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RECENSIONE: Kolchoz (Emmanuel Carrère)
Autore: Emmanuel Carrère Traduttore: Francesco Bergamasco Editore: Adelphi, 2026 Pagine: 407 Genere: Narrativa straniera, Biografie Prezzo: € 22.00 (cartaceo), € 15.49 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.adelphi.it/libro/9788845941009 Trama Ci sono stati, nell'infanzia di Emmanuel Carrère, momenti di memorabile beatitudine: quelli in cui, in occasione dei viaggi del padre, a lui e alle due sorelle minori era concesso di trasferirsi nella camera dei genitori. «Marina, che era la più piccola, dormiva nel lettone. Nathalie e io portavamo i nostri materassi o semplicemente mettevamo dei cuscini intorno al letto. A questo rito mia madre aveva dato un nome: fare kolchoz. Ci piaceva da morire fare kolchoz». I tre fratelli, ormai più che adulti, ripeteranno quel rito nella camera di un hospice, raccogliendosi attorno alla madre per trascorrere con lei l'ultima notte della sua vita. Sarà proprio Emmanuel a chiuderle gli occhi; e poco tempo dopo inizierà la stesura di questo libro. Che è al tempo stesso il grande «romanzo familiare» in cui Carrère, da quel formidabile narratore che è, ricostruisce la storia – perigliosa, tormentata, avvincente come una saga – delle due famiglie da cui discendeva sua madre, quella russa e quella georgiana; il racconto di come la povera, orgogliosa Hélène Zourabichvili dal cognome impronunciabile sia diventata la più influente storica francese dell'Unione Sovietica prima e della Russia poi, fino a essere eletta segretaria perpetua dell'Académie française; e una struggente dichiarazione d'amore per questa donna dura, autoritaria, avida di riconoscimenti accademici e mondani, ma anche coraggiosa, tenace, generosa, di cui il figlio non nasconde ombre e asprezze, rendendole l'omaggio più esaltante che uno scrittore possa tributare alla propria madre: trasformarla in uno strepitoso personaggio romanzesco. Recensione Con Kolchoz, Emmanuel Carrère torna nel territorio che gli appartiene più profondamente: quello in cui autobiografia, memoria familiare e Storia si intrecciano fino a diventare indistinguibili. Ma questa volta il movimento dello scrittore appare diverso, più scoperto, più definitivo. Se molti dei suoi libri precedenti ruotavano attorno a figure esterne, criminali, dissidenti, fanatici religiosi, personaggi politici o uomini travolti dalla propria ossessione, qui Carrère sceglie di guardare direttamente verso il centro della propria origine: sua madre, Hélène Carrère d’Encausse. Il risultato è un libro vasto, doloroso, densissimo, che ha il respiro del grande romanzo familiare e insieme la precisione emotiva di una confessione privata. Il titolo racchiude già il nucleo simbolico dell’opera. “Fare kolchoz” era il nome dato in famiglia a un piccolo rito dell’infanzia: quando il padre era assente, Emmanuel e le sue sorelle dormivano insieme nella camera della madre, accampandosi attorno al letto come una piccola comunità domestica. Quel gesto infantile di vicinanza e protezione ritorna molti anni dopo, in modo straziante, durante l’ultima notte trascorsa accanto alla madre morente in hospice. È da quella scena che nasce il libro. Non come semplice elaborazione del lutto, ma come tentativo di capire davvero chi fosse quella donna che aveva dominato la vita familiare e intellettuale della famiglia Carrère. Hélène Carrère d’Encausse è infatti una figura imponente. Storica celeberrima della Russia e dell’Unione Sovietica, segretaria perpetua dell’Académie française, incarnava per molti versi un’idea quasi sacrale dell’autorità culturale francese. Ma ciò che rende Kolchoz straordinario è il fatto che Carrère non costruisce mai un ritratto celebrativo. Al contrario, la madre emerge pagina dopo pagina in tutta la sua complessità: brillante, autoritaria, mondana, instancabile, spesso dura, a tratti persino crudele, ma anche vulnerabile, coraggiosa e segnata dall’esilio familiare. Carrère affronta questa figura con uno sguardo che oscilla continuamente tra ammirazione, dolore, lucidità e bisogno di riconciliazione. In alcune pagine si avverte ancora il peso esercitato dalla madre sul figlio scrittore; in altre emerge invece una tenerezza quasi infantile, soprattutto quando riaffiorano i ricordi dell’infanzia o i frammenti degli ultimi giorni di vita di Hélène. È proprio questa ambivalenza a dare forza al libro. Carrère non cerca mai di assolversi né di assolvere la madre. Cerca piuttosto di comprenderla, e forse di comprendere sé stesso attraverso di lei. Da questo punto di vista, Kolchoz appare come il naturale proseguimento di Un romanzo russo, ma con un tono molto diverso. Là dominava ancora il conflitto aperto, il desiderio quasi febbrile di portare alla luce segreti familiari e traumi nascosti. Qui invece prevale una forma di maturità dolorosa. L'autore sembra sapere che la verità assoluta sui propri genitori è impossibile da raggiungere, e proprio per questo il libro assume un carattere profondamente umano. La materia autobiografica si allarga rapidamente fino a diventare una vera saga europea. Attraverso la genealogia della madre, Carrère ricostruisce infatti il destino di famiglie aristocratiche russe e georgiane travolte dalla Rivoluzione d’Ottobre, dall’esilio e dalle trasformazioni del Novecento. Il libro attraversa epoche, paesi e classi sociali: dalla Russia imperiale alla Francia del dopoguerra, dalle memorie dell’aristocrazia caucasica fino ai salotti intellettuali parigini. Eppure nonostante la ricchezza storica e documentaria, Kolchoz non perde mai il proprio centro emotivo. Molti critici francesi hanno sottolineato proprio questa capacità di Carrère di trasformare la genealogia in letteratura viva. Alcune recensioni uscite in Francia hanno parlato del libro come di una “fresque familiale”, una grande affresco familiare in cui la memoria privata diventa il riflesso delle fratture della storia europea. Ed è effettivamente ciò che accade durante tutta la lettura: le vicende individuali non restano mai isolate, ma vengono continuamente attraversate dalla Storia con la S maiuscola. La rivoluzione russa, l’esilio, il collaborazionismo, la guerra, la trasformazione dell’Europa e persino il rapporto contemporaneo con la Russia diventano parte integrante della narrazione familiare. Uno degli elementi più affascinanti del libro è il modo in cui lo scrittore d'Oltralpe lega le persone ai luoghi. Case, appartamenti, piscine comunali, studi, alberghi e città assumono quasi un valore simbolico. L’appartamento dell’Institut de France, dove la madre visse dopo la nomina all’Académie française, viene descritto come una sorta di mausoleo elegante e freddo, immagine perfetta del prestigio e della distanza emotiva che caratterizzavano la sua figura pubblica. Al contrario, la piccola casa familiare di Cazères, vicino Tolosa, rappresenta nel ricordo dello scrittore uno spazio di autenticità e vicinanza, il luogo in cui la famiglia sembrava finalmente esistere davvero. Questa attenzione agli spazi non è soltanto descrittiva. Carrère usa le case e gli ambienti come strumenti narrativi per raccontare i rapporti umani. Lo studio luminoso della madre e quello oscuro del padre, posti alle estremità opposte dell’appartamento parigino, diventano la rappresentazione fisica di un matrimonio vissuto quasi da separati. È uno dei molti momenti in cui la scrittura di Carrère riesce a trasformare dettagli apparentemente semplici in immagini letterarie estremamente potenti. Dal punto di vista stilistico, Kolchoz conferma tutte le qualità migliori dell’autore francese. La scrittura è limpida, discorsiva, capace di passare dalla riflessione storica all’intimità più dolorosa senza perdere naturalezza. Carrère mantiene sempre un tono di apparente semplicità, ma dietro quella fluidità si percepisce un enorme lavoro di costruzione narrativa. Il libro procede attraverso digressioni, ritorni temporali, frammenti di memoria e riflessioni personali, seguendo il movimento stesso del pensiero e del ricordo. Ciò che colpisce maggiormente è la sincerità dello sguardo. Carrère non cerca mai effetti melodrammatici. Anche i momenti più commoventi vengono raccontati con un controllo emotivo che rende il dolore ancora più autentico. La scena finale accanto alla madre morente, ad esempio, evita qualsiasi retorica e proprio per questo riesce a risultare devastante. Naturalmente Kolchoz non è un libro immediato né pensato per un consumo veloce. Richiede attenzione, tempo e disponibilità a entrare dentro una materia narrativa molto densa. Alcuni passaggi genealogici o storici possono risultare impegnativi, soprattutto per chi non ha familiarità con la storia russa o con l’universo culturale francese evocato nel libro. Tuttavia anche queste parti trovano senso all’interno del progetto complessivo dell’opera: Carrère non sta semplicemente raccontando una famiglia, ma il modo in cui le vite private vengono modellate dalla Storia. Nel panorama della narrativa contemporanea, Kolchoz appare come uno dei libri più maturi e importanti dell'autore. È un’opera che dialoga continuamente con tutta la sua produzione precedente, ma che allo stesso tempo sembra voler tirare le somme di un percorso letterario e umano. C’è dentro il tema dell’identità russa già presente in Limonov e Un romanzo russo, c’è la riflessione sulla memoria personale, c’è il bisogno quasi ossessivo di capire gli esseri umani senza ridurli a categorie morali semplici. Ma qui tutto appare più essenziale, più spoglio, più intimo. Alla fine della lettura resta soprattutto una sensazione di malinconia profonda. Carrère sembra sapere che nessun libro potrà davvero restituire i morti, eppure continua a scrivere come se la letteratura potesse almeno salvarne la presenza. Kolchoz nasce proprio da questa tensione: il desiderio impossibile di trattenere qualcuno attraverso il racconto. Ed è forse questo il motivo per cui il libro riesce a toccare così profondamente il lettore. Pur parlando di una famiglia eccezionale, attraversata da aristocrazie russe, accademie francesi e grandi eventi storici, Carrère arriva infine a qualcosa di universale: il rapporto irrisolto che ogni figlio intrattiene con i propri genitori e con il proprio passato. Un testo consigliato a chi ama la grande narrativa autobiografica, le saghe familiari, i romanzi che intrecciano esperienza privata e Storia europea, ma anche a chi cerca una letteratura capace di interrogare davvero la memoria e le relazioni umane. È invece meno adatto a chi desidera una trama rapida o una lettura puramente d’intrattenimento. Alcune note su Emmanuel Carrère Janet Malcolm è nata nel 1934 e morta nel 2021, giornalista e scrittrice, è stata una delle colonne del « New Yorker », dove Il giornalista e l’assassino è apparso in due puntate, nel marzo del 1989, per poi uscire l’anno seguente in volume. La presente edizione, la prima in lingua italiana, è accompagnata da uno scritto di Emmanuel Carrère TAG: #narrativa_straniera, #biografie, #francesco_bergamasco, #emmanuel_carrère, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Trauma e desiderio. Clinica dei discorsi e strategie terapeutiche (Nicolò Terminio)
Autore: Nicolò Terminio Editore: Raffaello Cortina Editore, 2026 Pagine: 300 Genere: Saggi, Psicologia Prezzo: € 25.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/nicolo-terminio/trauma-e-desiderio-9788832858808-4706.html Trama Una guida clinica per la cura dei pazienti borderline. Nicolò Terminio prosegue la sua ricerca sullo “sciame borderline” e costruisce un quadro d’insieme per la cura attraverso la teoria dei discorsi di Lacan e il concetto di rettifica dell’Altro di Recalcati. Le strategie terapeutiche specifiche per la clinica borderline vengono confrontate con i discorsi che orientano la cura delle nevrosi. Il trattamento del trauma, della disforia e della dissociazione viene così differenziato e connesso con il discorso che conduce alla creatività del desiderio. La riflessione teorico-clinica sulla cura del borderline e della nevrosi viene ampliata considerando anche gli aspetti specifici della clinica della psicosi e della perversione. Vengono inoltre ripresi e integrati alcuni contributi della psicoanalisi contemporanea particolarmente significativi per concettualizzare e tradurre in pratica l’intreccio tra corpo, parola e relazione. Si tratta di un nodo fondamentale che riguarda ogni cura, in particolare quella dei pazienti borderline, dove la necessità di costruire questa possibilità è ancora più evidente, sin dal primo colloquio. Recensione Questo è uno di quei libri che riescono a occupare uno spazio molto particolare nel panorama della saggistica psicoanalitica contemporanea: un libro teoricamente solido, clinicamente vivo e, soprattutto, capace di affrontare temi ormai centrali nel nostro tempo senza cedere né alla semplificazione divulgativa né all’astrazione accademica fine a sé stessa. Nicolò Terminio costruisce infatti un lavoro che interroga il rapporto tra trauma, soggettività e desiderio attraverso una prospettiva profondamente radicata nella tradizione lacaniana, ma sempre orientata alla clinica reale, ai corpi, ai sintomi e alle forme concrete della sofferenza contemporanea. Già il titolo contiene il cuore del problema affrontato dal libro. Trauma e desiderio non sono presentati come esperienze separate o semplicemente contrapposte. Al contrario, Terminio mostra come il trauma entri spesso nella struttura stessa del desiderio, ne condizioni le traiettorie, ne deformi l’espressione e, allo stesso tempo, possa persino diventare il punto da cui ripartire per una possibile trasformazione soggettiva. È proprio questa tensione a dare al libro la sua forza teorica: il trauma non è trattato solo come una ferita da medicare o un evento da superare, ma come qualcosa che modifica radicalmente il rapporto del soggetto con il linguaggio, con il corpo e con gli altri. Uno degli elementi più convincenti del volume è il modo in cui l’autore si confronta con il lessico contemporaneo del disagio psichico. Oggi parole come “trauma”, “fragilità”, “dissociazione” o “borderline” vengono utilizzate continuamente, spesso in maniera generica e confusa, fino quasi a perdere significato. Terminio cerca invece di restituire precisione clinica a questi concetti, evitando sia il linguaggio banalizzante della psicologia pop sia l’eccessiva rigidità diagnostica. Nel libro emerge con chiarezza l’idea che il sintomo non possa essere ridotto a un’etichetta e che ogni esperienza traumatica assuma una forma singolare nella vita del soggetto. La prospettiva teorica è dichiaratamente lacaniana, e questo attraversa tutto il testo. Tuttavia, uno dei meriti maggiori del libro è quello di non trasformare la teoria in un sistema chiuso e autoreferenziale. Terminio utilizza i concetti della psicoanalisi lacaniana (il desiderio, l’Altro, il discorso, il sintomo) come strumenti per leggere la contemporaneità clinica, non come formule da ripetere meccanicamente. In questo senso il libro riesce a mantenere una rara vitalità: la teoria serve sempre a illuminare qualcosa dell’esperienza umana concreta. Molto interessante è il modo in cui il volume affronta la questione del trauma nella clinica contemporanea. Terminio insiste sul fatto che il trauma non sia soltanto un evento eccezionale o catastrofico. Talvolta esso si manifesta attraverso forme più silenziose e pervasive: relazioni precoci instabili, difficoltà nel riconoscimento simbolico, esperienze di vuoto, frammentazione o disconnessione dal proprio desiderio. Questa impostazione rende il libro particolarmente attuale, perché riesce a intercettare molte delle forme di sofferenza che caratterizzano il presente, soprattutto nelle nuove configurazioni della soggettività. L’autore dedica ampio spazio anche alle cosiddette organizzazioni borderline, tema che aveva già attraversato lavori precedenti. Ma ciò che colpisce è il tentativo di non ridurre il soggetto borderline a una categoria stereotipata. Nel libro emerge piuttosto una riflessione complessa sulle difficoltà di costruzione dell’identità, sulla precarietà del legame con l’altro e sulla fatica di sostenere il desiderio in una società dominata dall’immediatezza, dalla prestazione e dalla continua richiesta di adattamento. In diversi passaggi il testo affronta anche il rapporto tra corpo e trauma. Qui la riflessione diventa particolarmente intensa. Il corpo non appare mai come semplice organismo biologico, ma come luogo in cui il trauma lascia tracce, produce sintomi, altera il rapporto con il godimento e con la presenza dell’altro. Terminio mostra come molte forme contemporanee del disagio passino proprio attraverso il corpo: disturbi alimentari, somatizzazioni, acting out, disforie, dipendenze. Il trauma non è solo “ricordato”: viene spesso incarnato, ripetuto, agito. Parallelamente, il desiderio occupa nel libro una funzione decisiva. E forse è proprio qui che il saggio trova il suo punto più originale. In un’epoca in cui molta parte del discorso psicologico sembra concentrarsi esclusivamente sulla gestione del danno o sulla riduzione del sintomo, Terminio rimette al centro la questione del desiderio come dimensione fondamentale dell’esistenza. Non un desiderio inteso in senso superficiale o volontaristico, ma come forza che permette al soggetto di non identificarsi completamente con il proprio trauma. Il desiderio diventa allora ciò che può riaprire un movimento, introdurre una possibilità, creare uno spazio nuovo dentro una vita irrigidita dalla sofferenza. Dal punto di vista clinico, il libro propone implicitamente una concezione della cura molto distante da quella puramente protocollare o standardizzata. L’analisi viene descritta come uno spazio in cui il soggetto può lentamente modificare il proprio rapporto con il trauma e con il proprio desiderio, senza che ciò significhi cancellare il dolore o raggiungere una presunta normalità. La cura, in questa prospettiva, non è addestramento all’adattamento sociale, ma trasformazione della posizione soggettiva. Anche lo stile della scrittura merita attenzione. Terminio scrive in modo rigoroso ma non opaco. Il linguaggio è certamente specialistico in molti passaggi, soprattutto quando entra nel cuore della teoria lacaniana, ma il testo evita il compiacimento criptico che caratterizza parte della saggistica psicoanalitica contemporanea. Si percepisce invece uno sforzo continuo per mantenere il discorso vicino all’esperienza clinica e alla realtà della sofferenza psichica. Un altro elemento che rende il libro particolarmente interessante è la sua capacità di dialogare con il presente senza trasformarsi in un saggio sociologico. Sullo sfondo emerge infatti una riflessione molto forte sulla contemporaneità: una società che moltiplica le possibilità ma spesso indebolisce i legami simbolici; una cultura che spinge alla performance e all’autorealizzazione continua, producendo però nuove forme di smarrimento identitario; un mondo in cui il soggetto fatica sempre più a costruire un rapporto stabile con il proprio desiderio. In questo senso Trauma e desiderio è anche un libro sul nostro tempo. Non offre risposte semplici né formule rassicuranti, ma prova a pensare il disagio contemporaneo senza moralismi e senza riduzionismi. È un libro che chiede attenzione, che obbliga il lettore a rallentare e a confrontarsi con la complessità della vita psichica. Non è una lettura facile né immediata. Richiede concentrazione, familiarità con alcuni concetti psicoanalitici e disponibilità ad attraversare pagine teoricamente dense. Ma proprio questa densità rappresenta uno dei principali punti di forza del volume: Terminio non semplifica artificialmente questioni difficili, e anzi restituisce alla psicoanalisi una profondità che oggi raramente trova spazio nel dibattito pubblico. Alla fine della lettura rimane soprattutto la sensazione di trovarsi davanti a un libro che tenta davvero di interrogare il rapporto tra sofferenza e possibilità, tra ferita e costruzione del desiderio. Un testo che non guarda al trauma come identità definitiva del soggetto, ma come nodo complesso attorno a cui può ancora emergere una trasformazione. Il volume è consigliato soprattutto a psicologi, psicoterapeuti, psicoanalisti, studenti di psicologia clinica e lettori interessati alla teoria lacaniana e alle forme contemporanee della sofferenza psichica. Può risultare molto stimolante anche per chi si occupa di filosofia, teoria della soggettività e studi sul trauma. Meno indicato invece per chi cerca una lettura divulgativa o introduttiva. Alcune note su Nicolò Terminio Nicolò Terminio, psicoanalista, lavora come supervisore in servizi di cura. Fa parte dell'équipe del Centro Telemaco di Torino e della Società milanese di psicoanalisi. È docente all'Istituto di ricerca di psicoanalisi applicata di Milano e nella Scuola COIRAG di Torino. Nelle nostre edizioni ha pubblicato Lo sciame borderline (2024). TAG: #saggi, #psicologia, #nicolò_termino, #voto_quattro

