesco_fagnani, #voto_cinque

RECENSIONE: Il prestafaccia (Ferdinando Albertazzi, Sebastiano Ruiz Mignone)
Autore: Ferdinando Albertazzi, Sebastiano Ruiz Mignone Editore: Chiaredizioni, 2026 Pagine: 192 Genere: Narrativa italiana, Narrativa per ragazzi Prezzo: € 14.90 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.chiaredizioni.it/prodotto/il-prestafaccia/ Trama Durante una vacanza in Abruzzo, Alberto e Maria trovano in un bosco un cadavere. A indagare è il commissario Lafortezza, uomo burbero ma acuto, capace di scorgere indizi che agli altri sfuggono. Scopre così dei legami tra l’omicidio e un giro di narcotraffico con base in una libreria. Ma nulla è come sembra: la vittima è un prestafaccia, ucciso al posto del gemello. A individuare la vera identità di quello che doveva essere il morto ci pensa Lafortezza. In un’indagine tra scambi di persona, depistaggi e smascheramenti, Il prestafaccia riflette sulla distanza tra ciò che siamo e ciò che mostriamo agli altri. Età di lettura: da 13 anni. Recensione Il prestafaccia è un giallo per ragazzi che riesce a mescolare con equilibrio mistero, indagine e riflessione sull'identità. Scritto da Ferdinando Albertazzi e Sebastiano Ruiz Mignone, il romanzo si inserisce nella narrativa young adult con una trama avvincente che non si limita a proporre un semplice caso poliziesco, ma invita il lettore a interrogarsi sul significato di ciò che mostriamo agli altri e di ciò che, invece, scegliamo di nascondere. La vicenda prende avvio durante una vacanza in Abruzzo, quando Alberto e Maria si imbattono nel cadavere di un uomo all'interno di un bosco. Quello che inizialmente sembra un omicidio apparentemente isolato si rivela ben presto molto più complesso. Entra così in scena il commissario Lafortezza, protagonista indiscusso dell'indagine, un personaggio dal carattere burbero e diretto, ma dotato di un intuito fuori dal comune. È proprio la sua capacità di osservare i dettagli e di andare oltre le apparenze a rendere il romanzo particolarmente coinvolgente. Gli autori costruiscono un intreccio narrativo ricco di colpi di scena, nel quale il lettore viene accompagnato attraverso depistaggi, scambi di persona e collegamenti con un giro di narcotraffico che ha come insolita base operativa una libreria. Un elemento che colpisce immediatamente è proprio l'originalità di alcune scelte narrative: l'accostamento tra il mondo dei libri e quello della criminalità contribuisce a creare un'atmosfera intrigante, capace di mantenere alta la curiosità fino alle ultime pagine. Il titolo del romanzo assume un significato centrale all'interno della storia. La vittima, infatti, è un "prestafaccia", ovvero qualcuno che muore al posto di un'altra persona, nello specifico del proprio gemello. Questo espediente narrativo permette agli autori di sviluppare uno dei temi più interessanti del libro: il rapporto tra identità e apparenza. Chi siamo realmente? Quanto gli altri conoscono la nostra vera natura? È possibile sostituire una persona con un'altra semplicemente attraverso il suo volto? Pur trattandosi di un romanzo destinato ai giovani lettori, Il prestafaccia affronta questioni tutt'altro che superficiali. La riflessione sulla distanza tra ciò che siamo e l'immagine che proiettiamo nel mondo accompagna l'intera vicenda senza mai risultare pesante o didascalica. Al contrario, emerge in modo naturale attraverso l'evoluzione dell'indagine e le scoperte del commissario Lafortezza. Dal punto di vista stilistico, il romanzo si caratterizza per una narrazione scorrevole e dinamica. I capitoli mantengono un buon ritmo e alternano momenti di tensione investigativa a passaggi che consentono di approfondire gli aspetti psicologici dei personaggi. La componente mystery è ben dosata e rende il libro particolarmente adatto anche a quei ragazzi che si avvicinano per la prima volta al genere giallo. Uno degli aspetti più riusciti dell'opera è proprio la figura del commissario Lafortezza. Burbero ma brillante, rappresenta quel tipo di investigatore che conquista il lettore non tanto per atteggiamenti eroici, quanto per la sua capacità di ragionare fuori dagli schemi. È un personaggio credibile e ben costruito, capace di sostenere il peso dell'intera indagine senza oscurare il resto della narrazione. L'ambientazione abruzzese contribuisce inoltre a conferire al romanzo un fascino particolare. I boschi che custodiscono il mistero iniziale diventano il punto di partenza di una storia che si amplia progressivamente, coinvolgendo traffici illeciti e identità nascoste. Gli autori dimostrano una buona capacità nel dosare le informazioni, evitando di svelare troppo presto gli elementi chiave dell'intreccio. Questo libro è quindi molto più di un semplice giallo per ragazzi. È un romanzo che utilizza il mistero come strumento per parlare di identità, inganno e verità. La trama è costruita in modo da stimolare continuamente la curiosità del lettore, mentre i temi affrontati aggiungono profondità alla vicenda senza appesantirla. Consiglio questo romanzo ai lettori dagli undici-tredici anni in su che amano i romanzi gialli e le storie investigative ricche di colpi di scena. È una lettura ideale anche per chi apprezza le vicende costruite attorno agli scambi di identità e ai misteri che si sviluppano poco alla volta. Può essere particolarmente interessante per insegnanti e genitori alla ricerca di una narrativa per ragazzi capace di intrattenere e, al tempo stesso, stimolare una riflessione sul tema dell'identità personale e delle apparenze. Alcune note su Ferdinando Albertazzi Ferdianndo Albertazzi è una figura di spicco nella letteratura per ragazzi, con una lunga carriera segnata da versatilità e impegno educativo. Scrive libri per bambini e adolescenti, anche con tinte noir, in cui affronta temi profondi e complessi. Per Chiaredizioni ha composto Il Natale sbagliato, Messaggio speciale, Neve rossa, L’amore per davvero e Manfri e Teto. I supereroi della playstation. Oltre alla scrittura di libri, collabora con Tuttolibri de «La Stampa», curando una rubrica dedicata alle letture giovanili, e conduce inoltre incontri annuali sulla letteratura per l’infanzia presso l’Università Cattolica di Milano. Alcune note su Sebastiano Ruiz Mignone Sebastiano Ruiz Mignone è nato nelle Langhe e vive a Torino. È stato professore di Lettere, pittore e sceneggiatore cinematografico. Si è dedicato alla letteratura per l’infanzia, scrivendo oltre novanta libri tradotti in quindici paesi. Tra i libri che hanno riscosso maggior successo figurano Guidone Mangiaterra e gli sporcaccioni (Edizioni Piemme), La piccola grande guerra (Edizioni Lapis) e Pelù il goleador (Einaudi). Grande popolarità ha ottenuto poi la serie Il pirata Pastafrolla (Il battello a vapore). Per Chiaredizioni ha scritto Neve Rossa (2023), con Ferdinando Albertazzi, e La città del grande sonno (2025). TAG: #narrativa_italiana, #narrativa_per_ragazzi, #ferdinando_albertazzi, #sebastiano_ruiz_mignone, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Il capro espiatorio (Elisabeth Sanxay Holding)
Autore: Elisabeth Sanxay Holding Traduttore: Paola De Camillis Thomas Editore: Edizioni Le Assassine, 2026 Pagine: 224 Genere: Narrativa straniera, Thriller Prezzo: € 18.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://edizionileassassine.it/prodotto/il-capro-espiatorio/ Trama Jacob Duff sembrerebbe una persona rispettabile, ma dietro quella facciata impeccabile si nasconde un uomo che beve troppo, che mente a sé stesso, che chiama “aiuto” ciò che è dipendenza..Si sente vittima della vita, eppure ha tutto: soldi, prestigio, una moglie giovane che lo ama davvero. Ma non gli basta mai. La sua natura debole e rancorosa lo rode dall'interno. L'insicurezza si trasforma in lui in rabbia, la frustrazione in pretesto per comandare, ferire, punire. E l'alcol è il suo complice: gli dà coraggio, lucidità, la sensazione di essere finalmente all'altezza. A farne le spese è Reggie, la moglie. Ogni suo gesto, anche il più innocuo, diventa un'offesa. Ogni parola, un sospetto. Ogni silenzio, una prova di colpa. Jacob osserva, interpreta, distorce. E più beve, più la sua mente costruisce un nemico. In questo domestic noir feroce e ambiguo, il protagonista scivola in una spirale paranoica che lo trasforma in qualcosa di più oscuro: un uomo che non vede più la realtà, ma solo ciò che teme. E ciò che teme, alla fine, gli costerà caro. Recensione Alcuni romanzi riescono a mantenere intatta la loro forza narrativa anche a distanza di molti anni dalla loro prima pubblicazione, perché affrontano temi universali e profondamente umani. Il capro espiatorio di Elisabeth Holdig Sanxay, appartiene proprio a questa categoria di opere: un domestic noir di grande intensità psicologica che indaga con lucidità le conseguenze della dipendenza, della manipolazione emotiva e dell'incapacità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. La lettura colpisce fin dalle prime pagine per l'atmosfera di costante tensione che permea l'intera vicenda. Non siamo di fronte a un thriller costruito sull'azione o sui continui colpi di scena, bensì a un romanzo che fa della componente psicologica il suo punto di forza. Elisabeth Holdig Sanxay accompagna il lettore all'interno di una relazione matrimoniale destinata a sgretolarsi sotto il peso delle ossessioni, dei sospetti e delle fragilità del suo protagonista. Jacob Duff è un uomo rispettabile agli occhi della società, economicamente agiato e perfettamente inserito nel proprio contesto sociale. Dietro questa facciata, tuttavia, si nasconde una personalità profondamente problematica, segnata dalla dipendenza dall'alcol e da un crescente senso di insicurezza che finisce per alterare il suo modo di percepire il mondo e le persone che lo circondano. L'autrice compie un lavoro straordinario nel delinearne il profilo psicologico, mostrando come le sue debolezze diventino progressivamente il motore di comportamenti manipolatori e autodistruttivi. Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è il modo in cui viene affrontato il tema della responsabilità personale. Jacob è un uomo incapace di riconoscere le proprie colpe e di accettare le conseguenze delle sue scelte. Ogni difficoltà della sua vita sembra trovare una spiegazione esterna, un responsabile diverso da lui stesso. Ha bisogno di individuare qualcuno su cui riversare le proprie frustrazioni e le proprie paure, qualcuno che possa diventare il "capro espiatorio" del titolo. Si tratta di un meccanismo psicologico che l'autrice rappresenta con grande realismo e che rende il romanzo sorprendentemente moderno e attuale. Il rapporto con la giovane moglie Reggie costituisce il cuore emotivo della narrazione. La donna diventa progressivamente il bersaglio delle ossessioni del marito e delle sue continue proiezioni. Nulla di ciò che fa sembra essere interpretato da Jacob in maniera oggettiva: ogni gesto, ogni parola o comportamento viene filtrato attraverso il prisma deformante della paranoia e della gelosia. La sua incapacità di distinguere la realtà dalle proprie convinzioni contribuisce a creare un clima di crescente inquietudine che accompagna il lettore fino alle ultime pagine. La grande abilità dell'autrice consiste proprio nel raccontare le dinamiche della manipolazione psicologica senza mai cadere nell'eccesso o nella spettacolarizzazione. Il male che emerge nel romanzo è subdolo e quotidiano. Non si manifesta necessariamente attraverso gesti clamorosi, ma attraverso un lento e costante deterioramento dei rapporti umani. È proprio questa dimensione domestica a rendere la storia particolarmente disturbante e coinvolgente: il pericolo nasce all'interno delle mura di casa, nel luogo che dovrebbe rappresentare protezione e sicurezza. L'alcolismo di Jacob non è semplicemente un tratto caratteriale del protagonista, ma diventa un elemento centrale della sua identità e della sua progressiva discesa nell'ossessione. L'autrice ne mostra con grande sensibilità le conseguenze psicologiche, evidenziando come la dipendenza possa alimentare fragilità già esistenti e contribuire a deformare il rapporto con sé stessi e con gli altri. Jacob finisce così per costruire una narrazione personale nella quale lui stesso assume costantemente il ruolo della vittima, mentre chi gli sta accanto diventa inevitabilmente il responsabile della sua infelicità. Un altro elemento che rende il romanzo particolarmente interessante è la sua capacità di mettere il lettore in una posizione scomoda. Non ci troviamo di fronte a personaggi completamente buoni o completamente cattivi, ma a figure estremamente umane nelle loro contraddizioni. Jacob è certamente un personaggio difficile da apprezzare, ma proprio la sua complessità psicologica lo rende credibile e narrativamente affascinante. Il lettore assiste al progressivo deterioramento della sua lucidità e comprende come la sua incapacità di guardarsi dentro finisca per travolgere anche le persone che lo amano. L'atmosfera costruita dall'autrice è uno dei punti di maggior pregio dell'opera. La tensione cresce in maniera graduale ma costante, senza mai perdere di efficacia. La sensazione che qualcosa possa precipitare da un momento all'altro accompagna l'intera lettura, contribuendo a rendere il romanzo particolarmente coinvolgente dal punto di vista emotivo. Non servono inseguimenti o scene ad alto tasso di adrenalina quando la vera suspense nasce dalla fragilità della mente umana e dalle sue derive più oscure. Pur essendo stato scritto in un'altra epoca, Il capro espiatorio affronta temi che risultano incredibilmente contemporanei. Le dinamiche tossiche all'interno delle relazioni, la manipolazione emotiva, la dipendenza e il bisogno quasi disperato di attribuire ad altri le proprie responsabilità sono argomenti che continuano a parlare al lettore moderno con sorprendente immediatezza. Si tratta di un romanzo che invita anche a una riflessione più ampia sulla natura dei rapporti umani e sul meccanismo psicologico che ci porta, talvolta, a cercare all'esterno le cause dei nostri fallimenti. Elisabeth Holdig Sanxay dimostra quanto possa essere pericolosa l'incapacità di affrontare le proprie fragilità e come il bisogno di individuare un colpevole possa trasformarsi in una forma di violenza sottile ma devastante. Il capro espiatorio non è soltanto un domestic noir ben costruito, ma anche un raffinato studio psicologico capace di mantenere alta la tensione narrativa senza rinunciare alla profondità dei suoi personaggi. È una lettura intensa, inquietante e sorprendentemente attuale, che lascia nel lettore numerosi spunti di riflessione ben oltre l'ultima pagina. Consiglio questo romanzo agli amanti del noir psicologico e del domestic noir che prediligono l'analisi dei personaggi e delle dinamiche relazionali rispetto all'azione pura. È particolarmente indicato per chi apprezza le storie che affrontano temi come la manipolazione emotiva, la dipendenza e la complessità della mente umana. Chi ha amato i romanzi che esplorano il lato più oscuro dei rapporti familiari e di coppia troverà in questa lettura una narrazione intensa e ricca di sfumature psicologiche. Potrebbe invece risultare meno adatto a chi cerca un thriller dal ritmo serrato o una trama investigativa tradizionale. Alcune note su Elisabeth Sanxay Holding Elisabeth Sanxay Holding è nata nel 1889 a New York, dove ha vissuto e studiato. Nel 1913 sposa George Holding un diplomatico inglese e con lui vive in diversi Paesi del Sud America. Inizialmente scrive romanzi rosa, ma con la crisi del ’29 passa alle storie gialle, più remunerative: tra il 1929 e il 1954 ne scrive diciotto più racconti per le varie riviste. Nel 1949 Raymond Chandler, acclamato scrittore dell’hard-boiled la incorna “migliore scrittrice di suspense”. Muore a New York nel 1955. TAG: #narrativa_straniera, #thriller, #paola_de_camillis_thomas, #elisabeth_sanxay_holding, #voto_cinque

RECENSIONE: Un matrimonio in mare aperto (Sophie Elmhirst)
Autore: Sophie Elmhirst Traduttore: Alessandra Castellazzi Editore: NN Editore, 2026 Pagine: 240 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 19.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.nneditore.it/libro/9791255751373 Trama Nel mezzo del Pacifico, una coppia insolita naviga su una barca comprata con i risparmi di una vita. Maurice è un solitario, impacciato e ossessivo; Maralyn è carismatica e ambiziosa. Li unisce la paura di sprecare i propri giorni e la voglia di fuggire dal mondo ordinario. Ma nel marzo del 1973, una balena emerge dalle acque e squarcia lo scafo, affondando la barca. Ciò che resta è una piccola zattera di gomma, qualche provvista, e loro due, soli insieme nell’oceano selvaggio. Li vediamo escogitare trappole per pesci e tartarughe, raccogliere acqua piovana, imparare ad ascoltare il mare che li ha quasi uccisi e che ora è l’unica risorsa che può tenerli in vita: nemico e salvatore, crudele e generoso, indifferente e pieno di doni. Ma più i giorni passano, più la lotta per sopravvivere diventa anche qualcos’altro: un confronto radicale con il desiderio, la solitudine e la dipendenza reciproca. Basato su documenti, diari e testimonianze, Un matrimonio in mare aperto ricostruisce un’incredibile storia vera trasformandola in un racconto teso e avvincente, dove l’avventura estrema si intreccia a un’indagine lucidissima sul matrimonio e sul fragile equilibrio che tiene unite due vite. Con prosa cristallina, Sophie Elmhirst ci ricorda che si può fuggire dal mondo ma non da se stessi, e che l’unico vero approdo è la persona che abbiamo scelto di amare. Recensione Un matrimonio in mare aperto è uno di quei libri che riescono a superare i confini della semplice narrazione di un'impresa estrema per trasformarsi in una riflessione profonda sulla natura dei rapporti umani. Sophie Elmhirst prende una storia vera e la restituisce al lettore con un equilibrio sorprendente tra rigore documentario e intensità narrativa, dando vita a un racconto che si legge con il coinvolgimento di un romanzo ma conserva tutta la forza della realtà. I protagonisti sono Maurice e Maralyn, una coppia molto diversa per carattere e modo di affrontare la vita. Lui è introverso, metodico, quasi ossessivo; lei è espansiva, determinata e desiderosa di vivere un'esistenza fuori dagli schemi. A unirli è il rifiuto della normalità e il desiderio di inseguire un'esistenza libera dalle convenzioni. Per questo decidono di lasciare tutto alle spalle, acquistare una barca e affrontare il mare aperto. Quella che inizialmente sembra una scelta romantica e coraggiosa si trasforma però in una lotta disperata quando, nel Pacifico, una balena squarcia lo scafo della loro imbarcazione, costringendoli a rifugiarsi su una piccola zattera di salvataggio. Da questo momento il libro cambia pelle. Non racconta soltanto la sopravvivenza fisica, ma soprattutto quella emotiva. Maurice e Maralyn devono imparare a procurarsi il cibo, raccogliere l'acqua piovana, sfruttare ogni minima risorsa disponibile e convivere con la paura costante di non vedere mai più la terraferma. Il mare diventa una presenza assoluta: ostile e generoso allo stesso tempo, capace di togliere tutto ma anche di offrire ciò che serve per continuare a vivere un altro giorno. La forza del libro risiede proprio nel modo in cui Elmhirst evita qualsiasi spettacolarizzazione della tragedia. Le difficoltà non vengono enfatizzate per creare suspense artificiale, ma raccontate con una lucidità che rende ancora più impressionante ciò che Maurice e Maralyn affrontano. Ogni scelta, ogni errore, ogni piccolo successo assume un peso enorme, perché in quelle condizioni la sopravvivenza dipende da dettagli minimi e dalla capacità di non arrendersi. Parallelamente prende forma un'altra storia, forse ancora più interessante: quella del matrimonio. L'isolamento totale costringe la coppia a confrontarsi senza filtri con le proprie fragilità, con i limiti del proprio carattere e con il significato stesso dell'amore. Non ci sono distrazioni, non esistono vie di fuga. Rimangono soltanto due persone costrette a fare affidamento l'una sull'altra mentre tutto intorno è dominato dall'immensità dell'oceano. Il libro mostra come una relazione venga messa alla prova nelle circostanze più estreme, facendo emergere tensioni, paure, incomprensioni ma anche una straordinaria capacità di resistere insieme. La scrittura dell'autrice è elegante, precisa e mai ridondante. Pur trattandosi di una storia costruita attraverso documenti, testimonianze e diari, il racconto mantiene sempre un ritmo coinvolgente. L'autrice riesce a fondere il lavoro di ricerca con una narrazione intensa, senza appesantire il testo con informazioni superflue. Ogni pagina contribuisce a costruire un quadro sempre più completo dei protagonisti e del loro viaggio, facendo sì che il lettore non si limiti a osservare gli eventi, ma finisca per condividerne l'ansia, la speranza e il senso di smarrimento. Un altro aspetto che colpisce è il modo in cui il mare assume quasi il ruolo di un personaggio. Non è soltanto lo scenario della vicenda, ma una forza viva, imprevedibile, capace di influenzare ogni emozione e ogni decisione. L'oceano diventa metafora dell'esistenza stessa: immenso, indifferente, meraviglioso e terribile nello stesso momento. Pur raccontando una vicenda realmente accaduta, il libro riesce ad assumere un valore universale. Parla del bisogno di cambiare vita, della ricerca della libertà, del prezzo che alcune scelte possono comportare e della resilienza dell'essere umano quando tutto sembra perduto. Ma soprattutto riflette sul significato di condividere il proprio cammino con un'altra persona, mostrando come l'amore non sia fatto soltanto di slanci romantici, ma anche di resistenza, fiducia e capacità di affrontare insieme l'ignoto. Il finale lascia una sensazione di profonda riflessione più che di semplice soddisfazione narrativa. È uno di quei libri che continuano a lavorare dentro il lettore anche dopo aver chiuso l'ultima pagina, perché le domande che pone sulla vita, sulle relazioni e sul coraggio non trovano risposte facili. Consiglio questa lettura a chi ama le storie vere raccontate con il ritmo della grande narrativa, a chi è affascinato dai racconti di sopravvivenza, ai lettori che apprezzano i libri in cui il viaggio esteriore coincide con un percorso interiore e a chi cerca una riflessione autentica sul significato del matrimonio e dei legami umani. È una lettura che conquista sia gli amanti della narrativa letteraria sia chi predilige le storie di avventura realmente accadute. Alcune note su Sophie Elmhirst Sophie Elmhirst è una giornalista pluripremiata che scrive regolarmente per The Guardian Long Read e per The Economist; i suoi articoli sono apparsi anche su The New York Times Magazine, The New Yorker e Harper’s Bazaar. Ha vinto il British Press Award come Feature Writer of the Year e un Foreign Press Award. Un matrimonio in mare aperto è il suo esordio letterario ed è stato un caso editoriale internazionale. 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RECENSIONE: Ci basterà mangiare il vento (Gianluca Gotto)
Autore: Gianluca Gotto Editore: Mondadori, 2026 Pagine: 592 Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 22.00 (cartaceo), € 13.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.mondadori.it/libri/ci-bastera-mangiare-il-vento-gianluca-gotto/ Trama Il protagonista di questo romanzo è cresciuto convinto che "casa" possa essere il posto più pericoloso al mondo e che non possa esistere amore senza paura e sofferenza. Ora però, dopo anni di vagabondaggio e di ricerca spirituale, vive a Singapore in un equilibrio all'apparenza perfetto: tai chi all'alba, lavoro da ghostwriter nei café della città, arrampicata in palestra. Conosce a memoria il Dhammapada e si comporta secondo i suoi principi, come un monaco fuori dal tempio. E quando il mondo cerca di turbarlo, si chiude nella sua stanza del vuoto e medita finché non ha lasciato andare ogni sentimento negativo. Sembra esserci riuscito, a tagliare il filo che lo legava alla violenza e al dolore della sua infanzia. Sembra aver spezzato il suo karma familiare, come gli aveva promesso un guru in un ashram indiano. Finché una notte, nell'ascensore di un hotel, incontra Giorgia. Impulsiva, disordinata, incapace di stare da sola, Giorgia rappresenta tutto ciò che lui ha voluto escludere dalla sua vita: le emozioni, il caos, il desiderio, le cose troppo umane, troppo vive. L'amore. E anche se quell'incontro finisce nel modo più inaspettato, nelle sue convinzioni si apre una crepa: a cosa serve dimenticare il dolore del passato se questo significa rifiutare di vivere il presente? Recensione Con Ci basterà mangiare il vento, Gianluca Gotto firma un romanzo che rappresenta un'ulteriore evoluzione del suo percorso narrativo. Pur ritrovando i temi che hanno reso riconoscibile la sua scrittura, la ricerca di sé; il viaggio come esperienza interiore; la spiritualità orientale e il desiderio di una vita più autentica, questa volta l'autore costruisce una storia che affonda con maggiore decisione nelle ferite emotive del protagonista, mostrando come il passato continui a esercitare la propria influenza anche quando crediamo di averlo ormai superato. La vicenda si sviluppa tra Singapore e Torino, due luoghi profondamente diversi che diventano quasi la rappresentazione concreta del mondo interiore del protagonista. Da una parte troviamo una quotidianità costruita con disciplina e controllo, fatta di meditazione, tai chi, lavoro da ghostwriter e una continua ricerca dell'equilibrio; dall'altra emerge il peso di un'infanzia segnata dalla violenza e dalla convinzione che amare significhi inevitabilmente soffrire. Il protagonista ha trascorso anni cercando di allontanarsi dal dolore. Si è convinto di aver reciso ogni legame con il proprio passato, di aver spezzato quel karma familiare che sembrava condannarlo a ripetere sempre gli stessi schemi. Vive seguendo gli insegnamenti del buddhismo, cerca di osservare le emozioni senza lasciarsene travolgere e ha fatto della razionalità spirituale il proprio rifugio. Tuttavia, l'incontro con Giorgia cambia progressivamente il suo equilibrio. Giorgia è l'esatto contrario di ciò che lui rappresenta. È spontanea, impulsiva, disordinata, incapace di imprigionare la vita dentro regole prestabilite. La sua presenza diventa una crepa nelle convinzioni del protagonista, costringendolo a interrogarsi su una domanda fondamentale: è davvero possibile vivere evitando il dolore oppure, nel tentativo di proteggerci dalla sofferenza, finiamo per rinunciare anche alla gioia? È proprio attorno a questo interrogativo che ruota l'intero romanzo. Gotto non costruisce semplicemente una storia d'amore, ma utilizza la relazione tra i due personaggi come strumento per riflettere sulla paura, sull'attaccamento, sull'accettazione dell'imperfezione e sulla necessità di vivere pienamente anche sapendo che tutto, prima o poi, finisce. Uno degli aspetti più riusciti del libro è proprio la caratterizzazione psicologica del protagonista. Le sue paure risultano credibili, così come il continuo conflitto tra il desiderio di lasciarsi andare e quello di mantenere il controllo assoluto sulle proprie emozioni. Non è un eroe né un personaggio idealizzato: è una persona profondamente ferita che ha imparato a sopravvivere costruendo attorno a sé una corazza fatta di filosofia, meditazione e disciplina. Il romanzo mostra con sensibilità come perfino gli strumenti che ci aiutano a guarire possano trasformarsi, se usati come fuga, in una nuova forma di prigionia. Anche Giorgia evita di cadere nello stereotipo della figura salvifica. Non arriva nella vita del protagonista per risolvere i suoi problemi, ma per mettere in discussione le sue certezze. La loro relazione procede attraverso incomprensioni, avvicinamenti e momenti di forte intensità emotiva, mantenendo sempre al centro la crescita personale di entrambi. Lo stile di Gianluca Gotto rimane quello che i suoi lettori conoscono bene: semplice, scorrevole e fortemente orientato alla riflessione. Le pagine scorrono con naturalezza nonostante l'importante mole del romanzo, alternando dialoghi, introspezione e descrizioni che riescono a valorizzare gli ambienti senza risultare ridondanti. Alcuni passaggi assumono quasi il tono di una meditazione, ma vengono inseriti nella narrazione senza interromperne il ritmo. Il titolo stesso, Ci basterà mangiare il vento, assume nel corso della lettura un significato simbolico molto potente. Non rappresenta un invito a vivere di illusioni o a rinunciare alla concretezza, bensì suggerisce la possibilità di trovare una forma di ricchezza diversa, meno legata al possesso e più vicina all'esperienza del presente. È un'immagine poetica che richiama la leggerezza, ma anche il coraggio di affrontare l'incertezza senza pretendere di controllare ogni cosa. Il romanzo affronta temi importanti come il trauma, il rapporto con la famiglia, il bisogno di perdono, la paura dell'abbandono, la ricerca dell'equilibrio interiore e il significato dell'amore autentico. Lo fa senza offrire risposte semplicistiche, preferendo accompagnare il lettore in un percorso di domande che spesso continuano a risuonare anche dopo aver chiuso il libro. Se da un lato alcune riflessioni possono ricordare quelle già presenti nelle opere precedenti dell'autore, in questo romanzo risultano maggiormente integrate nella trama e meno percepite come semplici parentesi filosofiche. La storia acquisisce così una forza narrativa superiore, sostenuta da personaggi che evolvono pagina dopo pagina e da un intreccio emotivo che mantiene vivo l'interesse fino alla conclusione. Questa è una lettura che invita a rallentare e a osservare con sincerità il modo in cui affrontiamo il dolore e le relazioni. È un romanzo che parla di guarigione, ma soprattutto dell'accettazione della fragilità umana, ricordandoci che vivere davvero significa esporsi inevitabilmente alla possibilità di soffrire. Ed è proprio questa vulnerabilità, anziché la perfezione, a rendere autentica l'esperienza dell'esistenza. Consigliato a chi ama i romanzi introspettivi, le storie di crescita personale, i percorsi di rinascita emotiva e le letture che intrecciano narrativa contemporanea e riflessioni sulla spiritualità, senza rinunciare al coinvolgimento sentimentale. Alcune note su Gianluca Gotto Gianluca Gotto nasce a Torino nel 1990. A vent’anni si trasferisce prima in Australia, poi in Canada. Oggi è uno scrittore appassionato di Oriente, scrive articoli e libri mentre viaggia per il mondo, specialmente in Asia. Sul suo blog e sui suoi canali social condivide insegnamenti zen ed esperienze di vita. Nel 2018 ha raccontato la sua storia nel libro Le coordinate della felicità, a cui hanno fatto seguito i romanzi bestseller Come una notte a Bali (2019), Succede sempre qualcosa di meraviglioso (2021), La Pura Vida (2022) e Verrà l’alba, starai bene (2025), il saggio Profondo come il mare, leggero come il cielo (2023) e Quando inizia la felicità (2024). Il suo TEDx “Come essere felici ogni singolo giorno” è tra i più visualizzati di sempre in lingua italiana. TAG: #narrativa_italiana, #narrativa_moderna_contemporanea, #gianluca_gotto, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Il nodo etico. Informazione e valori nella società digitale (Luciano Floridi)