RECENSIONE: La prima volta che siamo stati bianchi (Maria Pace Ottieri)
Autore: Maria Pace Ottieri Editore: Sellerio Editore Palermo, 2025 Pagine: 290 Genere: Saggi, Studi etnografici Prezzo: € 15.00 (cartaceo), € 10.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.sellerio.it/it/catalogo/Prima-Volta-Che-Siamo-Stati-Bianchi/Ottieri/16956 Trama Nel 1975 l’autrice, ventenne, si ritrovò a far parte di una spedizione in Africa nel Dahomey, oggi Benin, per girare un documentario sulla cultura africana. Era stato il re Aho René Glelé, erede della monarchia decaduta e capo vodun, a sollecitare l’incontro con Ascanio e Ulisse, uno enologo con la passione per l’etnologia, l’altro uomo di libri e di editoria, uomo eclettico, amante d’arte e di viaggi. Nella lettera il re si diceva disposto a far girare un documentario per mettere il mondo a parte della magia dell’Africa, le virtù del fuoco e quelle dell’acqua, i riti vodun, la divinità, gli gnomi. Ascanio e Ulisse si innamorarono dell’idea di immergersi in quel mondo e di testimoniarne riti, miti, medicina. Il viaggio doveva durare alcuni mesi, ma Ulisse finì per restarci due anni. La Rai finanziò la spedizione e alla fine il documentario intitolato Magia d’Africa fu trasmesso su Rai2. Questo libro è il racconto di quella straordinaria esperienza, tutti coloro che parteciparono alla spedizione, a partire dalla troupe Rai, rimasero coinvolti e incantati da uomini, paesaggi, riti dell’Africa più remota. Nell’esplorazione di quel mondo i tempi si dilatano, gli italiani sono visti con sospetto soprattutto dai nuovi governanti, antiche dinastie lottano tra loro, stregoni e imbroglioni, amori e visioni del passato coloniale francese, tutto si intreccia mentre lo sguardo di Maria Pace Ottieri – autrice e protagonista – combina magistralmente il racconto di viaggio con l’osservazione antropologica. Quasi vent’anni dopo l’autrice ritornerà in Benin dove tutto sarà diverso, un mondo in trasformazione e quasi corrotto dal turismo. Ma è cambiato soprattutto l’approccio a quella terra. Recensione Questo libro è il racconto di un momento in cui l’identità occidentale smette di essere invisibile a se stessa e diventa improvvisamente qualcosa di evidente, ingombrante, quasi imbarazzante. Il titolo del libro racchiude già il nucleo profondo dell’opera: la scoperta di essere “bianchi” non come semplice dato fisico, ma come condizione culturale e politica, come posizione nello sguardo degli altri. Il saggio nasce dal ricordo di un viaggio compiuto nel 1975 nel Dahomey, l’attuale Benin, dove l’autrice arriva insieme a una troupe italiana impegnata nella realizzazione di un documentario sul vodun. Ma ridurre questo libro a un reportage o a un memoir di viaggio sarebbe limitante. Quello che Maria Pace Ottieri costruisce è un racconto stratificato, dove memoria personale, osservazione antropologica, riflessione storica e introspezione si intrecciano continuamente. Fin dalle prime pagine emerge una sensazione molto precisa: quella dello spaesamento. I protagonisti partono con il desiderio di capire, osservare, documentare, ma il mondo che incontrano resiste costantemente alle categorie occidentali. Il Dahomey raccontato dalla Ottieri non è una scenografia esotica costruita per il lettore europeo; è un luogo vivo, ambiguo, spesso indecifrabile, attraversato da rituali religiosi, tensioni politiche, eredità coloniali e contraddizioni profonde. Il libro riesce in qualcosa di raro: raccontare l’Africa senza ridurla né a un mito romantico né a una caricatura miserabilista. Uno degli elementi più affascinanti del romanzo è proprio il modo in cui l’autrice descrive il vodun. In Occidente la parola “vudù” è stata deformata per decenni da cinema, folklore e stereotipi, associata quasi esclusivamente alla magia nera o alla superstizione. Ottieri invece restituisce al vodun la sua complessità religiosa e culturale. Non lo trasforma mai in un elemento pittoresco da esibire al lettore europeo; al contrario, mostra quanto sia difficile per uno sguardo occidentale coglierne davvero il significato. I rituali, le cerimonie, il rapporto con gli spiriti, i sacrifici, la dimensione comunitaria della religione: tutto viene raccontato con una partecipazione curiosa ma mai invadente, sempre consapevole del limite tra osservazione e appropriazione. Il viaggio della troupe italiana nasce grazie all’invito del re Aho René Glélé, figura centrale del libro. Discendente della monarchia del Dahomey e guida religiosa legata al vodun, il re appare come un personaggio sospeso tra mondi differenti: simbolo di una tradizione antica ma anche uomo costretto a confrontarsi con il presente postcoloniale. Attorno a lui si muove un piccolo universo umano fatto di mediatori, intellettuali, avventurieri e opportunisti. Maria Pace Ottieri è molto abile nel raccontare queste figure senza trasformarle in semplici comparse. Ognuno sembra incarnare un diverso modo di rapportarsi all’Africa: c’è chi la idealizza, chi la teme, chi cerca di sfruttarla, chi pensa ingenuamente di poterla comprendere in poche settimane. La forza del libro sta soprattutto nel fatto che nessuno ne esce completamente innocente. Gli italiani portano con sé il peso di uno sguardo inevitabilmente coloniale, anche quando animato dalle migliori intenzioni. Ma il libro evita accuratamente ogni moralismo semplice. Non c’è mai il tentativo di dividere il mondo tra buoni e cattivi, oppressori e vittime in senso schematico. Al contrario, Ottieri mostra come il rapporto tra Europa e Africa sia fatto di continue incomprensioni reciproche, di fascinazioni, di manipolazioni e di giochi di potere. È un libro che rifiuta le semplificazioni. Molto riuscita è anche la rappresentazione del tempo africano così come viene percepito dagli occidentali. Nel libro il tempo sembra continuamente sfuggire alla logica europea dell’efficienza e della programmazione. Gli appuntamenti saltano, le attese si dilatano, gli eventi si susseguono secondo ritmi che i protagonisti non riescono a controllare. Questa esperienza produce una trasformazione lenta nei personaggi. Il viaggio smette progressivamente di essere un progetto organizzato e diventa una condizione mentale. È significativo che alcuni membri della spedizione decidano di restare ben oltre il previsto, quasi incapaci di tornare alla vita da cui erano partiti. L'autrice scrive con una prosa elegante ma molto concreta, ricca di dettagli sensoriali e osservazioni acute. Non c’è compiacimento stilistico, eppure molte pagine restano impresse per la precisione delle immagini e per la capacità di evocare atmosfere. Il caldo, gli odori, i mercati, le notti africane, i rumori delle cerimonie religiose, le tensioni politiche che attraversano il paese: tutto contribuisce a creare un racconto estremamente immersivo. Una delle qualità maggiori del libro è l’onestà dello sguardo. L’autrice non cerca mai di apparire “illuminata” o superiore agli altri occidentali presenti nel racconto. Al contrario, mette continuamente in scena le proprie esitazioni, i propri fraintendimenti, persino il proprio disagio. Questo rende il libro molto diverso da tanti racconti di viaggio costruiti intorno all’idea dell’europeo che “scopre” il mondo. Qui il viaggio è soprattutto un’esperienza di perdita di certezze. Particolarmente intensa è la parte in cui il racconto si apre alla memoria e al confronto con il tempo trascorso. Il ritorno dell’autrice in Benin, molti anni dopo il primo viaggio, introduce nel libro una dimensione malinconica e profondamente riflessiva. Il paese è cambiato, il turismo ha trasformato alcuni luoghi e anche il rapporto con il vodun appare diverso, in parte spettacolarizzato. Ma soprattutto è cambiata la narratrice. Il confronto tra la giovane donna degli anni Settanta e la donna matura che ritorna sui luoghi della memoria aggiunge al libro una dimensione ulteriore: quella della nostalgia e della consapevolezza che certi viaggi non finiscono mai davvero. Il titolo del libro continua a risuonare anche dopo l’ultima pagina. “Essere bianchi” qui non significa soltanto appartenere a una determinata categoria etnica, ma prendere coscienza di un’identità costruita storicamente sul privilegio e sull’abitudine a occupare il centro dello sguardo. In Africa, per la prima volta, i protagonisti scoprono di essere osservati a loro volta, classificati, interpretati. È un rovesciamento che produce disagio ma anche conoscenza. Dal punto di vista letterario, La prima volta che siamo stati bianchi è un libro difficilmente classificabile. È memoir, reportage, diario di formazione, riflessione antropologica e racconto storico insieme. Ma soprattutto è un libro attraversato da una grande curiosità umana. Non offre risposte definitive e non pretende di spiegare l’Africa all’Occidente. Proprio per questo riesce a essere molto più autentico di tanti testi costruiti su tesi rigide o su facili esotismi. È anche un libro profondamente contemporaneo, pur raccontando fatti avvenuti cinquant’anni fa. Le questioni che attraversano il racconto — il colonialismo, l’identità occidentale, il rapporto con l’alterità, il turismo culturale, l’appropriazione dello sguardo — sono oggi più vive che mai. Maria Pace Ottieri le affronta però senza retorica ideologica, lasciando che siano soprattutto le esperienze vissute e le ambiguità dei personaggi a parlare. Alla fine della lettura rimane la sensazione di aver attraversato non solo un paese, ma una soglia mentale. Il viaggio in Dahomey raccontato da Maria Pace Ottieri diventa infatti un viaggio dentro i limiti della cultura europea e dentro il desiderio, spesso impossibile, di comprendere davvero ciò che è altro da noi. Un libro consigliato a chi ama la grande letteratura di viaggio, i memoir intelligenti e i racconti capaci di unire esperienza personale e riflessione storica. È una lettura particolarmente adatta a chi è interessato all’antropologia culturale, alla storia del colonialismo e ai libri che interrogano il rapporto tra Occidente e Africa senza semplificazioni ideologiche. Ma è anche un testo prezioso per chi cerca una narrativa capace di mettere in discussione il punto di vista europeo con lucidità e profondità. Alcune note su Maria Pace Ottieri Maria Pace Ottieri è giornalista e scrittrice, autrice tra gli altri di Quando sei nato non puoi più nasconderti, da cui l’omonimo film di Marco Tullio Giordana. TAG: #saggi, #studi_etnografici, #maria_pace_ottieri, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Un mago di Terramare. Il graphic novel (Fred Fordham, Ursula K. Le Guin)
Autore: Fred Fordham, Ursula K. Le Guin Traduttore: Ilva Tron Editore: Mondadori, 2026 Pagine: 288 Genere: Fantasy, Graphic novel Prezzo: € 26.00 (cartaceo), € 15.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.oscarmondadori.it/libri/un-mago-di-terramare-fred-fordham-ursula-k-le-guin/ Anteprima: https://www.oscarmondadori.it/libri/un-mago-di-terramare-fred-fordham-ursula-k-le-guin/ Trama Ged è stato il più grande stregone di Terramare, ma da giovane era semplicemente Sparviere. Nel suo desiderio di potere e conoscenza, ha svelato segreti a lungo custoditi e scatenato un'ombra terribile sul mondo. Questa è la storia avventurosa delle prove che ha attraversato, di come ha imparato a padroneggiare i veri nomi dell'Antico Idioma, domato un drago millenario e oltrepassato la soglia della morte per ristabilire l'equilibrio. Recensione Ci sono libri che, pur appartenendo pienamente al genere fantasy, riescono a superarne i confini e a diventare qualcosa di più universale: racconti di crescita, paura, identità e conoscenza di sé. Un mago di Terramare. Il graphic novel, pubblicato da Mondadori nella collana Oscar Ink, riesce a conservare intatta questa natura profonda dell’opera originale di Ursula K. Le Guin, trasformandola in un’esperienza visiva elegante, evocativa e sorprendentemente fedele allo spirito del romanzo. Adattare Un mago di Terramare non era semplice. Il primo volume del ciclo di Terramare non vive infatti di grandi battaglie continue o di colpi di scena spettacolari nel senso più tradizionale del fantasy moderno. La forza del libro sta nella sua atmosfera, nella riflessione interiore del protagonista, nella lentezza quasi meditativa con cui Ursula K. Le Guin costruisce il viaggio di Ged. Ed è proprio qui che il graphic novel dimostra tutta la propria qualità: non tenta mai di trasformare Terramare in qualcosa di diverso da ciò che è. Non cerca di renderlo più “rumoroso”, più frenetico o più spettacolare per adattarlo ai gusti contemporanei. Al contrario, ne preserva il silenzio, il mistero e quella sensazione costante di equilibrio fragile che attraversa tutta la storia. Il protagonista, Ged, chiamato inizialmente Sparviere, è uno dei personaggi più affascinanti della letteratura fantasy proprio perché non nasce eroe. È un ragazzo straordinariamente dotato, ma anche arrogante, impulsivo, desideroso di dimostrare il proprio talento. Fin dalle prime pagine vediamo emergere il suo bisogno di superare i limiti, di impressionare gli altri, di affermare sé stesso attraverso la magia. Questa ambizione, però, lo conduce a compiere un gesto terribile: durante una prova di evocazione libera un’Ombra oscura e misteriosa che inizierà a perseguitarlo senza tregua. Da questo momento la storia cambia completamente tono. Quello che sembrava il classico racconto di formazione di un giovane mago si trasforma in qualcosa di molto più complesso e inquieto. Ged non deve soltanto imparare incantesimi o diventare più potente: deve affrontare le conseguenze delle proprie azioni. Deve capire cosa significhi davvero il potere. E soprattutto deve confrontarsi con quella parte oscura di sé che ha evocato. Il graphic novel riesce molto bene a trasmettere questa evoluzione psicologica. Le tavole non cercano continuamente l’impatto spettacolare; spesso preferiscono soffermarsi sugli spazi vuoti, sui silenzi, sui paesaggi marini e sugli sguardi dei personaggi. È una scelta estremamente coerente con l’anima di Terramare. Il mare, le isole, il vento, le luci dei villaggi e la vastità dell’arcipelago non sono semplici ambientazioni: diventano parte integrante del racconto. Il mondo creato da Le Guin appare vivo, antico, quasi sospeso fuori dal tempo. Uno degli elementi più riusciti dell’opera è il modo in cui viene rappresentata la magia. In Terramare la magia non è mai soltanto potenza o spettacolo. Ogni cosa possiede un nome vero, e conoscere il nome autentico delle cose significa comprenderne l’essenza profonda. È un’idea di magia intimamente legata all’equilibrio del mondo, alla responsabilità e alla conoscenza. Il graphic novel mantiene intatta questa concezione filosofica e quasi spirituale della magia, evitando di ridurla a semplice intrattenimento visivo. Molto efficace è anche la rappresentazione della scuola di magia di Roke. Non viene mostrata come un luogo scintillante e meraviglioso nel senso più convenzionale del fantasy moderno, ma come uno spazio austero, enigmatico, dominato dallo studio e dalla disciplina. Ged vi arriva pieno di entusiasmo e ambizione, convinto di poter diventare il migliore, ma è proprio lì che la sua superbia lo porta a commettere l’errore più grave della sua vita. Le sequenze legate all’evocazione dell’Ombra sono tra le più intense dell’intero volume: il senso di paura, caos e irreparabilità emerge con grande forza senza bisogno di eccessi narrativi. Il viaggio successivo di Ged attraverso l’arcipelago di Terramare è il vero cuore della storia. È una fuga, ma anche una ricerca. Ged attraversa isole lontane, incontra draghi, maghi e creature misteriose, ma soprattutto affronta lentamente sé stesso. L’Ombra che lo insegue diventa progressivamente qualcosa di più di una minaccia esterna: è il simbolo del suo orgoglio, delle sue paure e delle conseguenze della sua immaturità. Questo aspetto rende il romanzo e il graphic novel incredibilmente moderno ancora oggi. In un genere spesso costruito sul conflitto tra bene e male assoluti, Terramare sceglie invece una strada diversa: il vero nemico non è qualcosa di separato da noi, ma qualcosa che nasce dalle nostre debolezze e dai nostri errori. Anche il rapporto tra Ged e gli altri personaggi conserva grande forza emotiva. Figure come Ogion, il mago silenzioso che per primo riconosce il talento del ragazzo, rappresentano un modello completamente diverso rispetto all’idea tradizionale del maestro onnipotente. Ogion insegna soprattutto il silenzio, l’ascolto e la pazienza. È un personaggio fondamentale perché incarna la filosofia stessa di Terramare: conoscere il mondo significa imparare a rispettarne l’equilibrio. Dal punto di vista artistico, il volume colpisce per la capacità di creare atmosfera. I colori accompagnano il viaggio emotivo di Ged, passando da tonalità più luminose nei momenti iniziali a sfumature sempre più fredde e cupe durante la persecuzione dell’Ombra. Il tratto mantiene una grande leggibilità e non cade mai nell’eccesso decorativo. Questa sobrietà visiva si rivela una delle qualità migliori dell’opera, perché permette alla narrazione di respirare e lascia spazio al senso di mistero. Anche i draghi, elemento iconico della saga, vengono rappresentati con grande fascino. In Terramare i draghi non sono semplici mostri o creature da combattere, ma esseri antichi, intelligenti e profondamente legati al linguaggio e alla magia del mondo. Le scene che li coinvolgono conservano quella dimensione quasi mitologica che rendeva memorabile il romanzo originale. Naturalmente un adattamento a fumetti richiede inevitabilmente qualche semplificazione. Alcune riflessioni interiori di Ged risultano meno approfondite rispetto al testo narrativo di Le Guin, e certi passaggi della storia appaiono più rapidi. Tuttavia il graphic novel riesce quasi sempre a compensare queste inevitabili rinunce grazie alla forza evocativa delle immagini e alla fedeltà emotiva verso il materiale originale. Si percepisce chiaramente il rispetto nei confronti dell’opera di Le Guin e della sua sensibilità narrativa. Ciò che colpisce maggiormente, leggendo il graphic novel, è quanto questa storia continui a essere attuale. Ged è un protagonista che sbaglia, cade, fugge, ha paura. Non diventa grande perché conquista il potere, ma perché impara a riconoscere i propri limiti e ad affrontare la parte più oscura di sé. È un percorso umano prima ancora che eroico, ed è probabilmente questo il motivo per cui Terramare continua a parlare ai lettori di ogni generazione. Il romanzo grafico riesce dunque in una doppia impresa: da un lato rende accessibile il capolavoro di Ursula K. Le Guin anche a chi non ha mai letto il romanzo originale; dall’altro offre ai lettori storici una reinterpretazione rispettosa, capace di aggiungere nuove suggestioni visive senza tradire l’anima della storia. È un’opera che non punta soltanto a raccontare un’avventura fantasy, ma a riflettere sul potere, sulla responsabilità, sulla paura e sulla necessità di conoscere sé stessi. Consigliato agli amanti del fantasy classico e autoriale, ai lettori che cercano storie di formazione profonde e simboliche, agli appassionati di graphic novel letterari e a chi desidera scoprire Terramare attraverso un linguaggio visivo raffinato e immersivo. È una lettura che può conquistare sia i lettori più giovani sia chi ama il fantasy filosofico e contemplativo, lontano dagli stereotipi più commerciali del genere. Alcune note su Fred Fordham Fred Fordham, nato nel 1985 è cresciuto nel nord di Londra. Ha studiato politica e filosofia alla Sussex University, dove ha scoperto i fumetti dopo aver letto Persepolis di Marjane Sartrapi. Fred ha scritto e illustrato varie pubblicazioni, tra cui l'adattamento della versione graphic novel di To Kill a Mockingbird di Harper Lee, l’adattamento di The Great Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, e l’illustrazione del graphic novel di debutto di Philip Pullman Le avventure di John Blake: Mystery of the Ghost Ship. Alcune note su Ursula K. Le Guin Ursula K. Le Guin è nata aBerkeley, California, 1929 e morta a Portland, Oregon, 2018, figlia di un noto antropologo e di una scrittrice, ha pubblicato il primo racconto nel 1962 ed è divenuta famosa nel 1969 vincendo sia il premio Nebula che il premio Hugo per La mano sinistra del buio. Nel 1974 ha ottenuto gli stessi riconoscimenti per I reietti dell'altro pianeta. Anarchica e femminista, è una delle rare esponenti della fantascienza utopica contemporanea ed è una scrittrice capace di toccare temi profondi e attuali, dai diritti civili, al pacifismo, all'ambiente. Ha dato vita tra gli altri al mondo di Terramare e a quello dell'Ecumene. TAG: #fantasy, #graphic_novel, #marco_sonseri, #roberto_lauciello, #andrea_piccardo, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: L'Ammiraglio (Giosuè Calaciura)
Autore: Giosuè Calaciura Editore: Sellerio Editore Palermo, 2025 Pagine: 240 Genere: Narrativa italiana, Narrativa Storica Prezzo: € 16.00 (cartaceo), € 10.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.sellerio.it/it/catalogo/Ammiraglio/Calaciura/17055 Trama Il nuovo romanzo di Giosuè Calaciura ha al centro Cristoforo Colombo, l’Ammiraglio, una figura storica colossale e discussa, un eroe dell’esplorazione e l’iniziatore dell’oppressione coloniale, il portatore della civiltà occidentale nelle Americhe e al tempo stesso colui che avvia un genocidio, sancendo l’imperialismo, il razzismo e la soppressione culturale. Nel romanzo la fedeltà ai fatti e alle cronache colombiane – fondata sul diario di bordo, sugli atti del processo a Colombo dell’inquisitore Bobadilla – è infiltrata da ammiccamenti letterari, evangelici, fantascientifici che distorcono la realtà storica portandola altrove. Vi si racconta l’organizzazione del viaggio, la ferocia della conquista, la superiorità tecnica, la tecnologia come scelta di sopraffazione, lo schiavismo, la violenza come strumento esclusivo e definitivo del rapporto dell’Occidente verso gli «altri», sia indios che europei non maggiorenti. E poi c’è un’altra vicenda, picara, stracciona, ironica e irriverente, come dei sipari tra un capitolo e l’altro della conquista. La traversata epica, temeraria, pazza, sostenuta senza controprova da ipotesi e vaghe congetture, da pratiche magico-religiose, dalla folle immaginazione dell’Ammiraglio come un Don Chisciotte oceanico infarcito di troppe letture. Ma la conquista delle Indie rimane una sorta di «manuale» aggiornatissimo sulla violenza dell’oggi, sulla perdita di ogni sentimento della giustizia (umana e giurisprudenziale) e della pietà; è il prototipo della prepotenza perenne che regola i rapporti tra paesi ricchi e paesi poveri, tra i ricchi e i poveri. L’Ammiraglio è anche un romanzo sulle illusioni, la speranza di un mondo per tutti, migliore, che s’infrange a ogni sbarco. Recensione Alcuni romanzi storici raccontano il passato; L’Ammiraglio di Giosuè Calaciura, invece, sembra volerlo attraversare, scavare, mettere in discussione. Il viaggio di Cristoforo Colombo diventa così molto più di un episodio decisivo della storia occidentale: è il punto di partenza di una riflessione ampia sul desiderio umano di conquista, sull’ossessione del potere e sul confine sottile che separa il sogno dalla violenza. Fin dalle prime pagine si percepisce che Calaciura non vuole scrivere una semplice biografia romanzata dell’Ammiraglio. Colombo diventa piuttosto una figura simbolica, quasi leggendaria, un uomo sospeso tra genialità e delirio, trascinato da una convinzione assoluta che lo porta oltre il limite del conosciuto. Nel romanzo appare visionario, ostinato, a tratti persino fanatico: un uomo che sembra vivere più dentro l’idea del viaggio che nella realtà concreta del mondo. La traversata oceanica viene raccontata con una scrittura ricca, immaginifica, capace di trasformare il mare in uno spazio mentale prima ancora che geografico. Il lettore entra in un universo dove convivono paura, superstizione, ambizione e desiderio di gloria. Le navi avanzano verso l’ignoto mentre intorno cresce il senso di smarrimento dell’equipaggio, e il viaggio assume progressivamente il tono di una discesa dentro l’ossessione umana. Ma il cuore del romanzo non è soltanto l’avventura. Calaciura mostra con grande lucidità come la scoperta del Nuovo Mondo coincida immediatamente con la sopraffazione. L’arrivo nelle nuove terre non ha nulla di eroico o trionfale: porta con sé il dominio, la violenza, la cancellazione dell’altro. Nel libro emerge chiaramente il legame tra la sete di conquista e il bisogno di possesso, e Colombo diventa il simbolo di una civiltà che giustifica ogni brutalità in nome del progresso, della fede o della gloria personale. Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è proprio questa continua ambiguità del protagonista. Calaciura non lo trasforma mai in un eroe né in un semplice mostro. L’Ammiraglio rimane una figura contraddittoria, attraversata da grandezza e miseria, intuizione e crudeltà. È un uomo che crede davvero nel proprio destino, ma che finisce per incarnare anche il lato più oscuro dell’impresa coloniale. La scrittura è probabilmente l’elemento più potente del libro. Calaciura costruisce un linguaggio poetico, teatrale, a tratti visionario, che alterna momenti di straordinaria bellezza a passaggi durissimi. Alcune scene sembrano quasi ballate popolari, altre assumono il tono di una cronaca allucinata. Il risultato è una narrazione molto intensa, che non cerca mai la semplicità ma punta continuamente all’immagine, al ritmo, alla forza evocativa. Non è una lettura immediata né leggera. Richiede attenzione, perché l’autore preferisce spesso la suggestione alla linearità narrativa. Tuttavia è proprio questa scelta a rendere L’Ammiraglio un romanzo così particolare e riconoscibile. Più che raccontare gli eventi in modo ordinato, Calaciura cerca di restituire il caos morale e umano di quel momento storico. Alla fine della lettura resta soprattutto una sensazione di inquietudine. Il romanzo sembra suggerire che ogni grande conquista della storia porti con sé anche una perdita, una ferita, una distruzione. Il sogno di raggiungere nuovi mondi si trasforma lentamente in un racconto di potere e sopraffazione, e il mare attraversato dall’Ammiraglio diventa quasi lo specchio delle contraddizioni dell’uomo. L’Ammiraglio è un libro consigliato a chi ama la narrativa storica di forte impronta letteraria, a chi cerca romanzi intensi e visionari, e a chi apprezza le storie che mettono in discussione i miti della storia occidentale senza offrire risposte semplici. È invece meno adatto a chi preferisce trame lineari o romanzi storici più tradizionali e avventurosi. Alcune note su Giosuè Calaciura Giosuè Calaciura è nato a Palermo nel 1960. Giornalista, collabora con Rai Radio 3, scrive per quotidiani e riviste. I suoi racconti sono apparsi in diverse raccolte, tra queste Disertori (Einaudi, 2001), curata da Giovanna De Angelis, e Luna nuova. Nuovi scrittori dal Sud (Argo, 1997), a cura di Goffredo Fofi. Tradotto all’estero, ha pubblicato i romanzi: Sgobbo, Premio Selezione Campiello (2002), La figlia perduta. La favola dello slum (2005), Urbi et Orbi (2006) La penitenza (2016), e il saggio Pantelleria, l’ultima isola (2016). Con questa casa editrice Bambini e altri animali (2013), Borgo Vecchio (2017), Il tram di Natale (2018), Io sono Gesù (2021), Malacarne (2022), Una notte (2022) e L'Ammiraglio (2026). TAG: #narrativa_italiana, #narrativa_storica, #giosuè_calaciura, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Le canzoni di New York (Liz Moore)
Autore: Liz Moore Traduttore: Ada Arduini Editore: NN Editore, 2026 Pagine: 292 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 19.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://amzn.to/4tzqd9q Trama New York, anni Duemila. Jax è la direttrice della famosa etichetta Titan Records, che gestisce in maniera inflessibile e competitiva, sempre alla caccia di nuovi cantanti da mettere sotto contratto. Finora la Titan ha potuto contare sul successo di Tommy Mays e la sua band, ma le mode musicali cambiano in fretta e bisogna essere pronti a intercettare i gusti del pubblico. Lo sa bene Theo, il talent scout che ha appena scommesso su un nuovo gruppo, i Burn, a cui ha chiesto di aprire gli ultimi concerti di Tommy Mays. Ma il cammino verso la fama è un continuo saliscendi, e Jax dubita che i Burn abbiano le carte in regola per farcela. Lei punta tutto, invece, sulla giovane, bella e talentuosa Lenore Lamont, che sembra immune da dubbi e paure. Finché il peso delle aspettative e una delusione d’amore risvegliano le fragilità della ragazza, proprio alla vigilia della sua occasione per conquistare il grande pubblico. "Le canzoni di New York" alterna le voci di protagonisti e comprimari sullo sfondo della città dei sogni, e ci rivela il lato nascosto dell’industria musicale, tra slanci, debolezze, compromessi, e i colpi di scena che, in un istante, possono trasformare un fallimento in una leggenda. Con il suo sguardo carico di umanità, Liz Moore ci riporta a quell’attimo inebriante in cui le luci si abbassano, cala il silenzio ed è tempo di esibirsi sul palcoscenico della propria vita. Recensione Ci sono romanzi che raccontano una storia, e altri che riescono a restituire un’atmosfera, un’epoca, perfino una sensazione difficile da definire. Le canzoni di New York di Liz Moore appartiene decisamente a questa seconda categoria. È un libro che parla di musica, certamente, ma sarebbe riduttivo considerarlo soltanto un romanzo ambientato nel mondo discografico. In realtà, è soprattutto una riflessione sulla solitudine, sull’ambizione, sul bisogno disperato di essere ascoltati e sul fragile equilibrio tra ciò che siamo davvero e ciò che il mondo si aspetta da noi. Ambientato nella New York dei primi anni Duemila, il romanzo si muove dentro gli uffici della Titan Records, una grande etichetta musicale dove artisti, produttori, talent scout e dirigenti vivono immersi in una realtà dominata dal successo, dall’immagine e dalla continua ricerca della “prossima grande voce”. Liz Moore costruisce un racconto corale, fatto di esistenze che si sfiorano, si intrecciano e spesso si scontrano, mostrando quanto il mondo della musica possa essere allo stesso tempo seducente e spietato. Uno degli aspetti più riusciti del libro è proprio la sua struttura narrativa. Non c’è un unico protagonista assoluto: ogni personaggio diventa una lente attraverso cui osservare un diverso volto della città, della musica e delle relazioni umane. Tommy Mays, musicista già affermato e idolatrato dal pubblico, vive una crisi profonda che mette in discussione il senso stesso della sua carriera. Dietro il successo e la fama si nasconde infatti un uomo incapace di trovare stabilità emotiva, sempre più distante dalla persona che forse era all’inizio del suo percorso artistico. Tommy rappresenta il lato più malinconico del romanzo: quello di chi ha ottenuto ciò che desiderava e scopre che non basta. Accanto a lui si muove Theo, giovane talent scout ancora inesperto ma animato da un entusiasmo quasi ingenuo. Theo crede davvero nella musica e nella possibilità che un artista possa ancora essere scoperto per autenticità e talento. La sua fiducia nei The Burn, band emergente che cerca disperatamente un’occasione per farsi conoscere, diventa una delle linee narrative più interessanti del romanzo, perché racconta il momento delicatissimo in cui un sogno può trasformarsi in realtà oppure crollare definitivamente. Attraverso Theo, Liz Moore descrive con grande lucidità il conflitto tra passione artistica e logiche commerciali, mostrando quanto sia difficile conservare uno sguardo sincero in un ambiente dominato dal profitto. Ma forse il personaggio più affascinante è Jax, direttrice della casa discografica. È una donna intelligente, determinata, spesso dura nei modi, abituata a prendere decisioni rapide e a leggere le persone come fossero investimenti. Eppure anche lei, dietro il controllo e la sicurezza, nasconde fragilità profonde e un costante bisogno di mantenere il potere in un ambiente competitivo e fortemente maschile. Jax incarna perfettamente una delle idee centrali del libro: il fatto che nel mondo della musica tutti siano costretti a interpretare un ruolo, anche quando quel ruolo li consuma lentamente dall’interno. Tra le figure più tragiche e intense c’è poi Lenore Lamont, giovane cantante sulla quale l’etichetta decide di puntare tutto. Lenore rappresenta il lato più crudele dell’industria musicale: quello che trasforma le persone in immagini da costruire, vendere e controllare. La sua parabola è raccontata con una sensibilità straordinaria e mette in luce il peso delle aspettative, dell’esposizione pubblica e della perdita progressiva della propria identità. Liz Moore evita qualsiasi retorica e non idealizza mai il talento artistico: al contrario, mostra quanto possa diventare fragile una persona quando il suo valore viene misurato soltanto attraverso il successo. La musica, nel romanzo, è ovunque. Non solo nei concerti, negli studi di registrazione o nelle canzoni che i personaggi ascoltano continuamente, ma soprattutto nel modo in cui ciascuno di loro cerca una voce personale. Le “canzoni” del titolo assumono così un significato simbolico: diventano il tentativo di raccontarsi, di essere riconosciuti, di lasciare una traccia nel mondo. In questo senso, il romanzo parla profondamente anche della paura di sparire, di essere dimenticati o sostituiti da qualcuno di più giovane, più interessante, più vendibile. New York, naturalmente, occupa un ruolo fondamentale nella storia. Non è soltanto lo sfondo del racconto, ma una presenza viva e costante. Liz Moore descrive una città fatta di locali fumosi, appartamenti piccoli e impersonali, uffici pieni di tensione, notti insonni e strade attraversate da persone che inseguono continuamente qualcosa. È una New York lontana dall’immaginario turistico e cinematografico: una città frenetica, spesso crudele, ma capace di alimentare illusioni enormi. Tutti i personaggi sembrano muoversi dentro questa città cercando una forma di appartenenza che sfugge continuamente. Uno degli elementi più belli del romanzo è la capacità dell’autrice di lavorare sui dettagli emotivi. Liz Moore non costruisce scene eclatanti o grandi colpi di scena; preferisce invece concentrarsi sugli sguardi, sulle conversazioni sospese, sui momenti di silenzio e sulle piccole incrinature interiori dei personaggi. È proprio questa attenzione psicologica a rendere il libro così coinvolgente. Il lettore entra lentamente nelle vite dei protagonisti e finisce per conoscerne paure, contraddizioni e desideri più nascosti. La scrittura è elegante, intensa, ma mai artificiosa. Liz Moore utilizza una prosa molto controllata, capace di alternare introspezione e narrazione con grande naturalezza. Ci sono pagine di straordinaria sensibilità emotiva, soprattutto quando il romanzo affronta il rapporto tra arte e vulnerabilità. La musica, infatti, non viene mai trattata come semplice intrattenimento: diventa un linguaggio attraverso cui i personaggi tentano di esprimere ciò che non riescono a dire apertamente. Un altro tema molto forte è quello dell’identità. Tutti i protagonisti sembrano vivere divisi tra ciò che mostrano al pubblico e ciò che provano realmente. Gli artisti devono apparire autentici anche quando la loro immagine viene costruita a tavolino; i dirigenti devono mostrarsi forti anche quando sono pieni di dubbi; chi sogna il successo finisce spesso per sacrificare parti importanti di sé pur di ottenerlo. Il romanzo suggerisce continuamente che il prezzo della visibilità possa essere altissimo, soprattutto quando si perde il controllo della propria voce. Pur essendo ambientato nel mondo musicale, Le canzoni di New York non è un romanzo rumoroso o spettacolare. Al contrario, possiede una malinconia costante, quasi sotterranea, che accompagna tutta la lettura. È un libro che parla di persone profondamente sole anche quando sono circondate da pubblico, applausi e attenzioni. E forse proprio questa malinconia rappresenta il suo tratto più autentico e memorabile. La grande forza dell'autrice sta nel non giudicare mai i suoi personaggi. Anche quando compiono scelte discutibili o egoistiche, l’autrice riesce sempre a mostrarne la complessità umana. Nessuno è completamente innocente, ma nessuno viene ridotto a semplice stereotipo. Questo rende il romanzo estremamente realistico e umano, perché restituisce tutta l’ambiguità delle relazioni, dell’ambizione e della ricerca di sé. Si tratta di un romanzo che parla di musica solo in superficie. In profondità, racconta il desiderio universale di essere visti, ascoltati e amati per ciò che si è davvero. È una storia sulle illusioni che costruiamo intorno al successo e sulla difficoltà di restare fedeli a sé stessi in un mondo che continuamente ci chiede di trasformarci in qualcosa di più vendibile, più brillante, più perfetto. È un libro che richiede attenzione e disponibilità emotiva, perché non punta sull’azione o sul ritmo serrato, ma sull’immersione lenta nelle vite dei personaggi. Chi cerca un romanzo pieno di colpi di scena potrebbe trovarlo meno immediato; chi invece ama le storie introspettive, i romanzi corali e le narrazioni capaci di scavare nelle fragilità umane troverà in queste pagine una lettura intensa e profondamente coinvolgente. Consigliato a chi ama la narrativa contemporanea americana, i romanzi ambientati nel mondo della musica e le storie che mettono al centro le emozioni, le relazioni e le contraddizioni dell’identità moderna. Perfetto per i lettori che apprezzano libri malinconici, raffinati e psicologicamente profondi, in cui i personaggi restano impressi molto più degli eventi narrati. Alcune note su Liz Moore Liz Moore è una scrittrice e musicista americana, e insegna Scrittura creativa alla Temple University di Philadelphia. NNE ha pubblicato I cieli di Philadelphia (2020), da cui è stata tratta la miniserie Long Bright River, Il mondo invisibile (2021), Il peso (2022), romanzo che è stato selezionato per l’International IMPAC Dublin Literary Award, e Il dio dei boschi, selezionato per il Summer Book Club di Jimmy Fallon e incluso da Barack Obama tra i migliori libri dell’anno. TAG: #narrativa_straniera #narrativa_moderna_contemporanea, #ada_arduini, #liz_moore, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Addio a sta c***o di ansia. Il geniale, irriverente metodo scientifico per liberarsene una volta per tutte e riappropriarsi finalmente della vita (Faith G. Harper)
Autore: Faith G. Harper Traduttore: Sara Puggioni Editore: Libreria Pienogiorno, 2026 Pagine: 144 Genere: Saggi, Psicologia Prezzo: € 16.90 (cartaceo), € 10.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.pienogiorno.it/libro/9791282435079 Trama Quando ti dicono “non stare in ansia” mentre tu nell’ansia ci nuoti, quante risposte non propriamente urbane ti vengono in mente? Se fosse così facile, l’ansia e i suoi derivati non avvelenerebbero le giornate dei tre quarti dei nostri connazionali. E il motivo per cui non lo è, è che l’ansia, come lo stress, è una strategia di difesa ancestrale: il cervello sta in allerta per proteggerci dai pericoli. Solo che il più delle volte resta attivo a oltranza, girando a vuoto, anche se il pericolo è passato, e perfino se è solo largamente ipotetico. È proprio qui che viene in soccorso il testatissimo metodo che la dottoressa Faith Harper, psicoterapeuta specializzata in materia, ha messo a punto in anni di esperienza. Con un approccio scientifico e irriverente, da “zero menate” eppure fortemente empatico, insegna a distinguere l’ansia da altri disturbi, e offre una moltitudine di strumenti per farvi fronte nel breve e nel lungo termine. Recensione Ci sono libri che affrontano l’ansia con tono clinico e distaccato, altri che scelgono la via della spiritualità, altri ancora che puntano tutto sulla motivazione personale e sulle frasi incoraggianti. Questo libro appartiene invece a una categoria molto più rara: quella dei libri capaci di parlare di salute mentale con competenza, ironia e brutalissima sincerità, senza mai risultare freddi o artificiosi. Già dal titolo si comprende immediatamente quale sarà il tono dell’opera. Harper non cerca di addolcire il problema né di presentare l’ansia come qualcosa che possa essere eliminato semplicemente “pensando positivo”. Il suo approccio è diretto, provocatorio, volutamente sopra le righe, ma mai superficiale. Dietro il linguaggio esplicito e colloquiale si nasconde infatti un libro molto più serio e strutturato di quanto il titolo possa far pensare a una prima occhiata. L’autrice parte da un concetto fondamentale: l’ansia non è un difetto morale, non è debolezza, non è incapacità di affrontare la vita. È una risposta biologica e neurologica che nasce come meccanismo di sopravvivenza. Il cervello umano, programmato per proteggerci dai pericoli, può però finire per restare costantemente in stato di allerta anche quando il pericolo non esiste davvero o non è più presente. Ed è qui che nasce quel senso di tensione continua, di allarme permanente, di stanchezza mentale che tante persone conoscono bene. Uno degli aspetti più interessanti del libro è proprio il modo in cui Harper riesce a spiegare questi meccanismi complessi in maniera semplice e accessibile. Non c’è mai il desiderio di impressionare il lettore con termini tecnici o lunghe spiegazioni accademiche. Al contrario, il libro sembra quasi una conversazione schietta con qualcuno che sa esattamente di cosa sta parlando ma rifiuta il linguaggio freddo e impersonale dei manuali tradizionali. La grande forza del testo sta nel suo equilibrio tra divulgazione scientifica e tono umano. Harper riesce a spiegare come funzionano il sistema nervoso, le reazioni automatiche del cervello, gli effetti dello stress cronico e i circoli viziosi dell’ansia senza trasformare il libro in un trattato specialistico. Tutto viene riportato alla vita quotidiana: alle paure apparentemente irrazionali, ai pensieri ossessivi, alla difficoltà di rilassarsi, alla sensazione di essere sempre “sotto attacco”, anche nei momenti in cui razionalmente sappiamo che non c’è nulla da temere. Ed è forse proprio questa la qualità che rende il libro così efficace: la capacità di far sentire il lettore compreso. Harper descrive dinamiche interiori che molte persone vivono ogni giorno ma che raramente trovano raccontate con tanta precisione. L’ansia non viene rappresentata come un mostro astratto o un concetto teorico, ma come qualcosa di concreto, fisico, quotidiano. È il nodo allo stomaco, la mente che corre senza fermarsi, la paura costante di sbagliare, l’incapacità di spegnere il cervello anche nei momenti di tranquillità. L’autrice affronta anche il rapporto tra ansia e società contemporanea. Senza trasformare il libro in un manifesto sociale, mostra chiaramente quanto il mondo moderno alimenti stati di iperattivazione continua: ritmi accelerati, aspettative costanti, pressione lavorativa, bisogno di controllo, sovraccarico di informazioni. In questo senso il libro non parla soltanto di psicologia individuale, ma anche di un disagio collettivo che riguarda moltissime persone. Molto efficace è anche la scelta stilistica di usare umorismo e sarcasmo. In altri contesti un linguaggio così diretto potrebbe risultare forzato o persino fastidioso, ma qui funziona sorprendentemente bene perché nasce da una reale comprensione del problema. Harper non ride dell’ansia e non minimizza il dolore di chi ne soffre; usa invece l’ironia come strumento per togliere all’ansia quell’aura di vergogna e isolamento che spesso la accompagna. Leggendo il libro si ha continuamente la sensazione che l’autrice voglia smontare un’idea molto diffusa: quella secondo cui chi soffre d’ansia dovrebbe semplicemente “imparare a gestirsi meglio”. Harper mostra invece quanto i meccanismi dell’ansia siano profondi, automatici e radicati nel funzionamento stesso del cervello. Ma allo stesso tempo insiste sul fatto che questi meccanismi possano essere compresi e gradualmente modificati. Non esistono formule magiche, ma esistono strumenti pratici, esercizi, strategie e soprattutto una nuova consapevolezza. Il saggio alterna infatti spiegazioni teoriche a suggerimenti concreti. Non si limita a descrivere il problema, ma prova a fornire al lettore strumenti utili per interrompere certi automatismi mentali e corporei. Harper insiste molto sull’importanza di riconoscere i segnali del corpo, comprendere le proprie reazioni e imparare a interrompere il ciclo continuo di paura e ipercontrollo. È un approccio pragmatico, molto lontano dalle promesse irrealistiche di certi manuali motivazionali. Un altro elemento interessante è il rifiuto di qualsiasi perfezionismo terapeutico. L’autrice non promette una trasformazione immediata né una serenità permanente. Il libro non vende l’illusione della “guarigione totale” intesa come eliminazione definitiva di ogni paura. Piuttosto invita il lettore a costruire un rapporto diverso con la propria ansia, smettendo di considerarla un nemico invincibile o una condanna personale. Anche per questo motivo il testo riesce a risultare autentico. Non cerca mai di semplificare troppo il problema. Harper sa bene che l’ansia può essere debilitante, paralizzante e profondamente dolorosa, e non lo nasconde. Tuttavia evita anche di cadere nel vittimismo o nel tono tragico. Il risultato è un equilibrio molto raro: il libro è empatico senza essere compassionevole, diretto senza essere aggressivo, ironico senza diventare superficiale. Dal punto di vista narrativo, la lettura è estremamente fluida. Le pagine scorrono velocemente grazie a uno stile vivace, pieno di esempi concreti, osservazioni realistiche e momenti in cui il lettore si riconosce immediatamente. È uno di quei libri che spesso portano a fermarsi durante la lettura per pensare: “Ecco, è esattamente quello che provo anch’io”. Naturalmente il tono scelto dall’autrice potrebbe non piacere a tutti. Chi preferisce saggi più sobri, accademici o tradizionali potrebbe trovare eccessivo il linguaggio esplicito o l’ironia continua. In alcuni passaggi il registro colloquiale è così marcato da sembrare quasi aggressivo. Ma è evidente che si tratti di una scelta precisa e coerente con l’intero progetto del libro: rompere la formalità con cui spesso si parla di salute mentale e creare invece un dialogo diretto, sincero e immediato con il lettore. Va anche detto che il libro funziona particolarmente bene proprio perché evita il tono “motivazionale” tipico di tanti testi sul benessere psicologico. Harper non cerca di convincere il lettore che basti cambiare atteggiamento per stare meglio. Non propone scorciatoie spirituali, né soluzioni semplicistiche. La sua idea è molto più concreta: capire come funziona il cervello può aiutare a smettere di sentirsi in guerra con se stessi. In definitiva, si tratta di un libro intelligente, onesto e sorprendentemente utile. Riesce a divulgare contenuti psicologici e neuroscientifici in modo chiaro senza perdere profondità, e soprattutto riesce a far sentire meno sole le persone che convivono con l’ansia quotidiana. La sua forza non sta nel promettere miracoli, ma nel restituire al lettore la sensazione di poter finalmente comprendere ciò che gli accade. È un saggio che parla a chi si sente costantemente sopraffatto dai pensieri, a chi vive in stato di allerta permanente, a chi si è stancato di sentirsi dire “devi solo rilassarti”. Ma è consigliato anche a chi vuole capire meglio i meccanismi dell’ansia senza affrontare letture troppo tecniche o pesanti. Perfetto per lettori che cercano un approccio pratico, diretto, ironico e profondamente umano. Consigliato a chi soffre di ansia cronica, attacchi d’ansia, stress costante o ipercontrollo mentale; a lettori interessati alla psicologia divulgativa; a chi cerca un manuale concreto e non paternalistico; e anche a familiari e amici che desiderano comprendere meglio cosa significhi vivere con l’ansia ogni giorno. Alcune note su Faith G. Harper Faith G. Harper è una psicoterapeuta di fama, autrice di numerosi bestseller e di TED talks di successo. È stata professore aggiunto all’università di San Antonio, in Texas, prima di prima di avviare il suo Centro di psicoterapia. TAG: #saggi, #psicologia, #sara_puggioni, #faith_g_harper, #voto_quattro