Autore: Luciano Floridi Editore: Raffaello Cortina Editore, 2026 Pagine: 420 Genere: Saggi, Filosofia Prezzo: € 25.00 (cartaceo), € 18.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/luciano-floridi/il-nodo-etico-9788832858822-4708.html Trama La rivoluzione dell’informazione ha trasformato il mondo in profondità e in modo irreversibile. Alla filosofia spetta il compito di capire e indirizzare questa trasformazione. Luciano Floridi sviluppa un originale quadro etico per affrontare le sfide poste dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, dal cui sviluppo e funzionamento dipendono oggi il benessere individuale, collettivo e ambientale. Queste tecnologie influiscono in maniera radicale e diffusa sulle nostre esistenze e sul dibattito etico contemporaneo. I pressanti problemi derivanti dal loro uso costituiscono l’oggetto dell’etica dell’informazione, l’area filosofica che ne indaga l’impatto sulla vita umana, la società e l’ambiente. Recensione Viviamo in un'epoca in cui l'intelligenza artificiale, gli algoritmi, i dati e le piattaforme digitali influenzano ogni aspetto della nostra quotidianità. Eppure, raramente ci fermiamo a riflettere davvero sulle implicazioni etiche di questa trasformazione. È proprio questo il grande merito di Il nodo etico: offrire al lettore gli strumenti per comprendere un cambiamento che non riguarda soltanto la tecnologia, ma il modo stesso in cui concepiamo l'essere umano, la società e la responsabilità morale. Non sorprende, quindi, che questo volume sia stato insignito del Premio Strega Saggistica Internazionale 2026, un riconoscimento che valorizza un'opera capace di affrontare uno dei temi più urgenti del nostro tempo con profondità filosofica e straordinaria chiarezza. Il premio appare pienamente meritato, perché Luciano Floridi riesce in un'impresa tutt'altro che semplice: trasformare una materia complessa in una riflessione accessibile, senza mai banalizzarla. Il sottotitolo, Informazione e valori nella società digitale, chiarisce fin da subito la prospettiva del libro. Floridi non si limita a discutere l'intelligenza artificiale o i rischi delle nuove tecnologie. Il suo obiettivo è molto più ambizioso: costruire un quadro sistematico dell'etica dell'informazione, una disciplina che analizza il modo in cui le tecnologie dell'informazione e della comunicazione modificano la vita delle persone, le relazioni sociali e perfino il nostro rapporto con l'ambiente. Uno degli aspetti più interessanti del saggio è proprio il continuo invito a cambiare prospettiva. L'autore suggerisce che non possiamo più pensare al digitale come a un semplice insieme di strumenti esterni a noi. Viviamo immersi in quella che definisce "infosfera", uno spazio nel quale persone, dati, sistemi digitali e intelligenze artificiali interagiscono continuamente. Questa consapevolezza porta inevitabilmente a nuove domande: chi è responsabile quando una decisione viene presa da un algoritmo? Come si ridefiniscono concetti come libertà, identità e responsabilità? Quali valori devono guidare lo sviluppo delle tecnologie del futuro? Floridi affronta questi interrogativi con un approccio rigoroso ma mai astratto. Pur trattandosi di un'opera filosofica, il libro mantiene sempre un forte legame con la realtà contemporanea. Le riflessioni sull'identità informativa dell'individuo, sulla moralità distribuita, sul cosiddetto "male artificiale" e sul valore intrinseco dell'infosfera non rimangono esercizi teorici, ma diventano strumenti per interpretare problemi che già oggi fanno parte della nostra esperienza quotidiana. Naturalmente non è una lettura veloce né un saggio divulgativo in senso stretto. Richiede attenzione, concentrazione e la disponibilità a seguire un ragionamento articolato. Tuttavia Floridi possiede una rara capacità espositiva: accompagna il lettore passo dopo passo, costruendo un percorso logico che permette anche a chi non possiede una formazione filosofica di orientarsi tra concetti complessi. È uno di quei libri che invitano spesso a fermarsi, rileggere un passaggio e riflettere prima di proseguire. Ciò che ho apprezzato maggiormente è il fatto che il libro non alimenti facili entusiasmi né inutili allarmismi. Oggi il dibattito sull'intelligenza artificiale oscilla frequentemente tra due estremi: chi vede nella tecnologia la soluzione a ogni problema e chi, al contrario, la considera una minaccia inevitabile. Floridi evita entrambe le posizioni. Il suo approccio è molto più equilibrato e convincente: comprendere il cambiamento per poterlo governare responsabilmente. L'etica, in questa prospettiva, non rappresenta un freno all'innovazione, ma la condizione necessaria affinché l'innovazione produca benefici autentici. Anche dal punto di vista della scrittura il volume convince. Lo stile è elegante, preciso e rigoroso, ma mai inutilmente accademico. Ogni capitolo amplia progressivamente la riflessione, permettendo al lettore di cogliere la coerenza dell'intero progetto filosofico. Non si ha mai la sensazione di leggere una semplice raccolta di saggi, bensì un'opera organica, costruita con grande attenzione. Al termine della lettura rimane soprattutto una certezza: le sfide poste dall'intelligenza artificiale e dalla società digitale non possono essere affrontate esclusivamente dagli informatici o dagli ingegneri. Sono questioni che riguardano ciascuno di noi, perché coinvolgono valori, diritti, responsabilità e il modo in cui immaginiamo il futuro delle nostre comunità. Il nodo etico ci ricorda che ogni innovazione tecnologica è, prima ancora, una scelta culturale e morale. È un libro che non offre risposte semplici, ma insegna a porre le domande giuste. Ed è probabilmente questa la qualità più preziosa di un grande saggio. Consiglio Il nodo etico a chi desidera comprendere davvero le implicazioni etiche dell'intelligenza artificiale e della trasformazione digitale, agli studenti e agli studiosi di filosofia, diritto, comunicazione e informatica, ma anche ai lettori curiosi che vogliono andare oltre il dibattito superficiale sull'AI. Non è una lettura leggera, ma rappresenta un investimento culturale importante per chiunque voglia capire il presente e prepararsi alle sfide del futuro. Alcune note su Luciano Floridi Luciano Floridi, una delle voci più autorevoli della filosofia contemporanea, è direttore del Digital Ethics Center e professore nel programma di Scienze cognitive all’Università di Yale. Dal 2021 è professore presso il dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Bologna. Tra i vari premi e riconoscimenti, nel 2022 è stato nominato Cavaliere di Gran Croce OMRI dal presidente Mattarella per il suo lavoro fondamentale in filosofia. Nelle nostre edizioni ha pubblicato La quarta rivoluzione (2017), Pensare l’infosfera (2020), Il verde e il blu (2020), Etica dell’intelligenza artificiale (2022) e Filosofia dell'informazione (2024). TAG: #saggi, #filosofia, #luciano_floridi, #voto_cinque

RECENSIONE: L'altro ispettore. Invisibili (Pasquale Sgrò)
Autore: Pasquale Sgrò Editore: Corbaccio, 2026 Pagine: 288 Genere: Narrativa italiana, Gialli Prezzo: € 18.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.corbaccio.it/libri/laltro-ispettore-invisibili-9791259924285 Trama Nella notte, davanti al Pronto Soccorso di Lucca, un uomo viene lasciato agonizzante e muore poco dopo. Per Domenico Dodaro, ispettore del lavoro, non è una semplice fatalità. Dietro quella morte intravede subito il volto nascosto di un incidente di cantiere coperto in fretta, cancellato per evitare responsabilità e conseguenze. Ma ogni pista si spegne contro silenzi, documenti incompleti e testimonianze che non coincidono. Mentre cerca di ricostruire le ultime ore della vittima, Dodaro viene coinvolto in un secondo caso. A Viareggio, durante l'allestimento di una mostra a Villa Paolina, un uomo perde la vita in quello che sembra un tragico incidente. Anche qui, però, qualcosa non torna. Le due indagini si muovono in ambienti opposti: da una parte il mondo invisibile dei cantieri e del lavoro nero, dall'altra quello elegante e rispettabile dell'arte e della cultura. Eppure Dodaro riconosce la stessa dinamica: responsabilità che si dissolvono, procedure formalmente perfette, ma lo stesso isolamento di chi muore mentre lavora. Forse le due morti non sono collegate, forse lo sono solo nel suo sguardo. Ma è in quella zona grigia che il suo lavoro diventa una scelta personale. E più l'indagine avanza, più Dodaro comprende che il suo compito non è soltanto scoprire la verità. È capire perché, ogni volta che qualcuno muore lavorando, il sistema trovi sempre un modo per voltarsi dall'altra parte. Recensione Con L'altro ispettore. Invisibili, Pasquale Sgrò prosegue il percorso narrativo di Domenico Dodaro senza tradire ciò che aveva reso così convincente L'altro ispettore. Vietato pensare. Se il primo romanzo rappresentava soprattutto l'ingresso del lettore nell'universo umano e professionale dell'ispettore del lavoro, questo secondo capitolo dimostra come il personaggio abbia ancora molto da raccontare e come il progetto dell'autore non si esaurisca nella semplice costruzione di una serie investigativa. La vicenda prende avvio da un episodio che appare subito inquietante: nella notte un uomo viene abbandonato agonizzante davanti al Pronto Soccorso di Lucca e muore poco dopo. Per molti potrebbe trattarsi di un fatto isolato, destinato a essere archiviato come una tragica fatalità. Domenico Dodaro, però, è abituato a guardare oltre le apparenze. La sua esperienza di ispettore del lavoro gli ha insegnato che dietro molte morti apparentemente casuali si nascondono responsabilità, omissioni e verità che qualcuno preferirebbe lasciare nell'ombra. Da questa intuizione prende forma un'indagine che, ancora una volta, supera i confini del classico giallo per trasformarsi in un racconto sulla dignità delle persone e sul prezzo dell'indifferenza. Il titolo Invisibili racchiude perfettamente il cuore del romanzo. Gli invisibili sono coloro che la società tende a non vedere: lavoratori sfruttati, persone fragili, esistenze marginali che acquistano importanza solo quando diventano protagoniste di una tragedia. È un tema che Pasquale Sgrò affronta con grande sensibilità, evitando qualsiasi retorica. L'autore conosce profondamente il mondo che racconta e questa competenza emerge in ogni pagina senza mai trasformare la narrazione in una lezione o in una denuncia fine a sé stessa. I dettagli del lavoro investigativo e quelli relativi alla sicurezza sul lavoro sono inseriti con naturalezza e contribuiscono a dare credibilità all'intera vicenda. Il confronto con L'altro ispettore. Vietato pensare viene quasi spontaneo. Nel primo romanzo il lettore conosceva un Domenico Dodaro segnato dalla perdita della moglie, tornato a Lucca insieme alla figlia Mimì per ricominciare una nuova vita. L'indagine sulla morte della giovane operaia Karina Bogdani rappresentava non solo il motore della storia, ma anche l'occasione per esplorare il tema degli incidenti sul lavoro e delle responsabilità che troppo spesso vengono nascoste dietro parole come "fatalità" o "destino". In quel libro la componente sociale era già molto forte e costituiva uno degli elementi più originali della serie. Invisibili riprende quella stessa sensibilità, ma la sviluppa con maggiore maturità narrativa. Domenico non è più soltanto un uomo che cerca di ritrovare un equilibrio dopo un lutto devastante; è un protagonista ormai definito, con un'identità professionale e personale che gli consente di affrontare le nuove indagini con maggiore consapevolezza. Rimane un personaggio profondamente umano, lontano dagli investigatori infallibili o sopra le righe che popolano molti thriller contemporanei. I suoi dubbi, il suo senso della giustizia e la sua ostinazione nel voler comprendere ciò che gli altri preferiscono ignorare continuano a rappresentare il vero punto di forza della serie. Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio il modo in cui Sgrò costruisce la tensione. Non punta mai sull'effetto spettacolare o sui colpi di scena artificiosi, ma lascia che sia la progressiva scoperta della verità a coinvolgere il lettore. Ogni tassello aggiunge profondità alla vicenda e rende evidente quanto spesso le persone più vulnerabili diventino invisibili agli occhi della collettività finché qualcosa di drammatico non costringe tutti ad accorgersi della loro esistenza. Anche l'ambientazione continua a svolgere un ruolo importante. Lucca non è soltanto lo sfondo dell'azione, ma diventa parte integrante del racconto. La città viene descritta con discrezione, senza eccessi descrittivi, contribuendo a creare un'atmosfera credibile nella quale la quotidianità convive con le ombre dell'indagine. È una scelta narrativa che rende la storia ancora più realistica, perché il male non si manifesta in luoghi eccezionali, ma si annida nella normalità. Lo stile di Pasquale Sgrò conferma le qualità già emerse nel precedente volume. La scrittura è limpida, scorrevole e mai ridondante. L'autore riesce a mantenere un buon equilibrio tra ritmo investigativo, introspezione dei personaggi e riflessione sociale. Non cerca mai di stupire con artifici stilistici, preferendo lasciare spazio ai fatti, ai dialoghi e alle emozioni. È proprio questa apparente semplicità a rendere la lettura così coinvolgente. Ciò che distingue davvero la serie de L'altro ispettore da molti altri gialli italiani è la capacità di utilizzare l'indagine come strumento per raccontare il mondo del lavoro e le sue contraddizioni. Non si tratta semplicemente di risolvere un caso, ma di interrogarsi sul valore della vita umana, sul peso delle responsabilità individuali e collettive e sulla facilità con cui alcune persone vengono dimenticate. Sono riflessioni che accompagnano il lettore ben oltre l'ultima pagina. Chi ha apprezzato L'altro ispettore. Vietato pensare ritroverà in Invisibili la stessa attenzione verso i temi sociali, una narrazione ancora più solida e un protagonista ormai pienamente maturo. Chi invece si avvicina per la prima volta alla serie potrà comunque seguire senza difficoltà la nuova indagine, pur cogliendo ancora meglio le sfumature del personaggio leggendo i due romanzi nell'ordine di pubblicazione. Consiglio L'altro ispettore. Invisibili agli appassionati di gialli italiani che cercano qualcosa di diverso dal classico poliziesco, ai lettori che apprezzano protagonisti credibili e profondamente umani e a chi ama i romanzi nei quali l'indagine diventa anche uno strumento per riflettere su temi sociali attuali. È una lettura indicata anche per chi aveva apprezzato L'altro ispettore. Vietato pensare, perché rappresenta una naturale evoluzione della serie e conferma le qualità narrative di Pasquale Sgrò. Alcune note su Pasquale Sgrò Pasquale Sgrò è nato a Motta San Giovanni in provincia di Reggio Calabria, ma da anni vive e lavora a Lucca. È stato ispettore del lavoro e, dal 2000, è titolare dello Studio Sgro, che si occupa di consulenza nel campo della prevenzione infortuni, igiene del lavoro e aspetti ambientali. Ha scritto Vietato pensare, pubblicato da Corbaccio, il primo romanzo della serie «L’altro ispettore», da cui Rai1 ha tratto una fiction di grande successo e di cui Invisibili è il secondo volume. TAG: #narrativa_italiana #gialli #pasquale_sgrò, #voto_quattro

RECENSIONE: Cemento e sangue (Carlo Calabrò)
Autore: Carlo Calabrò Editore: Marsilio, 2026 Pagine: 288 Genere: Narrativa italiana, Gialli Prezzo: € 17.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/2979648/cemento-e-sangue Trama San Paolo è una città che cresce divorando se stessa, e dove il cemento copre tutto: fiumi, corpi, responsabilità. Everton Barros, trentadue anni, è un cronista svogliato di un grande quotidiano. Una mattina, pedalando lungo il rio Pinheiros, riconosce tra le acque nere il cadavere di Flávio Bloch, eco attivista e amico. La polizia archivia il caso come suicidio. Everton no: decide di indagare, anche se il suo stesso giornale, legato a interessi immobiliari e politici, vorrebbe lasciar perdere. Tre storie si muovono in parallelo: la morte di Bloch; l'omicidio brutale di Leonard Zappavigna, palazzinaro e proprietario di una gelateria; e la scomparsa di Florian Kaufmann, ingegnere svizzero invischiato tra Amazzonia, narcotraffico e politica. A collegarle sembra esserci Donato Abreu, politico neoliberale in ascesa, volto televisivo rassicurante e promotore di un piano di “privatizzazione sociale” volto a trasformare senzatetto e edilizia popolare in un affare. Everton indaga senza protezioni, aiutato da pochi amici e da due giovani gelatai improvvisatisi detective. Intorno al protagonista, dirigenti ambigui, imprenditori senza scrupoli e figure femminili decisive disegnano una rete in cui informazione, potere e profitto diventano inseparabili. Ma più Everton si avvicina alla verità, più capisce che non esiste una storia pubblicabile: ogni rivelazione, infatti, produce ulteriore violenza. Un romanzo teso di stampo civile che usa il noir per raccontare una metropoli costruita sul cemento e sul silenzio, dove la verità ha sempre un prezzo. Pagato dai più deboli. Recensione Cemento e sangue è uno di quei noir che riescono ad andare ben oltre i confini del genere. L'indagine è il motore della narrazione, ma ciò che resta davvero al termine della lettura è la rappresentazione di un sistema in cui il potere assume forme sempre più sofisticate e difficili da combattere. Carlo Calabrò costruisce un romanzo che utilizza il ritmo del thriller per raccontare una realtà profondamente segnata dalla corruzione, dagli interessi economici e dalla progressiva disumanizzazione delle grandi metropoli. L'ambientazione è una San Paolo viva, pulsante e soffocante allo stesso tempo. Non è soltanto uno scenario, ma un organismo che sembra divorare chi la abita. Il cemento che continua ad avanzare, coprendo fiumi, periferie e coscienze, diventa una metafora efficace di un progresso che lascia indietro i più fragili. È proprio questa città a dare forza al romanzo, trasformandosi in un personaggio silenzioso ma costantemente presente. Il protagonista, Everton Barros, è un giornalista che appare inizialmente disilluso, quasi trascinato dagli eventi più che desideroso di cambiarli. Tutto cambia quando riconosce nel rio Pinheiros il corpo dell'amico Flávio Bloch, attivista ambientalista la cui morte viene rapidamente archiviata come suicidio. Everton, però, non riesce ad accettare una spiegazione tanto sbrigativa e decide di approfondire una vicenda che, pagina dopo pagina, si allarga fino a coinvolgere interessi immobiliari, politica, criminalità organizzata e informazione. L'indagine non segue la strada classica del noir tradizionale. Più che inseguire un singolo colpevole, Everton si trova a confrontarsi con un sistema complesso, dove ogni tassello sembra collegarsi a un altro. Alla morte dell'amico si affiancano infatti l'omicidio di un potente imprenditore immobiliare e la misteriosa scomparsa di un ingegnere svizzero legato a progetti in Amazzonia. Le tre vicende si intrecciano progressivamente senza forzature, mostrando come il vero antagonista non sia una persona, ma un intreccio di potere economico e politico capace di manipolare l'informazione e cancellare ogni responsabilità. Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio questo: Calabrò non cerca effetti spettacolari né colpi di scena costruiti artificialmente. La tensione nasce dalla consapevolezza che ogni scoperta porta il protagonista più vicino a una verità che nessuno desidera venga raccontata. Il lettore percepisce costantemente un senso di impotenza, perché comprende che il problema non riguarda soltanto alcuni individui corrotti, ma un'intera struttura che continua ad alimentarsi grazie al silenzio, alla convenienza e all'indifferenza. Lo stile dell'autore è asciutto ma molto evocativo. Le descrizioni della città non rallentano mai il ritmo e riescono invece a rafforzare l'atmosfera di degrado urbano e morale che accompagna tutta la vicenda. L'alternanza tra momenti di indagine, riflessioni sociali e dialoghi mantiene viva l'attenzione senza sacrificare la profondità dei temi affrontati. Particolarmente interessante è anche il modo in cui viene raccontato il giornalismo. Everton non è l'eroe infallibile che combatte contro tutti. È un uomo pieno di dubbi, costretto a fare i conti con una redazione che preferirebbe evitare certe domande e con un contesto in cui cercare la verità può diventare un rischio concreto. Questo rende il protagonista credibile e umano, lontano dagli stereotipi del detective invincibile. Il romanzo affronta questioni estremamente attuali: la speculazione edilizia, il rapporto tra politica e grandi interessi economici, la manipolazione dell'informazione, la devastazione ambientale e le profonde disuguaglianze sociali. Tuttavia non assume mai il tono del saggio o del manifesto ideologico. Tutti questi elementi vengono inseriti nella narrazione con naturalezza, lasciando che siano gli eventi e i personaggi a far emergere il messaggio. Anche i personaggi secondari contribuiscono a dare spessore alla storia. Nessuno appare inserito semplicemente per riempire la scena: ogni figura aggiunge un tassello alla rete di relazioni che sostiene il romanzo e rende ancora più evidente quanto sia difficile distinguere gli alleati dai nemici quando il potere si insinua in ogni ambito della società. Cemento e sangue è quindi un noir civile che rinuncia alla facile spettacolarizzazione della violenza per concentrarsi sulle conseguenze del potere e sulle sue dinamiche più invisibili. È una lettura che intrattiene, ma soprattutto invita a riflettere su quanto sia sottile il confine tra legalità e interesse, tra sviluppo e sfruttamento, tra informazione e propaganda. Pur raccontando una realtà brasiliana, i temi affrontati risultano sorprendentemente universali e finiscono per parlare anche al lettore europeo. È un romanzo che lascia un senso di amarezza, ma anche la soddisfazione di aver letto una storia capace di coniugare tensione narrativa e impegno civile senza perdere equilibrio. Carlo Calabrò dimostra che il noir può ancora essere uno strumento efficace per osservare la società contemporanea e metterne in luce le contraddizioni più profonde. Consiglio questo romanzo a chi ama i noir di forte impronta sociale, i thriller politici e le storie in cui l'indagine rappresenta soprattutto un mezzo per raccontare il funzionamento del potere. È una lettura ideale per chi ha apprezzato romanzi che mettono al centro il giornalismo d'inchiesta, la corruzione e i meccanismi nascosti della politica, più che la semplice ricerca dell'assassino. Meno indicato, invece, per chi cerca un thriller ricco di azione continua o una narrazione costruita esclusivamente sui colpi di scena. Alcune note su Carlo Calabrò Carlo Calabrò è nato a Palermo. Bioingegnere per formazione, sceneggiatore e attore per passione, in un paio di vite precedenti è stato anche consulente, banker e imprenditore tra Parigi e San Paolo. Sposato, due figli, vive e lavora a New York. TAG: #narrativa_italiana, #gialli, #carlo_calabrò, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Cercatori d'infinito. Con i magi, pellegrini verso la luce (Sergio Stevan)
Autore: Sergio Stevan Editore: EDB, 2026 Pagine: 96 Genere: Spiritualità Prezzo: € 10.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://edb.it/libro/9788810901939-cercatori-d'infinito Trama Ci si mette in viaggio per cercare, si cerca per trovare risposte e raggiungere una meta, anche quando non si ha idea di cosa aspettarsi una volta giunti a destinazione. Il significato del viaggio è nel fremito che lo accompagna, nelle nuove domande che sorgono lungo il percorso e che passo dopo passo costruiscono il senso dell’esistenza. Questa domanda di senso che invita irresistibilmente ad avventurarsi lungo percorsi ignoti è un’esperienza che accomuna l’umanità intera da millenni, ha spinto persone e popoli, e duemila anni fa invitò i re magi a mettersi in cammino dall’Oriente per seguire una luce di cui la loro saggezza aveva riconosciuto la verità. Accompagnando l’itinerario dei magi, le riflessioni meditate di Sergio Stevan sui Vangeli della nascita di Gesù guidano ogni lettore alla scoperta dei segni della presenza di Dio, i segni della presenza dell’Amore. Recensione Il viaggio rappresenta una delle immagini più potenti della ricerca umana. Non è soltanto uno spostamento da un luogo a un altro, ma diventa la metafora di un desiderio che attraversa ogni epoca: comprendere il significato della propria esistenza, lasciarsi interrogare dagli eventi e non smettere mai di cercare ciò che dona pienezza alla vita. È proprio da questa intuizione che prende forma Cercatori d'infinito. Con i magi, pellegrini verso la luce, un breve ma intenso volume nel quale Sergio Stevan propone un itinerario spirituale ispirato al cammino dei Magi narrato nei Vangeli della nascita di Gesù. Fin dalle prime pagine emerge chiaramente come l'autore non voglia limitarsi a commentare un episodio evangelico conosciuto da tutti. Il viaggio dei Magi diventa invece una chiave di lettura della condizione umana. Quei sapienti provenienti dall'Oriente non sono presentati come figure lontane nel tempo, ma come uomini animati dalla stessa inquietudine che continua ad abitare il cuore di chiunque senta il bisogno di andare oltre le risposte superficiali. Essi si mettono in cammino seguendo una luce, senza conoscere fino in fondo la meta e senza avere la certezza di ciò che avrebbero trovato. È proprio questa disponibilità a lasciarsi guidare dalla ricerca che costituisce il cuore della riflessione proposta da Stevan. L'autore accompagna il lettore lungo il percorso dei Magi attraverso meditazioni che prendono spunto dai racconti evangelici dell'infanzia di Gesù. Non si tratta di un commento esegetico o di uno studio accademico, ma di una riflessione spirituale che invita a confrontarsi con le domande più profonde dell'esistenza. Il viaggio, la luce della stella, l'incontro con il Bambino, il ritorno per una strada diversa: ogni passaggio assume un valore simbolico e diventa occasione per interrogarsi sul proprio cammino personale. Uno degli aspetti più riusciti del libro è proprio la capacità di trasformare un racconto conosciuto in un'esperienza viva e attuale. I Magi non vengono idealizzati come personaggi irraggiungibili, ma diventano compagni di strada che insegnano il coraggio della ricerca, la disponibilità a cambiare prospettiva e la capacità di riconoscere la verità anche quando si manifesta in forme inattese. La loro vicenda suggerisce che la fede non nasce dall'immobilità, bensì da un continuo movimento interiore, da una ricerca che non teme le domande e che accetta anche l'incertezza come parte del cammino. La scrittura di Sergio Stevan è essenziale, meditativa e scorrevole. Le pagine si leggono con facilità, ma invitano a rallentare il ritmo della lettura per lasciare spazio alla riflessione personale. Non è un testo da divorare rapidamente: ogni capitolo sembra chiedere una pausa, un momento di silenzio nel quale il lettore possa confrontare quanto legge con la propria esperienza di vita. In questo senso il libro riesce a raggiungere il suo obiettivo principale, quello di accompagnare più che di spiegare, di suggerire più che di dimostrare. Molto interessante è anche il modo in cui viene affrontato il tema della ricerca del senso. Stevan ricorda come il desiderio di andare oltre ciò che è immediatamente visibile accompagni l'umanità da sempre. Il viaggio dei Magi diventa così il simbolo universale di ogni uomo e di ogni donna che non si accontentano di risposte facili e continuano a cercare una luce capace di orientare la propria esistenza. La presenza di Dio viene presentata non come qualcosa di imposto, ma come una realtà che si lascia scoprire lungo il cammino, attraverso segni spesso discreti ma profondamente significativi. Naturalmente il volume non ha l'ambizione di affrontare questioni teologiche complesse né di offrire interpretazioni innovative del testo evangelico. La sua forza risiede piuttosto nella semplicità e nell'immediatezza con cui riesce a parlare al lettore contemporaneo. È un libro che privilegia la meditazione personale, proponendo una spiritualità concreta, fatta di ascolto, di domande e di disponibilità a lasciarsi trasformare dall'incontro con il mistero. Anche la brevità dell'opera rappresenta un punto di forza. In poco meno di cento pagine l'autore riesce a costruire un percorso coerente e ricco di spunti, evitando ripetizioni e mantenendo sempre vivo il filo conduttore della ricerca interiore. Ogni riflessione si collega alla successiva con naturalezza, dando l'impressione di accompagnare realmente il lettore lungo un pellegrinaggio spirituale che culmina nell'incontro con la luce che i Magi hanno seguito fin dall'inizio del loro viaggio. Cercatori d'infinito è dunque una lettura che parla soprattutto al cuore. Non cerca effetti spettacolari né soluzioni semplicistiche, ma invita con delicatezza a riscoprire il valore del cammino, delle domande e della ricerca autentica. È un piccolo libro che riesce a trasmettere un messaggio profondo: il senso della vita non si possiede una volta per tutte, ma si costruisce passo dopo passo, lasciandosi guidare da quella luce che continua a chiamare ogni uomo a uscire dalle proprie certezze per aprirsi all'infinito. Consigliato a chi ama la spiritualità cristiana, a chi desidera approfondire il significato evangelico della figura dei Magi, a chi cerca una lettura meditativa durante il tempo di Avvento o Natale, ma anche a tutti coloro che stanno vivendo un periodo di ricerca interiore e desiderano un testo capace di accompagnarli con delicatezza e profondità. Alcune note su Sergio Stevan Sergio Stevan, formatore e accompagnatore spirituale, è autore di numerose pubblicazioni tradotte anche in spagnolo, portoghese, tedesco, francese, inglese e polacco. Ha pubblicato per EDB Gli sguardi di Gesù (2018) e La seconda chiamata (2018). TAG: #spiritualità, #sergio_stevan, #voto_quattro

RECENSIONE: L'estate in cui cambiò tutto (Amy Taylor)
Autore: Amy Taylor Traduttore: Elisabetta Paniccia Editore: Piemme, 2026 Pagine: 336 Genere: Narrativa straniera, Thriller Prezzo: € 19.90 (cartaceo), € 11.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.edizpiemme.it/libri/lestate-in-cui-cambio-tutto/ Trama Emma e Julian arrivano in Grecia per lasciarsi alle spalle tutto ciò che nella loro vita ha smesso di funzionare. Lei cerca un futuro che non riesce a immaginare; lui è prigioniero di un fallimento che fa fatica ad accettare. Sotto il caldo implacabile di Atene, sperano che la distanza possa salvarli. O almeno permettere loro di fingere ancora. Poi incontrano Lena: bellissima, sfuggente, magnetica, sembra offrire la possibilità di riaccendere ciò che tra Emma e Julian si è spento. Ma fin dall'inizio c'è qualcosa in lei che non torna. Più Lena entra nella loro intimità, più la coppia si scopre osservata e vulnerabile. Quello che sembrava un gioco diventa presto un esperimento pericoloso, una prova in cui desiderio, gelosia e controllo si confondono fino a diventare indistinguibili. Mentre Atene si fa sempre più rovente e soffocante, Emma e Julian si ritrovano invischiati nella vita di Lena molto più di quanto avessero previsto. E quando le regole cominciano a saltare, nessuno dei tre può più essere certo di sapere chi sta manipolando chi. Recensione L'estate è spesso il tempo delle partenze, delle pause e delle occasioni che sembrano arrivare per caso. Ma è anche la stagione in cui gli equilibri più fragili possono incrinarsi con maggiore facilità. È proprio su questa sottile linea di confine che si sviluppa L'estate in cui cambiò tutto, romanzo di Amy Taylor, un thriller psicologico che costruisce la propria forza più sulle dinamiche relazionali e sulla tensione emotiva che sui classici colpi di scena. Emma e Julian arrivano ad Atene con l'idea di allontanarsi da una quotidianità che ha ormai messo in evidenza tutte le crepe del loro rapporto. Lei fatica a immaginare il proprio futuro, lui convive con il peso di un fallimento che non riesce ad accettare. La Grecia, con il suo caldo soffocante e la sua luce quasi accecante, sembra offrire loro una possibilità di ricominciare, o almeno di sospendere per qualche tempo le difficoltà che li accompagnano. L'incontro con Lena, una donna affascinante, misteriosa e difficile da decifrare, cambia però completamente la direzione della loro vacanza e, soprattutto, della loro relazione. Fin dalle prime pagine emerge come il vero centro del romanzo non sia tanto ciò che accade, quanto il modo in cui i personaggi reagiscono agli eventi. Amy Taylor costruisce una narrazione che mette continuamente in discussione la fiducia, il desiderio e la percezione della realtà. Lena entra nella vita della coppia quasi con naturalezza, ma la sua presenza diventa progressivamente sempre più invasiva, fino a trasformare un'apparente occasione di libertà in un pericoloso gioco psicologico in cui manipolazione, gelosia e controllo si intrecciano senza lasciare punti di riferimento certi. Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio questa costante sensazione di instabilità. Il lettore è portato a domandarsi di continuo chi stia realmente conducendo il gioco e quali siano le intenzioni dei protagonisti. Nessuno appare completamente trasparente e ogni dialogo sembra nascondere qualcosa di non detto. È un meccanismo che alimenta la suspense senza ricorrere a un'azione frenetica, ma facendo leva sulle emozioni, sui silenzi e sulle ambiguità. L'ambientazione ateniese contribuisce in maniera determinante alla riuscita della storia. Il caldo estivo non è soltanto uno sfondo suggestivo, ma diventa un elemento narrativo che amplifica il senso di oppressione e di disagio. La città sembra riflettere lo stato emotivo dei protagonisti: luminosa in superficie, ma attraversata da una tensione crescente che rende ogni incontro potenzialmente destabilizzante. È un'atmosfera che accompagna il lettore fino alle ultime pagine, mantenendo costante la sensazione che qualcosa possa precipitare da un momento all'altro. Amy Taylor dimostra una notevole capacità nell'analizzare le fragilità dei rapporti di coppia. Il romanzo parla di amore, ma soprattutto delle sue zone d'ombra: della difficoltà di comunicare, della paura dell'abbandono, del bisogno di controllo e di quanto sia sottile il confine tra attrazione e dipendenza emotiva. In questo senso, il thriller diventa anche uno studio psicologico sulle relazioni contemporanee, mostrando come l'intimità possa trasformarsi in uno spazio di vulnerabilità anziché di protezione. La scrittura è elegante e coinvolgente, capace di alternare momenti di apparente calma a improvvise accelerazioni narrative. Non cerca effetti spettacolari, ma costruisce la tensione con pazienza, attraverso dettagli, sguardi e piccoli cambiamenti nei rapporti tra i personaggi. È una scelta che richiede al lettore attenzione, ma che rende la lettura particolarmente immersiva. Chi si aspetta un thriller ricco di inseguimenti o continui colpi di scena potrebbe rimanere sorpreso, perché il romanzo punta soprattutto sull'analisi psicologica e sull'ambiguità morale dei protagonisti. È proprio questa caratteristica, però, a renderlo originale e diverso da molte pubblicazioni dello stesso genere. La suspense nasce dall'incertezza, dalla continua ridefinizione dei ruoli e dall'impossibilità di capire fino in fondo di chi ci si possa davvero fidare. L'estate in cui cambiò tutto è quindi una lettura intensa, capace di trasformare una vacanza apparentemente ordinaria in un viaggio nelle fragilità dell'animo umano. È un romanzo che parla di desiderio, manipolazione e identità, mostrando quanto facilmente possano cambiare le dinamiche tra le persone quando entrano in gioco insicurezze, attrazione e bisogno di essere riconosciuti. Consigliato a chi ama i thriller psicologici, le storie costruite sulle tensioni relazionali, i personaggi complessi e le atmosfere cariche di inquietudine più che l'azione pura. È una lettura ideale anche per chi apprezza romanzi in cui il confine tra vittima e carnefice rimane sfumato fino alla fine. Alcune note su Amy Taylor Amy Taylor È una scrittrice e sceneggiatrice australiana. L’estate in cui cambiò tutto, suo primo romanzo pubblicato in Italia, sarà presto un film con Sebastian Stan e Vanessa Kirby. TAG: #narrativa_straniera, #thriller, #elisabetta_paniccia, #amy_taylor, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: L'arte di respirare. La nuova scienza per rieducare un gesto naturale. Nuova edizione (James Nestor)
Autore: James Nestor Traduttore: Terersa Albanese Editore: Aboca Edizioni, 2026 Pagine: 382 Genere: Saggi, Benessere Prezzo: € 24.00 (cartaceo), € 14.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://abocaedizioni.it/libri/il-cespuglio/ Trama L’alimentazione, l’esercizio fisico, la resilienza dei nostri geni, il fatto che siamo magri, giovani o saggi: niente di tutto questo importa se non respiriamo in modo corretto. La colonna mancante della salute è il respiro. Tutto parte da lì. Non c’è niente di più essenziale per la nostra vita che respirare: prendere aria e lasciarla uscire, per venticinquemila volte al giorno. Sembrerebbe banale eppure gli esseri umani, come specie, hanno perso la capacità di respirare correttamente, compromettendo così la propria salute. Per avere un’idea di come la respirazione sia considerata dalla medicina moderna, pensate all’ultima visita a cui vi siete sottoposti. Molto probabilmente il medico vi avrà misurato la pressione, la frequenza cardiaca e la temperatura, ma è facile che non vi abbia mai controllato la frequenza respiratoria e l’equilibrio tra ossigeno e anidride carbonica nel flusso sanguigno. Il giornalista scientifico James Nestor ha viaggiato per il mondo per capire cosa sia andato storto in questo approccio e, dopo minuziose ricerche, ha trovato delle risposte sorprendenti: e non le ha trovate, come ci si aspetterebbe, soltanto nei laboratori di pneumologia… Malattie come asma, ansia, disturbo da deficit di attenzione, psoriasi potrebbero essere alleviate o fatte regredire semplicemente cambiando il modo in cui inspiriamo ed espiriamo. Sì, la respirazione ci permette di agire sul sistema nervoso, controllare la risposta immunitaria, ripristinare la nostra salute e ci aiuterà a vivere più a lungo. Cambiare il modo in cui respiriamo ci aiuterà anche a migliorare le nostre prestazioni sportive. Dopo aver conosciuto “polmonauti” che hanno usato la respirazione per raddrizzare colonne vertebrali scoliotiche, smussare disturbi cronici e riscaldarsi a temperature sotto lo zero capiremo che niente di tutto ciò dovrebbe essere possibile, eppure, come vedrete, lo è. Recensione Esistono libri che si limitano a trasmettere informazioni e altri che, una volta chiusi, modificano il modo in cui osserviamo un gesto quotidiano. L'arte di respirare appartiene senza dubbio alla seconda categoria. James Nestor parte da una domanda apparentemente semplice, stiamo respirando nel modo giusto?, e costruisce attorno a essa un viaggio che attraversa fisiologia, antropologia, storia della medicina, evoluzione umana e ricerca scientifica contemporanea. Il risultato è un saggio divulgativo che riesce a essere coinvolgente come un racconto di viaggio e rigoroso come un'inchiesta giornalistica. Questa nuova edizione, arricchita da contenuti inediti, conferma il valore di un'opera che negli anni è diventata un punto di riferimento internazionale nel panorama della divulgazione scientifica dedicata alla salute respiratoria. Pur mantenendo l'impianto originale, l'edizione aggiornata rende ancora più evidente l'intenzione dell'autore: non proporre una formula magica, ma invitare il lettore a riscoprire una funzione biologica che troppo spesso viene data per scontata. Fin dalle prime pagine Nestor racconta come la respirazione sia il fondamento sul quale poggiano moltissimi aspetti della salute. La frase riportata anche nella quarta di copertina sintetizza perfettamente il cuore del libro: alimentazione, attività fisica e patrimonio genetico perdono parte della loro efficacia se il respiro non funziona come dovrebbe. È un'affermazione forte, che l'autore cerca di sostenere intrecciando dati scientifici, testimonianze, esperimenti personali e ricerche provenienti da discipline diverse. La struttura del volume accompagna il lettore in un percorso progressivo. La prima parte, significativamente intitolata "L'esperimento", si apre con il capitolo La peggiore respirazione nel regno animale, nel quale Nestor riflette sull'evoluzione dell'uomo e sulle particolari caratteristiche del nostro apparato respiratorio. Segue il capitolo dedicato alla respirazione orale, uno degli argomenti più noti del libro, nel quale vengono analizzate le differenze tra respirare con la bocca e respirare con il naso, attraverso studi scientifici ma anche grazie all'esperienza diretta dell'autore. La seconda parte, "L'arte e la scienza perdute della respirazione", rappresenta probabilmente il cuore dell'opera. I capitoli dedicati al naso, all'espirazione, alla respirazione lenta, al concetto di respirare meno e persino alla masticazione mostrano quanto funzioni corporee apparentemente indipendenti siano invece strettamente collegate. È particolarmente interessante il capitolo Masticare, nel quale viene approfondito il rapporto tra l'evoluzione dell'alimentazione moderna, la conformazione del volto e la qualità della respirazione. Si tratta di uno degli aspetti più originali del libro, perché mette in relazione anatomia, evoluzione e stile di vita con una chiarezza che rende accessibili anche argomenti complessi. La terza parte, "Respirazione extra", amplia ulteriormente la prospettiva affrontando tecniche respiratorie differenti, esercizi di trattenimento del respiro e modalità respiratorie che spaziano da pratiche tradizionali a protocolli studiati in ambito sportivo e clinico. I capitoli Ogni tanto, di più, Trattenere e Veloce, lento e per niente mostrano come il respiro possa essere modulato in funzione di obiettivi diversi, senza mai perdere di vista la necessità di distinguere ciò che è supportato da evidenze scientifiche da ciò che richiede ancora ulteriori conferme. Uno dei maggiori punti di forza del libro è proprio l'equilibrio narrativo. Nestor non scrive come uno scienziato chiuso in laboratorio, ma come un giornalista curioso disposto a mettersi personalmente alla prova. Il lettore segue i suoi incontri con medici, ricercatori, atleti, istruttori di tecniche respiratorie e studiosi provenienti da differenti parti del mondo. Questo continuo alternarsi tra racconto personale e divulgazione rende la lettura sorprendentemente fluida nonostante la quantità di informazioni contenute. L'autore affronta anche discipline antiche come il Pranayama, il Tummo e altre pratiche respiratorie tradizionali, cercando di comprenderle alla luce delle conoscenze scientifiche moderne. Non tutto viene presentato come una verità assoluta: il libro invita piuttosto a riflettere sul fatto che alcune intuizioni sviluppate secoli fa possano trovare oggi spiegazioni fisiologiche sempre più solide. Naturalmente, proprio questa ampiezza di prospettiva rappresenta anche uno degli aspetti più discussi dell'opera. Nel mondo anglosassone il libro ha ricevuto un'accoglienza estremamente positiva per la sua capacità divulgativa e per l'abilità con cui riesce a trasformare un argomento apparentemente banale in una lettura appassionante. Diverse recensioni internazionali hanno elogiato il modo in cui Nestor combina esperienza personale, storia della medicina e dati scientifici, rendendo accessibili temi complessi anche ai non specialisti. Accanto agli apprezzamenti, non sono mancate alcune critiche da parte di studiosi e recensori, che hanno invitato a mantenere un approccio prudente verso alcune conclusioni considerate più ambiziose rispetto alle prove disponibili. È una discussione che lo stesso lettore percepisce durante la lettura: Nestor propone numerosi studi e casi di ricerca, ma alcuni argomenti risultano inevitabilmente ancora oggetto di dibattito nella comunità scientifica. Questo, però, non diminuisce il valore divulgativo del volume; semmai ricorda che la scienza procede attraverso verifiche continue e che molte delle ipotesi più interessanti richiedono ulteriori conferme. Dal punto di vista stilistico, L'arte di respirare è un esempio riuscito di divulgazione contemporanea. Il linguaggio è semplice senza essere semplicistico, i capitoli sono costruiti come tappe di un'indagine e ogni argomento viene introdotto attraverso episodi concreti che mantengono alta l'attenzione del lettore. Anche quando affronta biochimica, fisiologia o anatomia, Nestor evita tecnicismi inutili e preferisce spiegazioni chiare, accompagnate da esempi facilmente comprensibili. Molto utile, soprattutto in questa edizione, è anche la presenza delle appendici dedicate ai metodi di respirazione e alle soluzioni aggiuntive, che trasformano il libro in uno strumento di consultazione oltre che in un saggio da leggere dall'inizio alla fine. Non si tratta semplicemente di una raccolta di esercizi, ma di un completamento naturale del percorso sviluppato nei capitoli precedenti. L'aspetto che rimane maggiormente impresso, una volta conclusa la lettura, è forse proprio il cambio di prospettiva. Dopo aver letto il libro è difficile continuare a considerare il respiro come un gesto automatico e privo di importanza. Ogni inspirazione ed espirazione acquistano un significato diverso, perché il lettore comprende quanto questa funzione sia intrecciata con il sonno, lo stress, l'attività fisica, la postura, la struttura del volto e, più in generale, con il benessere quotidiano. Questa edizione conferma quindi l'attualità di un libro che continua a stimolare curiosità e riflessione. Non offre soluzioni miracolose né pretende di sostituire il parere medico, ma invita a osservare con maggiore attenzione uno degli aspetti più essenziali della nostra esistenza. È un'opera che riesce a coniugare ricerca, esperienza personale e capacità narrativa con grande efficacia, dimostrando come la migliore divulgazione scientifica sia quella capace di suscitare domande prima ancora di fornire risposte. L'arte di respirare è consigliato a chi ama la divulgazione scientifica ben scritta, a chi è interessato al benessere, alla fisiologia e alla medicina preventiva, agli sportivi, agli insegnanti di discipline corporee e a tutti quei lettori che desiderano comprendere meglio il funzionamento del proprio organismo attraverso un approccio interdisciplinare. È indicato anche per chi cerca un saggio capace di unire rigore, curiosità e piacevolezza narrativa, purché lo si affronti con spirito critico e con la consapevolezza che alcune delle ipotesi presentate sono ancora oggetto di ricerca. Alcune note su James Nestor James Nestor, scrittore e giornalista scientifico americano, ha collaborato con “The New York Times”, “The Atlantic”, “Scientific American”. L’arte di respirare è uscito il 26 maggio 2020 negli Stati Uniti ed è diventato immediatamente un fenomeno editoriale. Pubblicato in 44 lingue, ha venduto più di 3 milioni di copie, scalando le classifiche dei libri più venduti di tutto il mondo. TAG: #saggi, #benessere, #teresa_albanese, #james_nestor, #voto_cinque

RECENSIONE: La custode dei sogni (Coia Valls)