RECENSIONE: Dalla discoteca si esce senza voce, non senza vita. Corinaldo: una strage senza risposte (Gabriele Parpiglia)
Autore: Gabriele Parpiglia Editore: Mursia, 2026 Pagine: 154 Genere: Saggi, Reportage giornalistico Prezzo: € 16.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.mursia.com/ Trama «Mia sorella ci ha rimesso la vita per una sola parola: superficialità.» 8 dicembre 2018. Una notte di festa si trasforma in un incubo di fumo e calca. Sei morti, centinaia di feriti e una domanda che urla ancora giustizia: come è stato possibile? Parpiglia ricostruisce l’anatomia della strage di Corinaldo, dà voce a chi è rimasto, a chi lotta per non dimenticare e a chi pretende che quella linea tracciata nel sangue non venga mai più superata. Perché la vita delle persone non può avere il prezzo di un biglietto venduto in più. Recensione Ci sono libri che nascono per raccontare un fatto, e altri che invece cercano di dare un senso a ciò che un senso sembra non averlo. Dalla discoteca si esce senza voce, non senza vita. Corinaldo: una strage senza risposte, appartiene chiaramente alla seconda categoria. Il libro affronta una delle tragedie più sconvolgenti degli ultimi anni in Italia: la strage della Lanterna Azzurra di Corinaldo, avvenuta nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 2018, quando sei persone persero la vita e decine di ragazzi rimasero feriti durante l’attesa di un concerto. Un evento che per molti è stato rapidamente assorbito dal flusso continuo delle notizie, ma che qui viene restituito nella sua dimensione più umana, più dolorosa e soprattutto più irrisolta. La forza del libro sta proprio nella sua capacità di non limitarsi alla cronaca. L’autore non si accontenta di ricostruire i fatti in maniera lineare, ma cerca di entrare nelle crepe lasciate dalla tragedia: nelle responsabilità, nelle omissioni, nelle superficialità e nel dolore delle famiglie. È una narrazione che procede come un’indagine emotiva prima ancora che giudiziaria. Ogni pagina sembra voler ribadire una domanda semplice e terribile: come è stato possibile? Il libro ricostruisce con attenzione il contesto della serata: l’arrivo di centinaia di adolescenti nella discoteca, l’attesa febbrile per l’esibizione, il caos improvviso generato dal panico e poi il crollo della balaustra che trasformò in pochi secondi una serata di festa in una tragedia collettiva. Tuttavia, ciò che colpisce maggiormente non è tanto la successione degli eventi, quanto il modo in cui vengono raccontati. Non c’è alcuna ricerca del sensazionalismo. Al contrario, emerge continuamente la volontà di rispettare il dolore delle vittime e dei sopravvissuti. Questo rende la lettura intensa ma mai morbosa. Uno degli aspetti più riusciti del libro è il modo in cui viene affrontato il tema della responsabilità collettiva. Corinaldo non viene presentata come una fatalità, né come un semplice incidente. Nel corso delle pagine emerge piuttosto il ritratto di un sistema fatto di leggerezze, controlli insufficienti, disorganizzazione e sottovalutazioni. Il libro insiste molto sul concetto di superficialità, quasi fosse il vero filo rosso della vicenda. Superficialità nella gestione degli spazi, nella sicurezza, nella prevenzione, ma anche superficialità nel modo in cui troppo spesso la società considera i luoghi frequentati dai giovani. In questo senso, il testo assume un valore che va oltre la singola tragedia e diventa una riflessione più ampia sul rapporto tra profitto, sicurezza e responsabilità pubblica. La scrittura è diretta, asciutta, ma capace di diventare profondamente emotiva nei momenti dedicati alle testimonianze dei familiari e dei sopravvissuti. È proprio qui che il libro trova il suo cuore più autentico. Non si leggono soltanto fatti, date o ricostruzioni: si leggono vite spezzate, assenze quotidiane, silenzi che continuano anche anni dopo la tragedia. Alcuni passaggi risultano particolarmente duri perché mostrano la normalità distrutta all’improvviso. Genitori che aspettavano il ritorno dei figli e che invece hanno ricevuto una telefonata nella notte. Ragazzi usciti di casa per divertirsi e mai più tornati. Amici sopravvissuti che convivono ancora con il senso di colpa e con immagini impossibili da dimenticare. Il libro riesce anche a raccontare molto bene il mondo adolescenziale contemporaneo. Non giudica i ragazzi presenti quella sera, non li trasforma in stereotipi, ma restituisce il desiderio semplice e universale di divertirsi, stare insieme, sentirsi parte di qualcosa. Ed è proprio questa normalità a rendere la tragedia ancora più devastante. Corinaldo diventa così il simbolo di una generazione spesso lasciata sola in spazi dove l’intrattenimento conta più della sicurezza reale. Interessante è anche il modo in cui viene affrontata la dimensione mediatica della tragedia. Il libro lascia emergere quanto velocemente l’attenzione pubblica si consumi, quanto rapidamente il dolore collettivo venga sostituito da nuove notizie e nuovi scandali. Eppure, per chi quella tragedia l’ha vissuta, il tempo non passa mai davvero. In questo senso, il libro svolge anche una funzione di memoria civile: impedisce che quei nomi, quelle vite e quelle responsabilità vengano archiviate troppo facilmente. Dal punto di vista narrativo, il ritmo è coinvolgente. Pur trattandosi di un libro-inchiesta, la lettura non risulta mai pesante o eccessivamente tecnica. L’autore riesce a mantenere viva la tensione narrativa senza tradire la verità dei fatti. Si percepisce continuamente il lavoro di ricerca e documentazione, ma anche la volontà di costruire un racconto accessibile, capace di parlare sia a chi conosce bene la vicenda sia a chi la ricorda soltanto attraverso i titoli dei telegiornali. Non manca, naturalmente, una forte componente di denuncia. Il libro sembra voler ricordare al lettore che tragedie come quella di Corinaldo non nascono mai dal nulla. Sono spesso il risultato di una lunga catena di errori, omissioni e scelte sbagliate. E proprio per questo il sottotitolo una strage senza risposte acquista un significato ancora più amaro: non perché manchino del tutto le verità giudiziarie, ma perché rimane aperta una domanda morale e civile che nessuna sentenza riesce davvero a chiudere. La sensazione che resta al termine della lettura è pesante ma necessaria. È il tipo di libro che non si dimentica facilmente perché costringe il lettore a confrontarsi con qualcosa di profondamente reale: la fragilità della vita e il prezzo devastante dell’indifferenza. Non è una lettura consolatoria. Non cerca di offrire facili soluzioni né rassicurazioni. Cerca piuttosto di mantenere viva una memoria e di impedire che una tragedia simile venga ridotta a semplice episodio di cronaca. Si tratta quindi un libro importante non soltanto per ciò che racconta, ma per il modo in cui lo racconta. Un’opera che unisce inchiesta, memoria e denuncia sociale con grande equilibrio umano. Un libro doloroso, intenso e necessario, che invita a riflettere sul valore della responsabilità collettiva e sulla facilità con cui la superficialità può trasformarsi in tragedia. Consigliato a chi ama il giornalismo narrativo e i libri-inchiesta; a chi cerca letture capaci di affrontare temi sociali contemporanei senza filtri; a chi è interessato alla cronaca italiana recente; ma anche a chi desidera leggere una storia vera che lasci dentro domande, emozioni e inquietudine ben oltre l’ultima pagina. Alcune note su Gabriele Parpiglia Gabriele Parpiglia è giornalista, autore, produttore di serie TV e scrittore. Ha lavorato, tra gli altri, con Maurizio Costanzo e Maria De Filippi. È autore di reality, conduttore di programmi TV e podcast, e voce radiofonica da oltre un decennio, ma la scrittura è la sua vera passione. TAG: #saggi, #reportage_giornalistico, #gabriele_parpiglia, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Lino Banfi. La commedia di una vita (Marco Sonseri, Roberto Lauciello, Andrea Piccardo)
Autore: Marco Sonseri, Roberto Lauciello, Andrea Piccardo Editore: Tunué, 2026 Pagine: 112 Genere: Biografie, Graphic novel Prezzo: € 17.50 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.tunue.com/product/lino-banfi-la-commedia-di-una-vita/ Anteprima: https://www.tunue.com/product/lino-banfi-la-commedia-di-una-vita/ Trama Dalla Puglia del dopoguerra ai primi passi sui palchi d'Italia, questa è la storia di Lino Banfi prima del successo. Un racconto che ci porta alle sue origini, tra la scoperta della sua passione per far divertire gli altri, i sogni di un ragazzo pieno di fantasia e il grande amore per Lucia, la donna che gli resterà accanto per tutta la vita. Pasquale Zagaria – questo il suo vero nome – affronta la povertà, la guerra, il seminario e le prime delusioni artisti che con il sorriso di chi non smette mai di credere nel proprio talento. Tra sacrifici, sogni e mille espedienti per cavarsela, scopriamo la nascita di una vocazione: quella di far ridere per donare speranza. Un viaggio tenero, ironico e autentico alle radici di uno dei volti più amati dello spettacolo italiano. Recensione Quando si parla di Lino Banfi, il rischio più grande è sempre quello della semplificazione. Ridurlo a una maschera comica, a un repertorio di battute diventate patrimonio popolare o alla memoria televisiva di intere generazioni. Questo graphic novel evita fortunatamente questa trappola e sceglie una strada diversa: raccontare l’uomo prima del personaggio, il giovane Pasquale Zagaria prima che diventasse il “nonno d’Italia” e uno dei simboli più riconoscibili della comicità italiana. Il libro, scritto da Marco Sonseri, non si limita infatti a ricostruire cronologicamente la carriera dell’attore, ma prova a entrare nella materia umana che ha generato quella comicità tanto popolare quanto profondamente legata alla vita quotidiana. È un racconto che parte dalla Puglia del dopoguerra, dalla povertà, dalle famiglie numerose, dalla provincia italiana ancora ferita ma piena di energia e desiderio di riscatto. In queste pagine il futuro Lino Banfi appare lontanissimo dalla celebrità: è un ragazzo inquieto, pieno di sogni, ma anche di paure e incertezze. Uno degli elementi più riusciti del volume è proprio la sua capacità di mostrare come la comicità nasca spesso dalla difficoltà. La risata, nel percorso umano di Banfi, non viene mai descritta come semplice intrattenimento, ma come una forma di resistenza alla fatica della vita. Le esperienze di precarietà economica, gli inizi difficili nel mondo dello spettacolo, i continui tentativi di trovare una propria voce artistica costruiscono il ritratto di un uomo ostinato, disposto a reinventarsi continuamente pur di non rinunciare alla propria vocazione. Molto significativa è anche la parte dedicata agli anni trascorsi in seminario, esperienza realmente vissuta da Banfi e raccontata nel libro con grande sensibilità. Qui emerge con forza il conflitto tra le aspettative familiari e il desiderio personale di una vita diversa. Da una parte c’è il percorso religioso che sembrava già scritto, dall’altra una vocazione artistica che cresce lentamente ma in modo inarrestabile. Sono pagine importanti perché mostrano un Banfi giovane e vulnerabile, lontano dall’immagine pubblica costruita negli anni successivi. Il libro insiste molto anche sul rapporto con Lucia, figura centrale nella vita dell’attore. Le pagine dedicate alla loro relazione sono tra le più intense dell’opera, perché raccontano un amore costruito nella normalità, nei sacrifici e nella condivisione delle difficoltà. Lucia non è semplicemente una presenza sentimentale, ma il punto fermo che accompagna Banfi nei momenti più complicati della sua formazione artistica e personale. Questo aspetto rende il racconto ancora più umano e credibile. Dal punto di vista narrativo, Lino Banfi. La commedia di una vita mantiene un tono scorrevole e molto accessibile. La scrittura è semplice ma mai superficiale: cerca piuttosto di restituire il ritmo orale del racconto popolare, quasi come se fosse lo stesso Banfi a confidare episodi della propria vita direttamente al lettore. Questa scelta funziona bene perché crea immediatamente empatia e rende la lettura coinvolgente anche per chi non è necessariamente un grande conoscitore della carriera dell’attore. Ma uno degli aspetti più interessanti del volume è sicuramente la componente grafica, elemento che arricchisce notevolmente l’esperienza di lettura. Il libro non punta soltanto sul testo, ma costruisce anche un immaginario visivo coerente con la storia raccontata. Le illustrazioni e l’impostazione grafica accompagnano il lettore dentro un’Italia popolare, calda, malinconica e vivissima. I colori, le ambientazioni e l’espressività dei personaggi riescono a evocare perfettamente l’atmosfera del dopoguerra e degli anni della formazione artistica del protagonista. La parte visiva non ha mai una funzione decorativa fine a sé stessa: contribuisce invece a rafforzare il tono emotivo del racconto. Alcune tavole riescono a trasmettere con immediatezza la povertà delle periferie del Sud, mentre altre restituiscono tutta la vitalità del mondo dello spettacolo che Banfi sogna di conquistare. C’è una forte attenzione ai dettagli quotidiani (gli ambienti domestici, i volti, gli abiti, i piccoli oggetti) che aiuta il lettore a entrare davvero nel contesto storico e umano della vicenda. Anche la rappresentazione dello stesso Lino Banfi è particolarmente riuscita, perché evita l’eccesso caricaturale. Il personaggio mantiene la sua riconoscibilità, ma conserva sempre una dimensione profondamente umana. Questo equilibrio tra ironia e malinconia è probabilmente uno dei punti di forza più evidenti del libro. Naturalmente il volume non vuole essere una biografia definitiva dell’attore né un’analisi completa della sua carriera cinematografica. Chi cerca approfondimenti dettagliati sui film della commedia sexy all’italiana o sui grandi successi televisivi troverà uno spazio più limitato rispetto alle aspettative. Il focus principale resta infatti la formazione umana ed emotiva del protagonista. Tuttavia, è proprio questa scelta a dare personalità al progetto e a distinguerlo dalle molte pubblicazioni celebrative dedicate ai grandi personaggi dello spettacolo. Alla fine della lettura, ciò che resta maggiormente impresso è il ritratto di un uomo che ha costruito il proprio successo partendo da condizioni estremamente difficili, senza perdere il legame con le proprie radici popolari. Lino Banfi. La commedia di una vita non racconta soltanto un attore famoso, ma una certa idea di Italia: quella fatta di sacrificio, famiglia, provincia, speranza e desiderio di riscatto. E forse è proprio per questo che il libro riesce a risultare coinvolgente anche per chi non appartiene necessariamente alla generazione cresciuta con i film e le trasmissioni di Banfi. È un’opera consigliata agli amanti delle biografie narrative, agli appassionati della storia dello spettacolo italiano, ma anche a chi cerca un racconto umano capace di alternare leggerezza e malinconia. Piacerà soprattutto a chi apprezza le storie di formazione e i personaggi popolari raccontati nella loro dimensione più autentica. Alcune note su Marco Sonseri Marco Sonseri nasce a Palermo il 20 febbraio del 1975. Ha sceneggiato fumetti per alcune delle principali case editrici italiane come Panini, Edizioni San Paolo, LancioStory, Dream Colours, Edizioni Art, Heavy Metal e EsseEffe Edizioni, mentre per il mercato francese ha pubblicato con Clair de Lune ed Editions Félès. È tra i fondatori della Scuola del fumetto di Palermo, dove ha insegnato sceneggiatura fino al 2007, anno del suo trasferimento in Lombardia. Ha firmato i testi della biografia a fumetti di Bud Spencer, Paolo Borsellino, don Pino Puglisi (vincitore del premio Fede a Strisce conferito dal festival riminese Cartoon Club) e Giorgio Perlasca. Alcune note su Roberto Lauciello Roberto Lauciello è nato a Genova nel 1971, frequenta la Scuola del Fumetto di Chiavari e l’Accademia Disney di Milano iniziando a muovere i primi passi nel mondo del fumetto fino a pubblicare anche per Topolino. In Italia ha pubblicato con Edizioni Paoline, Lavieri, Il Gioco di Leggere, CoccoleBooks, Notes Edizioni, Edizioni EL, Raffaello, Round Robin Editrice, Giunti, Il Messaggero Dei Ragazzi. Dal 2012 collabora come docente presso la Genoa Comics Academy. Alcune note su Andrea Piccardo Andrea Piccardo è grafico e colorista genovese; si forma presso lo studio dell’illustratore Andrea Musso e consegue il diploma in Disegno Industriale alla facoltà di Architettura di Genova. Ha fondato la prima Accademia del Fumetto di Genova. TAG: #biografie, #graphic_novel, #marco_sonseri, #roberto_lauciello, #andrea_piccardo, #voto_quattro

RECENSIONE: Maciste in giardino (Guido Quarzo)
Autore: Guido Quarzo Editore: Ancora, 2026 Pagine: 80 Genere: Narrativa italiana, Narrativa per ragazzi Prezzo: € 10.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.ancoralibri.it/scheda-libro/guido-quarzo/maciste-in-giardino-9788851431426-13184.html Trama Un giorno nel giardino di Nico arriva una talpa, una talpa così grande che suo papà la chiama Maciste, come il protagonista di alcuni film ambientati ai tempi degli antichi romani. Per catturare un animale così, però, ci vuole una persona speciale. Allora a casa di Nico viene chiamato Gino Bandiera, anche lui un Maciste a suo modo perché è un gigante e come la talpa è mezzo cieco. Ma è anche un ex campione di pugilato, cosa che Nico è destinato a scoprire presto. Età di lettura: da 8 anni. Recensione Ci sono libri per ragazzi che riescono a intrattenere, altri che riescono a educare, e poi ci sono quei romanzi più rari che, pur nella loro apparente semplicità, sanno lasciare nel lettore una sensazione profonda, quasi difficile da spiegare. Maciste in giardino di Guido Quarzo appartiene sicuramente a quest’ultima categoria. È un libro breve, ma sorprendentemente intenso, capace di raccontare con leggerezza temi importanti come il coraggio, la memoria, la fragilità e il rapporto tra l’infanzia e il mondo degli adulti. La storia prende avvio da un evento curioso e quasi comico: nel giardino di Nico compare una gigantesca talpa che devasta l’orto di famiglia. L’animale viene subito soprannominato “Maciste”, richiamando il celebre personaggio dei film mitologici italiani, simbolo di forza smisurata e quasi sovrumana. Attorno a questa presenza misteriosa si crea immediatamente un’atmosfera sospesa tra il reale e il fantastico, una dimensione narrativa in cui tutto sembra possibile. Ma il vero cuore del romanzo non è tanto la talpa quanto l’arrivo di Gino Bandiera, ex pugile enorme e ormai anziano, chiamato per risolvere il problema. È uno di quei personaggi che restano impressi fin dalle prime pagine: massiccio, quasi cieco, silenzioso, con un passato importante alle spalle e un’aura da gigante malinconico. Nico lo guarda con l’ammirazione tipica dei bambini, quella capacità di trasformare un uomo comune in una figura leggendaria. E in effetti Quarzo costruisce il personaggio proprio così: a metà tra realtà e mito. Uno degli aspetti più belli del libro è il rapporto che nasce lentamente tra Nico e Bandiera. Non si tratta della classica amicizia immediata e perfetta che spesso si incontra nei romanzi per ragazzi. Qui il legame cresce poco alla volta, attraverso dialoghi semplici, silenzi, racconti del passato e una reciproca curiosità. Nico vede in Bandiera un eroe autentico; Bandiera, invece, sembra ritrovare nel ragazzo uno sguardo sincero che forse gli mancava da tempo. Attraverso il personaggio dell’ex pugile, Quarzo riflette anche sul significato della forza. Gino Bandiera è stato davvero un uomo fortissimo, un campione capace di affrontare avversari enormi sul ring, eppure il romanzo suggerisce continuamente che la forza fisica non basta a definire una persona. Dietro quell’aspetto imponente si nascondono stanchezza, paure, ricordi dolorosi e persino una certa fragilità. È proprio questo contrasto a rendere il personaggio così umano e credibile. Molto affascinanti sono anche i racconti del passato di Bandiera, che introducono nel romanzo un tono quasi fiabesco e filosofico. In particolare, il momento in cui il pugile racconta l’incontro che lo ha spinto ad abbandonare il ring assume un valore simbolico fortissimo. Il libro, senza mai diventare pesante o complicato, parla infatti anche del limite umano, del confronto con la paura e del momento in cui ciascuno deve accettare di non essere invincibile. La scrittura di Quarzo è probabilmente uno degli elementi più riusciti del romanzo. Lo stile è semplice, pulito, molto scorrevole, ma mai banale. Ogni frase sembra scelta con attenzione e riesce a evocare immagini vivissime: il giardino scavato dalla talpa, la casa di Nico, la figura enorme di Bandiera che si muove lentamente, le atmosfere quasi sospese delle conversazioni serali. È una lingua che riesce a parlare ai ragazzi senza semplificare troppo e che, proprio per questo, conquista anche i lettori adulti. Nel libro c’è inoltre una continua oscillazione tra quotidianità e immaginazione. La talpa gigante potrebbe sembrare soltanto un elemento buffo, quasi surreale, ma in realtà rappresenta qualcosa di più: è il simbolo dell’irruzione dello straordinario nella vita normale. Nico vive in un mondo comune, fatto di orti, adulti e giornate tranquille, e improvvisamente tutto cambia grazie a questa presenza misteriosa. È il modo in cui i bambini guardano il mondo: ogni dettaglio può diventare epico, ogni adulto può trasformarsi in un eroe, ogni avventura può assumere dimensioni leggendarie. Ed è forse proprio questo il tema più profondo del romanzo: lo sguardo dell’infanzia. Quarzo riesce a raccontare il modo in cui i bambini percepiscono gli adulti, ingigantendone le qualità, trasformandone le storie in miti personali. Ma allo stesso tempo mostra anche il momento in cui si comincia a capire che perfino gli eroi hanno debolezze, rimpianti e paure. Pur essendo un libro relativamente breve, lascia moltissimo al lettore. Non punta sull’azione continua o sui colpi di scena, ma sulle atmosfere, sui personaggi e sulle emozioni sottili. È una lettura che procede con calma e che proprio per questo riesce a creare un forte coinvolgimento emotivo. Alla fine resta addosso una malinconia lieve, ma anche una sensazione di tenerezza e di meraviglia. È un romanzo che può essere letto da ragazzi molto giovani, ma che probabilmente viene apprezzato ancora di più dagli adulti, capaci di coglierne tutte le sfumature nostalgiche e simboliche. Non è soltanto una storia su una talpa gigantesca o su un ex pugile: è una riflessione delicata sulla memoria, sull’infanzia, sulla fine dei miti e sulla capacità delle storie di rendere il mondo più grande e misterioso. Consigliato a chi ama la narrativa per ragazzi intelligente e poetica, a insegnanti e genitori in cerca di letture ad alta voce di qualità, ma anche agli adulti che apprezzano i romanzi brevi capaci di unire ironia, malinconia e immaginazione. Alcune note su Guido Quarzo Guido Quarzo è molto amato da insegnanti e ragazzi e molto attivo negli incontri di lettura presso scuole e biblioteche. Con questo romanzo l’autore è stato finalista al Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2017 TAG: #narrativa_italiana, #narrativa_per_ragazzi, #guido_quarzo, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Il giornalista e l'assassino (Janet Malcolm)
Autore: Janet Malcolm Traduttore: Enzo D'Antonio Editore: Adelphi, 2026 Pagine: 170 Genere: Narrativa straniera, Società Prezzo: € 19.00 (cartaceo), € 10.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.adelphi.it/libro/9788845941023 Trama Fort Bragg, 1970. Un capitano medico dei Berretti Verdi, Jeffrey MacDonald, viene accusato di aver massacrato la moglie incinta e le due figlie a colpi di bastone e con un punteruolo da ghiaccio, ma viene scagionato da un tribunale militare per mancanza di prove. Anni dopo il caso viene riaperto, e il giornalista Joe McGinniss, in cerca di una storia di sicuro successo, si conquista l’amicizia di MacDonald e ne diventa il confidente per tutta la durata del processo che lo condannerà all’ergastolo, intrecciando con lui una corrispondenza sconcertante per doppiezza psicologica. Quando infatti, nel 1983, il libro di McGinniss viene pubblicato, MacDonald si scopre tradito dal giornalista, che lo ha dipinto come un assassino narcisista e psicopatico, e decide di citarlo in giudizio per frode. La vicenda scomoda in aula il Primo Emendamento e in molti da allora continuano a chiedersi fino a dove può spingersi la libertà di stampa, o se è legittimo ricorrere all’inganno in nome della cosiddetta «informazione». Ma soprattutto scomoda Janet Malcolm, una delle firme leggendarie del «New Yorker», che all’epoca aveva qualche ragione per interessarsi al caso: poco tempo prima uno psicoanalista americano, scontento del ritratto che la Malcolm ne aveva fatto, l’aveva querelata chiedendo un risarcimento di dieci milioni di dollari. E così la giornalista decide di ripercorrere il processo, non per «sapere se MacDonald sia colpevole o innocente, e nemmeno stabilire se ciò che dice di lui McGinniss sia falso o diffamatorio, ma solo giudicare se McGinniss avesse il diritto di dirlo dopo aver fatto credere a MacDonald di pensare il contrario» commenta Emmanuel Carrère. Su questa vertigine morale rivolge il suo sguardo affilato la Malcolm, che, con implacabile onestà e una punta di masochismo – visto che dopotutto parla del suo lavoro –, si interroga sull’etica e sulla pratica di un mestiere per natura ambiguo, offrendoci un reportage magistrale sul rapporto fedifrago che lega il giornalista e il suo soggetto d’indagine. La loro storia, scrive Janet Malcolm, è «la storia di Sherazade, ma senza lieto fine», e il loro matrimonio, per funzionare, è destinato a concludersi nel più breve tempo possibile. «In nessun caso, o quasi, il soggetto riesce, per così dire, a salvarsi». Recensione Questo è un libro che sfugge a qualsiasi classificazione semplice: non è soltanto un reportage giudiziario, né un saggio teorico sul giornalismo, ma una riflessione profonda e spesso destabilizzante sul rapporto tra realtà, narrazione e responsabilità morale. Al centro dell’opera c’è il caso di Jeffrey MacDonald, medico statunitense accusato dell’omicidio della moglie e delle due figlie nel 1970. Il caso, già di per sé complesso e controverso, diventa il terreno su cui si sviluppa una dinamica ancora più interessante: quella tra MacDonald e il giornalista Joe McGinniss, autore del libro Fatal Vision. McGinniss ottiene un accesso privilegiato alla vita e alla difesa di MacDonald, instaurando con lui un rapporto di fiducia, quasi di amicizia, durante il lungo iter processuale. È proprio questo rapporto che interessa a Malcolm. Più che stabilire la colpevolezza o l’innocenza di MacDonald, questione che rimane sullo sfondo, pur essendo ricostruita con precisione, l’autrice analizza il modo in cui McGinniss costruisce la propria narrazione e, soprattutto, il momento in cui emerge uno scarto tra la fiducia concessa dal soggetto e il ritratto finale che ne viene restituito. Uno degli elementi più noti e controversi del libro è l’incipit, in cui Malcolm afferma che ogni giornalista sa, a un certo livello, di compiere un’azione moralmente discutibile. Questa affermazione, lungi dall’essere una provocazione fine a sé stessa, costituisce il punto di partenza di un’indagine rigorosa. Il giornalista, infatti, per raccontare una storia deve inevitabilmente selezionare, organizzare e interpretare i fatti; ma così facendo, entra in una zona grigia in cui la fedeltà alla realtà si intreccia con la costruzione narrativa. Malcolm evita accuratamente ogni accusa frontale o riduttiva nei confronti di McGinniss. Piuttosto, ne analizza il comportamento con uno sguardo lucido e distaccato, mettendo in evidenza come la sua condotta non rappresenti tanto un’anomalia quanto un caso esemplare di una dinamica più ampia. In questa prospettiva, la figura del giornalista emerge nella sua intrinseca ambivalenza: interlocutore privilegiato e quasi confidente da un lato, autore chiamato a costruire un racconto solido e persuasivo per il pubblico dall’altro. Particolarmente illuminante è l’uso che Malcolm fa delle lettere tra McGinniss e MacDonald. Questi scambi epistolari rivelano il progressivo scollamento tra le aspettative del soggetto e le intenzioni dell’autore. MacDonald crede di essere compreso e sostenuto, mentre McGinniss, dietro le quinte, elabora un ritratto ben diverso. È in questa discrepanza che si manifesta quella che Malcolm identifica come una forma di “tradimento” intrinseca al giornalismo narrativo. Lo stile dell’autrice è essenziale, controllato, privo di enfasi. Non ci sono concessioni al melodramma né tentativi di manipolare emotivamente il lettore. Malcolm costruisce il suo discorso attraverso una prosa limpida, che alterna ricostruzione dei fatti, citazioni documentali e riflessioni teoriche. Il risultato è una lettura che richiede attenzione, ma che restituisce in cambio una comprensione molto più profonda del tema trattato. Un altro aspetto centrale del libro è la riflessione sul concetto di verità. Malcolm mostra come, anche in presenza di fatti documentati, la loro organizzazione in una narrazione comporti inevitabilmente una forma di interpretazione. Il giornalista non è un semplice intermediario neutrale, ma un autore che costruisce un racconto. Questo non significa che la verità sia irrilevante, ma che essa è sempre mediata da chi la racconta. Il libro si inserisce in una tradizione di non-fiction che mette in discussione i propri stessi strumenti, ma lo fa con una radicalità rara. Malcolm non si limita a osservare il giornalismo dall’esterno: ne smonta i meccanismi dall’interno, mostrando come la relazione tra giornalista e soggetto sia inevitabilmente segnata da una tensione tra fiducia e sfruttamento. Letto oggi, il libro appare ancora più attuale. In un’epoca in cui le narrazioni si moltiplicano e la distinzione tra informazione e storytelling si fa sempre più sfumata, il volume invita a sviluppare uno sguardo critico, a interrogarsi su chi racconta le storie e con quali finalità. In definitiva, si tratta di un’opera breve ma densissima, capace di lasciare un segno duraturo. Non offre consolazioni né risposte definitive, ma pone domande fondamentali sul ruolo del giornalismo e sulla natura stessa della verità narrativa. Consigliato a chi si occupa di giornalismo o aspira a farlo, a studenti di comunicazione e letteratura, e a lettori interessati alla non-fiction di qualità e alle questioni etiche legate alla narrazione del reale. Può risultare meno coinvolgente per chi cerca un semplice racconto di cronaca nera o una storia lineare. Alcune note su Janet Malcolm Janet Malcolm è nata nel 1934 e morta nel 2021, giornalista e scrittrice, è stata una delle colonne del « New Yorker », dove Il giornalista e l’assassino è apparso in due puntate, nel marzo del 1989, per poi uscire l’anno seguente in volume. La presente edizione, la prima in lingua italiana, è accompagnata da uno scritto di Emmanuel Carrère TAG: #narrativa_straniera, #società, #enzo_d_antonio, #janet_malcolm, #voto_cinque

RECENSIONE: Cosa ho fatto? (Teresa Driscoll)
Autore: Teresa Driscoll Traduttore: Amedeo Romeo Editore: Indomitus Publishing, 2026 Pagine: 340 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea, Thriller Prezzo: € 17.99 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.indomitus-publishing.it/product/cosa-ho-fatto-teresa-driscoll/ Trama Bloccata a Parigi a causa di una emergenza del traffico aereo, Laura apre la porta della sua camera d'albergo a una giovane donna sola e smarrita. Un gesto istintivo. Quello che farebbe qualsiasi madre. Ma all'alba la ragazza svanisce senza traccia. E a Laura resta solo un sottile, inspiegabile brivido di inquietudine. Poche settimane dopo, il suo mondo perfetto inizia a crollare: uno dopo l’altro, i membri della sua famiglia iniziano ad essere colpiti da eventi sempre più inquietanti. La sua vita ordinaria si sgretola piano piano e lei non riesce a smettere di pensare a quella notte nell’hotel parigino. Quasi senza accorgersene, si ritrova in una cella della polizia, principale sospettata di un crimine gravissimo. Una domanda la tormenta giorno e notte: cosa ha fatto davvero per meritare tutto questo? Mentre lotta disperatamente per salvare le persone che ama, Laura dovrà scoprire la verità nascosta dietro il suo peggior incubo. Ma se fallirà ... sarà solo colpa sua? Recensione Con Cosa ho fatto?, Teresa Driscoll costruisce un thriller psicologico che si muove con grande abilità lungo il confine sottile tra quotidianità e incubo, tra empatia e sospetto, tra ciò che crediamo di sapere e ciò che, invece, ci sfugge completamente. È un romanzo che si fonda su una premessa semplice ma potentissima: quanto può costare un gesto di gentilezza? La protagonista, Laura, è una donna qualunque, con una vita apparentemente stabile e riconoscibile. Non è un’eroina né una figura straordinaria, ed è proprio questa normalità a rendere la storia così efficace. Il lettore si identifica facilmente con lei fin dalle prime pagine, quando, bloccata a Parigi a causa di circostanze impreviste, si trova a compiere una scelta impulsiva ma umanamente comprensibile: offrire aiuto a una giovane sconosciuta in difficoltà. È un momento che Driscoll costruisce con attenzione, facendo leva su un istinto profondamente radicato, quello di aiutare qualcuno che sembra vulnerabile, e trasformandolo nel punto di origine di tutto ciò che seguirà. Da qui in avanti, il romanzo prende una piega sempre più inquietante. La scomparsa improvvisa della ragazza il mattino successivo non è solo un evento narrativo, ma un vuoto che si apre nella coscienza della protagonista. Non ci sono spiegazioni immediate, né indizi chiari: resta solo una sensazione persistente di errore, come se qualcosa, in quella notte, fosse andato irrimediabilmente storto. È in questa zona d’ombra che il libro trova la sua forza maggiore. Il ritorno alla normalità, anziché ristabilire l’equilibrio, segna l’inizio di un lento deterioramento. La vita di Laura comincia a incrinarsi in modi sottili ma sempre più evidenti. Eventi strani, coincidenze sospette, tensioni familiari: tutto contribuisce a creare un’atmosfera di crescente instabilità. Driscoll è particolarmente abile nel suggerire piuttosto che mostrare apertamente, lasciando che sia il lettore a interrogarsi continuamente sul significato di ciò che accade. È davvero tutto collegato a quella notte? Oppure Laura sta proiettando le sue paure su eventi che avrebbero comunque avuto luogo? Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è proprio la costruzione della tensione psicologica. Non si tratta di un thriller basato esclusivamente sull’azione o sui colpi di scena eclatanti, ma piuttosto su un progressivo accumulo di inquietudine. La narrazione lavora per sottrazione: ogni risposta sembra aprire nuove domande, ogni certezza viene messa in discussione. In questo senso, il titolo Cosa ho fatto? diventa il vero fulcro tematico del libro. Non è soltanto una domanda legata a un evento specifico, ma una riflessione più ampia sulla responsabilità, sulla percezione della colpa e sulla fragilità delle nostre decisioni. Laura, infatti, non è solo una protagonista coinvolta in una situazione misteriosa: è una donna che si interroga continuamente su sé stessa. Il dubbio diventa il suo stato mentale dominante. Ha davvero fatto qualcosa di sbagliato? Oppure è vittima di una concatenazione di eventi fuori dal suo controllo? Driscoll gioca con questa ambiguità in modo molto efficace, evitando risposte immediate e costringendo il lettore a condividere lo stesso senso di smarrimento. Un altro tema centrale è quello della fiducia. Il romanzo mette in discussione l’idea che possiamo davvero conoscere le persone che incontriamo – e, in alcuni casi, persino quelle che ci sono più vicine. I rapporti familiari e personali di Laura vengono progressivamente messi alla prova, e ciò che inizialmente appare solido si rivela sempre più fragile. La tensione non nasce solo dal mistero esterno, ma anche dalle dinamiche relazionali, che diventano via via più complesse e ambigue. Dal punto di vista stilistico, Teresa Driscoll conferma la sua capacità di costruire una narrazione fluida e coinvolgente. Il ritmo è ben calibrato: non eccessivamente frenetico, ma nemmeno lento. Ogni capitolo aggiunge un tassello, ogni dettaglio contribuisce a mantenere viva l’attenzione. È il tipo di libro che spinge a continuare la lettura, non tanto per la ricerca di un colpo di scena immediato, quanto per il bisogno di comprendere il quadro generale. Va detto che il romanzo privilegia chiaramente la dimensione della suspense rispetto all’approfondimento di tutti i personaggi secondari. Alcune figure restano più funzionali alla trama che pienamente sviluppate. Tuttavia, questa scelta appare coerente con l’obiettivo principale del libro: mantenere il focus sull’esperienza interiore della protagonista e sulla sua percezione distorta della realtà. Il finale, senza entrare nei dettagli, rappresenta una chiusura coerente con il percorso costruito fino a quel momento. Non è soltanto una rivelazione, ma anche una sorta di resa dei conti emotiva. Più che sorprendere in modo gratuito, punta a dare senso a ciò che è stato seminato lungo la narrazione, lasciando al lettore una riflessione che va oltre la semplice soluzione del mistero. In definitiva si tratta di un thriller psicologico che funziona proprio perché parte da una situazione credibile e la spinge progressivamente verso territori sempre più disturbanti. È un romanzo che parla di scelte, di conseguenze e di quanto sia facile perdere il controllo della propria vita a partire da un singolo momento. È consigliato a chi ama i thriller psicologici incentrati sui personaggi, a chi apprezza le storie costruite su tensione crescente e ambiguità morale, e a chi cerca una lettura capace di coinvolgere senza rinunciare a una dimensione riflessiva. In particolare, è adatto a lettori che prediligono trame realistiche, dove il pericolo nasce da situazioni quotidiane e plausibili. Alcune note su Teresa Driscoll Teresa Driscoll è un’ex presentatrice del telegiornale della BBC, i cui thriller psicologici hanno venduto oltre due milioni di copie in venti lingue. Il suo primo thriller, I Am Watching You, ha raggiunto il primo posto su Kindle nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Australia e ha venduto oltre un milione di copie solo in inglese. Teresa scrive narrativa femminile e thriller, e le sue opere sono state opzionate per il cinema. Per decenni Teresa è stata una giornalista, lavorando per quotidiani, riviste e televisione. Dopo aver seguito la cronaca nera per così tanto tempo, è rimasta profondamente colpita dall’impatto inquietante su parenti, amici e testimoni, ed è proprio questo che esplora ora nella sua narrativa più dark. Teresa vive nello splendido Devon con la sua famiglia, seguila su www.teresadriscoll.com TAG: #narrativa_straniera #narrativa_moderna_contemporanea, #thriller, #amedeo_romeo, #teresa_driscoll, #voto_quattro