Autore: Coia Valls Traduttore: Anna Massera, Francesca Da Re Editore: Libreria Pienogiorno, 2026 Pagine: 416 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 19.90 (cartaceo), € 12.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.pienogiorno.it/libro/9791282435222 Trama A certi sogni non basta essere sognati. Vanno difesi a ogni costo, custoditi come la più preziosa delle gemme, e tramandati quando chi li ha ideati non c’è più. Con la loro dedizione silenziosa e una forza a lungo sminuita, cinque generazioni di donne coraggiose diventano le depositarie dei segreti della più visionaria opera della contemporaneità, la Sagrada Familia, e del suo genio creatore, Antoni Gaudí. Dalla piccola Anna, che si aggira tra le fondamenta del tempio a portare il pranzo a suo padre, a Mercé, che diventerà maestra nella scuola voluta da Gaudí per dare un futuro ai figli degli operai; da Maria, che ricerca per sé una nuova strada mentre il mondo sprofonda nella violenza, ad Anna Maria, guida turistica dei giorni nostri, un filo rosso tutto femminile avvolge i sogni di una delle più ambiziose costruzioni della modernità, erede delle grandi cattedrali medievali e custode delle speranze di milioni di persone. Recensione La custode dei sogni è un romanzo che si presenta fin dalle prime pagine come una grande saga storica e familiare, in cui il filo della memoria femminile si intreccia con uno dei simboli architettonici più iconici della modernità: la Sagrada Familia di Antoni Gaudí. Non si tratta semplicemente di un romanzo ambientato nella storia, ma di un racconto che usa la storia come materia viva, pulsante, capace di attraversare le generazioni e trasformarsi in eredità emotiva e culturale. Il cuore del libro è una lunga linea temporale che segue cinque generazioni di donne, tutte legate in modo diretto o indiretto al cantiere e al destino della celebre basilica. La narrazione si apre con la piccola Anna, che si muove tra le fondamenta del tempio portando il pranzo al padre, immersa in un mondo che sta letteralmente prendendo forma sotto i suoi occhi. Da lì, il romanzo si espande come un mosaico, passando attraverso figure femminili diverse ma unite da una stessa responsabilità invisibile: custodire ciò che altri hanno sognato. Una delle evoluzioni più significative è quella di Mercè, che diventa maestra nella scuola voluta da Gaudí per i figli degli operai. Qui il romanzo mostra con particolare sensibilità il rapporto tra progresso, educazione e dignità sociale, inserendo la dimensione architettonica dentro una realtà umana concreta, fatta di bisogni, speranze e disuguaglianze. La Sagrada Familia non è soltanto un edificio in costruzione, ma un organismo che influenza la vita delle persone che le gravitano attorno. Con Maria e poi con Anna Maria, il racconto si sposta progressivamente verso epoche più recenti, attraversando periodi segnati da guerre, violenze, epidemie e rinascite. La struttura a più livelli temporali permette al romanzo di restituire non solo l’evoluzione di una famiglia, ma anche quella di un intero mondo che cambia. Ogni donna diventa una custode non solo dei sogni di Gaudí, ma anche delle proprie aspirazioni, spesso soffocate o rimandate, sempre però resilienti. Uno degli elementi più forti del romanzo è proprio il concetto di “custodia”: custodire i sogni significa proteggerli dal tempo, dalla distruzione, dall’oblio. La Sagrada Familia diventa così una metafora potente della continuità tra generazioni, un’opera che non appartiene mai davvero a un singolo momento storico, ma si costruisce lentamente attraverso la somma di molte vite. Lo stile narrativo privilegia una scrittura ampia, descrittiva, che alterna momenti più intimi a sezioni in cui la storia collettiva prende il sopravvento. Il lettore viene accompagnato dentro una dimensione corale, in cui la grande Storia e le piccole storie personali si rispecchiano continuamente. Non è un romanzo d’azione, ma di stratificazione: emozioni, memorie e luoghi si sovrappongono come livelli di una stessa architettura narrativa. Particolarmente interessante è il modo in cui il libro lega il destino delle protagoniste alla costruzione della Sagrada Familia, non solo come sfondo, ma come presenza viva. L’opera di Gaudí diventa quasi un personaggio essa stessa: incompiuta, mutevole, simbolo di un’idea di bellezza che richiede tempo, sacrificio e dedizione collettiva. Il romanzo lascia emergere anche un forte senso di fragilità umana: incendi, guerre e difficoltà storiche non sono semplici eventi esterni, ma forze che modellano le vite delle protagoniste. Eppure, in mezzo a queste fratture, resta costante l’idea che qualcosa possa essere tramandato, che i sogni possano sopravvivere se qualcuno decide di farsene carico. Si tratta dunque di una storia di eredità, ma anche di identità femminile, di resistenza silenziosa e di legami che attraversano il tempo senza spezzarsi. Il libro è consigliato a chi ama i romanzi storici ampi e stratificati, le saghe familiari al femminile e le storie in cui arte, architettura e vicende umane si intrecciano profondamente. È ideale per chi apprezza narrazioni lente, evocative e ricche di dettagli, in cui il tempo stesso diventa parte del racconto. Alcune note su Coia Valls Coia Valls è scrittrice di bestseller internazionali, drammaturga, vicedirettrice della Escola de Lletres di Tarragona, è stata insignita di numerosi riconoscimenti, tra cui il premio Nèstor Luján e il premio dei lettori de L’Illa dels Llibres. La custode dei sogni viene pubblicato nelle principali lingue. TAG: #narrativa_straniera #narrativa_moderna_contemporanea, #anna_massera, #francesca_da_re, #coia_valls, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Non se l'aspettava (Shari Lapena)
Autore: Shari Lapena Traduttore: Costanza Prinetti Castelletti Editore: Bollati Boringhieri, 2026 Pagine: 336 Genere: Narrativa straniera, Thriller Prezzo: € 18.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.bollatiboringhieri.it/libri/shari-lapena-non-se-laspettava-9788833946337/ Trama Bryden e Sam hanno tutto ciò che una giovane coppia può desiderare: carriere di successo, un elegante appartamento in un condominio di lusso, amici che li sostengono e una figlia adorata. La vita perfetta per la coppia perfetta. Ma un pomeriggio, Sam riceve una telefonata in ufficio. Bryden, che quel giorno lavora da remoto, non è andata a prendere la figlia all'asilo. Tornato a casa con la bambina, Sam trova l'auto della moglie nel garage sotterraneo. Al piano di sopra, nel loro appartamento, il suo computer portatile è aperto sul tavolo, il cellulare è lì vicino e le chiavi sono al solito posto nell'ingresso. Ma Bryden non si vede da nessuna parte. È come se se ne fosse semplicemente andata. Come ha potuto scomparire da casa sua? Ed è davvero uscita da quell'edificio? Man mano che i minuti passano – e i dubbi sulle loro frequentazioni crescono – la vita di Bryden e Sam sembra un po' meno perfetta, il loro lussuoso condominio un po' meno sicuro, gli amici, i vicini di casa e i parenti non più così affidabili. Recensione Shari Lapena è sicuramente una delle autrici più solide nel panorama del thriller psicologico contemporaneo. Con Non se l'aspettava costruisce una storia che prende avvio da una situazione tanto semplice quanto inquietante: una donna scompare nel nulla durante una normale giornata di lavoro da casa, lasciandosi alle spalle cellulare, chiavi, computer acceso e automobile parcheggiata nel garage del condominio. Non ci sono segni di colluttazione, non c'è un biglietto, non esiste una spiegazione immediata. Da quel momento in poi ogni certezza viene progressivamente demolita. Bryden e Sam rappresentano la classica coppia apparentemente perfetta. Hanno un buon lavoro, una figlia piccola, una casa elegante in un moderno complesso residenziale e una vita che, vista dall'esterno, sembra il risultato di anni di sacrifici ben ripagati. Lapena parte proprio da questa immagine di serenità per dimostrare quanto possa essere fragile. La scomparsa di Bryden non mette soltanto in moto un'indagine di polizia, ma incrina tutte le relazioni che ruotano attorno alla coppia, trasformando amici, vicini di casa e familiari in potenziali custodi di verità nascoste. Il vero punto di forza del romanzo è la costruzione della tensione. L'autrice non punta sulla spettacolarità o sull'azione continua, ma preferisce alimentare un senso di inquietudine crescente. Ogni capitolo aggiunge un dettaglio, un dubbio o una nuova prospettiva che costringe il lettore a rimettere continuamente in discussione le proprie convinzioni. Quella che inizialmente sembra una semplice indagine sulla scomparsa di una donna si trasforma progressivamente in un mosaico di segreti personali, tradimenti, rancori e rapporti logorati dal tempo. Uno degli aspetti più riusciti è la coralità della narrazione. Lapena non concentra tutta l'attenzione soltanto sulla coppia protagonista, ma amplia il campo mostrando come ogni personaggio custodisca qualcosa che preferirebbe non rivelare. Nessuno appare completamente trasparente e proprio questa continua oscillazione tra innocenza e sospetto rende difficile individuare la direzione della storia. Anche quando sembra di aver trovato una spiegazione convincente, emerge un nuovo elemento che ribalta la prospettiva. L'ambientazione contribuisce in maniera determinante alla riuscita del romanzo. Il condominio di lusso nel quale vive la famiglia Frost diventa quasi un microcosmo chiuso, dove tutti si osservano, si incrociano negli ascensori e nei corridoi, ma in realtà conoscono ben poco della vita degli altri. È uno spazio che dovrebbe trasmettere sicurezza e invece diventa sempre più opprimente, quasi claustrofobico, man mano che l'indagine procede. Lapena riesce così a trasformare un luogo ordinario in uno scenario perfetto per alimentare il sospetto. Molto interessante è anche il modo in cui il romanzo affronta il tema delle apparenze. Quasi ogni personaggio mostra una distanza tra l'immagine pubblica e ciò che realmente prova o nasconde. Il matrimonio di Bryden e Sam, che all'inizio sembra stabile e felice, viene progressivamente osservato sotto una luce diversa, mentre emergono dinamiche familiari più complesse di quanto si potesse immaginare. Allo stesso tempo anche i rapporti di amicizia e quelli tra fratelli vengono messi alla prova, ricordando quanto sia difficile conoscere davvero chi ci sta accanto. L'indagine condotta dalla detective Jayne Salter mantiene un buon equilibrio tra intuizione investigativa e paziente ricostruzione dei fatti. L'autrice evita scorciatoie narrative e preferisce seguire il lento accumularsi degli indizi, dando spazio sia al lavoro della polizia sia alle inevitabili speculazioni che si diffondono nella comunità. In questo contesto trova spazio anche una riflessione sul crescente interesse per il true crime e sul modo in cui opinioni, sospetti e teorie possano moltiplicarsi rapidamente, influenzando la percezione dei fatti ben prima che emerga la verità. Dal punto di vista dello stile, Lapena rimane fedele alla propria cifra narrativa. La scrittura è essenziale, scorrevole e priva di inutili digressioni. I capitoli brevi imprimono un ritmo sostenuto e rendono la lettura estremamente fluida. È uno di quei romanzi che spingono naturalmente a leggere ancora un capitolo, perché ogni risposta ottenuta apre immediatamente nuovi interrogativi. Chi conosce già l'autrice ritroverà molti degli elementi che hanno decretato il successo dei suoi libri: la normalità che improvvisamente si trasforma in incubo, le famiglie imperfette, i segreti custoditi dietro una facciata rispettabile e la continua sensazione che nessuno sia realmente innocente. Pur seguendo questa formula ormai consolidata, Non se l'aspettava riesce comunque a mantenere viva l'attenzione grazie a una trama ben orchestrata e a una gestione efficace dei sospetti, che accompagna il lettore fino alle ultime pagine. Non è un thriller che punta sulla violenza o sull'azione sfrenata. Il suo interesse risiede soprattutto nell'aspetto psicologico e nella capacità di insinuare il dubbio, facendo nascere il sospetto nei confronti di quasi tutti i personaggi. Per questo motivo la lettura coinvolge soprattutto chi ama ricostruire gli indizi insieme agli investigatori, cercando di anticipare una soluzione che, come spesso accade nei romanzi di Lapena, si rivela meno scontata di quanto possa sembrare. Non se l'aspettava è una lettura consigliata agli appassionati di thriller psicologici e domestic thriller, a chi ama i misteri costruiti sulle dinamiche familiari, sui segreti e sui continui cambi di prospettiva. È particolarmente indicato per i lettori che hanno apprezzato romanzi come La coppia della porta accanto o Tutti qui mentono e, più in generale, per chi cerca una storia coinvolgente, dal ritmo veloce e capace di mantenere alta la tensione senza rinunciare all'approfondimento dei personaggi. Alcune note su Shari Lapena Shari Lapena, scrittrice, avvocato e insegnante canadese, è autrice di nove thriller, tra cui La coppia della porta accanto (2016), Un estraneo in casa mia (2017) e L’ospite indesiderato (2019). Non se l’aspettava è il secondo romanzo per Bollati Boringhieri, dopo Qui tutti mentono (2025). Tutti i suoi romanzi sono stati bestseller per «The New York Times», «The Sunday Times» e «The Globe and Mail». TAG: #narrativa_straniera #thriller, #costanza_prinetti_castelletti, #shari_lapena, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Quattro testimonianze sul fiume Erinnio (Angela Dimitrakaki)
Autore: Angela Dimitrakaki Traduttore: Elisabetta Garieri Editore: Voland, 2026 Pagine: 104 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 15.00 (cartaceo), € 6.49 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.voland.it/libro/9788862436304 Trama Anni ’80 del secolo scorso. Cresciute in periferia, Ioanna, Katerina, Sofia e Rahil condividono un’adolescenza tormentata: si vestono di nero, dichiarano guerra alle famiglie e ascoltano punk. Quando la loro insegnante di storia, femminista che sperimenta nuovi metodi pedagogici, parla loro per la prima volta degli antichi fiumi di Atene, rimangono incantate dall’idea di andare alla scoperta del fiume Erinnio, sepolto da tempo… A distanza di anni una giovane antropologa che fa ricerca sui “miti urbani” incontra le ragazze, ormai quasi quarantenni, per raccogliere la loro testimonianza. Si disvela così la drammatica vicenda accaduta decenni prima e la vita segreta di una città eternamente inquieta. Recensione Con Quattro testimonianze sul fiume Erinnio, Angela Dimitrakaki costruisce un romanzo breve ma sorprendentemente denso, capace di unire il romanzo di formazione, la riflessione sulla memoria e il ritratto di una generazione cresciuta nella Grecia degli anni Ottanta. Il libro si sviluppa attraverso una struttura narrativa particolare, nella quale le testimonianze delle protagoniste diventano il mezzo per riportare alla luce un episodio rimasto sepolto nel tempo, proprio come il misterioso fiume Erinnio che dà il titolo all'opera. La vicenda prende forma quando una giovane antropologa, impegnata in una ricerca sui miti urbani, incontra quattro donne ormai adulte per raccogliere le loro testimonianze. Da questo espediente narrativo emerge lentamente il ricordo della loro adolescenza condivisa: Ioanna, Katerina, Sofia e Rahil erano ragazze insofferenti alle regole, cresciute nella periferia ateniese, accomunate dalla passione per la musica punk, dall'abbigliamento nero e da un desiderio quasi viscerale di opporsi ai modelli imposti dalle famiglie e dalla società. L'incontro con un'insegnante di storia dai metodi anticonvenzionali rappresenta una svolta fondamentale. È lei a raccontare dell'esistenza degli antichi fiumi nascosti sotto Atene, risvegliando nelle ragazze un'immaginazione che presto si trasforma in un progetto concreto: cercare il fiume Erinnio, ormai sepolto sotto la città, e raggiungerlo. Quella che potrebbe sembrare un'avventura adolescenziale assume ben presto un significato molto più profondo. Il fiume diventa infatti il simbolo di tutto ciò che è stato nascosto, dimenticato o sacrificato in nome del progresso urbano e sociale. Allo stesso modo, anche i sogni delle protagoniste finiscono lentamente per essere sommersi dal peso della realtà. Dimitrakaki utilizza questo parallelismo con grande intelligenza, evitando qualsiasi retorica e lasciando che siano i ricordi, le omissioni e persino le contraddizioni delle diverse testimonianze a raccontare il vero cuore della storia. Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio la costruzione della memoria. Ogni voce aggiunge dettagli, corregge impressioni, modifica prospettive, dimostrando come il passato non sia mai un racconto oggettivo ma una continua ricostruzione personale. Le quattro testimonianze non cercano di fornire una verità assoluta; al contrario, mostrano come ogni individuo elabori il dolore, il rimpianto e la perdita in maniera diversa. Questa scelta rende il romanzo estremamente coinvolgente, perché il lettore è chiamato a partecipare attivamente alla ricomposizione degli eventi. L'amicizia rappresenta il centro emotivo dell'opera. Non viene idealizzata né trasformata in un sentimento perfetto, ma raccontata nella sua complessità, fatta di slanci, incomprensioni, entusiasmi e fragilità. Le protagoniste condividono un'età in cui tutto sembra possibile e ogni scoperta appare destinata a cambiare il mondo. Proprio per questo motivo il tragico evento che segna le loro vite assume una forza ancora maggiore, diventando il momento in cui l'innocenza lascia definitivamente spazio alla consapevolezza. Parallelamente, il romanzo offre anche un ritratto molto efficace dell'Atene degli anni Ottanta. La città non costituisce soltanto lo sfondo della vicenda, ma diventa un organismo vivente, attraversato da trasformazioni urbanistiche, tensioni politiche e cambiamenti culturali. La modernizzazione della capitale greca procede insieme alla cancellazione di parti della sua storia, e il fiume sotterraneo finisce per incarnare proprio quella memoria che continua a scorrere invisibile sotto la superficie della città e delle esistenze dei suoi abitanti. Lo stile di Angela Dimitrakaki è essenziale ma ricco di immagini evocative. Pur trattandosi di un romanzo di poco più di cento pagine, la scrittura riesce a creare una notevole densità emotiva. L'autrice evita spiegazioni superflue e lascia spesso che siano i silenzi, le pause e i dettagli apparentemente marginali a suggerire i significati più profondi. Questa scelta richiede una lettura attenta, ma viene ampiamente ricompensata dalla ricchezza delle suggestioni che il testo riesce a trasmettere. Particolarmente interessante è anche il modo in cui il romanzo affronta il passaggio dall'adolescenza all'età adulta. Le protagoniste non perdono soltanto una parte della loro spensieratezza, ma vedono progressivamente incrinarsi quell'idea di futuro che sembrava inevitabilmente destinata a realizzare i loro desideri. La ribellione giovanile, il sogno di una società diversa e la ricerca di uno spazio autentico nel mondo vengono messi alla prova dalla realtà, lasciando dietro di sé un senso di malinconia che accompagna tutta la narrazione. Quattro testimonianze sul fiume Erinnio è quindi molto più di un romanzo sull'amicizia. È una riflessione sulla memoria individuale e collettiva, sul rapporto tra passato e presente e su ciò che continua a vivere anche quando sembra essere stato cancellato. Dimitrakaki riesce a trasformare una vicenda intima in una metafora più ampia, parlando della perdita delle illusioni senza mai rinunciare alla delicatezza dello sguardo umano. È un libro che conquista soprattutto per la sua capacità di lasciare spazio alla riflessione anche dopo l'ultima pagina. Non punta ai grandi colpi di scena, ma costruisce lentamente un'atmosfera di nostalgia, inquietudine e tenerezza che accompagna il lettore fino alla conclusione. Pur nella sua brevità, riesce a suggerire molto più di quanto espliciti, dimostrando come anche un romanzo contenuto nelle dimensioni possa avere una notevole profondità letteraria. Consigliato chi ama la narrativa contemporanea di qualità, i romanzi sulla memoria, sulle amicizie che segnano una vita e sulle storie di formazione raccontate con sensibilità psicologica. È una lettura ideale anche per chi apprezza libri in cui la città diventa parte integrante del racconto e per chi predilige opere che lasciano spazio all'interpretazione piuttosto che offrire risposte immediate. Alcune note su Angela Dimitrakaki Angela Dimitrakaki è nata nel 1968 a Mitilene, sull’isola di Lesbo, è scrittrice, saggista e professoressa di Storia dell’arte moderna e contemporanea all’Università di Edimburgo, dove indaga come le trasformazioni del paesaggio urbano impattino sulle soggettività. La sua produzione narrativa comprende una raccolta di racconti e sei romanzi. È molto presente nell’attuale dibattito culturale greco ed europeo. TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #elisabetta_garieri #angela_dimitrakaki, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Il sole nelle pozzanghere (Matteo Bussola)
Autore: Matteo Bussola Editore: Einaudi, 2026 Pagine: 168 Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 17.50 (cartaceo), € 10.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-contemporanea/il-sole-nelle-pozzanghere-matteo-bussola-9788806271305/ Trama Il signor Pi apre sempre alle otto e dieci del mattino, mai alle otto in punto, perché dice che le cose importanti hanno bisogno di qualche minuto di ritardo per farsi desiderare. Il suo negozio sta in una via piccola, laterale, e sull’insegna c’è scritto solo «Rigattiere». Il mestiere del signor Pi è recuperare oggetti usati, rotti o difettosi, per rimetterli in circolo: e sí, per lui è una cosa importante. Perché sa che ciascuno di questi oggetti porta con sé un carico affettivo, la traccia delle famiglie, delle stanze in cui ha vissuto, delle relazioni cui ha partecipato, come dono, scenario, o come semplice testimone: cucine, orologi, cartelle, chitarre, orecchini… Sa che questi oggetti contengono sogni, desideri realizzati oppure no, amori finiti, parenti perduti, una memoria che non si può cancellare. Sa che, in fondo, tutti siamo «la storia abbandonata di qualcun altro». Quando tocca quelle cose, al signor Pi sembra di sentire la storia che racchiudono. Ed ecco che in questo romanzo fiabesco eppure pieno di vita vera – pieno di tutte le nostre vite, che leggendo riconosciamo – si dipana un universo variegato di voci e personaggi, che davanti al suo bancone si incrociano, intrecciandosi. Il negozio diventa cosí un luogo per le seconde occasioni. Non soltanto per gli oggetti, ma anche per coloro che, con i propri rimpianti e ferite, lo frequentano. Compreso il signor Pi. Recensione Esistono romanzi che raccontano grandi avvenimenti e altri che scelgono di fermarsi sulle piccole cose, dimostrando come proprio da queste possa nascere una riflessione profonda sull'esistenza. Il sole nelle pozzanghere, il nuovo romanzo di Matteo Bussola, appartiene con decisione a questa seconda categoria. È una storia delicata, intima e profondamente umana, capace di trasformare gli oggetti più comuni in custodi di ricordi, emozioni e frammenti di vita. Il protagonista è il signor Pi, un anziano rigattiere che gestisce un piccolo negozio nascosto in una via secondaria. Il suo lavoro, almeno in apparenza, consiste nel recuperare oggetti usati, rotti o dimenticati per riportarli a nuova vita. Ma ben presto il lettore comprende che il suo vero mestiere è un altro: ascoltare ciò che quegli oggetti hanno da raccontare. Ogni orologio, ogni chitarra, ogni cartella scolastica, ogni mobile consumato conserva le tracce delle persone che lo hanno posseduto, delle gioie e dei dolori che hanno attraversato una casa, una famiglia, un amore o una perdita. Per il signor Pi nulla è davvero privo di valore, perché tutto porta con sé una memoria. Attorno al suo negozio si sviluppa un piccolo universo di personaggi che entrano, escono e si intrecciano in modo naturale. Ognuno arriva con una storia diversa, spesso segnata da rimpianti, ferite o occasioni mancate. Il negozio diventa così molto più di un semplice luogo di compravendita: è uno spazio in cui le persone trovano il coraggio di guardarsi dentro, di fare pace con il passato o semplicemente di sentirsi ascoltate. Bussola costruisce questo mosaico narrativo con estrema sensibilità, evitando facili sentimentalismi e lasciando che siano i gesti, gli sguardi e le parole misurate a parlare. Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio il modo in cui gli oggetti assumono una dimensione quasi simbolica. Non sono semplici accessori della narrazione, ma diventano testimoni silenziosi delle vite umane. Attraverso di loro l'autore riflette sulla memoria, sull'identità e sul bisogno di conservare ciò che ci ha resi quello che siamo. L'idea che gli oggetti possano custodire una parte della nostra storia è il filo conduttore dell'intero libro e rappresenta anche il suo messaggio più intenso: ciò che lasciamo dietro di noi non scompare davvero, ma continua a raccontarci. La scrittura di Matteo Bussola conferma ancora una volta la sua cifra stilistica. Il linguaggio è semplice ma mai banale, elegante senza risultare artificioso. Le pagine scorrono con naturalezza e alternano momenti di malinconia ad altri di autentica tenerezza. Non si tratta di un romanzo ricco di colpi di scena; la sua forza risiede piuttosto nella capacità di soffermarsi sulle emozioni quotidiane e di restituire dignità alle fragilità umane. È una lettura che invita a rallentare, a osservare meglio ciò che ci circonda e a riconoscere il valore delle relazioni. Il signor Pi è un protagonista che conquista senza bisogno di effetti speciali. Le sue abitudini, il suo modo di guardare il mondo e la sua filosofia di vita emergono poco alla volta, regalando al lettore una figura di rara umanità. Emblematica è la sua convinzione che non tutto debba essere aggiustato: alcune cose vanno semplicemente pulite, curate, riportate alla luce, proprio come accade ai ricordi quando il dolore si attenua. È un'immagine semplice ma estremamente efficace, che sintetizza perfettamente il senso dell'intero romanzo. Anche il titolo acquista progressivamente un significato simbolico. Il sole che si riflette nelle pozzanghere suggerisce la possibilità di trovare luce e bellezza anche nelle situazioni più difficili o apparentemente insignificanti. È un invito a cambiare prospettiva, a non fermarsi alla superficie delle cose e a riconoscere che persino ciò che sembra rotto o dimenticato può custodire qualcosa di prezioso. Pur nella sua brevità, il romanzo riesce a lasciare una traccia duratura. Non cerca di offrire grandi risposte, ma pone domande importanti sul valore dei ricordi, sull'importanza dei legami e sul bisogno universale di sentirsi compresi. La narrazione mantiene un tono costantemente equilibrato, evitando eccessi emotivi e affidandosi invece alla forza delle piccole storie quotidiane, quelle in cui è facile riconoscere qualcosa di sé. Il sole nelle pozzanghere è una lettura che parla di memoria, di seconde possibilità e della straordinaria capacità degli esseri umani di ritrovarsi attraverso ciò che credevano di aver perduto. È un romanzo gentile, capace di emozionare senza mai forzare la mano, e dimostra ancora una volta quanto Matteo Bussola sappia raccontare l'animo umano con sensibilità e autenticità. Consigliato a chi ama i romanzi intimisti, le storie che mettono al centro i sentimenti, la memoria e le relazioni umane; ai lettori che apprezzano una narrativa delicata ma ricca di significato e a chi cerca una lettura capace di lasciare una riflessione anche dopo l'ultima pagina. Alcune note su Matteo Bussola Matteo Bussola è nato a Verona nel1971 è scrittore, illustratore e fumettista. Ha disegnato per tutte le principali case editrici italiane ed estere di fumetti. Per Einaudi ha pubblicato Notti in bianco, baci a colazione (2016 e 2018), Sono puri i loro sogni (2017), La vita fino a te (2018 e 2019), L'invenzione di noi due (2020 e 2022), Il tempo di tornare a casa (2021 e 2023), Il rosmarino non capisce l'inverno (2022 e 2026), Un buon posto in cui fermarsi (2023 e 2025), La neve in fondo al mare (2024), La luce degli incendi a dicembre (2025) e Il sole nelle pozzanghere (2026). É anche autore, con Emilio Pilliu, dei tre Manga Stile Libero Zeroventi. Nadine e Davide (2023), Zeroventi. Giulia e Athos (2024) e Zeroventi. Antonio e Marcel (2025). Per Salani ha pubblicato i libri per ragazzi Viola e il Blu (2021), Mezzamela (2023) e Il talento della rondine (2025). Conduce una trasmissione radiofonica su Radio 24 con Federico Taddia, Non mi capisci, sul mondo dell'adolescenza. TAG: #narrativa_italiana, #narrativa_moderna_contemporanea, #matteo_bussola, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Il casalese di Dio. Don Peppe Diana. Storia. Omicidio. Verità (Antonio Mattone)
Autore: Antonio Mattone Editore: EDB, 2026 Pagine: 280 Genere: Biografie Prezzo: € 18.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://edb.it/libro/9788810259955-il-casalese-di-dio Trama La mattina del 19 marzo 1994 a Casal di Principe, mentre si preparava per celebrare messa nella sua chiesa, la parrocchia di San Nicola, don Giuseppe Diana fu barbaramente assassinato con quattro colpi di pistola. Aveva 35 anni. Dopo oltre trent'anni e un processo che da tempo ha scritto la verità giudiziaria sul caso, e mentre è stato annunciato l'avvio del cammino verso l'apertura dell'inchiesta diocesana per il riconoscimento del martirio del parroco casalese, Antonio Mattone è ripartito proprio da Casal di Principe con l'obiettivo di rispondere a una domanda: perché don Peppe Diana è stato ucciso? Nel difficile viaggio per arrivare a una risposta, Mattone ha incontrato decine di persone, quelle a cui don Peppe fu più intimamente caro e alcune di quelle che a vario titolo sono state coinvolte nel suo omicidio, è entrato con delicatezza nelle case, nelle chiese e nelle carceri e a tutti ha posto domande vecchie e nuove. Il risultato è un libro coraggioso e necessario, da cui emerge il ritratto finalmente a tutto tondo di una personalità complessa, spesso sopra le righe, per la quale l'etichetta di “prete anticamorra” si è da subito rivelata troppo piccola e sbiadita, sia per sostenere una verità ancora confusa sia, soprattutto, per mostrare quello che realmente è stato don Peppe Diana: un prete leale alla missione della chiesa e un uomo votato al bene della sua gente. Prefazione di Andrea Riccardi. Postfazione di Angelo Spinillo. Recensione Esistono figure che, anche a distanza di molti anni dalla loro morte, continuano a interrogare la coscienza collettiva. Don Giuseppe Diana è una di queste. Con Il casalese di Dio, Antonio Mattone affronta una vicenda che appartiene ormai alla storia italiana, ma che conserva ancora molti interrogativi e una forza morale sorprendentemente attuale. Il risultato è un libro che va ben oltre la semplice ricostruzione biografica: è un'indagine rigorosa, un viaggio nella memoria e, soprattutto, un tentativo di comprendere fino in fondo chi fosse davvero don Peppe Diana e perché la sua presenza risultasse tanto scomoda da essere eliminata. Il volume prende le mosse dall'assassinio del sacerdote, avvenuto il 19 marzo 1994 nella chiesa di San Nicola a Casal di Principe, proprio mentre stava per celebrare la Messa. È un episodio noto, ma Mattone evita accuratamente di trasformarlo nell'unico centro della narrazione. Al contrario, sceglie di risalire alle radici della sua storia personale e pastorale, ricostruendo il contesto umano, sociale ed ecclesiale nel quale don Peppe ha operato. In questo modo il lettore comprende progressivamente che la definizione di "prete anticamorra", pur essendo corretta, è insufficiente a descrivere la complessità della sua figura. Uno degli aspetti più convincenti del libro è proprio la volontà dell'autore di restituire un ritratto completo del sacerdote. Don Peppe emerge come un uomo profondamente legato alla propria comunità, animato da una fede concreta e vissuta quotidianamente, lontana da qualsiasi forma di protagonismo. Il suo impegno contro il potere criminale non nasce infatti da una vocazione politica, ma dalla convinzione che il Vangelo imponga di difendere la dignità delle persone, soprattutto dei più deboli e dei giovani, sottraendoli alla cultura della violenza e della sopraffazione. Antonio Mattone costruisce questo ritratto attraverso un lungo lavoro di ricerca. L'autore incontra numerose persone che hanno conosciuto don Peppe da vicino, raccoglie testimonianze di amici, collaboratori e familiari, ma ascolta anche persone che, a vario titolo, sono state coinvolte nella vicenda del suo omicidio. Entra nelle case, nelle chiese e perfino nelle carceri, cercando di mettere insieme tasselli diversi di una storia che, pur avendo trovato una verità processuale, continua a suscitare domande. Questo metodo conferisce alla narrazione una notevole credibilità e permette di cogliere sfumature che una semplice cronaca giudiziaria non sarebbe mai riuscita a raccontare. L'elemento investigativo è presente, ma non soffoca mai la dimensione umana. Mattone non rincorre il sensazionalismo né costruisce ipotesi gratuite. Al contrario, affronta la materia con equilibrio, mostrando rispetto sia per la complessità della vicenda sia per le persone coinvolte. Le nuove testimonianze e gli episodi riportati non vengono utilizzati per alimentare il mistero, bensì per invitare il lettore a riflettere su quanto sia difficile ricostruire pienamente la verità quando si intrecciano criminalità organizzata, istituzioni e memoria collettiva. Dal punto di vista stilistico, il libro mantiene un tono sobrio ma coinvolgente. La scrittura giornalistica dell'autore rende la lettura scorrevole anche quando affronta passaggi delicati o ricostruzioni processuali. Non manca una forte componente emotiva, ma questa nasce dai fatti raccontati e dalle parole dei testimoni, mai da artifici retorici. È una scelta che aumenta l'efficacia del racconto e lascia spazio al lettore per