RECENSIONE: Non ci capisco un Picasso. Una storia dell’arte per affrontare le sfide della vita (Raffaella Arpiani)
Autore: Raffaella Arpiani Editore: Feltrinelli, 2026 Pagine: 288 Genere: Saggi, Arte Prezzo: € 18.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.feltrinellieditore.it/opera/non-ci-capisco-un-picasso/ Trama Belli i dipinti moderni, ma… da che parte si guardano? Le avanguardie, spesso considerate dai non addetti ai lavori astruse, incomprensibili o distanti dal sentire comune, nascondono invece un potenziale straordinario e inaspettato: quello di fornirci una diversa inquadratura, per affrontare la vita con occhi nuovi. Dall’energia dirompente dei futuristi alla provocazione dei dadaisti, dal rigore di Mondrian all’ironia di Duchamp, questi artisti raccontano storie capaci di dialogare con le nostre paure, i nostri dubbi e desideri. Così Munch ci aiuta a fare spazio alle emozioni più profonde, come la perdita di un genitore; Picasso ci mostra la necessaria via della ribellione per aprirci al cambiamento; Hannah Höch spiana la strada alla rivendicazione della libertà, anche al femminile; Magritte ci sprona a sbarazzarci delle convenzioni e Matisse a trovare gioia, coraggio e forza anche durante la malattia. Dopo Notte di luna con Van Gogh, Raffaella Arpiani torna ad accompagnare il lettore in un viaggio sorprendente nelle avanguardie, trasformando ciò che a prima vista sembra complesso in una narrazione illuminante. Con uno stile coinvolgente, che ci fa conoscere gli artisti come se fossero protagonisti di romanzi, l’autrice non solo svela il significato di alcune delle opere più iconiche dell’arte moderna e contemporanea, ma dimostra anche come queste possano trasformarsi in esempi di resistenza, creatività e coraggio per affrontare il nostro presente. Così l’arte più audace può diventare una meravigliosa guida per il nostro incerto cammino. Un percorso nel cuore delle avanguardie, tra opere e artisti considerati talvolta incomprensibili, per trovare, nel loro linguaggio dirompente, risposte inusuali alle prove di ogni giorno. Recensione In questo saggio Raffaella Arpiani affronta con intelligenza e sensibilità una delle barriere più diffuse nel rapporto tra pubblico e arte: la sensazione di non essere all’altezza, di non possedere gli strumenti per comprendere davvero ciò che si ha davanti. Il titolo, volutamente ironico e disarmante, intercetta proprio questo disagio e lo trasforma nel punto di partenza di un percorso che non vuole insegnare a “capire” l’arte nel senso tradizionale, ma piuttosto a entrarci in relazione. Il libro si muove lontano da ogni impostazione accademica rigida. Non è una storia dell’arte strutturata in senso cronologico, né un manuale che ambisce alla completezza. Arpiani costruisce invece un itinerario tematico, in cui le opere e gli artisti del Novecento diventano strumenti per riflettere su esperienze universali: il dolore, il cambiamento, la crisi, la ricerca di identità, il bisogno di libertà. In questo modo, le avanguardie, spesso percepite come oscure o lontane, vengono riportate a una dimensione profondamente umana. Uno dei punti più interessanti del libro è proprio la rilettura delle avanguardie come risposte a momenti di rottura. Non sono semplicemente movimenti artistici, ma tentativi di reagire a un mondo in trasformazione. Questa chiave di lettura permette al lettore di avvicinarsi alle opere non come oggetti da decifrare, ma come espressioni vive, nate da tensioni e urgenze non così distanti da quelle contemporanee. All’interno di questo percorso, Arpiani dà spazio a figure emblematiche, utilizzandole come vere e proprie “bussole” esistenziali. Edvard Munch diventa il punto di riferimento per comprendere il ruolo del dolore e dell’angoscia come elementi da attraversare e non da evitare; Pablo Picasso incarna la rottura, la capacità di reinventarsi e di cambiare prospettiva anche in modo radicale; Hannah Höch rappresenta una spinta verso la libertà e l’affermazione personale, anche in chiave identitaria; René Magritte invita a mettere in discussione ciò che diamo per scontato, aprendo crepe nel nostro modo abituale di vedere il mondo; Henri Matisse, infine, suggerisce la possibilità di trovare energia creativa e vitalità anche nelle condizioni più difficili. Questi artisti non sono mai trattati come semplici oggetti di studio: diventano interlocutori, presenze con cui confrontarsi. Un altro elemento centrale è il rifiuto dell’idea che esista un unico modo corretto di interpretare un’opera. Arpiani insiste sul fatto che il rapporto con l’arte è, prima di tutto, personale. Non serve possedere un codice per accedervi: serve disponibilità, curiosità, apertura. In questo senso, l’incomprensione non è un ostacolo, ma una soglia. È proprio nel momento in cui qualcosa ci sfugge che si apre lo spazio per un’esperienza più autentica. La scrittura accompagna coerentemente questa impostazione. Il tono è discorsivo, accessibile, spesso vicino al racconto. L’autrice evita il linguaggio specialistico e preferisce costruire una narrazione che metta al centro la dimensione umana degli artisti e delle loro opere. Questo rende la lettura scorrevole e coinvolgente, ma anche capace di lasciare tracce, perché le riflessioni si legano facilmente all’esperienza del lettore. Il libro suggerisce anche, in modo implicito ma costante, un cambio di atteggiamento: rallentare, osservare, accettare di non avere subito una risposta. In un contesto in cui tutto spinge verso la comprensione immediata e la semplificazione, questa apertura all’incertezza assume un valore particolare. L’arte diventa così non solo un oggetto di interesse culturale, ma uno strumento per allenare lo sguardo e il pensiero. Naturalmente, questa scelta comporta dei limiti. Il volume non offre un’analisi approfondita dal punto di vista storico-critico né una trattazione sistematica delle correnti artistiche. Chi cerca un inquadramento teorico rigoroso potrebbe trovarlo parziale. Ma è una rinuncia consapevole: Arpiani privilegia la relazione rispetto alla nozione, l’esperienza rispetto alla classificazione. Un libro che riesce a compiere un’operazione tutt’altro che scontata: avvicinare davvero il lettore all’arte senza banalizzarla. Non abbassa il livello dell’arte, ma modifica il punto di accesso, mostrando che quella distanza percepita è meno invalicabile di quanto sembri. Più che insegnare a “capire”, il presente volume insegna a guardare e, nel farlo, invita anche a interrogarsi sul proprio modo di stare nel mondo. Un testo consigliato chi si sente distante dall’arte contemporanea o dalle avanguardie, a chi ha sempre avuto l’impressione di non avere gli strumenti per comprenderla, ma anche a chi cerca un saggio capace di intrecciare cultura e riflessione personale. È particolarmente adatto a lettori curiosi e aperti, meno a chi desidera un approccio accademico e sistematico. Alcune note su Raffaella Arpiani Raffaella Arpiani, nata a Parma nel 1971, milanese d’adozione, ha elaborato un originale approccio all’arte, frutto della sua poliedrica esperienza professionale: l’attività di artista e curatrice, il lavoro di copywriter nella comunicazione e di insegnante di storia dell’arte al liceo. Con questo metodo ha dato vita al progetto Arte essenziale, pensato per far appassionare anche i neofiti della storia dell’arte, con l’apertura dell’omonimo e apprezzato canale YouTube, che oggi raccoglie centinaia di lezioni divulgative e milioni di visualizzazioni. Con lo stesso spirito è nato il podcast Arte essenziale. Notte di luna con Van Gogh (Feltrinelli, 2024), un viaggio nella storia dell’arte da cui muovere i primi passi per entrare un po’ più a fondo dentro se stessi, è stato il suo primo e fortunato libro, che le è valso il premio Silvia Dell’Orso 2025 per il miglior lavoro di divulgazione dei temi inerenti ai beni culturali. Con Feltrinelli ha pubblicato anche Non ci capisco un Picasso. Una storia dell’arte per affrontare le sfide della vita (2026). TAG: #saggi, #arte, #raffaella_arpiani, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Un momento di debolezza (Stefano Piedimonte)
Autore: Stefano Piedimonte Editore: Marsilio, 2026 Pagine: 288 Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 18.00 (cartaceo), € 10.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/2979427/un-momento-di-debolezza Trama Questa è la storia di Ludovico Bernard e di Cesare Neiwiller. Il primo cura, il secondo vuole essere curato. Il primo ha già molto vissuto, il secondo ha diciannove anni. Ludovico Bernard è un uomo con un grande futuro dietro le spalle. Ha esercitato il mestiere di psichiatra, ha scritto articoli e libri, la stima della quale godeva è mutata in disdoro, e forse disprezzo, quando la relazione che intratteneva con una sua paziente è diventata un fatto di cronaca. Passati dieci anni, Ludovico Bernard continua a prescrivere farmaci e cure di nascosto in un appartamento alla periferia di Milano, dove la luce filtra poco. E pure la speranza. Malattie immaginarie, ma comunque dolorose. Dall’ex dottore arrivano molte disperazioni, all’ex dottore ci si riferisce chiamandolo «lo sciamano». Cesare Neiwiller ha perso il padre e, insieme al padre, la speranza di una vita decente. Lui e lo sciamano non si piacciono; anzi, si detestano, eppure c’è qualcosa che suona in entrambi, e non è un miracolo, e nemmeno un sentimento: è Pink Moon di Nick Drake. Ludovico non dovrebbe prenderlo in cura, ma lo fa. E per nessuno dei due cambierebbe niente se Chloé, la ragazza che di Cesare è innamorata, non lo seguisse fino all’appartamento dello sciamano minacciando di denunciare Ludovico per ciò che sta facendo a Cesare. Se non fosse per Chloé e la sua risolutezza, Ludovico non si ricorderebbe di aver amato Gabriella, e che Gabriella è viva e sta ancora là dove tutto è cominciato e si è perduto, a Napoli. Recensione In questo romanzo l'autore racconta le crepe dell’animo umano, costruendo una narrazione che si muove con sicurezza in territori eticamente ambigui e psicologicamente complessi. Non si tratta soltanto di una storia di caduta o di possibile redenzione, ma di un’indagine sottile su ciò che resta quando il prestigio, il ruolo sociale e le certezze personali vengono meno, lasciando spazio a una dimensione più fragile, contraddittoria e autentica. Al centro del libro si staglia la figura di Ludovico Bernard, ex psichiatra il cui nome è ormai legato a uno scandalo che ha distrutto la sua reputazione: la relazione con una paziente, diventata fatto di cronaca, ha segnato un punto di non ritorno nella sua vita. Piedimonte tratteggia Ludovico come un uomo che vive nel dopo, in una sorta di lunga eco del proprio fallimento. La definizione di “uomo con un grande futuro dietro le spalle” non è solo una formula efficace, ma una chiave interpretativa dell’intero personaggio: tutto ciò che lo definiva è ormai passato, e ciò che resta è una sopravvivenza opaca, quasi clandestina. In questo presente sospeso, Ludovico continua a esercitare la sua professione in modo illegittimo, ricevendo pazienti in un appartamento alla periferia di Milano. È uno spazio che sembra riflettere perfettamente la sua condizione interiore: poco illuminato, marginale, attraversato da sofferenze difficili da definire. Le persone che si rivolgono a lui portano con sé “malattie immaginarie, ma comunque dolorose”, una formula che racchiude uno dei nuclei tematici del romanzo: il dolore psicologico non ha bisogno di una legittimazione clinica per essere reale. In questo contesto Ludovico assume il ruolo ambiguo di “sciamano”, figura che mescola competenza medica e suggestione, cura e manipolazione, razionalità e deriva. A incrinare ulteriormente questo equilibrio già instabile interviene Cesare Neiwiller, diciannovenne segnato dalla perdita del padre. Cesare è un personaggio attraversato da un senso di vuoto profondo, una mancanza che non è solo affettiva ma esistenziale. Il padre rappresentava una possibilità di orientamento, una promessa di futuro che ora appare irrimediabilmente compromessa. Il suo incontro con Ludovico non nasce sotto il segno della fiducia: tra i due c’è fin da subito una forma di attrito, quasi un rigetto reciproco. Eppure, proprio in questa tensione si annida qualcosa di più complesso, una sorta di riconoscimento implicito che li lega al di là della volontà. A fare da ponte tra queste due solitudini è anche la musica, in particolare Pink Moon di Nick Drake. Il riferimento non è ornamentale: la canzone diventa una vibrazione condivisa, una frequenza emotiva su cui i due personaggi si incontrano senza realmente comprendersi. È un elemento quasi simbolico, che suggerisce come alcune connessioni sfuggano alle logiche razionali della cura e si collochino in una dimensione più profonda, difficilmente verbalizzabile. Ludovico, pur sapendo di non doverlo fare, decide di prendere in cura Cesare. Questo gesto rappresenta uno dei momenti cruciali del romanzo, perché riattiva dinamiche già viste nel passato del protagonista, ponendo il lettore di fronte a una domanda inevitabile: si tratta di un tentativo di redenzione o della reiterazione di un errore? Piedimonte non offre risposte semplici, e proprio in questa ambiguità risiede gran parte della forza del libro. L’ingresso in scena di Chloé, innamorata di Cesare, introduce un ulteriore livello di tensione. A differenza degli altri personaggi, Chloé porta con sé una determinazione più lineare, quasi una forza etica che rompe l’equilibrio opaco costruito da Ludovico. Seguendo Cesare fino all’appartamento dello “sciamano” e minacciando di denunciarlo, Chloé diventa un elemento di rottura: è grazie a lei che il passato di Ludovico riemerge con maggiore chiarezza, obbligandolo a confrontarsi con ciò che ha cercato di rimuovere. In particolare, riappare la figura di Gabriella, legata a Napoli, luogo che assume nel romanzo un valore simbolico di origine e perdita. Napoli non è solo uno spazio geografico, ma un punto di condensazione emotiva, il luogo in cui tutto è iniziato e, allo stesso tempo, si è spezzato. Il ritorno di questo ricordo apre una crepa nel presente di Ludovico, suggerendo la possibilità – forse illusoria, forse concreta – di un confronto con se stesso. Dal punto di vista stilistico, Piedimonte adotta una scrittura controllata, precisa, capace di restituire con efficacia tanto gli ambienti quanto gli stati d’animo. Non c’è compiacimento nella descrizione del disagio: la sofferenza emerge in modo graduale, attraverso dettagli, silenzi, relazioni interrotte o mai davvero costruite. Il ritmo narrativo è coerente con questa impostazione: più che accelerazioni improvvise, il romanzo procede per accumulo, per stratificazione, accompagnando il lettore in una discesa lenta ma costante nelle profondità dei personaggi. Uno degli aspetti più riusciti del libro è proprio la sua capacità di mantenersi in equilibrio su un terreno moralmente incerto. Il rapporto tra Ludovico e i suoi pazienti, e in particolare con Cesare, mette continuamente in discussione il confine tra cura e abuso, tra responsabilità e bisogno personale. Piedimonte evita accuratamente di guidare il giudizio del lettore, preferendo lasciare aperte le interpretazioni. Questo rende la lettura più esigente, ma anche più stimolante, perché costringe a confrontarsi con domande scomode. Il titolo stesso, Un momento di debolezza, assume così una valenza molteplice: non indica un singolo episodio, ma una condizione diffusa, una possibilità sempre presente nell’esistenza di ciascuno. La debolezza non è un’eccezione, ma una componente inevitabile dell’esperienza umana, e il romanzo suggerisce come da essa possano derivare conseguenze imprevedibili, talvolta irreversibili. Nel complesso, ci troviamo di fronte a un’opera intensa e stratificata, che privilegia la profondità psicologica rispetto alla spettacolarità narrativa. Non è un libro che cerca di compiacere, né di offrire soluzioni consolatorie: al contrario, mette il lettore di fronte a una realtà complessa, fatta di zone d’ombra e di verità parziali. Consigliato a lettori che amano la narrativa psicologica contemporanea, le storie introspettive e i romanzi che esplorano le ambiguità morali senza semplificazioni. Particolarmente adatto a chi apprezza libri che richiedono partecipazione attiva e riflessione. Alcune note su Stefano Piedimonte Stefano Piedimonte è nato a Napoli nel 1980, è stato per alcuni anni giornalista di cronaca nera. È autore, fra gli altri, dei romanzi Nel nome dello zio (Guanda, 2012), L'assassino non sa scrivere (Guanda, 2014) e L'innamoratore (Rizzoli, 2016) TAG: #narrativa_italiana, #narrativa_moderna_contemporanea, #stefano_piedimonte, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Lucky Supreme. La trilogia (Jeff Johnson)
Autore: Jeff Johnson Traduttore: Tessa Bernardi, Raffaella Cesarini, Sergio Vitali Editore: Timecrime, 2026 Pagine: 940 Genere: Narrativa straniera, Thriller Prezzo: € 28.00 (cartaceo), € 11.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://timecrime.it/products/lucky-supreme-la-trilogia Trama Un noir brutale che pulsa come un ago sulla pelle. Benvenuti nel lato oscuro di Portland, dove l’inchiostro si mescola al sangue e la redenzione costa cara. Tre romanzi cult per chi non ha paura di guardare sotto la superficie. In una Portland plumbea e in balìa di una gentrificazione selvaggia, il Lucky Supreme, lo squallido negozio di tatuaggi, resta un’istituzione. Darby Holland, il proprietario, è un quarantenne tormentato da demoni pronti a condurlo sull’orlo della pazzia e si troverà presto coinvolto in una spirale di crimini. In un unico volume, e per la prima volta al mondo, esce l’intera trilogia con protagonista Darby Holland, proprietario del Lucky Supreme, un negozio di tatuaggi dove convergono bugie, tradimenti, segreti, crimini e una buona dose di fortuna. I romanzi della serie Darby Holland: Lucky Supreme: il tempio dei tatuaggi sta per essere abbattuto dal progresso. Darby Holland deve lottare per salvare il suo mondo mentre si ritrova invischiato in un traffico di opere d’arte rubate. È l’inizio del mito. I bastardi di Old Town: la tensione sale quando il passato torna a bussare alla porta con la forza di un incendio doloso. Il ritmo diventa frenetico, una vera discesa nel caos. Animali dopo la mezzanotte: la degna conclusione. Il confine tra predatore e preda svanisce definitivamente. È la notte più lunga di Portland, dove solo chi ha la pelle abbastanza dura riesce a sopravvivere. Recensione Lucky Supreme. La trilogia di Jeff Johnson, pubblicato da TimeCrime, è uno di quei libri che non cercano di piacere a tutti, ma che finiscono per lasciare un segno preciso in chi è disposto a entrarci davvero. Riunendo in un unico volume i tre romanzi dedicati a Darby Holland, Johnson costruisce un percorso narrativo che è insieme racconto criminale, ritratto urbano e immersione in un’umanità irregolare, spesso scomoda, ma sorprendentemente autentica. Fin dalle prime pagine si ha la sensazione che il vero protagonista non sia soltanto Darby, ma la Portland in cui si muove: una città lontana dagli stereotipi, sporca, piovosa, attraversata da tensioni sociali e da una gentrificazione che erode lentamente tutto ciò che non riesce a uniformarsi. È proprio in questo contesto che il Lucky Supreme, il negozio di tatuaggi di Darby, assume un valore che va ben oltre la sua funzione narrativa. Non è solo il luogo in cui si incrociano storie e personaggi, ma una sorta di presidio identitario, un ultimo baluardo di un mondo destinato a scomparire. Darby Holland è un protagonista che difficilmente si dimentica. Non ha nulla dell’eroe classico: è tormentato, spesso autodistruttivo, intrappolato in una rete di scelte sbagliate e compromessi morali. Eppure, proprio questa sua fragilità lo rende credibile. Dalle recensioni dei lettori dei singoli romanzi emerge chiaramente come la sua figura divida: c’è chi lo trova profondamente umano e chi fatica a empatizzare con le sue contraddizioni. Ma è proprio in questa ambiguità che sta la sua forza. Darby non cerca redenzione facile, né il romanzo gliela concede. Il primo capitolo della trilogia, Lucky Supreme, ha il compito, riuscito, di introdurre questo universo. La vicenda legata al traffico di opere d’arte rubate si intreccia con la minaccia della distruzione del negozio, e il risultato è un noir che si muove su un doppio binario: da un lato la trama criminale, dall’altro la costruzione di un mondo fatto di tatuatori, outsider e figure ai margini. Molti lettori hanno sottolineato come proprio questa dimensione ambientale sia uno degli aspetti più riusciti del romanzo, anche se non mancano osservazioni su un ritmo a tratti irregolare e su una componente investigativa meno centrale rispetto alle aspettative del genere. Con il secondo romanzo, I bastardi di Old Town, il tono cambia sensibilmente. La tensione aumenta, la narrazione si fa più rapida, più nervosa. Il passato irrompe con violenza, e quello che nel primo libro era un equilibrio precario qui si spezza definitivamente. Le recensioni parlano di un’escalation narrativa, in cui la componente criminale si intensifica e il caos prende il sopravvento. È come se Johnson decidesse di togliere ogni protezione ai suoi personaggi, lasciandoli esposti alle conseguenze delle loro scelte. Il terzo capitolo, Animali dopo la mezzanotte, porta a compimento questo processo. Se nei primi due romanzi esisteva ancora una distinzione, per quanto fragile, tra vittime e carnefici, qui quel confine si dissolve del tutto. La notte di Portland diventa il teatro di una resa dei conti in cui sopravvivere significa accettare di perdere qualcosa di sé. È una conclusione coerente, priva di consolazioni, che rimane fedele fino in fondo al tono della trilogia. Dal punto di vista stilistico, Johnson adotta una scrittura diretta, visiva, spesso ruvida. Non indulge mai nel compiacimento, ma punta a restituire una sensazione fisica dei luoghi e delle situazioni. Anche questo aspetto emerge chiaramente dalle recensioni dei lettori: c’è chi apprezza l’atmosfera “gritty” e immersiva, e chi invece trova alcune parti troppo dilatate o introspettive. È una scrittura che chiede partecipazione, che non si limita a raccontare ma cerca di trascinare il lettore dentro il mondo che descrive. Nel complesso si tratta di un’opera che funziona soprattutto per la sua coerenza interna. Non è un noir costruito sulla perfezione della trama, né sull’effetto sorpresa, ma sulla stratificazione: di ambienti, di personaggi, di tensioni. È una storia che cresce per accumulo, che diventa sempre più cupa man mano che procede, e che trova il suo senso proprio in questa discesa progressiva. Un libro che non offre appigli facili. Ma proprio per questo riesce a risultare autentico. Consigliato a chi ama il noir urbano più sporco e realistico, a chi cerca personaggi complessi e imperfetti e a chi è disposto a immergersi in una narrazione più atmosferica che lineare. Meno indicato per chi preferisce trame classiche, ordinate e rassicuranti. Alcune note su Jeff Johnson Jeff Johnson è uno scrittore, artista e musicista originario di Houston, Texas. Autore di diversi racconti e romanzi di successo, attualmente vive a Pau, nella regione Nuova Aquitania in Francia. Timecrime ha già pubblicato i primi due volumi della serie crime Darby Holland: Lucky Supreme e I bastardi di Old Town, ora riproposti in un’edizione omnibus, Lucky Supreme. La trilogia, che raccoglie tutti e tre i romanzi, compreso l’inedito Animali dopo la mezzanotte. TAG: #narrativa_straniera, #thriller, #tessa_bernardi, #raffaella_cesarini, #sergio_vitali, #jeff_johnson, #voto_quattro

RECENSIONE: Il mio traditore (Pierre Alary)
Autore: Pierre Alary Traduttore: Isabella Donato Editore: Renoir Comics, 2026 Pagine: 144 Genere: Graphic novel Prezzo: € 19.90 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.renoircomics.it/prodotto/il-mio-traditore/ Anteprima: https://www.renoircomics.it/prodotto/il-mio-traditore/ Trama Tyrone Meehan, figura mitica dell'IRA e traditore della causa nazionalista irlandese per circa vent'anni, racconta la sua vita rovinata, la violenza familiare, la sua confusione fino al tradimento. Ritorno a Killybegs trasuda la passione e la disperazione di un uomo che, un giorno, senza alcuna possibilità, è sprofondato nella notte e nella vergogna. Recensione Questo libro è un adattamento a fumetti di grande intensità, tratto dall’omonimo romanzo di Sorj Chalandon. Alary riesce nell’impresa non semplice di tradurre in immagini una storia profondamente introspettiva e politica, mantenendo intatta la forza emotiva del testo originale e sfruttando al meglio le potenzialità del linguaggio grafico. La narrazione si sviluppa nel contesto storico dei Troubles in Irlanda del Nord, un conflitto che fa da sfondo ma anche da motore morale e narrativo dell’intera vicenda. Il protagonista, Antoine, è un giovane liutaio francese che arriva a Belfast spinto da un’attrazione quasi romantica verso l’Irlanda e la sua causa repubblicana. Il suo sguardo iniziale è quello di un outsider affascinato, quasi ingenuo, che vede nella lotta dell’IRA una forma di resistenza eroica. Questo punto di vista è fondamentale perché accompagna il lettore in un percorso di progressiva disillusione. L’incontro con Tyrone Meehan segna una svolta decisiva. Tyrone è un veterano dell’IRA, figura autorevole e carismatica, che incarna agli occhi di Antoine l’ideale della lotta e del sacrificio. Il loro rapporto si costruisce lentamente, fatto di conversazioni, silenzi, momenti condivisi nei pub o nelle strade segnate dalla tensione costante. Alary riesce a restituire con grande efficacia visiva questa relazione, utilizzando espressioni, posture e inquadrature che comunicano più delle parole. Il tema del tradimento, centrale nell’opera, emerge gradualmente fino a diventare il cuore emotivo della storia. Quando Antoine scopre che Tyrone è stato per anni un informatore, la frattura non è solo politica ma profondamente personale. La fiducia riposta in un uomo considerato quasi un modello crolla, e con essa anche l’immagine idealizzata dell’Irlanda e della sua lotta. È qui che il racconto acquista una dimensione universale: il tradimento non è solo un fatto storico, ma un’esperienza intima che mette in discussione identità, valori e legami. Dal punto di vista grafico, l'autore adotta uno stile pulito ma estremamente espressivo. Le linee sono essenziali, i volti fortemente caratterizzati, e la palette cromatica tende a toni sobri e freddi che riflettono l’atmosfera cupa e tesa della Belfast degli anni del conflitto. Le ambientazioni sono rese con grande attenzione: le strade, i murales, i posti di blocco, gli interni dei pub contribuiscono a costruire un contesto credibile e immersivo, senza mai sovrastare i personaggi. Un altro aspetto notevole è il ritmo narrativo. Il fumetto alterna momenti di quiete e riflessione a passaggi più tesi, mantenendo un equilibrio che permette al lettore di entrare in sintonia con il protagonista. Le pause, i silenzi e gli sguardi hanno un peso specifico importante, e dimostrano una piena consapevolezza del mezzo da parte dell’autore. L’opera evita accuratamente ogni semplificazione. Il conflitto nordirlandese viene rappresentato nella sua complessità, senza prendere scorciatoie morali. I personaggi non sono mai ridotti a simboli: anche Tyrone, pur nella gravità del suo gesto, è tratteggiato come una figura tragica, segnata da scelte difficili e da una realtà più grande di lui. Questo approccio contribuisce a rendere la lettura più sfaccettata e stimolante. In conclusione, si tratta di un romanzo grafico che riesce a coniugare racconto storico, introspezione psicologica e potenza visiva. È una lettura che lascia il segno, non tanto per i colpi di scena, quanto per la profondità con cui affronta temi come la fiducia, l’ideologia e la disillusione. Consigliato a lettori di graphic novel maturi, appassionati di storie a sfondo storico-politico, a chi è interessato al conflitto nordirlandese e a chi cerca narrazioni capaci di interrogare il lettore sul piano umano oltre che su quello storico. Alcune note su Pierre Alary Pierre Alary è nato il 1 maggio 1970. Nel 1991 è entrato alla prestigiosa scuola di grafica Gobelins a Parigi, dove ha studiato soprattutto animazione. Non appena laureato è stato assunto dagli studi Disney di Montreuil, dove ha passato dieci anni a lavorare come animatore a film come Tarzan, Le follie dell’Imperatore e Il gobbo di Notre Dame, oltre a vari cortometraggi, prima di dedicarsi principalmente al fumetto. Nel 2001, ha creato la serie Les Échaudeurs des Ténèbres; ha scritto il primo libro insieme a Bertrand Mandico, mentre il secondo e ultimo capitolo è stato scritto da Rodolphe nel 2003. Tra il 2004 e il 2007 ha pubblicato la serie Belladone, con sceneggiature di Ange, seguita dalla serie fantasy SinBad con Audrey Alwett e Scotch Arleston per Soleil (2008-2010) e dalla versione a fumetti di Moby Dick, insieme a Olivier Jouvray. Nel 2013 ha creato la serie Silas Corey con Fabien NuryLe ultime opere – il dittico Mon traître e Retour à Killybegs, tratto dai romanzi gialli di ambientazione irlandese di Sorj Chalandon – sono uscite per Editions Rue de Sevres, così come Via col vento, uno dei suoi progetti più personali e riusciti. TAG: #graphic_novel, #isabella_donato, #pierre_alary, #voto_cinque

RECENSIONE: Ritorno a Killybegs (Pierre Alary)
Autore: Pierre Alary Traduttore: Isabella Donato Editore: Renoir Comics, 2026 Pagine: 160 Genere: Graphic novel Prezzo: € 19.90 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.renoircomics.it/prodotto/ritorno-a-killybegs/ Anteprima: https://www.renoircomics.it/prodotto/ritorno-a-killybegs/ Trama Tyrone Meehan, figura mitica dell'IRA e traditore della causa nazionalista irlandese per circa vent'anni, racconta la sua vita rovinata, la violenza familiare, la sua confusione fino al tradimento. Ritorno a Killybegs trasuda la passione e la disperazione di un uomo che, un giorno, senza alcuna possibilità, è sprofondato nella notte e nella vergogna. Recensione Ritorno a Killybegs rappresenta un adattamento potente e rispettoso dell’omonimo romanzo di Sorj Chalandon. Il lavoro di Pierre Alary riesce in un’impresa non scontata: tradurre in immagini una materia narrativa complessa, dolorosa e profondamente politica, senza perdere la densità emotiva e morale del testo originale. La vicenda ruota attorno a Tyrone Meehan, ex membro dell’IRA ormai ritiratosi nella cittadina costiera di Killybegs, nel Donegal. Sin dalle prime pagine si percepisce il tono confessionale dell’opera: Tyrone è un uomo che vive nel peso della memoria, consapevole che la sua storia è giunta a un punto di non ritorno. La rivelazione centrale, il suo essere stato per anni un informatore al servizio degli inglesi, non è utilizzata come semplice colpo di scena, ma come chiave per scandagliare una vita segnata da contraddizioni, paure e scelte impossibili. Il racconto si sviluppa attraverso continui ritorni al passato: l’infanzia segnata dalla povertà e dalla violenza, l’ingresso nella lotta armata, il carcere, le amicizie, la costruzione di un’identità politica e, parallelamente, la lenta e inesorabile discesa nel compromesso. In questo senso, la struttura narrativa mantiene la fedeltà al romanzo di Chalandon, conservandone il respiro ampio e la tensione morale. Dal punto di vista grafico, Alary offre una prova di grande maturità. Il suo tratto, energico ma controllato, riesce a restituire tanto la brutalità dei conflitti quanto la fragilità dei momenti più intimi. Le tavole dedicate agli scontri o agli interrogatori sono cariche di tensione, ma è forse nei silenzi, negli sguardi, nei paesaggi battuti dal vento, negli interni spogli, che il fumetto raggiunge i suoi vertici espressivi. La palette cromatica, dominata da toni freddi e terrosi, contribuisce a costruire un’atmosfera cupa e opprimente, perfettamente in linea con il destino del protagonista. Uno degli elementi più riusciti dell’opera è la sua capacità di evitare ogni forma di semplificazione. Tyrone Meehan non è mai ridotto a una categoria morale netta: traditore o vittima, eroe o carnefice. Al contrario, emerge come un uomo intrappolato in una rete di lealtà inconciliabili. La sua collaborazione con i servizi britannici non viene banalizzata, ma inserita in un contesto fatto di ricatti, paura e logoramento psicologico. Il lettore è così costretto a confrontarsi con una domanda scomoda: fino a che punto è possibile restare fedeli a una causa senza perdere sé stessi? L’ambientazione storica, il conflitto nordirlandese, non è trattata come semplice sfondo, ma come elemento vivo e determinante. Le tensioni tra comunità, la presenza costante della violenza, il clima di sospetto e clandestinità permeano ogni pagina. Anche chi non conosce in dettaglio questa fase storica riesce a percepirne la complessità e il peso, grazie a una narrazione che privilegia sempre il punto di vista umano rispetto a quello didascalico. Rispetto al romanzo, il fumetto ha il merito di rendere più immediata e viscerale l’esperienza del protagonista. Alcune scene, in particolare quelle legate alla solitudine finale di Tyrone a Killybegs, acquistano una forza quasi tangibile proprio grazie al linguaggio visivo. Non si tratta di una semplice trasposizione, ma di una vera reinterpretazione che utilizza le specificità del medium fumettistico per amplificare il coinvolgimento emotivo. Si tratta dunque un’opera esigente, che non concede scorciatoie né consolazioni. È un racconto di tradimento, sì, ma soprattutto di identità e di perdita, di come le scelte, anche quelle dettate dalla necessità, possano segnare in modo irreversibile una vita. La sua forza sta proprio nella capacità di restare ambigua, di non offrire risposte definitive, ma di lasciare il lettore con un senso persistente di inquietudine. Consigliato a lettori di graphic novel di taglio adulto, appassionati di storia contemporanea e del conflitto nordirlandese, a chi cerca narrazioni profonde e moralmente complesse, e a chi ha già apprezzato l’opera di Chalandon. Alcune note su Pierre Alary Pierre Alary è nato il 1 maggio 1970. Nel 1991 è entrato alla prestigiosa scuola di grafica Gobelins a Parigi, dove ha studiato soprattutto animazione. Non appena laureato è stato assunto dagli studi Disney di Montreuil, dove ha passato dieci anni a lavorare come animatore a film come Tarzan, Le follie dell’Imperatore e Il gobbo di Notre Dame, oltre a vari cortometraggi, prima di dedicarsi principalmente al fumetto. Nel 2001, ha creato la serie Les Échaudeurs des Ténèbres; ha scritto il primo libro insieme a Bertrand Mandico, mentre il secondo e ultimo capitolo è stato scritto da Rodolphe nel 2003. Tra il 2004 e il 2007 ha pubblicato la serie Belladone, con sceneggiature di Ange, seguita dalla serie fantasy SinBad con Audrey Alwett e Scotch Arleston per Soleil (2008-2010) e dalla versione a fumetti di Moby Dick, insieme a Olivier Jouvray. Nel 2013 ha creato la serie Silas Corey con Fabien NuryLe ultime opere – il dittico Mon traître e Retour à Killybegs, tratto dai romanzi gialli di ambientazione irlandese di Sorj Chalandon – sono uscite per Editions Rue de Sevres, così come Via col vento, uno dei suoi progetti più personali e riusciti. TAG: #graphic_novel, #isabella_donato, #pierre_alary, #voto_cinque

RECENSIONE: La fisica che sorprende. Brevi lezioni di scienza, natura e tecnologia (Andrea Frova)
Autore: Andrea Frova Editore: edizioni Dedalo, 2026 Pagine: 188 Genere: Saggi, Fisica Prezzo: € 17.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://edizionidedalo.it/collane/collane-attive/la-scienza-e-facile/la-fisica-che-sorprende.html Trama Un libro per chi ama capire come funziona il mondo, per chi vuole risposte a tanti perché di scienza, natura, tecnologia. Ce n’era bisogno? Il web pullula di siti, contenitori, social network che presentano forse le stesse domande e risposte. Queste pagine offrono invece spiegazioni narrate, descrizioni che si snodano attraverso le parole con l’ausilio di immagini, che per essere fatte proprie richiedono un atto diventato rivoluzionario: leggere con lentezza, riflettendo e appassionandosi. Il compito di affascinare e insieme insegnare è affidato ad Andrea Frova, scienziato e divulgatore di lungo corso. Una lettura che ci offre un valore aggiunto inestimabile: siamo al riparo da interpretazioni approssimative, descrizioni superficiali a effetto, inferenze azzardate. Dai satelliti in orbita allo stallo degli aerei, dalle corde pizzicate alla risonanza, dalla visione subacquea agli arcobaleni: in queste pagine il sapere scientifico si fa... Recensione La prima parte, dedicata a meccanica, astronomia e fisica atomica, introduce il lettore a temi fondamentali della disciplina. Già dai titoli dei capitoli emerge l’approccio tipico di Frova: partire da problemi concreti o da curiosità storiche per arrivare a concetti più profondi. Si passa, ad esempio, dai satelliti artificiali e dall’assenza di gravità alla cosiddetta “vertigine terrestre”, fino a questioni più sottili come il problema della longitudine, che intreccia fisica, navigazione e storia. Non mancano poi riferimenti alla nascita della fisica moderna, con capitoli sulla scoperta dell’elettrone, sugli esperimenti dell’attofisica (che permettono di “fermare” fenomeni rapidissimi) e sul concetto di campo, legato alla riflessione newtoniana e post-newtoniana. Questa sezione mostra bene come la fisica non sia solo un insieme di leggi, ma anche una storia di idee e di errori corretti nel tempo. La seconda parte, dedicata ad acustica e musica, rappresenta uno degli aspetti più affascinanti del libro. Qui Frova esplora il legame profondo tra fisica e percezione sonora: dalle corde musicali e l’eredità pitagorica fino a fenomeni come la risonanza o l’effetto stereofonico. Capitoli come “Divertirsi con il suono” o “Giocare con la voce” suggeriscono un approccio quasi ludico, che invita il lettore a sperimentare direttamente i fenomeni descritti. È una sezione che dimostra quanto la fisica possa essere concreta e immediata, legata all’esperienza sensoriale. La terza parte, su luce, colore e visione, affronta uno dei campi più intuitivi ma anche più complessi della fisica. Frova guida il lettore attraverso temi come la natura della luce (definita correttamente come “corpo senza massa”), la formazione dei colori, la diffusione della luce e i fenomeni atmosferici. Particolarmente interessanti sono i capitoli dedicati alla rifrazione e alle illusioni ottiche, che mostrano come la percezione visiva sia il risultato di un’interazione tra fenomeni fisici e interpretazione cerebrale. Anche qui, l’autore mantiene un equilibrio efficace tra spiegazione scientifica e meraviglia. La quarta parte, dedicata alla fisica nello sport, è forse la più originale. Attraverso esempi concreti – dai pneumatici di Formula 1 alla discesa libera, fino allo spin della palla nel calcio o nel ping pong – Frova dimostra come le leggi della fisica governino anche le attività più quotidiane e spettacolari. Il capitolo sul tennis, ad esempio, analizza l’interazione tra palla e racchetta, mentre quello sul curling mette in luce aspetti meno noti della meccanica. Questa sezione ha il merito di rendere immediatamente visibile l’utilità della fisica. Infine, la quinta parte, scienza e vita quotidiana, raccoglie una serie di temi che toccano direttamente l’esperienza comune: dal caldo e freddo alla tensione superficiale (spiegata attraverso esempi come il parabrezza appannato), fino a questioni più teoriche come l’impossibilità del moto perpetuo. Interessante è anche il capitolo dedicato alla percezione sensoriale (“Homo logarithmicus”), che introduce il lettore a come il nostro cervello interpreta gli stimoli fisici. Il libro si chiude con un’“intervista immaginaria” a Galileo Galilei, scelta narrativa che riassume lo spirito dell’opera: un dialogo continuo tra passato e presente della scienza. Nel complesso, ciò che colpisce è la coerenza interna del progetto: ogni capitolo è autonomo, ma tutti contribuiscono a costruire una visione unitaria della fisica come strumento per comprendere il mondo. Frova evita accuratamente sia il linguaggio eccessivamente tecnico sia la banalizzazione, mantenendo sempre un alto livello di precisione scientifica. L’indice stesso diventa così una mappa della curiosità, capace di guidare il lettore tra discipline diverse senza mai perdere il filo conduttore. Il libro è particolarmente adatto a lettori curiosi, studenti delle scuole superiori e universitari non specialisti, ma anche a insegnanti o appassionati di divulgazione scientifica. È ideale per chi desidera comprendere la fisica attraverso esempi concreti e collegamenti con la vita reale, senza affrontare un manuale accademico. Alcune note su Andrea Frova Andrea Frova è stato professore ordinario di Struttura della Materia presso l’Università di Modena e di Fisica Generale e Acustica Musicale all’Università “Sapienza” di Roma. Ha pubblicato centinaia di lavori scientifici in riviste internazionali e articoli di divulgazione scientifica. È autore di 24 libri di fisica e musica, tradotti in tutto il mondo. TAG: #saggi, #fisica, #andrea_frova, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Le cicatrici del cuore (Catherine Ryan Hyde)
Autore: Catherine Ryan Hyde Traduttore: Valentina Ballardini Editore: Indomitus Publishing, 2026 Pagine: 296 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 16.99 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.indomitus-publishing.it/product/le-cicatrici-del-cuore-catherine-ryan-hyde/ Trama Michael Woodbine aveva solo sette anni quando un incidente con dei fuochi d'artificio lo ha segnato con cicatrici profonde, portandolo a essere dato in affidamento. Oggi, al primo anno di college, cerca ancora di nascondere le ferite del suo trauma ai compagni, alla famiglia adottiva e persino a se stesso. Ma quando si iscrive a un corso di cinema, Michael incontra Robert Dunning, un professore che porta le proprie cicatrici con orgoglio e senza vergogna. Incoraggiato da Robert, Michael decide di realizzare un documentario che esplori l'immagine corporea e la percezione di sé pubblicando un annuncio per trovare persone che si sentono rifiutate dalla società e scoprendo che l’insicurezza accomuna quasi tutti. Alcuni partecipanti stanno guarendo da ferite o interventi chirurgici, altri affrontano insicurezze legate a fattori comuni come l'invecchiamento o i cambiamenti del corpo dopo una gravidanza. Raccogliendo queste storie e condividendo finalmente la propria, Michael si sentirà più connesso con il mondo di quanto non sia mai stato. Tuttavia, per completare il suo percorso verso l'accettazione di sé e sanare le cicatrici del suo cuore, dovrà superare ancora un ultimo ostacolo. Recensione In questo romanzo Catherine Ryan Hyde esplora uno dei territori che le sono più congeniali: quello delle ferite interiori e dei percorsi, spesso lenti e imperfetti, che portano alla guarigione. Il presente libro si inserisce con coerenza nel suo percorso narrativo, ma riesce comunque a distinguersi per una maggiore intensità emotiva e una riflessione ancora più matura sul concetto di identità. Fin dalle prime pagine, il romanzo introduce il lettore in una dimensione segnata da un evento traumatico che ha lasciato conseguenze profonde nella vita del protagonista. Non si tratta soltanto di ciò che è accaduto, ma di come quell’esperienza continui a influenzare ogni gesto, ogni relazione, ogni scelta. Hyde non costruisce una trama basata sui colpi di scena, bensì su un lento disvelamento: il passato emerge poco a poco, intrecciandosi con il presente in modo naturale, quasi inevitabile. Il cuore della narrazione è proprio questo dialogo costante tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Le “cicatrici” del titolo non sono solo segni del dolore, ma diventano anche tracce di sopravvivenza, testimonianze di una resistenza silenziosa. Il protagonista si muove in un equilibrio fragile, oscillando tra il desiderio di proteggersi e quello, più profondo e spesso inconfessato, di lasciarsi finalmente vedere per ciò che è. Uno degli elementi più riusciti del romanzo è la costruzione delle relazioni. Hyde dimostra ancora una volta una straordinaria capacità nel delineare personaggi secondari che non sono mai semplici comparse, ma veri e propri agenti di cambiamento. Gli incontri che il protagonista fa lungo il suo percorso non sono casuali: ciascuno di essi contribuisce a incrinare le sue certezze, a mettere in discussione la narrazione che ha costruito su se stesso. È proprio attraverso questi legami che emerge una delle idee centrali del libro: nessuno guarisce davvero da solo. La scrittura è sobria, diretta, ma capace di colpire con precisione. Hyde evita qualsiasi forma di sentimentalismo eccessivo, scegliendo invece una strada più autentica: quella della verità emotiva. I momenti più intensi non sono necessariamente quelli più drammatici, ma quelli in cui i personaggi abbassano le difese, lasciando intravedere le loro paure più profonde. In queste pagine, il lettore si trova spesso a riconoscere qualcosa di sé, perché il romanzo parla di fragilità universali: il senso di inadeguatezza, la paura del rifiuto, la difficoltà di accettarsi. Particolarmente interessante è anche il modo in cui il volume affronta il tema dell’accettazione. Non viene mai proposta come un traguardo semplice o definitivo, ma come un processo fatto di passi avanti e ricadute. Hyde sembra suggerire che le cicatrici non scompaiono, ma possono cambiare significato: da segni di vergogna a simboli di forza. È un messaggio potente, che attraversa tutto il romanzo senza mai diventare didascalico. Le cicatrici del cuore è un’opera che punta più alla profondità che all’azione, più all’ascolto che al giudizio. È un libro che richiede una certa disponibilità emotiva, ma che in cambio offre una lettura intensa, capace di lasciare un’eco anche dopo l’ultima pagina. Non è una storia che consola facilmente, ma è una storia che accompagna, e in questo risiede gran parte della sua forza. Consigliato a chi ama i romanzi introspettivi, le storie di rinascita personale e le narrazioni che mettono al centro le emozioni e le relazioni umane; a lettori che cercano libri capaci di far riflettere più che intrattenere. Alcune note su Catherine Ryan Hyde Catherine Ryan Hyde è autrice di oltre cinquanta libri bestseller del New York Times, del Wall Street Journal e numero uno nelle classifiche Amazon. Appassionata di viaggi, equitazione e fotografia amatoriale, condivide le sue astrofotografie con i lettori sul suo sito web. Il suo romanzo “La formula del cuore” (“Pay It Forward”) è stato adattato per un film, selezionato dall’American Library Association (ALA) per la sua lista dei migliori libri per giovani adulti e tradotto in più di ventitré lingue per la distribuzione in oltre trenta paesi. Come oratrice pubblica professionista, è intervenuta alla National Conference on Education, ha tenuto due discorsi alla Cornell University, ha incontrato i membri dell’AmeriCorps alla Casa Bianca e ha condiviso un palco con Bill Clinton. Per ulteriori informazioni, visitare il sito www.catherineryanhyde.com TAG: #narrativa_straniera #narrativa_moderna_contemporanea, #valentina_ballardini, #catherine_ryan_hyde, #voto_quattro

RECENSIONE: Sciogliere. Filosofia pratica della mediazione (François Jullien)
Autore: François Jullien Traduttore: Vincenzo Salvati Editore: Vita e Pensiero, 2026 Pagine: 112 Genere: Saggi, Filosofia Prezzo: € 14.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.vitaepensiero.it/scheda-ebook/francois-jullien/sciogliere-9788834361122-401972.html Trama La mediazione è da sempre presente nelle relazioni umane come tentativo di sanare controversie che rischiano di non arrivare a una soluzione. E da qualche tempo ha avuto anche un riconoscimento istituzionale, assumendo un ruolo ‘professionale’ all’interno della società. Il che è molto importante, visto il sovraccarico degli iter giudiziari e la necessità di pace e di nuove forme di convivenza geopolitica. A individuare la specificità della mediazione, si dedica qui François Jullien, partendo dall’idea che lo ha reso uno dei più conosciuti filosofi e sinologi del nostro tempo, e cioè che occorra decostruire il modo di pensare occidentale basato sulle contrapposizioni – essere/ non essere, giusto/ingiusto, io/altro – aprendo un cantiere teorico che accolga spunti dal pensiero cinese, dal suo modo di guardare alla realtà «di sbieco», cercando un «tra» che sorpassi la frontalità agonistica. Ecco allora che il mediatore, a differenza del giudice che stabilisce la ragione e il torto valutando dall’esterno, guarda piuttosto alle potenzialità della situazione, individuando i fili da seguire senza un progetto già stabilito, per aprire varchi accettabili da entrambe le parti. Sollecitare senza mai forzare, non seguire una procedura fissa ma un processo vivo che rimetta in movimento una situazione bloccata, abbandonare il compromesso che porta solo a una non-sconfitta, per un «compossibile» che apra a una viabilità futura. Questo è il lavoro della mediazione alla luce degli insegnamenti del tao. Questa è la strada, spesso nascosta e silenziosa, del mediatore che alla fine può davvero sciogliere i nodi più stretti e sbloccare cammini di vita nuovi, e persino inauditi. Recensione Il libro che vado a recensire è un testo che si colloca perfettamente nel percorso filosofico dell’autore, da sempre impegnato a mettere in dialogo il pensiero occidentale con quello cinese, aprendo spazi di riflessione inediti su concetti che spesso diamo per scontati. Esso affronta il tema dello “sciogliere” non come semplice gesto pratico o metafora superficiale, ma come operazione filosofica profonda, alternativa al “risolvere” tipico della tradizione occidentale. Jullien invita il lettore a spostare lo sguardo: invece di affrontare i problemi cercando soluzioni nette, definitive, spesso rigide, propone un approccio più fluido, ispirato al pensiero cinese classico. “Sciogliere” significa allentare tensioni, disfare nodi senza spezzarli, lasciare che le situazioni evolvano fino a trasformarsi. È un movimento meno spettacolare, ma più efficace nel lungo periodo, perché agisce dall’interno delle dinamiche invece di imporre una forma dall’esterno. Il libro si muove tra filosofia, etica e pratica della mediazione. Non si tratta di un manuale tecnico, ma di una riflessione che ha implicazioni molto concrete: nei conflitti personali, nelle relazioni, nella politica e persino nella gestione delle crisi. Jullien mostra come il modello occidentale, basato sulla contrapposizione e sulla risoluzione, porti spesso a irrigidimenti, mentre l’idea di “sciogliere” permette di evitare lo scontro frontale e di favorire trasformazioni più sottili ma durature. Uno degli aspetti più interessanti del testo è proprio questo scarto concettuale: il lettore si accorge gradualmente di quanto il proprio modo di pensare sia legato all’idea di “problema da risolvere”. Jullien non propone ricette, ma costruisce un percorso che mette in crisi questa abitudine mentale, aprendo a una diversa sensibilità verso i processi, le sfumature e i tempi lunghi. Il linguaggio è chiaro ma denso, e richiede attenzione: non è una lettura da consumare rapidamente, ma da attraversare con lentezza. Dal punto di vista stilistico, il libro mantiene il tono tipico dell’autore: rigoroso ma accessibile, con esempi e passaggi che rendono comprensibili concetti anche complessi. Non è necessario avere una formazione filosofica specialistica, ma è utile una certa disponibilità a lasciarsi mettere in discussione. In definitiva, si tratta di un testo che lavora in profondità sul nostro modo di pensare e di affrontare il reale. Non offre soluzioni immediate, ma suggerisce un cambio di paradigma: meno controllo, meno imposizione, più attenzione ai processi e alle trasformazioni silenziose. Consigliato a chi è interessato alla filosofia contemporanea, al dialogo tra culture, alla mediazione dei conflitti e a chi cerca strumenti concettuali per leggere in modo diverso le situazioni complesse della vita quotidiana. Meno adatto a chi cerca risposte rapide o indicazioni pratiche immediate. Alcune note su François Jullien François Jullien è nato nel 1951, filosofo e sinologo, è uno dei pensatori francesi più tradotti all’estero e professore all’Université Paris-VII «Denis Diderot». TAG: #saggi #filosofia, #vincenzo_salvati, #françois_jullien, #voto_quattro

RECENSIONE: La storia che visse due volte. Quando i libri diventano film (Pierpaolo Binda)
Autore: Pierpaolo Binda Editore: Jimenez, 2026 Pagine: 488 Genere: Saggi, Cinema, Letteratura Prezzo: € 16.50 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.jimenezedizioni.it/la-storia-che-visse-due-volte-quando-i-libri-diventano-film-pierpaolo-binda/ Trama L’arte trova la sua linfa vitale nel continuo cambiamento e nella ricerca delle infinite possibilità di guardare al mondo. Questo libro intende proporre una variante tutta speciale del mutamento artistico, ovvero quella che avviene non all’interno di un’unica disciplina ma tra due differenti ambiti creativi, per la verità piuttosto lontani tra loro. In particolare, affronta la metamorfosi alchemica che accade quando un testo letterario, racconto o romanzo che sia, diviene un film. Procedimento tutt’altro che raro visto il numero rilevante di opere che hanno fornito idee, soggetti e qualche volta vere e proprie bozze di sceneggiatura al mondo del cinema. La più vistosa storia di duplicazioni che sia mai avvenuta tra arti diverse. La storia che visse due volte mira a rispondere alla domanda: “Come sono andate le cose dal punto di vista della qualità dei risultati?”, selezionando una casistica ragionata e sottolineando le numerose occasioni in cui lettori e spettatori vivono una sorta di spiazzamento. Vicende, ambienti e volti sono infatti perennemente in bilico tra l’immaginazione suggerita dalla pagina scritta e la realtà vincolante della visione cinematografica. “Meglio il libro o il film?”, è la domanda più frequente che ci si pone in questi casi, domanda quasi sempre in grado di suscitare discussioni. E la risposta? Ovviamente non una sola, anzi molte. Qui si prova a proporne qualcuna. Magari emblematica degli infiniti casi possibili. Recensione Nel vasto e affascinante territorio in cui letteratura e cinema si incontrano, si rincorrono e talvolta si contraddicono, La storia che visse due volte. Quando i libri diventano film di Pierpaolo Binda si inserisce come una riflessione ampia, curiosa e profondamente consapevole della complessità del tema. Non è un libro che cerca scorciatoie né tantomeno risposte definitive: al contrario, si muove con intelligenza dentro un dibattito antico, quello sul rapporto tra pagina scritta e immagine cinematografica, mostrando quanto sia riduttivo pensarlo in termini di semplice fedeltà o tradimento. L’idea che attraversa l’intero volume è che ogni storia, nel momento in cui passa da un linguaggio all’altro, non venga semplicemente adattata, ma trasformata. È una vera e propria seconda vita, una rinascita che implica inevitabilmente cambiamenti, perdite e acquisizioni. Il passaggio dal libro al film non è mai neutro: è un processo creativo complesso, quasi una trasmutazione, in cui ciò che era parola diventa immagine, ritmo, suono, presenza concreta. In questo senso, il titolo del libro è particolarmente efficace, perché restituisce l’idea di una duplicazione che non è mai identica, ma sempre nuova. Uno degli aspetti più interessanti del saggio è il modo in cui affronta la domanda che tutti, almeno una volta, si sono posti: è meglio il libro o il film? Binda non cade nella trappola di una risposta semplice, né si schiera in modo netto. Piuttosto, smonta la domanda stessa, mostrando come sia spesso mal posta. Ogni caso è diverso, ogni adattamento ha una sua logica interna, e ciò che conta davvero è la qualità del risultato all’interno del proprio linguaggio. Ci sono film che tradiscono profondamente il testo di partenza e funzionano benissimo, così come ce ne sono altri fedelissimi ma privi di vita. Allo stesso modo, non tutti i libri si prestano a diventare buoni film, e non tutte le trasposizioni nascono con le stesse intenzioni. Il libro si costruisce allora come un percorso fatto di esempi, di accostamenti, di confronti. Non segue una linea rigida o accademica, ma si sviluppa per nuclei tematici, ognuno dei quali apre una prospettiva diversa sul fenomeno. I titoli delle sezioni sono già di per sé indicativi di questo approccio: evocativi, talvolta ironici, suggeriscono un’analisi che non rinuncia al piacere del racconto. Si passa così da riflessioni sulle origini del rapporto tra narrazione e rappresentazione visiva a incursioni nel Novecento, fino a esplorazioni più specifiche dedicate ai diversi modi in cui le storie possono essere trasformate, accostate, persino deformate. Particolarmente stimolante è l’attenzione riservata allo “spiazzamento” che spesso accompagna il passaggio dalla lettura alla visione. Quando leggiamo, costruiamo un mondo nostro: i volti dei personaggi, gli ambienti, i toni, tutto prende forma nella nostra immaginazione. Il cinema, invece, propone una versione precisa, definita, che può entrare in conflitto con quella che avevamo creato nella nostra mente. È in questo scarto che si genera spesso la delusione, ma anche la sorpresa. Il libro insiste molto su questo punto, mostrando come il confronto tra libro e film sia anche, e forse soprattutto, un confronto tra due modi diversi di vivere una storia. Ne emerge una visione estremamente dinamica e aperta del rapporto tra le arti. Non c’è gerarchia, non c’è un mezzo “superiore” all’altro. Ci sono, piuttosto, linguaggi diversi, ciascuno con le proprie regole, i propri limiti e le proprie possibilità. La letteratura lavora sull’interiorità, sulla parola, sulla libertà dell’immaginazione; il cinema sulla concretezza delle immagini, sul tempo, sul corpo degli attori, sulla costruzione visiva. Quando una storia passa da uno all’altro, non può che cambiare e in questo cambiamento sta la sua ricchezza. Anche lo stile contribuisce a rendere il libro piacevole e coinvolgente. Pur affrontando un tema teorico, la scrittura rimane accessibile, scorrevole, mai appesantita da tecnicismi inutili. Si percepisce una volontà chiara di dialogare con il lettore, di accompagnarlo lungo un percorso che non è solo di analisi, ma anche di scoperta. Non è un testo riservato agli specialisti, ma un libro che può essere letto con interesse da chiunque abbia amato almeno una volta un romanzo e la sua versione cinematografica. In definitiva, questo è un saggio che invita a cambiare prospettiva. Non si tratta più di stabilire quale sia la versione migliore, ma di capire come e perché le storie cambiano forma, cosa guadagnano e cosa perdono nel passaggio da un linguaggio all’altro. È un invito a leggere e a guardare con maggiore consapevolezza, accettando che ogni adattamento sia, in fondo, un’interpretazione, una nuova possibilità tra le tante. Consigliato a chi ama la letteratura e il cinema e si è trovato almeno una volta a confrontare un libro con il suo film; a studenti e appassionati che vogliono approfondire i meccanismi dell’adattamento; ma anche a lettori curiosi, interessati a capire meglio come funzionano le storie quando cambiano forma. Alcune note su Pierpaolo Binda Pierpaolo Binda, classe 1948, laureato in Storia del cinema, ha collaborato con diversi giornali e riviste e attualmente è docente presso numerose Università della terza età di area torinese. Collabora inoltre con centri culturali tra cui Suburbana, da quarant’anni promotore di progetti cinematografici. Ha pubblicato nel 2022 Momenti di gloria. Itinerari alla ricerca dell’incanto cinematografico (Unicopli). Ha realizzato documentari a scopi didattici, tra i quali Cinema e letteratura, Stanley Kubrick e Il western. TAG: #saggi #cinema, #letteratura, #pierpaolo_binda, #voto_cinque

RECENSIONE: Il gatto che mi ha spiegato l'universo (Riccardo Azzali)
Autore: Riccardo Azzali Editore: Mondadori, 2026 Pagine: 216 Genere: Saggi, Filosofia, Fisica Prezzo: € 18.50 (cartaceo), € 12.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.mondadori.it/libri/il-gatto-che-mi-ha-spiegato-luniverso-riccardo-azzali/ Trama Per Leonardo Brezzi, giovane e brillante fisico teorico, conoscere l'universo vuol dire osservarlo attraverso la lente di un telescopio oppure analizzarlo con un'astrusa equazione scritta su una lavagna. La sua missione è sempre stata quella di cercare un ordine nel caos del cosmo, fidandosi dei numeri più che delle sensazioni; Leonardo, infatti, considera ogni fenomeno, il tempo, lo spazio, la materia, la vita stessa, come un problema da risolvere. Finché un mattino come tanti, il suo pelosissimo gatto bianco, Epidoro, decide di infrangere la regola più semplice dell'universo: quella secondo cui i gatti non parlano. Ed Epidoro non si limita a parlare: ragiona, osserva, collega, provoca. Cita Sartre, Seneca, Einstein, smonta ogni certezza di Leonardo, gli fa domande personali che pesano come macigni per poi leccarsi una zampetta come se niente fosse. All'inizio la razionalità del fisico combatte con questa nuova realtà surreale in cui Epidoro si dimostra molto più saggio, colto e arguto del suo padrone. Poi, però, piano piano Leonardo si arrende all'evidenza e il gatto per lui diventa un mentore, un Virgilio che lo costringe a vivere davvero gli interrogativi sull'universo che aveva sempre studiato con distacco, a immergersi e conoscere in prima persona la fisica quantistica o l'idea di tempo, il concetto di libero arbitrio o il nulla, l'entropia che disordina ogni cosa e la necessità umana di dare un senso al cosmo e alla nostra esistenza. Il gatto che mi ha spiegato l'universo è un libro in cui filosofia e scienza non sono esercizi astratti del pensiero, ma saperi vitali, strumenti fondamentali che ci insegnano a scoprire e vivere le meraviglie dell'universo. Recensione Il gatto che mi ha spiegato l’universo di Riccardo Azzali è un romanzo che sorprende per la sua capacità di muoversi con naturalezza su un confine non semplice: quello tra racconto e riflessione, tra divulgazione scientifica e introspezione esistenziale. Il libro si presenta fin da subito come una storia accessibile, ma rivela progressivamente una profondità che va ben oltre l’impianto narrativo. Al centro della vicenda c’è Leonardo Brezzi, giovane fisico teorico abituato a interpretare il mondo attraverso il rigore delle leggi scientifiche. La sua è una visione ordinata, quasi rassicurante: ogni fenomeno può essere spiegato, ogni complessità ricondotta a un sistema. È una fiducia piena nella capacità della scienza di dare senso all’universo. Ma questa prospettiva viene messa in crisi dall’incontro con Epidoro, il gatto che dà titolo al romanzo. Quando Epidoro inizia a parlare, la narrazione compie una svolta che non è tanto fantastica quanto concettuale. Il gatto diventa un interlocutore capace di mettere in discussione ogni certezza di Leonardo. Non lo fa imponendo verità alternative, ma ponendo domande, osservando il mondo da un punto di vista diverso, più libero, meno vincolato alla necessità di spiegare tutto. Il loro dialogo diventa così il vero motore del libro. Attraverso questo confronto, Azzali introduce temi complessi senza mai appesantire la lettura. La fisica, dalla struttura dell’universo alle implicazioni della meccanica quantistica, entra nel racconto in modo organico, intrecciandosi con riflessioni sul tempo, sull’esistenza, sulla percezione della realtà. Ciò che emerge è una tensione costante tra il desiderio umano di comprendere e la consapevolezza che non tutto è riducibile a formule. Epidoro, in questo senso, è una figura estremamente riuscita: non è un semplice “gatto parlante”, ma una presenza che incarna uno sguardo alternativo sul mondo. La sua voce è ironica, a tratti disarmante, ma sempre capace di spostare il discorso su un piano più profondo. Non offre soluzioni, ma apre possibilità. Ed è proprio questa apertura a rappresentare uno degli aspetti più interessanti del romanzo. Il percorso di Leonardo è costruito con gradualità. All’inizio prevale la resistenza: il tentativo di ricondurre anche l’impossibile a una spiegazione razionale. Ma, pagina dopo pagina, qualcosa cambia. Non si tratta di un abbandono della scienza, bensì di un ampliamento dello sguardo. Leonardo impara, e con lui il lettore, che comprendere l’universo non significa solo analizzarlo, ma anche accettarne il mistero. Lo stile di Azzali contribuisce in modo decisivo alla riuscita del libro. La scrittura è fluida, i dialoghi vivaci, capaci di alternare leggerezza e profondità senza soluzione di continuità. Anche i passaggi più teorici risultano accessibili, perché sempre ancorati alla relazione tra i personaggi. Il romanzo mantiene così un equilibrio efficace: si lascia leggere con facilità, ma lascia anche spazio alla riflessione. Nel complesso, questa lettura è una sorta di favola contemporanea che utilizza un elemento improbabile per parlare di qualcosa di estremamente reale. Non pretende di offrire risposte definitive, ma accompagna il lettore in un percorso fatto di domande, intuizioni e piccoli spostamenti di prospettiva. Ed è proprio in questo movimento, più che nelle conclusioni, che il libro trova la sua forza. Si tratta di un volume particolarmente adatto a chi ama i romanzi che uniscono narrazione e riflessione, a chi è incuriosito dai temi scientifici ma cerca un approccio umano e accessibile, e a chi apprezza le storie costruite intorno al dialogo e al confronto di idee. Ideale anche per chi desidera un libro capace di far pensare senza risultare pesante. Meno indicato per chi preferisce trame dinamiche o fortemente orientate all’azione. Alcune note su Riccardo Azzali Riccardo Azzali è un fisico teorico appassionato di filosofia ed è anche uno dei divulgatori italiani più seguiti; nel suo profilo “filosofiascienza” ogni giorno, con uno stile semplice e diretto, prova a illustrare al suo pubblico le grandi domande che per millenni hanno incuriosito le menti dei maggiori scienziati e filosofi della storia. Nel 2025 per Mondadori ha pubblicato L’accademia delle grandi domande. TAG: #saggi #filosofia, #fisica, #ricardo_azzali, #voto_quattro