maturare un proprio giudizio. Un altro merito dell'opera consiste nel restituire tutta la dimensione spirituale di don Peppe Diana. La sua testimonianza non viene separata dall'impegno civile, ma ne rappresenta il fondamento. La lotta contro la camorra appare così come una conseguenza naturale della sua missione sacerdotale, non un'attività parallela. È probabilmente questo il messaggio più importante del libro: comprendere che il coraggio di don Peppe nasceva prima di tutto dalla fedeltà al Vangelo e dalla responsabilità verso la sua gente. Naturalmente il volume richiede attenzione. Non è una lettura costruita per intrattenere, né un semplice saggio storico. È un libro che invita continuamente a interrogarsi sul significato della giustizia, del servizio, della responsabilità personale e del valore della memoria. Alcuni passaggi dedicati agli aspetti giudiziari possono risultare più impegnativi, ma sono funzionali alla ricostruzione complessiva e non interrompono il ritmo della narrazione. Il casalese di Dio riesce quindi nell'obiettivo più difficile: sottrarre don Peppe Diana alle semplificazioni. Il sacerdote non viene trasformato in un'icona distante né in un eroe privo di sfumature, ma rimane un uomo autentico, con una personalità complessa, profondamente radicato nella sua terra e nella sua fede. Proprio questa umanità rende ancora più forte il significato della sua testimonianza e spiega perché, dopo oltre trent'anni dalla sua morte, continui a rappresentare un punto di riferimento per chi crede che il cambiamento passi anche attraverso il coraggio delle scelte quotidiane. Questo libro è particolarmente indicato agli appassionati di saggistica civile, ai lettori interessati alla storia contemporanea italiana, a chi desidera approfondire la figura di don Peppe Diana oltre gli stereotipi, e a quanti cercano opere capaci di coniugare ricerca storica, testimonianza umana e riflessione etica. È una lettura preziosa anche per educatori, insegnanti e operatori pastorali che vogliono proporre un esempio concreto di impegno civile fondato sulla fede. Alcune note su Antonio Mattone Antonio Mattone è editorialista de Il Mattino, saggista, volontario attivo e portavoce della Comunità di Sant’Egidio nella città di Napoli. Da vent’anni visita regolarmente i detenuti del carcere di Poggioreale e di altri penitenziari italiani. Per Guida ha pubblicato E adesso la palla passa a me. Malavita, solitudine e riscatto nel carcere (2017) e La vendetta del boss. L’omicidio di Giuseppe Salvia (2021). Fra gli altri, gli sono stati riconosciuti i premi Carlo Pisacane nel 2020, Giancarlo Siani nel 2021 e, nell’anno della sua istituzione, quello intitolato a Massimo Milone, per la sezione Comunicazione, nel 2025. TAG: #biografie, #antonio_mattone, #voto_cinque

RECENSIONE: Camminare il silenzio. Itinerari religiosi e civili in Italia (Marianna Napolitano)
Autore: Marianna Napolitano (a cura di) Editore: EDB, 2026 Pagine: 246 Genere: Spiritualità Prezzo: € 22.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://edb.it/libro/9788810902851-camminare-il-silenzio Trama Camminare il silenzio è una guida in 39 itinerari che si snodano in ogni regione d'Italia, per camminatori esperti o principianti. I cammini conducono ai luoghi delle diverse fedi che oggi disegnano il profilo religioso del paese e a quelli delle memorie che ne rinsaldano il sentimento civile e democratico. Dalle coste alle cime più alte, attraverso sentieri, parchi e riserve, la bellezza del patrimonio materiale e immateriale accompagna il viandante lungo vie che si trasformano passo dopo passo in paesaggi interiori, dove la scelta del silenzio regala spazi alla riflessione in un tempo sempre più frastornato dai rumori di un mondo inquieto. Introduzione di Alberto Melloni. Recensione Questo libro si presenta come un’opera che invita il lettore a entrare in una dimensione duplice: quella del viaggio fisico e quella della ricerca interiore. Già dal titolo si comprende l’intenzione di fondo del volume: non si tratta semplicemente di una guida ai percorsi, ma di una riflessione sul cammino come esperienza di ascolto, sottrazione del rumore e riscoperta del rapporto tra paesaggio, memoria e spiritualità. Il libro si colloca idealmente all’incrocio tra la tradizione degli itinerari culturali e religiosi italiani e una sensibilità contemporanea che tende a leggere il camminare non solo come pratica escursionistica, ma come gesto simbolico e conoscitivo. Il “silenzio” evocato nel titolo non è assenza, bensì spazio attivo in cui il pensiero si chiarisce e il territorio si rivela in una forma più essenziale. In questa prospettiva, il cammino diventa un dispositivo narrativo e insieme esperienziale: attraversare luoghi significa anche attraversare stratificazioni di storia, fede e vita civile. L’impianto del volume, per come si configura, sembra muoversi lungo una linea che intreccia due dimensioni solo apparentemente distinte: quella religiosa e quella civile. Da un lato, infatti, il riferimento ai percorsi spirituali richiama una lunga tradizione di pellegrinaggi e itinerari devozionali che hanno segnato profondamente il territorio italiano, con le sue abbazie, i santuari, le vie storiche e le testimonianze della fede popolare. Dall’altro, la dimensione civile suggerisce un’attenzione ai luoghi della memoria collettiva, alle strade della storia sociale e politica, ai paesaggi che raccontano identità comunitarie e trasformazioni culturali. Questa doppia prospettiva permette di leggere il territorio non come semplice sfondo, ma come protagonista attivo. Il paesaggio italiano, nella sua complessità, diventa così un archivio diffuso in cui convivono tracce religiose, segni artistici, memorie storiche e stratificazioni quotidiane. Il cammino, in questo senso, non è mai neutro: ogni passo si confronta con una densità di significati che il libro invita a riconoscere e a interrogare. Uno degli aspetti più interessanti dell’opera è proprio la centralità dell’esperienza del camminare come pratica di attenzione. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla sovrabbondanza di stimoli, il libro sembra proporre un controcanto: rallentare, sostare, osservare. Il silenzio non viene inteso come vuoto, ma come condizione necessaria per accedere a una percezione più profonda dei luoghi. È nel rallentamento che il dettaglio emerge, che il paesaggio si scompone e si ricompone in nuove connessioni. La scrittura, coerente con questa impostazione, appare orientata a sostenere un ritmo riflessivo, più che descrittivo in senso puramente informativo. L’obiettivo non sembra essere quello di fornire una guida tecnica ai percorsi, quanto piuttosto quello di accompagnare il lettore in una disposizione mentale diversa, in cui il viaggio esteriore si intreccia con una forma di meditazione laica o spirituale. Particolarmente significativa è anche la possibile attenzione alla dimensione comunitaria del cammino. I percorsi, infatti, non sono mai esperienze esclusivamente individuali: anche quando si cammina da soli, si attraversano spazi condivisi, segnati da generazioni di passaggi, racconti e pratiche collettive. In questo senso, il libro suggerisce implicitamente che il camminare è anche un modo per riconnettersi a una memoria comune, per riconoscere la continuità tra passato e presente. La struttura complessiva del volume, pur mantenendo un carattere unitario, sembra quindi aprirsi a una pluralità di livelli di lettura. Può essere letto come una guida ispirazionale per chi ama il turismo lento e i cammini, ma anche come un testo di riflessione sul rapporto tra uomo e territorio, tra spiritualità e quotidianità, tra storia e contemporaneità. Questa ambivalenza è probabilmente uno dei suoi punti di forza, perché consente a pubblici diversi di trovare una propria chiave di accesso. Dal punto di vista del lettore, l’esperienza che il libro propone è quella di una progressiva decantazione: si parte da un’idea di viaggio e si arriva a una dimensione più interiore, in cui il movimento fisico diventa anche movimento mentale. Il silenzio, in questo percorso, non è mai isolamento, ma apertura: uno spazio in cui si riorganizzano le percezioni e si ridefinisce il senso del paesaggio attraversato. In conclusione, Camminare il silenzio. Itinerari religiosi e civili in Italia appare come un’opera capace di dialogare con sensibilità diverse, offrendo al lettore non solo spunti di itinerario, ma soprattutto una postura mentale e culturale nei confronti del viaggio. È un libro che si rivolge a chi cerca nel cammino qualcosa che vada oltre l’escursione o la visita turistica, e che sia disposto a considerare il paesaggio come spazio di ascolto e trasformazione. Consigliato a lettori interessati ai cammini, alla spiritualità laica o religiosa, alla geografia culturale e alla riflessione sul rapporto tra uomo e territorio, ma anche a chi desidera riscoprire il valore del rallentare e dell’osservazione attenta dei luoghi. Alcune note su Marianna Napolitano Marianna Napolitano è ricercatrice a tempo determinato (Rtd - tipoA) dal 2023 presso il Desu - Dipartimento di Educazione e scienze umane Unimore - Università degli studi di Modena e Reggio Emilia. I suoi interessi di ricerca sono rivolti in particolare alle relazioni stato-chiesa in Russia e in Ucraina e alla storia delle chiese in Ucraina. Attualmente la sua ricerca si concentra sull'analisi dell'autocefalia della chiesa ucraina, sulle traduzioni slave del Credo Niceno-Costantinopolitano e sulle revisioni apportate al testo nell'ambito della riforma liturgica del patriarca Nikon. TAG: #spiritualità, #marianna_napolitano, #voto_quattro

RECENSIONE: Il mio posto. Ediz. Illustrata (Daniele Bergesio)
Autore: Daniele Bergesio Editore: Uovonero, 2026 Pagine: 208 Genere: Narrativa italiana, Narrativa per ragazzi Prezzo: € 16.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.uovonero.com/catalogo/i-geodi/2250-il-mio-posto Trama Un viaggio di formazione, un racconto di crescita personale e di ricerca di un luogo dove sentirsi a casa. Attraverso le difficoltà, le scoperte e le relazioni umane, un ragazzo impara a conoscere se stesso e a trovare il coraggio di affrontare il futuro... Il romanzo narra la storia di un giovane di diciassette anni che decide di fuggire dalla sua casa, una cascina dominata dalla figura tirannica del padre, il Pescecane, e dai suoi fratelli crudeli. La sua fuga lo porta a intraprendere un viaggio lungo il corso del Po, alla ricerca di un luogo dove sentirsi finalmente libero e accettato... Età di lettura: dai 12 anni. Recensione Chiudere Il mio posto non dà davvero la sensazione di aver finito una storia. È uno di quei libri che restano addosso, come se il viaggio del protagonista continuasse da qualche parte fuori dalla pagina. Non perché ci siano effetti speciali o colpi di scena, ma perché quello che racconta è qualcosa di profondamente umano: la fatica di liberarsi da un passato violento e il bisogno, quasi ostinato, di trovare un luogo in cui sentirsi al sicuro. La storia si apre nel 1961 e ci porta in una cascina del Polesine che, per il protagonista diciassettenne, non ha mai avuto davvero il sapore di casa. Il padre, soprannominato il “Pescecane”, domina la famiglia con una violenza che non lascia spazio ad alternative. In quel contesto, crescere significa imparare a stare in silenzio, a sopportare, a sopravvivere più che a vivere. Quando il ragazzo decide di andarsene, non è una scelta romantica: è una fuga necessaria, quasi inevitabile. Da lì inizia un viaggio lungo il Po che, almeno all’inizio, sembra solo uno spostamento fisico. Ma pagina dopo pagina diventa chiaro che il fiume è anche qualcos’altro: una linea di confine tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Il protagonista si muove nello spazio, ma soprattutto dentro sé stesso, anche se non sempre ne è consapevole. Quello che mi ha colpito di più, leggendo, è la qualità degli incontri che costellano questo cammino. L’Arrotino, il Becchino, frate Lucio, Primo, la Cerbiatta, e poi ancora Tromlìn, Giorgia, una coppia di istriani, suor Luisa: ognuno di loro entra nella storia con un’apparente leggerezza, ma lascia una traccia precisa. Nessuno sembra messo lì per caso. Anche quando il loro passaggio è breve, resta qualcosa. È come se il protagonista, attraverso queste persone, iniziasse lentamente a immaginare che il mondo non sia fatto solo di violenza e paura. Eppure la diffidenza non scompare. Ed è forse questa la parte più riuscita del romanzo. Il protagonista non diventa mai “un altro” da un giorno all’altro. Porta con sé ciò che ha vissuto, e questo pesa in ogni scelta, in ogni relazione. Anche quando qualcuno lo aiuta, anche quando qualcuno gli offre lavoro o semplicemente ascolto, la sua prima reazione è spesso il sospetto. E questo lo rende incredibilmente vero. Quando arriva a Torino e inizia a lavorare nel locale di Tromlìn e Giorgia, il romanzo cambia ritmo, quasi respirazione. Non c’è una svolta magica, ma una graduale possibilità di stabilità. Per la prima volta il protagonista si trova in un ambiente che non lo schiaccia, che non lo minaccia continuamente. E questa normalità, che per altri sarebbe scontata, per lui è qualcosa di completamente nuovo. Il titolo, a questo punto, smette di essere solo una domanda e diventa quasi un percorso. “Il mio posto” non è un luogo preciso che si trova alla fine del viaggio, ma qualcosa che si costruisce lentamente, anche attraverso errori, esitazioni e passi indietro. E soprattutto attraverso le persone che si incontrano. Un aspetto che ho trovato particolarmente forte è il modo in cui il passato non viene mai “chiuso fuori”. Non c’è mai l’illusione che basti cambiare città o vita per lasciarsi tutto alle spalle. La storia precedente continua a esistere, riaffiora, interferisce. C’è un momento, legato all’incontro con una figura proveniente dal passato del protagonista, che rompe l’equilibrio costruito fino a quel punto e riporta tutto in discussione. È un passaggio che ricorda quanto sia difficile, se non impossibile, cancellare ciò che ha segnato così profondamente. Lo stile di Bergesio è diretto, quasi trasparente. Non cerca mai di abbellire ciò che racconta, e proprio per questo alcune scene arrivano con più forza. Quando il dolore c’è, si sente, ma non viene mai trasformato in spettacolo. Allo stesso tempo, anche i momenti più leggeri non risultano forzati: sembrano guadagnati, non concessi. Finita la lettura, resta una sensazione difficile da mettere a fuoco con precisione. Più che una conclusione, sembra un’apertura. Come se il protagonista avesse trovato non una soluzione definitiva, ma una possibilità. E forse è questo il punto: non esiste un posto perfetto, esiste un posto che si costruisce, e che cambia insieme a noi. Lo consiglio a chi ama i romanzi di formazione realistici, a chi cerca storie che non semplificano la crescita personale ma la mostrano nella sua complessità, e a chi apprezza i libri che parlano di fragilità senza trasformarle in retorica. È adatto sia a lettori giovani sia adulti, soprattutto a chi è interessato ai temi dell’identità, dell’appartenenza e della possibilità di ricominciare dopo esperienze difficili. Alcune note su Daniele Bergesio Daniele Bergesio è nato a Pordenone nel 1979, è uno scrittore per l'infanzia e professionista della comunicazione, attivo a Torino dal 2002. Dopo un’esperienza come giornalista musicale, si è specializzato nella comunicazione in ambito editoriale. Dal 2016 pubblica con diverse case editrici albi illustrati e romanzi per bambini e ragazzi. Tra le sue opere: Una partita in ballo (Giralangolo, 2017), vincitore del Premio Internazionale Narrare la Parità, e L’ascensore (VerbaVolant, 2019), finalista al Premio Malerba 2020, Il cuoco delle emozioni (SetteNove), la serie del Mostro Arturo (BukBuk) e i romanzi Il compito di Natale e Una nuova band in città.Tiene laboratori in scuole e librerie, focalizzati sulle tematiche degli stereotipi di genere, del razzismo e dell'intolleranza. Con Uovonero ha pubblicato il romanzo Il mio posto. TAG: #narrativa_italiana, #narrativa_per_ragazzi, #daniele_bergesio, #voto_quattro_mezzo