RECENSIONE: Tornare a ridere al giorno. La traduzione e/è la vita (Silvia Sacchini)
Autore: Silvia Sacchini Editore: eum, 2025 Pagine: 122 Genere: Saggi, Linguistica Prezzo: € 18.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://eum.unimc.it/it/catalogo/tornare-a-ridere-al-giorno/1003 Trama "In questa casa c'è un segreto" poggia, come ogni casa, su fondamenta: motivi e temi della psicologia del profondo di C. G. Jung vengono qui rivisitati narrativamente e corredati da brani attinti dal patrimonio fiabesco. L'eroe di fiaba, disperso o rifugiato nel bosco, si imbatte nel suo vagare in casupole o magioni in cui trova provvisoria accoglienza. Si pongono queste dimore non come puri luoghi geografici, ma rappresentazioni simboliche: immaginari punti d'arresto, luoghi di sosta in cui il cammino di chi è per via momentaneamente si interrompe, decisive al volto di chi vi transita, al suo disegno o progetto di sé. Da lì uscirà trasformato. La lezione delle fiabe è presentata sotto un duplice punto di vista, come se contenesse fin dall'inizio anche il suo opposto. Interroga il viandante su se stesso, e con lui anche noi che leggiamo. Dice: "Ti sei fatto questa domanda?". Apertura a un gioco di temi che racchiudono altri temi per un possibile itinerario interiore. Postfazione di Arianna Fermani. Recensione Questo saggio si presenta fin dalle prime pagine come un’opera ibrida: riflessione teorica, racconto di esperienza e dichiarazione d’amore per la traduzione. Già il titolo, con quell’“e/è” che fonde e insieme problematizza identità e relazione, suggerisce la direzione del libro: la traduzione non è soltanto una pratica tecnica, ma una condizione esistenziale. L’idea di fondo, esplicitata anche nella descrizione, è semplice e radicale: traduciamo sempre. Non solo quando passiamo da una lingua all’altra, ma ogni volta che cerchiamo di dare forma ai nostri pensieri, di comunicare con gli altri, di trasformare emozioni in parole. In questa prospettiva, la traduzione diventa una metafora potente dell’esperienza umana: un continuo tentativo di avvicinamento, mai perfetto, sempre necessario. L’immagine conclusiva della descrizione, quella delle anime che tornano “a ridere al giorno” grazie alla traduzione, restituisce bene la dimensione etica e quasi salvifica che Sacchini attribuisce a questo gesto. L’indice del volume conferma la natura articolata e ricca del percorso proposto. Dopo una premessa teorica, il libro si apre con “L’inremeabilis unda della traduzione”, titolo che richiama l’idea di un flusso irreversibile, forse alludendo alla perdita inevitabile che ogni atto traduttivo comporta. Da qui in avanti, il discorso si sviluppa attraverso una serie di casi concreti, che intrecciano riflessione critica e pratica traduttiva. Particolarmente significativa è l’attenzione riservata alla letteratura per ragazzi, come nel capitolo dedicato a L. Frank Baum, dove il sottotitolo – “Tradurre libri per ragazzi non è un gioco da ragazzi” – suggerisce una presa di posizione netta contro la sottovalutazione di questo ambito. Sacchini sembra voler mostrare come la semplicità apparente nasconda scelte complesse, responsabilità linguistiche e culturali profonde. Allo stesso modo, il capitolo su F. Scott Fitzgerald (“La temperatura dei libri”) lascia intuire una riflessione sul tono, sull’atmosfera, su ciò che in un testo non è immediatamente traducibile perché appartiene a una dimensione sensoriale e stilistica. La traduzione, in questo senso, diventa un’arte dell’ascolto e della restituzione, più che una semplice operazione di equivalenza. Non meno emblematici sono i capitoli dedicati a Charlotte Brontë (“Tradurre Jane Eyre, una rosa piena di spine”), a Tom Sawyer, a Louisa May Alcott e a Jack London. Qui emerge chiaramente uno dei fili conduttori del libro: ogni autore richiede un diverso “accordo”, come suggerisce il suggestivo titolo “Tradurre un’orchestra”. Tradurre significa allora modulare la propria voce, adattarsi, entrare in risonanza con stili, epoche e sensibilità differenti. La seconda parte del volume amplia ulteriormente l’orizzonte. Capitoli come “Il rovescio dell’arazzo” (dedicato ad Apuleio), “Femminile plurale” o “La lingua di mezzo” indicano un interesse per le implicazioni culturali, politiche e identitarie della traduzione. Particolarmente interessante appare anche la riflessione sul dialetto (“ovvero l’arte del nominare”) e sull’intraducibile, che suggerisce una consapevolezza dei limiti del linguaggio e, al tempo stesso, della sua inesauribile vitalità. Lo stile, per quanto si può evincere dalla struttura e dalla presentazione, sembra oscillare tra rigore saggistico e apertura narrativa. I titoli stessi, spesso evocativi e poetici, indicano una scrittura capace di coniugare precisione teorica e sensibilità letteraria. Non siamo di fronte a un manuale tecnico, ma a un libro che invita a pensare la traduzione come esperienza vissuta, quotidiana, persino intima. In definitiva, questa lettura appare come un’opera che riesce a parlare sia agli specialisti sia ai lettori curiosi. Non si limita a spiegare cosa significhi tradurre, ma prova a mostrare perché la traduzione sia, in fondo, una delle forme più profonde del vivere: un continuo attraversamento di confini, un esercizio di empatia, un tentativo di restituire voce – e vita – a ciò che altrimenti resterebbe inaccessibile. Il libro è particolarmente indicato per studenti e studiosi di traduzione, letteratura e linguistica, ma anche per chiunque ami leggere e sia interessato ai “retroscena” dei testi. Può risultare molto stimolante anche per chi scrive, insegna o semplicemente riflette sul linguaggio e sulla comunicazione. Alcune note su Silvia Sacchini Stella Sacchini scrive e traduce per Feltrinelli, Mondadori e Gallucci. Ha tradotto molti autori e autrici tra cui Jane Austen, Charles Dickens, John Williams, Mark Twain, Charlotte Brontë, L. Frank Baum, Jack London, Louisa May Alcott, H.P. Lovecraft, Kurban Said, William Finnegan, Apuleio, Ovidio, Apollonio Rodio, Marco Aurelio. Per Oscar Fantastica cura la collana “Tentacoli: piccoli libri di H.P. Lovecraft”. Ha scritto O magico di parole: Giacomo Leopardi (Giaconi 2019), Fuori posto (Gallucci 2024) e Lisistrata contro la guerra (Gallucci 2025). Nel 2014 ha vinto il premio Babel per la traduzione letteraria. È ideatrice e curatrice di “Tradurre in classe”, progetto che porta la traduzione editoriale nelle scuole, e di “Attraversamenti”, progetto di traduzione con i migranti. TAG: #saggi, #linguistica, #silvia_sacchini, #voto_quattro

RECENSIONE: In questa casa c'è un segreto. Lettura junghiana di dimore fiabesche (Matilde Morrone Mozzi)
Autore: Matilde Morrone Mozzi Editore: eum, 2025 Pagine: 122 Genere: Saggi, Psicologia Prezzo: € 12.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://eum.unimc.it/it/catalogo/in-questa-casa-c-un-segreto/1014 Trama "In questa casa c'è un segreto" poggia, come ogni casa, su fondamenta: motivi e temi della psicologia del profondo di C. G. Jung vengono qui rivisitati narrativamente e corredati da brani attinti dal patrimonio fiabesco. L'eroe di fiaba, disperso o rifugiato nel bosco, si imbatte nel suo vagare in casupole o magioni in cui trova provvisoria accoglienza. Si pongono queste dimore non come puri luoghi geografici, ma rappresentazioni simboliche: immaginari punti d'arresto, luoghi di sosta in cui il cammino di chi è per via momentaneamente si interrompe, decisive al volto di chi vi transita, al suo disegno o progetto di sé. Da lì uscirà trasformato. La lezione delle fiabe è presentata sotto un duplice punto di vista, come se contenesse fin dall'inizio anche il suo opposto. Interroga il viandante su se stesso, e con lui anche noi che leggiamo. Dice: "Ti sei fatto questa domanda?". Apertura a un gioco di temi che racchiudono altri temi per un possibile itinerario interiore. Postfazione di Arianna Fermani. Recensione Questo saggio ci accompagna dentro la storie stessa, come se ci invitasse a varcare una soglia. Non è un semplice libro sulle fiabe, né un esercizio di interpretazione simbolica nel senso più tradizionale: è piuttosto un percorso, quasi un’esperienza di attraversamento, in cui il lettore viene chiamato a entrare, sostare, osservare e, in qualche modo, trasformarsi. Il fulcro del libro è l’immagine della casa nelle fiabe. Non la casa come sfondo, ma come luogo carico di tensione simbolica, spazio vivo e ambiguo. Le dimore che compaiono nei racconti tradizionali, capanne, castelli, abitazioni isolate nel bosco, vengono lette come vere e proprie soglie psichiche. Chi vi entra non lo fa mai per caso, e soprattutto non ne esce mai identico a prima. La casa diventa così un momento cruciale del percorso narrativo: un punto di arresto che è anche un punto di svolta. L’autrice costruisce il suo discorso muovendosi all’interno della prospettiva junghiana, ma senza irrigidirsi in un linguaggio tecnico o accademico. Piuttosto, utilizza gli strumenti della psicologia analitica per restituire profondità alle immagini, lasciandole però respirare. È evidente che il riferimento è alla dimensione archetipica: le fiabe vengono considerate come depositi di simboli universali, capaci di parlare ancora oggi alla nostra interiorità. Tuttavia, ciò che colpisce è la scelta di non “chiudere” mai il significato. Ogni casa, ogni scena, ogni incontro resta aperto, come se contenesse sempre qualcosa di ulteriore, di non completamente dicibile. Uno degli aspetti più interessanti del libro è proprio l’insistenza sulla sosta. Nelle fiabe, i personaggi arrivano spesso a una casa in momenti di smarrimento, di passaggio, di crisi. Si fermano, entrano, incontrano qualcuno o qualcosa. È in questa sospensione che accade l’essenziale. Morrone Mozzi invita il lettore a fare lo stesso: non affrettarsi a interpretare, non ridurre subito l’immagine a un significato univoco, ma restare dentro la scena, lasciarsi interrogare. In questo senso, la lettura diventa quasi un esercizio di attenzione, un modo per recuperare un rapporto più lento e profondo con il simbolo. Le case fiabesche che emergono nel libro non sono mai semplicemente accoglienti o minacciose: sono entrambe le cose. Possono offrire riparo e al tempo stesso nascondere un pericolo; possono rappresentare un luogo di cura oppure una prova da affrontare. Questa ambivalenza è centrale e attraversa tutto il testo. Nulla è mai del tutto rassicurante, ma nulla è nemmeno completamente ostile. È proprio in questa tensione che si gioca il senso dell’esperienza: il protagonista e, per riflesso, il lettore è chiamato a confrontarsi con ciò che non è immediatamente comprensibile. La scrittura accompagna perfettamente questo movimento. Non è mai fredda o distaccata, ma nemmeno eccessivamente emotiva. Si mantiene in un equilibrio sottile tra riflessione e evocazione. Ci sono pagine in cui l’analisi si fa più esplicita, e altre in cui prevale una dimensione quasi narrativa, come se il discorso stesso seguisse il ritmo delle fiabe. Questo rende la lettura coinvolgente, ma anche esigente: non è un libro da consumare rapidamente, richiede tempo, ritorni, pause. Un altro elemento significativo è il modo in cui il testo mette in discussione l’idea di interpretazione come decifrazione definitiva. Qui non si tratta di “spiegare” le fiabe una volta per tutte, ma di entrare in relazione con esse. Le immagini non sono enigmi da risolvere, bensì realtà da attraversare. In questo senso, il libro si pone quasi in contrasto con certe letture troppo schematiche del simbolo, restituendo invece alla fiaba la sua natura inquieta, mobile, sfuggente. Leggendo, si ha spesso l’impressione che le case descritte non appartengano soltanto ai racconti, ma anche a una geografia interiore. Sono luoghi che, in qualche modo, riconosciamo, anche senza averli mai visti. E forse è proprio questo il “segreto” a cui allude il titolo: non qualcosa da scoprire una volta per tutte, ma una dimensione che si rivela solo a chi è disposto a entrare e a restare. Si tratta quindi di un libro che lavora in profondità. Non cerca l’effetto immediato, non offre interpretazioni rassicuranti, ma costruisce un dialogo lento e persistente con il lettore. È un invito a cambiare postura: a leggere non per capire subito, ma per lasciarsi trasformare dall’incontro con le immagini. Non è una lettura per tutti, e non vuole esserlo. Ma per chi accetta la sfida, può diventare un’esperienza significativa, capace di riattivare il rapporto con le fiabe in modo inatteso e, in molti casi, sorprendentemente attuale. Un testo consigliato a chi è interessato alla simbologia, alla psicologia del profondo e alla lettura delle fiabe in chiave non convenzionale. È particolarmente adatto a lettori pazienti, disposti a soffermarsi e a rileggere, e a chi cerca nei libri non solo contenuti, ma esperienze di riflessione. Può risultare meno accessibile per chi preferisce testi più lineari o introduttivi. Alcune note su Matilde Morrone Mozzi Matilde Morrone Mozzi vive a Fermo, ha svolto la sua attività di ricercatrice e docente presso le università di Macerata e Urbino. Tra le sue pubblicazioni: Luoghi del desiderio. Percorsi dell’individuazione personale, Cittadella Editrice 2002; Sversi (volume di poesie e racconti), eum 2014; Bestiario. Libro degli animali simbolici in C.G. Jung (eum 2015) e Il segreto di Augusta (con Maria Letizia Perri, Zefiro 2022). TAG: #saggi, #psicologia, #matilde_morrone_mozzi, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Lou Carnesecca. Da Pontremoli a New York (Lorenzo Mangini)
Autore: Lorenzo Mangini Editore: ERGA, 2025 Pagine: 325 Genere: Sport, Basket, Biografie Prezzo: € 18.90 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://erga.it/catalogo/lou-carnesecca-da-pontremoli-a-new-york/ Trama Questo libro è una partita senza sosta e senza pause di un uomo, piccolo di statura, allenatore di pallacanestro, idolo incontrastato di New York e ambasciatore del basket nel mondo. Le sue radici sono a Cargalla, minuscolo paese della Lunigiana nella provincia di La Spezia, in Liguria. Un luogo che il Coach, come tutti lo chiamavano, non ha mai dimenticato. Capace di ricostruirsi un pezzo della sua Italia a Manhattan, è diventato uno dei simboli della resilienza della comunità italo-americana a New York. Ha cambiato il modo di allenare dal punto di vista tecnico e umano. I giocatori erano come suoi figli che sottoponeva allenamenti intensi, ma non di durata superiore alle due ore, per lasciare tempo anche allo studio. St John's, l'università cattolica dei Padri Vincenziani e “seconda patria” di Lou Carnesecca, è diventata sinonimo di basket a New York, e alcune partite sono entrate nella storia per la rivalità con altri atenei, come, ad esempio, Georgetown, in cui Lou ha dato vita a indimenticabili sketch con il suo collega e amico, il gigantesco John Thompson. L'apparato multimediale, contenuto nel volume, è un aspetto innovativo che facilita la comprensione e l'apprendimento e dà possibilità di approfondimenti tematici. Con il patrocinio del Comune di Pontremoli Recensione Ci sono vite che sembrano fatte per essere raccontate con il ritmo serrato di una partita, senza interruzioni, senza pause, sospese tra slancio e resistenza. Lou Carnesecca. Da Pontremoli a New York si presenta fin da subito con questa immagine: una traiettoria continua, in cui il tempo della vita e quello dello sport finiscono per coincidere. Al centro del libro c’è la figura di Lou Carnesecca, raccontato come un uomo capace di trasformare la propria statura minuta in una presenza carismatica, fino a diventare un punto di riferimento assoluto per il basket newyorkese. Non è soltanto un allenatore, ma un simbolo, una figura che attraversa lo spazio urbano di New York portando con sé un’identità più complessa, stratificata, che affonda le radici altrove. Quel “altrove” è Cargalla, minuscolo paese della Lunigiana. Un luogo che nel libro non appare come semplice origine geografica, ma come memoria viva, mai abbandonata. È da lì che parte una storia che si sviluppa oltre l’oceano, senza però spezzare il filo con ciò che è stato. E proprio in questa tensione tra distanza e appartenenza si inserisce uno dei nuclei più significativi del racconto: la capacità di ricreare un pezzo d’Italia nel cuore di Manhattan, trasformando l’esperienza individuale in una rappresentazione più ampia della comunità italo-americana. La figura di Carnesecca emerge così non solo per ciò che ha fatto, ma per ciò che ha rappresentato. Il libro insiste su questa dimensione, restituendo l’immagine di un uomo che ha saputo incarnare un’idea di resilienza concreta, quotidiana, fatta di lavoro, continuità e radicamento. Non una qualità astratta, ma un modo di stare nel mondo. Anche il suo modo di intendere la pallacanestro si colloca su questo piano. Allenare, per Carnesecca, non significa soltanto costruire schemi o ottenere risultati: significa educare. I giocatori sono trattati come figli, inseriti in un sistema rigoroso ma equilibrato, in cui l’intensità degli allenamenti non supera mai le due ore, lasciando spazio allo studio. È una visione che tiene insieme disciplina e responsabilità, sport e formazione, corpo e mente. In questo percorso, la St. John’s University assume un valore particolare, quasi affettivo. Definita come una “seconda patria”, diventa il luogo in cui questa visione prende forma e si consolida, fino a identificarsi con l’idea stessa di basket a New York. È qui che nascono rivalità destinate a entrare nella memoria sportiva, come quella con Georgetown, e momenti che mescolano competizione e relazione, come gli episodi condivisi con John Thompson. Il libro mantiene costante l’attenzione su questa dimensione umana, evitando di ridurre la figura di Carnesecca a un semplice elenco di risultati. Ciò che emerge è piuttosto un equilibrio tra gesto sportivo e significato, tra carriera e identità. A completare il quadro contribuisce anche la struttura del volume, arricchita da un apparato multimediale che apre ulteriori possibilità di approfondimento e accompagna il lettore oltre la pagina scritta. Il patrocinio del Comune di Pontremoli, infine, rafforza simbolicamente quel legame con il luogo d’origine che attraversa tutta la narrazione. Nel suo insieme, questo volume si configura come un racconto che unisce sport e memoria, senza mai separarli davvero. È la storia di un percorso, ma anche di una continuità: tra luoghi, tra culture, tra generazioni. Consigliato ai lettori che cercano biografie capaci di andare oltre il dato sportivo, appassionati di pallacanestro e a chi è interessato alle storie di identità e appartenenza. Alcune note su Lorenzo Mangini Lorenzo Mangini, genovese di 59 anni, si è innamorato del pallone a spicchi grazie a un’esperienza nel minibasket della palestra di via Cagliari con il CAP Genova guidato dall’indimenticato Luciano Bertolassi (allievo di Carnesecca nello storico clinic di Roma), passata soprattutto a guardare gli altri dalla panchina. Cresciuto nel mito di Willie Kirkland, stella dell’antico basket sotto la Lanterna, sogna di rivedere una formazione genovese tornare agli antichi splendori in un Palasport ribollente di entusiasmo, come ai tempi dell’Emerson. Giornalista pubblicista, collabora con la Repubblica nella redazione genovese. Si occupa prevalentemente di calcio, senza distinzione di categorie, ma predilige raccontare storie e protagonisti. Cinque anni fa ha riscoperto Lou Carnesecca attraverso le parole del nipote, Pierantonio Chiodi, e si è innamorato di un uomo unico, che ha dedicato la vita agli altri. Questo libro è un omaggio, attraverso Lou, ai tecnici dei settori giovanili che nessuno conosce e che dedicano una parte della loro vita ai ragazzi, insegnando l’amore per il gioco. Hanno trovato in questo modo il segreto per essere ricordati e restare sempre “dei ragazzi tra i ragazzi”. TAG: #sport, #basket, #biografie, #lorenzo_mangini, #voto_cinque

RECENSIONE: La botanica degli amori perduti (Claire Elder)
Autore: Claire Elder Traduttore: Marco Bianco Editore: Mondadori, 2026 Pagine: 312 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 22.00 (cartaceo), € 14.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.mondadori.it/libri/la-botanica-degli-amori-perduti-claire-elder/ Trama Un giardino rigoglioso e selvatico, una casa dalle scale in pietra che profuma di mare, custode di esistenze sconosciute e ormai in completo abbandono: il posto ideale per Merel, esperta botanica, in cui trovare rifugio e rinascere. Di giorno si butta anima e corpo nei lavori di ristrutturazione, per ridare vita e splendore alla casa e al giardino; poi la sera, malgrado la stanchezza, spinta da un fuoco interiore, scrive a Stan, il suo grande amore perduto. Tra le righe di queste lettere struggenti e mai spedite emerge un passato misterioso, un lontano trauma infantile, un carattere spigoloso e passionale, fragile e ferino. Cosa ha fatto e cosa può ancora fare Merel se viene ferita? Cosa accade quando ciò che si credeva sepolto riaffiora bruscamente e impone di essere affrontato? Sarà l'incontro con la giovane Vikki a spezzare il suo isolamento, costringendola a guardarsi dentro e a ricomporre i frammenti oscuri della propria storia per tentare di venirne a capo. Recensione Nel panorama della narrativa contemporanea attenta all’introspezione e al rapporto tra essere umano e natura, La botanica degli amori perduti di Claire Elder si presenta come un romanzo che intreccia con delicatezza paesaggio e interiorità, costruendo una storia in cui lo spazio fisico diventa riflesso diretto di quello emotivo. La vicenda ruota attorno a Merel, botanica che sceglie di trasferirsi in una casa affacciata sul mare, caratterizzata da scale in pietra e circondata da un giardino rigoglioso ma abbandonato. Questo luogo, segnato dal tempo e dall’incuria, rappresenta per lei un rifugio e al tempo stesso un punto di partenza. Il lavoro quotidiano di ristrutturazione della casa e di cura del giardino occupa le sue giornate e costituisce un elemento concreto e ricorrente del romanzo. Accanto a questa dimensione pratica, si sviluppa un piano più intimo e riflessivo: la sera, infatti, Merel scrive lettere a Stan, il suo grande amore perduto. Si tratta di lettere che non vengono spedite, ma che assumono un ruolo centrale nella narrazione perché permettono al lettore di accedere al passato della protagonista. Attraverso questi scritti emergono elementi significativi della sua storia personale, tra cui un trauma infantile e i tratti di un carattere complesso, segnato da una combinazione di fragilità e durezza. Il romanzo costruisce così un percorso che alterna presente e memoria, senza ricorrere a eventi eclatanti ma concentrandosi piuttosto su un processo graduale di emersione del passato. Le domande che attraversano la storia riguardano proprio la possibilità di confrontarsi con ciò che è stato rimosso e le conseguenze che questo confronto può avere. Un momento di svolta è rappresentato dall’incontro con Vikki, una giovane figura che interrompe l’isolamento di Merel. La sua presenza introduce una dinamica relazionale che spinge la protagonista a guardarsi con maggiore lucidità e ad affrontare i nodi irrisolti della propria storia. Questo rapporto contribuisce a far emergere in modo più evidente i conflitti interiori già suggeriti nelle lettere e nelle riflessioni. Lo stile narrativo si caratterizza per un’attenzione costante agli elementi naturali e alle descrizioni del giardino e della casa, che accompagnano e rispecchiano l’evoluzione emotiva della protagonista. La componente botanica non è solo un dettaglio professionale, ma parte integrante della costruzione del racconto. Nel complesso, il romanzo si sviluppa come una storia di confronto con il passato e di possibile ricomposizione interiore, mantenendo un tono misurato e coerente con i temi trattati, senza forzature narrative. Consigliato ai lettori interessati a romanzi introspettivi, centrati sui personaggi e sui loro percorsi interiori, e a chi apprezza storie in cui il rapporto con la natura ha un ruolo significativo nella narrazione. Alcune note su Claire Elder Claire Elder, dopo una giovinezza trascorsa viaggiando, vive oggi in Alvernia. La botanica degli amori perduti è il suo primo romanzo. TAG: #narrativa_straniera #narrativa_moderna_contemporanea, #marco_bianco, #claire_elder, #voto_quattro

RECENSIONE: In fondo al fiume Tigri dorme una canzone (Usama Al Shahmani)
Autore: Usama Al Shahmani Traduttore: Marco Zapparoli Editore: Marcos y Marcos, 2026 Pagine: 192 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 18.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://marcosymarcos.com/libri/gli-alianti/in-fondo-al-fiume-tigri-dorme-una-canzone/ Trama Gadi insegna lingua ebraica a Zurigo. Dopo trent’anni di silenzio e completo distacco dal padre Zakai, torna in Israele per recarsi al suo capezzale insieme alla sorella Tamar. In eredità, fra le altre cose, riceve una borsa piena di quaderni e un ultimo desiderio: che le sue ceneri per metà vengano interrate a Gerusalemme, per metà disperse sotto il vecchio ponte sul fiume Tigri, a Bagdad. Tra le carte di Zakai, Gadi scopre il suo passato, ma soprattutto un capitolo oscuro della storia irachena: le persecuzioni e l’espulsione degli ebrei dall’Iraq, con la complicità dei nazisti. Scopre inoltre l’amicizia fra il nonno Ezra e Arman – un commerciante musulmano – e il loro patto segreto che permise alla sua famiglia di avere un nuovo inizio in Israele. Recensione Ci sono romanzi che cercano di ricostruire una storia, e altri che tentano qualcosa di più fragile e ambizioso: restituire ciò che della storia è rimasto in frantumi. In fondo al fiume Tigri dorme una canzone appartiene senza esitazione a questa seconda categoria. È un libro che non procede per certezze, ma per tracce, lacune, testimonianze parziali. Un romanzo che, più che raccontare, interroga. Al centro della narrazione c’è Gadi, docente universitario che vive a Zurigo, lontano da una parte fondamentale della propria identità. La morte del padre, Zakai, con cui aveva interrotto ogni rapporto, lo costringe a confrontarsi con un passato che aveva scelto di non guardare. L’eredità che riceve non è solo materiale: una valigia piena di quaderni, appunti e memorie diventa il punto di accesso a una storia familiare rimossa, ma anche a un intero capitolo dimenticato della storia irachena. È proprio questa struttura a rendere il romanzo particolarmente stratificato. Da un lato il presente di Gadi, segnato da distanza, esitazione e una certa incapacità di elaborare il rapporto con il padre; dall’altro, le parole di Zakai, che ricostruiscono un’infanzia e una giovinezza nella Baghdad ebraica, prima che la persecuzione e l’antisemitismo portassero alla dissoluzione di quella comunità. Le memorie del padre non sono semplici ricordi nostalgici: sono documenti emotivi e storici insieme, capaci di restituire la vita quotidiana, ma anche la progressiva trasformazione di un contesto che diventa sempre più ostile. Il romanzo mette in luce come la storia degli ebrei iracheni sia stata segnata da tensioni politiche e culturali che hanno portato a una frattura irreversibile. Il viaggio che Gadi intraprende, da Zurigo a Gerusalemme e infine a Baghdad, non è solo geografico. È un attraversamento identitario, un tentativo di dare un senso a una frattura. Il desiderio del padre di avere le proprie ceneri disperse nel Tigri diventa così un gesto simbolico potentissimo: un ritorno impossibile, ma necessario, verso una terra che è insieme origine e perdita. A Baghdad, Gadi entra in contatto con figure che ampliano e complicano la sua comprensione del passato, tra cui una delle ultime ebree rimaste nel paese. Attraverso queste voci, il romanzo costruisce una memoria plurale, mai definitiva, sempre in tensione tra ciò che si ricorda e ciò che è stato cancellato. Uno degli aspetti più interessanti del libro è il suo muoversi proprio dove le narrazioni ufficiali si interrompono. Al Shahmani non offre una ricostruzione lineare, ma un mosaico di frammenti: diari, ricordi, dialoghi, spostamenti. Il risultato è una narrazione che richiede partecipazione attiva, perché il lettore è chiamato a colmare vuoti e a orientarsi in una memoria non ordinata. Dal punto di vista stilistico, la scrittura è essenziale ma attraversata da una forte componente poetica. Non è mai ridondante, eppure riesce a evocare immagini vivide e persistenti. La lingua sembra trattenere qualcosa, come se rispettasse il peso di ciò che racconta. Questa tensione tra sobrietà e intensità contribuisce a creare un’atmosfera sospesa, quasi meditativa. Il romanzo si distingue anche per la sua capacità di mettere in dialogo dimensione privata e storia globale. Il rapporto padre-figlio, con le sue incomprensioni e i suoi silenzi, diventa il punto di accesso a questioni molto più ampie: l’esilio, la perdita di una patria, la costruzione dell’identità in contesti diasporici. Non mancano elementi di complessità. La ricchezza delle informazioni storiche può rallentare il ritmo, e la struttura frammentaria richiede attenzione. Ma è proprio questa scelta a rendere il libro coerente con il suo tema centrale: la memoria non è mai ordinata, né completa. Il titolo racchiude il senso profondo dell’opera. La “canzone” che dorme nel fondo del Tigri è la memoria di un mondo sommerso, che non è scomparso del tutto, ma continua a esistere sotto la superficie. È una metafora potente di ciò che il romanzo tenta di fare: ascoltare ciò che è rimasto in silenzio, dare voce a ciò che rischia di essere dimenticato. Consigliato a chi ama la narrativa letteraria di forte spessore storico e umano, a chi è interessato ai temi dell’esilio, della memoria e dell’identità, e a chi apprezza romanzi costruiti per stratificazioni più che per linearità. Meno adatto a chi cerca una trama veloce o fortemente orientata all’azione. Alcune note su Usama Al Shahmani Usama Al Shahmani è Nato a Bagdad nel 1971, si è dedicato alla letteratura e alla poesia araba, pubblicando alcuni saggi. Rifugiato in Svizzera anche a causa di una pièce teatrale che criticava aspramente il regime iracheno, ha tradotto in arabo pensatori del calibro di Schleiermacher e Habermas e ha cominciato a scrivere in tedesco. Il suo romanzo d’esordio, In terra straniera gli alberi parlano arabo, è stato accolto con entusiasmo sia nell’edizione originale (ristampata ben dieci volte, pluripremiata e menzionata dall’Associazione librai tra i libri migliori dell’anno) sia nella nostra traduzione italiana. Con Marcos y Marcos ha pubblicato anche i successivi, La piuma cadendo impara a volare e Quando migrano, gli uccelli sanno dove andare. TAG: #narrativa_straniera #narrativa_moderna_contemporanea, #marco_zapparoli, #usama_al_shahmani, #voto_quattro

RECENSIONE: Il viaggiatore breve (Gennaro Serio)
Autore: Gennaro Serio Editore: L'orma, 2026 Pagine: 216 Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 21.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.lormaeditore.it/libro/9791254761502 Trama Prima che il suo nome resti impigliato per i secoli a venire nella scia della più celebre delle comete, Edmund Halley salpa dall'Inghilterra a bordo di un veliero, il «Paramour», di cui è il capitano. È il 1699: astronomo geniale e spirito irrequieto, Halley cerca tra i flutti dell'oceano Atlantico elusive costellazioni, paesaggi mai cartografati e misteriose variazioni magnetiche. Assediato da racconti di biblioteche portatili, incendi e testimonianze inaffidabili, il suo diario di bordo si squaderna – accogliendo, tra gli altri, l'ombra di Isaac Newton, quella di un alticcio Zar in visita londinese e una galleria di stravaganti biografi, da John Aubrey a J. Rodolfo Wilcock, da Samuel Johnson a Giorgio Manganelli – per ricomporsi infine in una appassionante avventura del mare. Erratica navigazione tra le isole e tra i libri, «Il viaggiatore breve» interroga con ironia il modo in cui si narra un'esistenza, e intona un inno al viaggio come forma privilegiata di conoscenza. Recensione Nel panorama della narrativa contemporanea italiana, Il viaggiatore breve di Gennaro Serio si presenta come un oggetto letterario difficilmente classificabile, a metà tra racconto d’avventura, biografia apocrifa e riflessione metaletteraria sul senso stesso del narrare. Il libro prende le mosse dalla figura storica di Edmund Halley, noto ai più per la cometa che porta il suo nome, ma qui restituito nella sua dimensione più inquieta e meno canonica: quella di viaggiatore, esploratore e, soprattutto, cercatore di senso. Siamo nel 1699, e Halley salpa dall’Inghilterra a bordo del Paramour, incaricato di studiare le variazioni magnetiche dell’Atlantico. Tuttavia, ciò che nel libro di Serio appare subito chiaro è che il viaggio scientifico è solo una superficie: sotto di essa si muove un’indagine ben più sfuggente, che riguarda il rapporto tra conoscenza e narrazione. Il mare diventa così uno spazio doppio, fisico e simbolico, dove la precisione dell’osservazione si intreccia con l’instabilità del racconto. La struttura del testo riflette questa tensione. Il diario di bordo di Halley, anziché offrire un resoconto lineare, si “squaderna” in una costellazione di episodi, digressioni e apparizioni. Tra queste emergono figure reali e letterarie che abitano i margini della storia ufficiale: l’ombra di Isaac Newton, la presenza quasi grottesca di uno zar alticcio in visita londinese, e una serie di biografi eccentrici che attraversano i secoli, da John Aubrey a Samuel Johnson, fino a Giorgio Manganelli e J. Rodolfo Wilcock. Non si tratta di semplici citazioni colte: queste presenze contribuiscono a costruire una riflessione stratificata su come le vite vengano raccontate, deformate, reinventate. Serio lavora infatti su un’idea di “antibiografia”: un racconto che rifiuta la linearità e la coerenza tradizionali per abbracciare l’errore, la contraddizione, l’invenzione. In questo senso, Il viaggiatore breve non è tanto la storia di Halley quanto la storia dei modi in cui Halley può essere narrato. Il risultato è un testo ironico e al tempo stesso profondamente serio, che mette in discussione l’autorità delle fonti, la veridicità delle testimonianze e persino il desiderio umano di fissare un’esistenza in una forma definitiva. Lo stile di Serio accompagna perfettamente questa impostazione. La scrittura è mobile, elegante, capace di passare con naturalezza dal registro saggistico a quello narrativo, dal tono avventuroso a quello riflessivo. L’ironia, mai invadente, attraversa tutto il libro e impedisce alla complessità teorica di appesantire la lettura. Al contrario, il testo mantiene sempre una dimensione di piacere, quasi di gioco intellettuale, in cui il lettore è chiamato a orientarsi come in una mappa incompleta. Fondamentale è anche il tema del viaggio, che qui assume un valore epistemologico: viaggiare significa conoscere, ma anche smarrirsi, accettare l’incertezza, mettere in crisi le proprie categorie interpretative. L’erranza di Halley tra le isole dell’Atlantico si rispecchia nell’erranza tra i libri, tra le versioni della sua vita, tra le storie che lo precedono e lo seguono. In questo senso, il “viaggiatore breve” del titolo non è tanto colui che compie un viaggio limitato, quanto colui che attraversa molteplici narrazioni senza mai stabilirsi definitivamente in una. Il libro riesce così in un equilibrio non scontato: da un lato affascina per la sua dimensione avventurosa e per l’immaginario marittimo; dall’altro stimola una riflessione più ampia sul rapporto tra realtà e finzione, tra storia e letteratura. È un’opera che richiede attenzione, ma che ricompensa il lettore con una ricchezza di rimandi e suggestioni. Consigliato a chi ama la narrativa sperimentale, i testi che mescolano storia e invenzione; a chi è interessato alle biografie “irregolari” e alle forme ibride tra saggio e romanzo; ma anche a chi cerca un libro sul viaggio che vada oltre l’avventura per interrogare il senso stesso del conoscere. Alcune note su Gennaro serio Gennaro Serio è nato a Napoli nel 1989. Vive tra Atene e Parigi e lavora per la redazione di «Alias D», settimanale culturale del «manifesto». Per L’orma editore ha già pubblicato Notturno di Gibilterra (2020), vincitore del Premio Italo Calvino, e Ludmilla e il corvo, che ha confermato il valore letterario di un autore sorprendente. TAG: #narrativa_italiana #narrativa_moderna_contemporanea, #gennaro_serio, #voto_quattro

RECENSIONE: Psicologia somatica integrale. L’esperienza emotiva e il corpo (Raja Selvam)
Autore: Raja Selvam Traduttore: Angelina Cunsolo Editore: Astrolabio Ubaldini, 2026 Pagine: 344 Genere: Saggi, Psicologia Prezzo: € 33.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.astrolabio-ubaldini.com/libro/1631 Trama Le ricerche delle neuroscienze cognitive nell’area della cognizione incarnata (embodied cognition) e degli approcci enattivi alle emozioni illuminano in modo significativo la comprensione dei processi emotivi, del comportamento e della conoscenza, e il loro legame indissolubile con il corpo. Il metodo della Psicologia somatica integrale (ISP), elaborato dall’autore sulla base di tali ricerche e degli orizzonti aperti da diversi orientamenti psicoterapeutici centrati sulle emozioni e sul corpo, offre una prospettiva integrata e strumenti di intervento preziosi. Il lavoro si fonda sul processo di ‘corporizzazione emotiva’, attraverso cui l’esperienza delle emozioni viene distribuita su tutte le aree del corpo, permettendo di aumentare la capacità di tollerare le emozioni difficili e dolorose: non per subirle, ma per accoglierle e trasformarle in una fonte di regolazione e chiarezza. Le difficoltà emotive sono spesso causa di reazioni protettive nel cervello e nella fisiologia del corpo, il che comporta una riduzione della disponibilità dell’organismo alla partecipazione attiva, non solo in ambito affettivo, ma anche in quello cognitivo e comportamentale. Per coinvolgere il più possibile il corpo nell’esperienza emotiva è dunque necessario lavorare proprio sulle difese fisiologiche dalle emozioni: non si rimane a contatto con l’emozione in modo passivo, ma si lavora attivamente con il corpo per regolarla. Un orientamento terapeutico che si è rivelato particolarmente valido nel lavoro con il trauma e in programmi terapeutici legati a contesti di emergenza, con sopravvissuti a guerre ed eventi catastrofici. Il testo, arricchito da un’ampia casistica, offre un percorso valido per terapeuti di ogni orientamento che desiderano potenziare il proprio lavoro clinico, ma anche per chi cerca un metodo di auto-aiuto profondo e rispettoso dei tempi del corpo. Recensione Ci sono libri che si leggono per acquisire strumenti, e altri che costringono a rimettere in discussione categorie che davamo per scontate. Psicologia somatica integrale. L’esperienza emotiva e il corpo appartiene a questa seconda specie: non si limita a proporre una tecnica terapeutica, ma invita a ripensare radicalmente cosa siano le emozioni e, soprattutto, dove accadano. Il presupposto da cui muove Raja Selvam è tanto semplice quanto destabilizzante: le emozioni non sono eventi puramente mentali, ma processi che coinvolgono l’intero organismo. Non esiste, in questa prospettiva, una vera esperienza emotiva che non sia anche corporea. Questo assunto non resta sul piano teorico, ma diventa il fondamento della Integral Somatic Psychology (ISP), il modello sviluppato dall’autore. Il cuore del libro sta proprio nel modo in cui questa idea viene resa operativa. Selvam propone un rovesciamento rispetto a molte pratiche psicologiche tradizionali: comprendere un’emozione non basta a trasformarla. La sola consapevolezza cognitiva rischia di rimanere superficiale se non è accompagnata da un coinvolgimento corporeo pieno. Perché un’emozione possa davvero modificarsi, deve essere vissuta, ampliata e sostenuta nel corpo. Uno dei passaggi più significativi del volume riguarda la ridefinizione della regolazione emotiva. Invece di puntare alla riduzione dell’intensità emotiva, Selvam suggerisce che il nodo centrale sia la capacità dell’organismo di tollerare l’esperienza emotiva. Quando questa capacità è limitata, le emozioni vengono contratte, evitate o frammentate, generando sofferenza. Il lavoro terapeutico consiste allora nell’espandere gradualmente questa capacità, permettendo all’emozione di distribuirsi nel corpo e diventare più integrabile. Il volume descrive anche un processo operativo articolato: partire da una situazione attivante, accedere all’emozione, sostenerne l’espansione somatica e infine integrarla nei diversi livelli dell’esperienza. Non si tratta di una tecnica rigida, ma di una mappa che guida il lavoro clinico e personale, rendendo l’approccio concreto e applicabile. Un altro elemento di interesse è l’ampiezza del quadro teorico. L’autore intreccia neuroscienze affettive, teoria dell’attaccamento, psicologia del trauma e pratiche corporee, costruendo un modello dichiaratamente integrativo. In questa prospettiva, mente, emozione e corpo non sono dimensioni separate, ma aspetti di un unico processo. Dal punto di vista stilistico, il libro mantiene un buon equilibrio tra rigore e leggibilità. Non è un testo puramente divulgativo: richiede attenzione e una certa familiarità con il linguaggio psicologico. Tuttavia, la presenza di esempi clinici e indicazioni pratiche lo rende accessibile anche a un pubblico non specialistico ma motivato. In filigrana, emerge anche una riflessione culturale più ampia. Il lavoro di Selvam si inserisce in quel filone che mette in discussione la tradizionale centralità della mente nella cultura occidentale, restituendo al corpo un ruolo fondamentale nei processi di trasformazione psicologica. Non solo luogo del sintomo, dunque, ma spazio attivo di integrazione e cambiamento. Non mancano possibili elementi critici. L’ambizione integrativa del modello – che abbraccia ambiti diversi, dalle neuroscienze alla dimensione esperienziale – può risultare, per alcuni lettori, molto ampia e non sempre facile da verificare in modo uniforme. Tuttavia, è proprio questa apertura a costituire uno dei tratti distintivi del libro. Per concludere, si tratta di un saggio solido e coerente, che offre una prospettiva originale e ben strutturata sul rapporto tra emozione e corpo. Più che fornire risposte definitive, invita a cambiare sguardo: dalle emozioni come qualcosa da controllare, alle emozioni come esperienze da abitare pienamente. Consigliato a psicologi, psicoterapeuti e operatori della relazione d’aiuto interessati a integrare il lavoro corporeo nella pratica clinica; ma anche a lettori motivati che vogliono approfondire il legame tra emozioni, corpo e consapevolezza, purché disposti a confrontarsi con un testo denso e non immediatamente divulgativo. Alcune note su Raja Selvam Raja Selvam, psicologo clinico, è formatore nell’ambito del Somatic Experiencing di Peter Levine e ideatore della Psicologia somatica integrale (ISP). Il suo lavoro si fonda sugli orientamenti classici di psicoterapia corporea della terapia reichiana e dell’analisi bioenergetica, su quelli più recenti della Bodynamic Analysis e del Somatic Experiencing, nonché sul lavoro corporeo dell’integrazione posturale e della terapia biodinamica craniosacrale. Tra i suoi riferimenti teorici anche la psicologia junghiana, le scuole di psicoanalisi kleiniana e intersoggettiva e le neuroscienze affettive. Impegnato in programmi terapeutici d’emergenza, ha lavorato con i sopravvissuti allo tsunami dell’Oceano Indiano del 2004 e con i sopravvissuti alla guerra civile del 2009 in Sri Lanka. Insegna in Nord America, Sud America, Europa, Asia, Medio ed Estremo Oriente. TAG: #saggi, #psicologia, #angelina_cunsolo, #raja_selvam, #voto_quattro

RECENSIONE: Cento tecniche segrete del giornalista investigativo. Domande, strategie e consigli pratici per arrivare alla verità (Alessandro Politi)
Autore: Alessandro Politi Editore: Oligo, 2025 Pagine: 280 Genere: Saggi, Giornalismo Prezzo: € 20.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.oligoeditore.it/ Trama Questo è un libro nato dall’esperienza vissuta tra il lavoro in strada, quello in redazione e nei corridoi delle procure. È il risultato di anni di lavoro per la carta stampata e per la televisione, di inchieste sotto copertura per Le Iene e di centinaia di servizi realizzati per la Rai. Deriva anche da una lunga e faticosa formazione: studi di psicologia della comunicazione, meccanismi cerebrali analizzati attraverso le neuroscienze cognitive, tecniche di persuasione, linguaggio del corpo, approfondimento giuridico delle tecniche di interrogatorio forense fino all’approfondimento dell’attività criminologica e criminalistica. Conoscenze apprese direttamente sul campo da cui nascono queste cento tecniche che troverai qui. Considerale non un mero elenco di “trucchetti”, piuttosto un vero e proprio arsenale di possibilità per poter fare questo mestiere o per capirne i meccanismi. Prefazione di Gianluigi Nuzzi. Postfazione di Alfonso Sabella. Recensione Questo libro è un manuale, ma anche un percorso dentro la struttura meno visibile del lavoro giornalistico, quella fatta di preparazione, metodo e scelte spesso invisibili al lettore finale. Fin dalle prime pagine, l'autore si muove in una direzione precisa: smontare l’idea del giornalismo investigativo come attività basata solo sull’intuito o sul colpo di fortuna. Al contrario, emerge una pratica costruita su disciplina e consapevolezza. Le cento tecniche non si presentano come “segreti” sensazionalistici, ma come strumenti operativi che aiutano a orientarsi nelle diverse fasi di un’inchiesta. Il libro accompagna il lettore lungo un percorso completo: dalla preparazione del lavoro alla raccolta delle informazioni, dalla gestione delle fonti alla verifica dei dati. In questo quadro, uno degli elementi centrali è l’intervista, considerata non come un semplice momento di raccolta di dichiarazioni, ma come uno spazio complesso in cui entrano in gioco strategia, ascolto e capacità di leggere tra le righe. Particolarmente interessante è l’attenzione dedicata alle domande. Politi mostra come il modo in cui si formula una domanda possa influenzare profondamente la qualità della risposta. Non esistono domande neutre: ogni scelta linguistica ha un peso, ogni formulazione apre o chiude possibilità. A questo si affianca una riflessione sul linguaggio non verbale e sulle dinamiche relazionali, che diventano parte integrante del lavoro investigativo. Il testo suggerisce anche un approccio ampio e interdisciplinare. Il giornalista investigativo, nella visione proposta, non è una figura isolata ma un professionista che si muove tra diversi ambiti di conoscenza, integrando competenze e strumenti differenti. Questo contribuisce a restituire un’immagine del mestiere più complessa e realistica rispetto a quella semplificata che spesso emerge nel racconto mediatico. Accanto alla dimensione pratica, non manca una riflessione sull’etica del giornalismo. Il libro insiste sull’importanza della responsabilità, della verifica e della consapevolezza del ruolo pubblico dell’informazione. L’inchiesta non è presentata come spettacolo, ma come un processo che richiede rigore e attenzione, soprattutto in un contesto in cui la velocità della comunicazione rischia di sacrificare la profondità. Dal punto di vista stilistico, Politi adotta una scrittura chiara e diretta, funzionale all’obiettivo del libro. Non ci sono divagazioni inutili: ogni sezione è costruita per essere utile, concreta, applicabile. Questo rende il volume accessibile anche a chi non ha una formazione giornalistica, ma desidera capire meglio come nasce un’inchiesta o sviluppare uno sguardo più critico sulle notizie . Nel complesso, è un libro che riesce a coniugare dimensione pratica e riflessione teorica, offrendo al lettore strumenti ma anche consapevolezza. Più che svelare “segreti”, insegna un metodo: quello di chi non si accontenta delle apparenze e lavora per costruire un’informazione solida e verificata. Un saggio consigliato a studenti di giornalismo, aspiranti reporter, professionisti della comunicazione e, più in generale, a tutti i lettori interessati a comprendere i meccanismi dell’informazione e dell’inchiesta. Può risultare particolarmente utile anche a chi desidera sviluppare uno spirito critico nei confronti delle notizie. Alcune note su Alessandro Politi Alessandro Politi, classe 1988, giornalista investigativo e professore universitario a contratto dell’Università degli studi di Milano e docente del corso di giornalismo investigativo per l’Ordine dei giornalisti. Laureato in Giurisprudenza, Psicologia, Criminologia e laureando in Neuroscienze Cognitive. Dal 2015 al 2021 è inviato delle Iene, in onda in prima serata su Italia 1. Dal 2021 è giornalista inviato per Rai 1, specializzato in cronaca nera, per i programmi “Storie Italiane” e “Storie di Sera”. Autore e conduttore della rubrica su rai 1 “Unomattina Crime” nel programma “Unomattina”. Ospite fisso della testata Rainews.it per i casi cronaca nera e misteri irrisolti. TAG: #saggi, #giornalismo, #alessandro_politi, #voto_quattro

RECENSIONE: Space economy. L'arena competitiva del futuro (Simonetta Di Pippo)
Autore: Simonetta Di Pippo Editore: Bocconi University Press, 2025 Pagine: 272 Genere: Saggi, Astronomia Prezzo: € 24.90 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.egeaeditore.it/ita/prodotti/management/space-economy---ii-ed_.aspx Trama Il libro si rinnova con un'ampia panoramica sugli sviluppi spaziali contemporanei, approfondendo le dinamiche geopolitiche ed economiche del settore. L'edizione aggiorna i dati sulle missioni, dedica ampio spazio all'espansione spaziale cinese e al ruolo dell'Italia, analizzando la nuova economia circolare dello spazio. Particolare attenzione viene riservata alla 'green economy', all'intelligenza artificiale e alle innovative megacostellazioni satellitari, offrendo una visione completa e prospettica delle trasformazioni in corso nel comparto spaziale globale. Recensione Nel panorama della saggistica contemporanea dedicata allo spazio, Space economy. L'arena competitiva del futuro di Simonetta Di Pippo si impone come un testo di riferimento per comprendere una delle trasformazioni più rilevanti del nostro tempo. L’edizione aggiornata del 2025, non è una semplice revisione, ma una rielaborazione che riflette la rapidissima evoluzione del settore spaziale negli ultimi anni, restituendo al lettore un quadro più ampio, più complesso e decisamente più attuale rispetto alla versione del 2022. Fin dalle prime pagine, il libro chiarisce il proprio obiettivo: spiegare come lo spazio sia passato dall’essere una frontiera scientifica e simbolica a diventare una vera e propria infrastruttura economica e strategica. Di Pippo costruisce il suo discorso con metodo, accompagnando il lettore attraverso le tappe fondamentali di questa trasformazione. La space economy viene descritta non come un settore isolato, ma come un ecosistema articolato, in cui convergono ricerca, industria, finanza e politica. È proprio questa visione sistemica a costituire uno dei principali punti di forza del volume: ogni elemento, dalle missioni spaziali alle applicazioni terrestri dei dati satellitari, è inserito in una rete di relazioni che ne evidenzia il valore economico e strategico. Un aspetto particolarmente riuscito è il modo in cui l’autrice riesce a rendere accessibili temi complessi senza banalizzarli. Le tecnologie, le infrastrutture orbitali, le dinamiche industriali e i modelli di business vengono spiegati con chiarezza, mantenendo sempre un equilibrio tra precisione e leggibilità. Ne risulta una narrazione che riesce a parlare sia a un pubblico generalista sia a lettori più esperti, offrendo a entrambi strumenti utili per orientarsi. Il cuore del libro è però rappresentato dall’analisi delle dinamiche geopolitiche. Di Pippo mostra con lucidità come lo spazio sia diventato una nuova arena competitiva tra potenze globali. Se già nell’edizione del 2022 questo aspetto era centrale, nel 2025 assume un rilievo ancora maggiore. L’autrice approfondisce in particolare il ruolo crescente della Cina e la ridefinizione degli equilibri internazionali, evidenziando come lo spazio sia sempre più intrecciato con le strategie di potere sulla Terra. In questo contesto, emerge anche il posizionamento dell’Europa e dell’Italia, che vengono presentate non come attori marginali, ma come protagonisti con un potenziale significativo. Rispetto alla prima edizione, il volume aggiornato introduce e sviluppa con maggiore decisione alcuni temi chiave che nel 2022 erano ancora in fase emergente. Tra questi spiccano il ruolo dell’intelligenza artificiale nelle applicazioni spaziali, la crescita delle megacostellazioni satellitari e l’espansione degli investimenti privati. Questi elementi non sono trattati come semplici innovazioni tecnologiche, ma come fattori strutturali che stanno ridefinendo l’intero settore. La presenza crescente di attori privati, in particolare, viene analizzata come una delle trasformazioni più significative, capace di modificare equilibri consolidati e di accelerare i ritmi dello sviluppo. Uno dei contributi più interessanti dell’edizione 2025 è l’introduzione, o comunque il forte sviluppo, del concetto di “circular space economy”. Qui il discorso si amplia ulteriormente, includendo una riflessione sulla sostenibilità delle attività spaziali. Di Pippo sottolinea come l’espansione nello spazio non possa prescindere da una gestione responsabile delle risorse e dei detriti orbitali, collegando il tema alle più ampie sfide della sostenibilità globale. Questo passaggio segna un’evoluzione importante rispetto alla versione del 2022, aggiungendo una dimensione etica e ambientale a un’analisi già ricca. Dal punto di vista stilistico, il libro si distingue per una scrittura chiara, ordinata e ben scandita. La struttura è solida e progressiva: ogni capitolo contribuisce a costruire un quadro complessivo coerente, senza dispersioni. Pur trattandosi di un saggio, la lettura risulta scorrevole, grazie anche alla capacità dell’autrice di alternare dati, esempi e riflessioni senza appesantire il testo. È evidente l’intento divulgativo, ma non viene mai sacrificata la profondità dell’analisi. Nel confronto diretto tra le due edizioni, quella del 2025 appare più completa sotto diversi aspetti. Non solo aggiorna dati e scenari, ma rivede l’impianto interpretativo alla luce dei cambiamenti recenti. La competizione globale è descritta in modo più articolato, il ruolo degli attori privati è più centrale e i temi della sostenibilità e dell’innovazione tecnologica sono trattati con maggiore consapevolezza. Si tratta, quindi, di un’evoluzione significativa, che rende questa seconda edizione particolarmente rilevante anche per chi abbia già letto la precedente. In definitiva, questa si conferma un’opera capace di interpretare il presente e di suggerire chiavi di lettura per il futuro. Più che un semplice saggio informativo, è un libro che invita a ripensare il ruolo dello spazio nella nostra società, mostrando come esso sia ormai parte integrante delle dinamiche economiche e politiche globali. Il libro è consigliato a studenti e studiosi di economia, relazioni internazionali e innovazione tecnologica, ma anche a professionisti del settore e a lettori curiosi che vogliono comprendere come lo spazio stia diventando una dimensione concreta e strategica della contemporaneità. In particolare, è una lettura ideale per chi cerca una visione ampia e aggiornata, capace di collegare scienza, economia e geopolitica in un unico quadro interpretativo. Alcune note su Simonetta Di Pippo Simonetta Di Pippo, laurea in Astrofisica e Fisica dello Spazio alla Sapienza Università di Roma e honoris causa in Environmental Studies, e dottorato honoris causa in International Affairs, è Professor of Practice di Space Economy presso SDA Bocconi School of Management dove dirige lo Space Economy Evolution Lab (SEE Lab); è inoltre visiting professor alla New York University di Abu Dhabi. È stata Direttrice Voli Abitati presso l’Agenzia spaziale europea, Direttrice Osservazione dell’Universo presso l’Agenzia spaziale italiana, Direttrice dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari dello spazio extra-atmosferico. Con Egea ha pubblicato anche Luna laboratorio di pace (2024). TAG: #saggi, #astronomia, #simonetta_di_pippo, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Dove cadono le stelle (Cédric Sapin-Defour)
Autore: Cédric Sapin-Defour Traduttore: Francesco Bruno Editore: Salani, 2026 Pagine: 368 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 18.00 (cartaceo), € 10.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.salani.it/libri/dove-cadono-le-stelle-9788831027915 Trama Venerdì 12 agosto 2022, in una valle nella provincia di Bolzano, una coppia si lancia in volo con il parapendio. Cédric e Mathilde conoscono bene quelle montagne, hanno compiuto quel gesto molte altre volte. Fino a quel giorno. Cédric si volta, non vede più Mathilde. Nel respiro affannoso degli interminabili minuti che lo portano sul luogo dell'incidente, solo domande: è sopravvissuta? Dove è caduta? È viva? Questo romanzo racconta la storia di due vite unite dal desiderio di libertà e la testimonianza di una convalescenza che richiederà diversi mesi di pazienza, fatica, speranza. Un tempo sospeso in cui Mathilde deve reimparare tutto. Una pagina bianca sulla quale l'amore di Cédric scrive con un'unica certezza a guidarlo: c'è ancora tempo. Recensione Questo romanzo prende forma da un evento reale, improvviso e devastante, e che cerca, attraverso la scrittura, di restituirne il senso, o forse semplicemente di abitarlo. Il punto di partenza è preciso, quasi inciso nella memoria: il 12 agosto 2022. Cédric e Mathilde sono in montagna, condividono una passione che è anche un modo di stare al mondo: il parapendio. È un gesto familiare, ripetuto, che non porta con sé alcuna promessa di pericolo. Eppure, in un attimo, tutto cambia. Durante il volo, Mathilde cade. Non è una caduta simbolica, ma reale, violenta, da grande altezza. Da quel momento, il tempo si spezza. La forza del libro sta proprio nel modo in cui questo momento viene raccontato. Non come un fatto chiuso, ma come un’esperienza che si dilata e continua a esistere nel presente. L’autore si trova improvvisamente sospeso in una dimensione fatta di incertezza e paura: non sa dove sia esattamente Mathilde, non sa se sia viva, non sa cosa accadrà. Le domande diventano ossessive, ripetitive, quasi fisiche. È una scrittura che non cerca di spiegare, ma di restituire la percezione di quel vuoto. Quando Mathilde viene ritrovata, viva ma gravemente ferita, il libro non si avvia verso una risoluzione rassicurante. Al contrario, entra in una seconda fase, più lunga e forse ancora più intensa: quella della sopravvivenza. Il corpo di Mathilde è compromesso, segnato dalla caduta. Inizia un percorso di cura e riabilitazione che non ha nulla di lineare. Ogni gesto deve essere riconquistato. Ogni progresso è minimo, fragile, esposto al rischio di regressione. È in questa parte che il libro trova la sua profondità più autentica. Il racconto si concentra sul tempo lungo della ricostruzione: ospedali, esercizi, tentativi, fatica. Ma soprattutto, si concentra su ciò che accade all’interno della relazione tra Cédric e Mathilde. L’incidente non colpisce solo un corpo: trasforma un legame. L’autore si trova a ridefinire il proprio ruolo, a imparare un modo diverso di essere presente, di amare, di accompagnare. Il libro non indulge mai nel patetico. La scrittura di Sapin-Defour è essenziale, controllata, quasi trattenuta. Proprio per questo riesce a essere così intensa. Non ci sono grandi dichiarazioni, ma una continua attenzione ai dettagli: un movimento recuperato, una difficoltà, un momento di scoraggiamento, una piccola conquista. È attraverso questi frammenti che emerge la realtà della convalescenza, lontana da ogni rappresentazione semplificata. Un altro elemento centrale è il modo in cui il tempo viene percepito. Dopo l’incidente, non esiste più un tempo lineare. Il passato ritorna continuamente, il momento della caduta resta presente, quasi irrisolto. Il presente, invece, è fatto di attese e di lentezza. Il futuro è incerto, difficile da immaginare. La narrazione riflette questa condizione: procede per ritorni, per frammenti, per sovrapposizioni. Eppure, nonostante tutto, il libro non è dominato dalla disperazione. C’è, piuttosto, una forma di resistenza silenziosa. La vita non viene idealizzata, ma nemmeno negata. Si afferma nei gesti più semplici, nella possibilità di continuare, nel tentativo di costruire un nuovo equilibrio. L’amore tra Cédric e Mathilde non è raccontato come qualcosa di immutabile, ma come una realtà che si trasforma, che si adatta, che trova nuove forme. In questo senso, il romanzo è anche una riflessione sulla fragilità. Mostra quanto sia sottile il confine tra normalità e rottura, quanto tutto possa cambiare in un istante. Ma allo stesso tempo, mostra anche la capacità umana di attraversare quella rottura, di restare, di ricostruire, senza mai cancellare ciò che è stato. Alla fine della lettura, ciò che rimane non è tanto il ricordo dell’incidente, quanto la traccia di un’esperienza vissuta fino in fondo. È un volume che non cerca di consolare, ma di essere fedele: fedele al dolore, alla fatica, ma anche alla possibilità di continuare. Una lettura consigliata a chi ama le storie vere, intense e profondamente umane, a chi è interessato ai temi della resilienza e della trasformazione dopo un trauma, e a chi cerca una riflessione autentica sull’amore nella sua dimensione più concreta e quotidiana. È particolarmente adatta a lettori che apprezzano una scrittura sobria, capace di emozionare senza mai forzare il coinvolgimento. Alcune note su Cédric Sapin-Defour Cédric Sapin-Defour è scrittore e alpinista. Vive nelle Alpi francesi per alcuni mesi all’anno e il resto del tempo in viaggio. In tutti i suoi scritti ricorre il sogno che ‘gli uomini e la natura imparino a convivere’. Il suo primo romanzo, Il suo odore dopo la pioggia (2024), pubblicato in Italia da Salani, è diventato un successo internazionale tradotto in molti paesi e in fase di adattamento cinematografico. TAG: #narrativa_straniera #narrativa_moderna_contemporanea, #francesco_bruno, #cédric_sapin-defour, #voto_quattro

RECENSIONE: Il prezzo della certezza. Perché i nostri valori più radicati ci inducono in errore (Steven Sloman)
Autore: Steven Sloman Traduttore: Giorgio Gronchi Editore: Raffaello Cortina Editore, 2026 Pagine: 352 Genere: Saggi, Psicologia Prezzo: € 26.00 (cartaceo), € 16.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/steven-sloman/il-prezzo-della-certezza-9788832858556-4693.html Trama Quando ti trovi di fronte a una decisione, stabilisci quali azioni siano appropriate considerando il miglior risultato possibile oppure i tuoi valori più profondi? Il prezzo della certezza mette a confronto queste due strategie decisionali contrapponendo le scelte basate sulle conseguenze con il privilegiare i propri valori. Steven Sloman sostiene che, sebbene entrambi i modi di decidere siano strumenti necessari per un buon decisore, le persone commettono l’errore di ricorrere ai propri valori più spesso di quanto dovrebbero, specialmente in ambito sociopolitico. Di conseguenza, semplifichiamo eccessivamente, proviamo disgusto e rabbia, e agiamo in modi che alimentano la polarizzazione sociale. Attraverso esempi storici e attuali delle due strategie decisionali in azione, l’autore fornisce una panoramica approfondita della psicologia dei processi decisionali, includendo studi sui giudizi, sul decision-making consapevole e inconsapevole, sul ruolo delle emozioni e persino un’analisi delle abitudini e delle dipendenze. Recensione Quando si finisce di leggere il presente saggio si cambia il modo in cui si guardano i propri pensieri. Leggendolo, la sensazione più forte è quella di essere messi davanti a una verità scomoda: non sempre decidiamo nel modo migliore possibile, e soprattutto non sempre i nostri valori ,quelli a cui teniamo di più, ci aiutano davvero. Sloman parte da una distinzione che attraversa tutto il libro: da un lato ci sono le decisioni basate sulle conseguenze, che cercano di valutare cosa accadrà davvero; dall’altro quelle guidate dai valori, che ci fanno scegliere ciò che sentiamo “giusto”, indipendentemente dagli esiti. Il punto centrale del saggio è proprio questo: i valori sono fondamentali, ma tendiamo a usarli più spesso di quanto dovremmo. E quando diventano il principale criterio di giudizio, rischiano di semplificare la realtà, di irrigidire le nostre posizioni e di amplificare reazioni emotive come rabbia e disgusto. Sloman mostra come questo meccanismo sia particolarmente evidente nel contesto sociale e politico, dove le opinioni si trasformano facilmente in identità e il confronto diventa più difficile. Uno degli aspetti più convincenti del libro è il modo in cui questa idea prende forma attraverso esempi e riferimenti alla ricerca in psicologia cognitiva. Senza appesantire la lettura, Sloman intreccia studi sul giudizio e sul decision-making, sul ruolo delle emozioni e sull’influenza delle abitudini, offrendo una visione articolata dei processi che guidano le nostre scelte, spesso in modo inconsapevole. Durante la lettura, è difficile non riconoscersi. Non tanto nei grandi scenari, quanto nelle piccole decisioni quotidiane o nelle opinioni che difendiamo con sicurezza. Il libro non è un attacco ai valori, né propone di sostituirli con una razionalità fredda e calcolatrice. Piuttosto, invita a usarli con maggiore attenzione, integrandoli con una valutazione più consapevole delle conseguenze. Lo stile è chiaro, accessibile, ma mai superficiale. L'autore riesce a rendere comprensibili concetti complessi senza semplificarli eccessivamente, accompagnando il lettore in una riflessione che resta anche dopo aver chiuso il libro. Non ci sono risposte definitive, ma una domanda implicita che attraversa tutte le pagine: quanto siamo davvero disposti a mettere in discussione le nostre certezze? Alla fine, il “prezzo della certezza” appare proprio questo: la rinuncia al dubbio, e quindi alla possibilità di capire meglio. Consigliato a chi è interessato alla psicologia cognitiva e ai meccanismi della decisione, a chi vuole comprendere meglio le dinamiche del dibattito contemporaneo e, più in generale, a chi è disposto a interrogarsi sul proprio modo di pensare e scegliere. Alcune note su Steven Sloman Steven Sloman è professore di Scienze cognitive, linguistiche e psicologiche alla Brown University e direttore della rivista scientifica Cognition. TAG: #saggi, #psicologia, #giorgio_gronchi, #steven_sloman, #voto_quattro

RECENSIONE: Quel che non è salvato è perso. L'internet che abbiamo avuto (Lorenzo Fantoni)
Autore: Lorenzo Fantoni Editore: effequ, 2026 Pagine: 272 Genere: Saggi, Informatica Prezzo: € 19.00 (cartaceo), € 10.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.effequ.it/prodotto/quello-che-non-e-salvato-e-perso/ Trama C'è stato un tempo in cui internet non esisteva, e l’umanità era un’altra cosa. Raccontarlo oggi a chi ha vent’anni sembra narrare di un’Età della pietra remota e dimenticata, eppure è qualcosa che molte generazioni ancora considerate, a torto o a ragione, ‘giovani’, hanno vissuto e ricordano bene. Eppure l’avvento del web, il suo farsi consuetudine in ogni casa e in ogni momento, è qualcosa che è stato sì molto analizzato ma mai narrato come esperienza lontana, come qualcosa che distingue con forza due generazioni adiacenti. Cosa ha creato, quell’avvento? Certo non solo i dibattiti polarizzati dei social network o gli acquisti con un click da casa. C’è stato un momento, anche se non è facile fissarlo, in cui si è vista la possibilità di creare una comunità, di estendere i valori, condividere le esperienze, immaginare perfino una felicità comune. Quali sono state le tappe di questo percorso? Con questo libro Lorenzo Fantoni, alternando il memoir alla ricostruzione storica e all’analisi politica, torna a proporre una critica al mondo di cui si occupa e che studia, per cercare di recuperare almeno quel backup polveroso e dimenticato, un frammento della memoria dell'internet che avremmo potuto avere e che ci è scivolata tra le dita, là dove anche i videogiochi ci avevano avvisato: "everything not saved will be lost". Recensione Con questo saggio l'autore costruisce un libro che è insieme racconto personale, saggio culturale e riflessione critica su una trasformazione che ha inciso profondamente sulla nostra esperienza del mondo: quella della rete. Il titolo stesso, che richiama il messaggio tipico dei vecchi videogiochi, introduce subito il tema centrale: la perdita. Non solo la perdita di contenuti, ma quella di un’intera modalità di vivere internet. Fantoni parte da un dato generazionale: esiste una linea di demarcazione tra chi ha conosciuto un mondo senza internet e chi invece è cresciuto dentro la sua presenza costante. Questa frattura non è solo anagrafica, ma culturale. Il libro si muove proprio su questo confine, interrogando cosa significhi aver assistito alla nascita della rete e alla sua progressiva trasformazione. Uno degli elementi più solidi del testo è la ricostruzione dell’internet delle origini, quella fase in cui la rete appariva come uno spazio ancora aperto, poco regolato, spesso disordinato ma ricco di possibilità. Fantoni richiama quell’ecosistema fatto di siti personali, forum, blog e comunità spontanee, dove l’identità digitale era meno rigidamente definita e la partecipazione sembrava più libera. Non si tratta però di un’operazione puramente nostalgica: il libro evita di idealizzare quel periodo come un’età dell’oro priva di contraddizioni. Accanto al senso di libertà, infatti, emerge anche la consapevolezza dei limiti e delle ingenuità di quella fase. Tuttavia, ciò che interessa all’autore non è tanto stabilire se “prima fosse meglio”, quanto comprendere cosa sia cambiato nel passaggio verso l’internet contemporaneo. In questo senso, il libro segue un’evoluzione: da una rete percepita come spazio di scoperta e costruzione collettiva, a un ambiente sempre più strutturato, centralizzato e mediato da grandi piattaforme. Un nodo cruciale della riflessione riguarda proprio questo cambiamento di paradigma: da utenti che esplorano a utenti che vengono osservati, tracciati, profilati. Fantoni mette in luce come l’esperienza online sia diventata progressivamente meno spontanea e più guidata, organizzata da logiche economiche e algoritmiche. Non si tratta di una denuncia semplicistica, ma di una presa d’atto: internet non è più lo stesso spazio che prometteva di essere agli inizi. Lo stile del libro contribuisce in modo decisivo alla sua efficacia. Fantoni alterna il piano personale (ricordi, esperienze dirette, percezioni) a quello analitico, mantenendo un tono accessibile ma mai superficiale. Questo intreccio permette al lettore di riconoscersi, soprattutto se ha vissuto quella fase di transizione, ma anche di acquisire strumenti per leggere il presente digitale con maggiore consapevolezza. Un altro aspetto rilevante è la dimensione della memoria. Il libro insiste sull’idea che gran parte dell’internet del passato sia andata perduta o sia diventata difficile da recuperare. Non solo per ragioni tecniche, ma perché i modelli attuali privilegiano la permanenza controllata dei contenuti rispetto alla dispersione caotica ma vitale delle origini. In questo senso, il “non salvato” del titolo assume un valore simbolico: rappresenta tutto ciò che non è stato conservato, archiviato o trasformato in dato utile. Fantoni non offre soluzioni facili né indulge in conclusioni consolatorie. Piuttosto, invita a una riflessione: capire cosa abbiamo perso serve anche a comprendere meglio cosa abbiamo oggi. E forse, implicitamente, a immaginare cosa potrebbe essere diverso in futuro. Per concludere, si tratta di un libro che funziona proprio perché non pretende di essere definitivo. È una ricostruzione consapevolmente soggettiva, ma capace di intercettare un’esperienza collettiva. Non è solo un libro su internet: è un libro sul tempo, sulla trasformazione e sul modo in cui le tecnologie cambiano, spesso in modo irreversibile, il nostro modo di vivere, ricordare e relazionarci. Un saggio indicato per chi ha vissuto l’internet degli anni ’90 e 2000 e vuole ritrovare quel periodo e a chi è interessato alla cultura digitale e alla sua evoluzione sociale e politica. Alcune note su Lorenzo Fantoni Lorenzo Fantoni è nato nel 1981 ed giornalista e scrittore freelance, da anni si occupa di cultura pop/tech e nella sua carriera ha collaborato con testate come «La Stampa», «la Repubblica», «Corriere della Sera» «Wired», «Vice», «Multiplayer.it», «Esquire», «Il Post». Si è occupato di videogiochi anche in radio e in televisione, curando interventi per la trasmissione «Altri Mondi» di RaiNews24, ha collaborato a programmi e documentari sulla cultura nerd con Sky e DMAX ed è direttore della rivista culturale online «N3rdcore» e della newsletter dedicata al giornalismo «Heavy Meta». È autore del libro Vivere mille vite. Come i videogiochi ci hanno cambiato il futuro (effequ, 2020). TAG: #saggi, #infromatica, #lorenzo_fantoni, #voto_quattro

RECENSIONE: Il sarto e il calzolaio di Boltzmann. Quando la relatività di Einstein trasformò spazio e tempo (Antonio Ereditato)
Autore: Antonio Ereditato Editore: EGEA, 2026 Pagine: 176 Genere: Saggi, Fisica Prezzo: € 18.90 (cartaceo), € 16.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.egeaeditore.it/ita/prodotti/cultura-scientifica/il-sarto-e-il-calzolaio-di-boltzmann.aspx Trama Spazio e tempo non sono ciò che sembrano. Albert Einstein lo capì più di un secolo fa, rivoluzionando per sempre la nostra comprensione dell’universo con la sua teoria della relatività. Nelle pagine di questo libro Antonio Ereditato, uno dei fisici del neutrino più autorevoli al mondo, ci accompagna in uno straordinario viaggio tra le pieghe dello spaziotempo – dove la luce curva, il tempo si dilata e nascono i buchi neri. Rendendo accessibili concetti che potrebbero sembrare impossibili da comprendere, ci introduce alla relatività ristretta e a quella generale, ad alcuni aspetti della cosmologia e dell’astrofisica, ma anche alla fisica delle particelle e alla meccanica quantistica. Esperimenti mentali ed esempi concreti, insieme al tocco leggero delle vignette che danno vita al simpatico Zio Alberto, fanno sì che tutto diventi chiaro. Passando dalle stazioni ferroviarie di Einstein ai laboratori del CERN, dai GPS che usiamo ogni giorno fino agli orizzonti degli eventi dei buchi neri, Ereditato dimostra che la relatività non è solo una teoria astratta ma la chiave per comprendere il funzionamento profondo della realtà che ci circonda. Anche di quella in cui operano sarti e calzolai! Recensione Questo saggio è particolare in quanto racconta la scienza come se fosse un’arte antica, un mestiere appreso a bottega tra prove, errori e colpi di genio. Ereditato, fisico di fama internazionale che ha trascorso la vita a caccia di neutrini tra Berna e il CERN di Ginevra, sveste i panni dello scienziato accademico per indossare quelli del narratore, guidandoci in quello che definisce uno "straordinario viaggio tra le pieghe dello spaziotempo". Il titolo del volume racchiude una dichiarazione di umiltà e rigore che risale alle radici della fisica moderna. Il riferimento è a una celebre massima che Albert Einstein amava attribuire al grande Ludwig Boltzmann: chi cerca la verità dovrebbe lasciare l'eleganza al sarto e al calzolaio . In un’epoca in cui spesso ci si perde in astrazioni sterili, Ereditato ci ricorda che la fisica non è un esercizio di stile, ma una ricerca faticosa della sostanza delle cose. L'autore ci suggerisce che, per quanto la teoria della relatività possa apparire complessa o elegante, la sua missione è profondamente pratica: descrivere la realtà in cui viviamo tutti i giorni. Non è un caso che il libro unisca i nomi di Boltzmann (il padre della danza degli atomi) ed Einstein (l'architetto dell'universo), invitandoci a guardare la "stoffa" del mondo come un intreccio indissolubile di materia, spazio e tempo . Uno degli aspetti più originali e riusciti di questa opera, che la rende perfetta per un pubblico di lettori curiosi ma non necessariamente esperti, è la scelta di introdurre dei disegni. Il volume, infatti, è arricchito da vignette che vedono protagonista il personaggio di "Zio Alberto", una versione affettuosa e carismatica di Einstein. Attraverso questo espediente letterario, i celebri esperimenti mentali del fisico tedesco smettono di essere freddi postulati e diventano racconti di vita vissuta. Zio Alberto ci prende per mano e ci spiega come la luce possa curvarsi davanti a una massa imponente o come il tempo possa dilatarsi, non per un capriccio della nostra mente, ma come una proprietà fondamentale della natura . È una divulgazione che usa il "tocco leggero" per abbattere le barriere della diffidenza verso il sapere scientifico . Il racconto si snoda attraverso scenari quotidiani che diventano palcoscenici di scoperte incredibili. Ereditato ci porta nelle stazioni ferroviarie, luoghi cari alla fantasia di Einstein, per mostrarci come il movimento trasformi la nostra percezione dei secondi e dei metri . Ma il viaggio non si ferma qui: la narrazione si sposta rapidamente verso gli orizzonti degli eventi dei buchi neri, quelle regioni oscure dove la gravità è così intensa da stravolgere ogni nostra certezza . Il libro ha il merito di mostrare come queste teorie, nate più di un secolo fa, siano oggi il motore invisibile della nostra tecnologia. Senza le intuizioni di Einstein sulla curvatura dello spazio e sul ritmo variabile del tempo, i sistemi GPS che usiamo quotidianamente sui nostri smartphone ci porterebbero fuori strada di chilometri ogni giorno. La relatività, dunque, abita nelle nostre tasche, proprio come le scarpe fatte dal calzolaio del titolo . Oltre il dato tecnico, emerge dalle pagine di Ereditato una profonda riflessione etica. Lo scienziato napoletano descrive la ricerca come una "tensione alla verità" che richiede una condivisione costante del sapere e una rigorosa onestà intellettuale. In un mondo frammentato da conflitti, il libro presenta i laboratori internazionali, come il CERN, come modelli di convivenza e cooperazione. Per l'autore, la fisica è un linguaggio universale che unisce persone di ogni cultura nel comune desiderio di decifrare i misteri del cosmo. La scienza diventa così una forma di umanesimo, un ponte tra i popoli costruito sulla curiosità e sul dubbio metodico. In poco meno di 200 pagine, il fisico riesce a condensare la rivoluzione che ha cambiato il nostro modo di stare al mondo . Questo saggio non è solo un manuale di fisica moderna, ma un invito a non dare mai nulla per scontato. Ci insegna che lo spazio e il tempo sono malleabili, che la realtà è molto più sorprendente di quanto i nostri sensi ci suggeriscano e che, alla fine, siamo tutti un po' sarti e un po' calzolai impegnati a dare forma al nostro futuro attraverso la ragione e la conoscenza . Un libro necessario che consiglio a chiunque voglia riscoprire il piacere di capire come funziona l'universo, senza timore di perdersi tra numeri e formule, ma con la voglia di farsi stupire dalla straordinaria architettura della natura. Alcune note su Antonio Ereditato Antonio Ereditato, laurea e dottorato di ricerca in Fisica, nel 1981 entra al CERN, dove lavorerà per molti anni su esperimenti di fisica delle particelle elementari. Dopo una parentesi all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Napoli, nel 2006 è direttore del laboratorio di Fisica delle alte energie dell’Università di Berna. Nel 2015 è insignito, assieme ad altri colleghi, del Breakthrough Prize per la Fisica, per gli studi che hanno condotto alla scoperta delle oscillazioni del neutrino. Attualmente è Research Professor all’Università di Chicago. Autore di oltre 1500 pubblicazioni scientifiche e di libri tradotti in numerose lingue, alla ricerca ha sempre affiancato un’intensa attività di divulgazione. TAG: #saggi, #fisica, #antonio_erditato, #voto_quattro

RECENSIONE: Hoka hey! (Neyef)
Autore: Neyef Traduttore: Valentina Pinzuti Editore: Tunué, 2026 Pagine: 224 Genere: Western, Graphic novel Prezzo: € 35.00 (cartaceo), € 8.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.tunue.com/product/hoka-hey/ Anteprima: https://www.tunue.com/product/hoka-hey/ Trama Ambientato tra Ottocento e Novecento, "Hoka Hey!" è un intenso western di formazione che racconta lo scontro tra culture, la storia dei nativi americani, la discriminazione e la violenza, in una narrazione potente e attuale. George, giovane Lakota cresciuto nella cultura dei bianchi, vede la sua vita cambiare quando viene rapito da un gruppo di nativi guidati dal ribelle Coltello Corto. Durante il viaggio nel Far West, tra praterie e conflitti, riscoprirà le proprie origini, affrontando identità, vendetta e ingiustizia. Recensione Hoka Hey! di Neyef si inserisce nel solco del western contemporaneo, ma lo fa scegliendo fin da subito una prospettiva meno legata al mito e più attenta alla dimensione umana e identitaria. Ambientato nel West americano di fine Ottocento, il fumetto segue il percorso di George, un ragazzo di origine Lakota cresciuto all’interno di un contesto bianco e cristiano, elemento che introduce fin dalle prime pagine il tema centrale dell’opera: la difficoltà di appartenere davvero a un solo mondo. La narrazione si apre con toni immediati e privi di mediazioni, evitando lunghe introduzioni e affidandosi piuttosto alla forza delle immagini e a dialoghi essenziali. Questo approccio contribuisce a costruire un racconto che procede per immersione, lasciando al lettore il compito di orientarsi progressivamente tra personaggi, relazioni e tensioni. Nel corso della storia emerge un percorso di crescita personale che si intreccia con elementi tipici del genere western, come il viaggio, il confronto con la violenza e l’incontro con figure che segnano il cammino del protagonista. Più che puntare su una dimensione epica o avventurosa in senso tradizionale, il fumetto sembra concentrarsi sulle conseguenze morali ed emotive delle scelte e degli eventi, mantenendo un tono complessivamente disilluso. Il West rappresentato da Neyef appare lontano da qualsiasi idealizzazione: è uno spazio duro, attraversato da conflitti culturali e sociali, in cui anche le istituzioni e i valori che dovrebbero offrire stabilità risultano ambigui o insufficienti. In questo contesto, il percorso di George assume i contorni di una ricerca identitaria che si sviluppa attraverso esperienze spesso complesse e non prive di contraddizioni. Dal punto di vista grafico, il libro si distingue per uno stile riconoscibile, che unisce influenze diverse in una sintesi personale. Il disegno è espressivo e dinamico, capace di rendere sia l’intensità delle scene più dure sia i momenti di maggiore quiete. I personaggi sono caratterizzati con attenzione, soprattutto attraverso la gestualità e le espressioni, mentre le ambientazioni contribuiscono a costruire un senso di spazio credibile e immersivo. Il colore svolge un ruolo importante nella definizione dell’atmosfera: le tonalità tendono spesso verso registri caldi e polverosi, coerenti con l’immaginario del West, ma utilizzate anche per accompagnare il tono emotivo delle scene. La narrazione visiva privilegia frequentemente il non detto, con sequenze in cui il silenzio e il ritmo delle tavole diventano elementi centrali. Anche il ritmo è gestito con grande consapevolezza. L'autore alterna sequenze silenziose, quasi contemplative, a momenti di forte impatto emotivo. I dialoghi sono essenziali, mai ridondanti: spesso è l’immagine a raccontare davvero la scena. Questo uso del silenzio non è un semplice espediente stilistico, ma una scelta che rafforza il coinvolgimento del lettore, chiamato a interpretare, a riempire gli spazi vuoti. Nel complesso, il graphic novel si presenta come un’opera che rielabora i codici del western attraverso una sensibilità contemporanea, ponendo al centro il tema dell’identità e proponendo una lettura meno mitizzata e più problematica del contesto storico e narrativo in cui si inserisce. Consigliato a chi apprezza i western rivisitati in chiave moderna, i graphic novel attenti alla dimensione psicologica dei personaggi e le storie di formazione con un tono più realistico e riflessivo. Alcune note su Neyef Romain Maufront in arte Neyef è cresciuto in Germania. Dopo aver studiato arte in Francia, ha cominciato a lavorare come fumettista firmando storie brevi per DoggyBags e Midnight Tales e realizzando i disegni di Puta Madre, uno spin-off nell'universo di Mutafukaz su sceneggiatura di Run. Hoka Hey!, di cui è autore unico, ha ricevuto nel 2023 il Premio delle Librerie di Bande Dessinée 2023. TAG: #western, #graphic_novel, #valentina_pinzuti, #neyef, #voto_cinque

RECENSIONE: La mela di Turing. Un viaggio storico, letterario e filosofico nell'intelligenza artificiale (José Ramón Jouve Martín)
Autore: José Ramón Jouve Martín Traduttore: Davide Platzer Ferrero Editore: Lindau, 2026 Pagine: 404 Genere: Saggi, Informatica Prezzo: € 24.00 (cartaceo), € 16.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.lindau.it/Libri/La-mela-di-Turing Trama Questo libro parla di un’ossessione con radici antiche: quella di creare esseri artificiali con un’intelligenza simile alla nostra. Dai miti greci e dal golem della tradizione ebraica agli attuali dibattiti sulla “superintelligenza”, José Ramón Jouve Martín esplora la nascita dell’intelligenza artificiale, il suo incredibile sviluppo a partire dalla fine del XX secolo, e il modo in cui mette ora in discussione concetti fondamentali come «pensiero», «creatività» e «coscienza». Attraverso un approccio multidisciplinare che coinvolge storia, filosofia e letteratura, vengono analizzate non solo le paure e le speranze suscitate dall’AI, ma anche la sua capacità di metterci di fronte alle nostre stesse contraddizioni. Recensione Parlare di intelligenza artificiale oggi significa spesso concentrarsi su algoritmi, modelli linguistici e scenari futuri. Questo libro sceglie invece una strada diversa e, per certi versi, più profonda: sposta lo sguardo all’indietro, mostrando come il desiderio di creare intelligenze artificiali non sia affatto una novità, ma una costante che attraversa la storia culturale dell’umanità. Il percorso costruito da José Ramón Jouve Martín è volutamente ampio e stratificato. Si parte da miti e narrazioni antiche, in cui già compaiono forme di “vita artificiale”: figure create dall’uomo, dotate di movimento o di una qualche forma di autonomia. Il riferimento a queste tradizioni, dal mondo classico alla cultura ebraica del golem, non è ornamentale, ma serve a mettere in luce una tensione persistente: quella di imitare, replicare o addirittura superare le capacità umane attraverso l’artificio. Da qui, il libro accompagna il lettore lungo una traiettoria che attraversa i secoli e arriva alla nascita della scienza moderna e dell’informatica. L’intelligenza artificiale contemporanea viene così inserita in una continuità storica: non una rottura improvvisa, ma l’esito di un processo lungo, fatto di immaginazione, tentativi e riflessioni teoriche. In questo senso, la figura di Turing diventa emblematica non solo per il suo ruolo scientifico, ma anche per il valore simbolico che assume all’interno di questa storia. Uno degli aspetti centrali del saggio è la riflessione sui concetti che l’AI mette inevitabilmente in discussione. L'autore insiste su termini come “pensiero”, “intelligenza”, “creatività” e “coscienza”, mostrando come non siano categorie stabili e definite una volta per tutte. L’emergere di macchine capaci di svolgere compiti sempre più complessi – inclusi quelli tradizionalmente considerati “umani” – costringe a rivedere queste definizioni, o quantomeno a problematizzarle. Il libro non assume mai una posizione semplicistica. Non c’è né entusiasmo ingenuo verso le potenzialità dell’intelligenza artificiale, né un rifiuto allarmistico. Piuttosto, emerge un atteggiamento critico e riflessivo, che mette in evidenza come le paure e le aspettative legate all’AI siano, in fondo, proiezioni delle nostre stesse inquietudini. Le macchine diventano così uno specchio: osservandole, finiamo per interrogarci su cosa significhi essere umani. Dal punto di vista metodologico, il volume si distingue per il suo approccio dichiaratamente interdisciplinare. La storia fornisce il quadro evolutivo, la letteratura offre esempi e immaginari, mentre la filosofia dà gli strumenti per interpretare il tutto. Questo intreccio è uno degli elementi più riusciti del libro, perché evita la frammentazione e costruisce invece un discorso coerente e progressivo. Anche lo stile contribuisce alla riuscita del saggio. La scrittura è chiara e accessibile, priva di tecnicismi inutili, ma non per questo superficiale. Jouve Martín riesce a mantenere un buon equilibrio tra rigore e divulgazione, rendendo il libro leggibile anche da chi non ha competenze specifiche, senza sacrificare la complessità dei temi affrontati. Per concludere, si tratta di un saggio che non cerca di prevedere il futuro dell’intelligenza artificiale, ma di comprenderne il significato culturale e umano. Il suo valore sta proprio in questa prospettiva ampia, che invita il lettore a collocare le tecnologie contemporanee all’interno di una storia molto più lunga e a interrogarsi sulle categorie con cui le interpretiamo. Consigliato a lettori interessati all’intelligenza artificiale da un punto di vista umanistico, a chi ama i saggi che intrecciano storia, letteratura e filosofia, e a chi desidera una riflessione più profonda e meno immediata sul rapporto tra uomo e tecnologia. Alcune note su José Ramón Jouve Martín José Ramón Jouve Martín è professore di letteratura alla McGill University di Montréal, dove ha diretto il Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture ed è stato vicedecano della Facoltà di Lettere e Scienze Umane. È autore di numerosi libri, tra cui El perro de Newton: una mirada a la ciencia desde la historia, la filosofía y la literatura. TAG: #saggi, #informatica, #davide_platzer_ferrero, #josé_ramón_jouve_martín, #voto_quattro

RECENSIONE: Capitalismo carismatico. Il potere dei fondatori e la sfida alle democrazie (Sandro Trento)
Autore: Sandro Trento Editore: Bocconi University Press, 2026 Pagine: 200 Genere: Saggi, Economia Prezzo: € 22.90 (cartaceo), € 19.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.egeaeditore.it/ita/prodotti/management/capitalismo-carismatico.aspx Trama Per gran parte del Novecento il capitalismo è stato guidato dai manager delle grandi corporation; oggi il potere è tornato nelle mani dei fondatori. L'autore racconta come siamo passati dallo shareholder capitalism al founder capitalism, dove imprenditori come Zuckerberg, Musk e Bezos uniscono visione, proprietà e controllo assoluto. Attraverso esempi e analisi lucide, l'autore mostra come il carisma personale sia diventato la nuova forza economica e politica, capace di creare innovazione ma anche di minacciare la democrazia. Le stesse regole del business dominano ormai la politica: Trump ne è il simbolo, con la sua «America inc.». Un saggio brillante e inquieto che invita a riflettere sul potere dei fondatori e sulla necessità di ritrovare un equilibrio tra visione individuale e responsabilità collettiva. Recensione Con questo saggio, l'autore offre una riflessione ampia e ben strutturata sulle trasformazioni più recenti del capitalismo, individuando nel ritorno del fondatore al centro della scena il tratto distintivo della nostra epoca. Il libro si sviluppa come un percorso coerente che parte da una ricostruzione storica per arrivare a una lettura critica del presente, mostrando come il modello del capitalismo manageriale, fondato sulla separazione tra proprietà e controllo, stia lasciando spazio a una nuova configurazione in cui il potere torna a concentrarsi nelle mani di pochi individui. Fin dalle prime pagine emerge con chiarezza il cuore della tesi: il passaggio dal capitalismo delle grandi organizzazioni guidate da manager al cosiddetto founder capitalism, in cui il fondatore non è più solo l’origine dell’impresa, ma ne resta il protagonista assoluto anche nelle fasi di crescita e maturità. Questo cambiamento non è soltanto organizzativo, ma riguarda il modo stesso in cui il mercato funziona: da vincolo esterno che disciplina le imprese, diventa progressivamente uno strumento nelle mani di chi lo sa governare. Una parte significativa del libro è dedicata alle leve che rendono possibile questo nuovo equilibrio. Trento analizza in modo chiaro i meccanismi attraverso cui i fondatori riescono a mantenere il controllo anche in presenza di capitali diffusi, mostrando come pratiche che sembravano superate, come il controllo concentrato o sistemi azionari differenziati, siano tornate al centro della scena. Ne emerge un capitalismo meno impersonale e più legato alla figura del leader, capace di combinare visione, rischio e potere decisionale. Particolarmente interessante è l’analisi del controllo del fondatore. Qui il libro mette in luce una tensione fondamentale: da un lato, la capacità di questi leader di guidare l’innovazione e imprimere direzione; dall’altro, il rischio di una riduzione dei meccanismi di controllo e di responsabilità. Il fondatore appare così come una figura ambivalente, al tempo stesso motore di crescita e possibile fattore di squilibrio. Nella seconda parte, lo sguardo si allarga al contesto globale. Il confronto tra diversi modelli (americano, europeo e cinese) permette di cogliere come il fenomeno non sia uniforme, ma assuma forme diverse a seconda delle istituzioni e delle tradizioni economiche. Allo stesso tempo, emerge una tendenza comune: il rafforzamento del ruolo di attori privati che operano su scala sempre più ampia, spesso con un’influenza che travalica i confini dell’impresa. Uno dei passaggi più originali del libro è quello in cui questa logica viene estesa alla politica. Trento descrive una sorta di “contagio” tra economia e democrazia: il modello del fondatore, centrato sulla leadership personale e sul consenso diretto, sembra riflettersi anche nelle forme della rappresentanza politica. La figura del leader carismatico diventa così un punto di riferimento non solo per l’impresa, ma anche per l’immaginario democratico contemporaneo. Il risultato è un saggio che riesce a tenere insieme analisi economica e riflessione più ampia sul potere. Il capitalismo che emerge da queste pagine non è più soltanto un sistema di regole e mercati, ma un campo in cui contano sempre di più le personalità, la reputazione e la capacità di attrarre consenso. Si tratta dunque un libro che invita a interrogarsi sul presente con uno sguardo critico: se il ritorno del fondatore può essere una fonte di dinamismo e innovazione, resta aperta la questione di come garantire equilibrio, trasparenza e responsabilità in un sistema sempre più plasmato dal carisma dei suoi protagonisti. Un testo consigliato a chi si interessa di economia contemporanea e vuole capire come sta cambiando il capitalismo e a chi è curioso del rapporto tra leadership, potere e imprese Alcune note su Sandro Trento Sandro Trento è professore ordinario all’Università di Trento, dove insegna Strategia e Corporate Governance e dirige la School of Innovation. In precedenza, è stato dirigente nel Servizio Studi della Banca d’Italia e direttore del Centro studi Confindustria. Tra le sue pubblicazioni, Il capitalismo italiano (2012), Imprenditori cercasi (2016) e, per le nostre edizioni, Automazione e lavoro (con M. Bannò ed E. Filippi, 2023). Collabora con Domani, il Foglio e con altre testate. TAG: #saggi, #economia, #sandro_trento, #voto_quattro

RECENSIONE: Harry Potter e la filosofia. Cercare il senso della vita a Hogwarts (David Baggett, Shawn E. Klein)
Autore: David Baggett, Shawn E. Klein Traduttore: Annamaria Mirra Editore: Blackie, 2026 Pagine: 315 Genere: Cinema, Filosofia Prezzo: € 16.90 (cartaceo), € 11.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://blackie-edizioni.it/products/harry-potter-e-la-filosofia Trama Harry Potter non è solo magia e battaglie: è una saga che pone domande universali sul bene e sul male, sulla libertà e sul destino. In questo volume, diciotto filosofi accompagnano i lettori tra le sale di Hogwarts, armati delle idee di Aristotele, Platone, Kant e altri grandi pensatori. I brevi saggi esplorano il mondo di Harry, Hermione, Ron e soci attraverso temi come il coraggio e l’amicizia, l’ambizione e il potere, la conoscenza come emancipazione, il sacrificio e l’amore come senso ultimo dell’esistenza. Ne nasce un libro sorprendente, che unisce cultura pop e riflessione filosofica, mostrando come il fantasy possa diventare uno strumento perfetto per interrogare la nostra vita quotidiana e trovare delle risposte. Recensione Leggere Harry Potter come un’opera filosofica può sembrare, a prima vista, un esercizio forzato. Eppure il volume curato da David Baggett e Shawn E. Klein dimostra con sorprendente efficacia quanto il mondo creato da J. K. Rowling sia attraversato da interrogativi profondi, tutt’altro che marginali rispetto alla narrazione. Il libro si presenta come una raccolta di saggi, ma ciò che colpisce fin dalle prime pagine è la coerenza dell’impianto: la suddivisione in sezioni ispirate alle case di Hogwarts non è un semplice omaggio alla saga, bensì una vera e propria chiave di lettura. Attraverso Grifondoro, Tassorosso, Serpeverde e Corvonero, il lettore viene accompagnato lungo un percorso che tocca l’etica, la psicologia morale, la filosofia politica e la metafisica. Nella prima parte emerge con forza il tema delle virtù. Il saggio dedicato a Harry insiste sul coraggio non come qualità innata, ma come abitudine morale costruita nel tempo, attraverso scelte spesso dolorose. Accanto a lui, figure apparentemente secondarie acquistano una nuova profondità: i Dursley diventano un caso emblematico di autoinganno, incapaci di riconoscere una realtà che minaccia il loro fragile equilibrio, mentre le dinamiche tra amici e antagonisti mettono in luce quanto il contesto sociale influenzi il comportamento individuale. In questo quadro, Hermione Granger emerge come simbolo di intelligenza e determinazione, ma anche come figura che permette di riflettere sul ruolo delle donne e sull’accesso al sapere. Procedendo nella lettura, il libro si sposta su un piano più esplicitamente etico. La magia, lungi dall’essere un semplice espediente narrativo, viene interpretata come una forma di potere che richiede responsabilità, non diversamente dalla tecnologia nel mondo reale. Il celebre Specchio delle Brame diventa così uno strumento per interrogarsi sul desiderio umano e sui suoi limiti, mentre la condizione degli elfi domestici e il movimento per i loro diritti offrono uno spunto per discutere di giustizia sociale, discriminazione e indifferenza morale. È in queste pagine che il libro mostra una delle sue qualità migliori: la capacità di partire da elementi familiari della saga per arrivare a questioni etiche complesse, senza mai perdere chiarezza. La sezione dedicata a Serpeverde introduce una tonalità più oscura, concentrandosi sul problema del male. L’ambizione viene analizzata nella sua ambivalenza, come forza potenzialmente positiva ma anche pericolosa se svincolata da principi morali. La figura di Lord Voldemort diventa il centro di una riflessione che attinge alla tradizione filosofica per mostrare come il male non sia solo distruttivo verso gli altri, ma anche verso se stesso. In parallelo, emerge l’idea che l’immaginazione morale, la capacità di comprendere l’altro, sia una risorsa essenziale per contrastare questa deriva. Nell’ultima parte, il libro si apre a questioni più astratte ma non meno affascinanti. Il Binario 9¾ suggerisce una riflessione sulla natura della realtà e sulle sue possibili alternative, mentre il tema degli Horcrux permette di interrogarsi sull’identità personale: cosa significa essere la stessa persona nel tempo? La riflessione si chiude con il rapporto tra destino e libertà, affrontato attraverso il motivo della profezia, che attraversa tutta la saga e mette continuamente in tensione la possibilità di scegliere con l’idea di un futuro già scritto. Il pregio principale di questo saggio sta nella sua capacità di rendere accessibili temi complessi senza banalizzarli. Pur trattandosi di un’opera corale, e quindi inevitabilmente eterogenea nello stile, il libro mantiene una linea chiara: usare la narrativa come punto di partenza per pensare. Non è necessario avere una formazione filosofica per seguirne i ragionamenti, ma è difficile uscirne senza aver iniziato a guardare la saga con occhi diversi. È un libro consigliato a chi ama Harry Potter e desidera approfondirne i significati più nascosti, ma anche a chi è curioso di avvicinarsi alla filosofia in modo non convenzionale. In particolare, può risultare prezioso per lettori giovani o non specialisti, perché dimostra che le grandi domande sulla vita, sul bene e sul male, sull’identità e sulla libertà non appartengono solo ai manuali, ma possono emergere anche tra le pagine di una storia che credevamo di conoscere già. Alcune note su David Baggett David Baggett è un filosofo e accademico statunitense, noto principalmente per il suo lavoro nella divulgazione filosofica attraverso la cultura pop, in particolare curando volumi che applicano l'analisi filosofica a serie popolari come Harry Potter. Alcune note su Shawn E. Klein Shawn E. Klein è un accademico e filosofo statunitense. TAG: #cinema, #filosofia, #annamaria_mirra, #david_baggett ,#shawn_e_klein, #voto_quattro

RECENSIONE: Sacro fuoco (Emmanuel Venet)
Autore: Emmanuel Venet Traduttore: Alice Laverda Editore: Prehistorica Editore, 2026 Pagine: 230 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 18.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.prehistoricaeditore.it/libro/9788831234450 Trama In una cittadina immaginaria che ricorda la piccola comunità de Il Rosso e il nero di Stendhal, la cattedrale prende fuoco e crolla: è il 15 aprile, esattamente nove anni prima dell’incendio di Notre-Dame de Paris, come se questa data fosse maledetta. Ma si tratta di una tragica fatalità o di un atto deliberato? Con sottile ironia e malizia, lo scrittore e psichiatra Emmanuel Venet offre l’esplorazione di una società di provincia come tante, dove tutti credono di conoscere tutti, in cui ognuno ha un lato turpe da nascondere, un solido movente, nessun alibi… preferendo mettersi a cercare il piromane. E c’è l’imbarazzo, della scelta: l’immigrato africano che figura da colpevole ideale, l’insospettabile figlio di buona famiglia, il vescovo libidinoso, lo stesso custode della cattedrale frettolosamente assunto da un’agenzia interinale, il politico corrotto, il povero diavolo perduto per sempre nelle brume della tossicodipendenza, lo psicologo psichedelico… Successione di svariati punti di vista sull’incendio e sulle sue conseguenze, il romanzo segue il fil rouge del fuoco: quello del desiderio, della passione amorosa, della discordia o dell’inferno – a seconda che le fiamme siano distruttive o rigeneranti. Il lettore vi troverà un’esaltante cronaca dell’ordinaria meschinità e un discreto elogio dell’indecidibile. Recensione Con questo nuovo lavoro Emmanuel Venet costruisce un romanzo breve ma sorprendentemente denso, fondato su un principio rigoroso: tutto ruota attorno al fuoco. Non solo quello reale, che distrugge una cattedrale, ma anche quello simbolico che attraversa desideri, ambizioni, relazioni e tensioni sociali. La vicenda prende avvio il 15 aprile 2010, quando nella cittadina immaginaria di Pontorgueil la cattedrale di Saint-Fruscain va in fiamme e crolla. Un evento traumatico che potrebbe suggerire un romanzo d’indagine, ma Venet evita consapevolmente i meccanismi del thriller. L’incendio non è il centro narrativo in senso tradizionale: è piuttosto un punto di irradiazione, un fulcro da cui si dipanano le storie dei personaggi. Il romanzo è costruito come una successione di brevi capitoli, ognuno dedicato a una figura diversa o a un piccolo nucleo di personaggi. Ne emerge una struttura corale, frammentaria solo in apparenza, che progressivamente compone un mosaico coerente. Le vite si intrecciano senza mai fondersi del tutto, e il lettore è chiamato a ricostruire i legami, le coincidenze, le responsabilità diffuse. Pontorgueil è una città più letteraria che realistica, una provincia che richiama certi modelli della tradizione francese e che funziona come microcosmo sociale. Qui Venet mette in scena una galleria di personaggi volutamente tipizzati: un prete dominato da una passione amorosa vissuta all’interno dello spazio sacro, un vescovo dai comportamenti ambigui, un imprenditore illuso, un politico locale inserito nei giochi di potere, un immigrato fragile destinato a diventare il bersaglio più facile, e una serie di figure marginali o instabili. Non c’è una vera ricerca di empatia: i personaggi sono spesso caricaturali, tratteggiati con una certa crudeltà, come se l’autore volesse più osservare che far identificare. In questo senso, il libro funziona come una sorta di esperimento formale. Venet gioca con i registri, alternando ironia, pastiche e una scrittura che talvolta imita il linguaggio giornalistico, accademico o biografico. Il risultato è una satira sottile ma costante della società provinciale, delle sue ipocrisie, delle sue gerarchie e dei suoi automatismi. Il fuoco, come suggerisce il titolo, assume molteplici significati. È anzitutto desiderio: il romanzo si apre infatti su una relazione erotica che si consuma in un contesto sacrilego ma viene raccontata con una sorta di innocenza disarmante. È poi fuoco sociale, quello delle ambizioni e delle reti di potere, e fuoco morale, che illumina le contraddizioni e le debolezze dei personaggi. Ogni figura sembra attraversata da una propria combustione interiore, più o meno visibile, più o meno distruttiva. L’incendio della cattedrale diventa così il punto in cui questi fuochi individuali sembrano convergere. Ma quando si tratta di trovare un responsabile, emerge un altro tema centrale: quello del capro espiatorio. La comunità ha bisogno di una colpa chiara e individuabile, e la proietta sulla figura più fragile e più esposta ai pregiudizi. Tuttavia, il romanzo insinua dubbi, lascia aperte possibilità alternative, e soprattutto mostra come la verità sia meno importante della sua costruzione sociale. Nonostante i temi spesso duri, che includono sfruttamento, ingiustizia, marginalità e persino il suicidio, il tono resta sorprendentemente leggero. Venet racconta anche gli eventi più gravi senza enfasi, quasi come se fossero deviazioni minime all’interno di un flusso narrativo uniforme. Tutto ciò produce un effetto particolare: il lettore può sorridere, ma si tratta di un sorriso che lascia spazio a una sensazione più amara. Il romanzo diverte, ma non consola. Il romanzo diverte, ma non consola. Alla fine, Sacro fuoco non offre una soluzione definitiva né una verità rassicurante. L’incendio resta, in parte, un enigma. Ma ciò che conta davvero è ciò che il fuoco mette in luce: i desideri nascosti, le ipocrisie, le dinamiche di esclusione e di potere. Più che distruggere, il fuoco di Venet rivela. Questo è un libro consigliato a chi ama i romanzi brevi ma strutturalmente sofisticati, a chi apprezza la narrativa francese contemporanea capace di unire ironia e analisi sociale, e a chi è interessato a opere corali che privilegiano lo sguardo sul collettivo più che l’approfondimento psicologico individuale. Alcune note su Emmanuel Venet Emmanuel Venet è nato nel 1959 a Lione, dove esercita la doppia figura di scrittore e psichiatra. Dando prova di straordinaria varietà di ispirazione, che gli consente di spaziare dal saggio al poema, per arrivare al romanzo, pubblica opere letterarie dettate da una profonda riflessione sull'interiorità, in particolare sulle implicazioni psichiche e psicopatologiche della creatività. Ama insomma il pizzico della leggera follia e il tocco della vera Letteratura. In Francia è pubblicato dalle eleganti edizioni Verdier, Gallimard, Lettès e La Fosse aux ours. Ha ottenuto prestigiosi premi letterari, come il Prix de la Parlotte, il Prix Rhônes-Alpes e il Prix du Style. TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #alice_laverda ,#emmanuel_venet, #voto_quattro

RECENSIONE: Petrov. L'uomo che salvò il mondo (Bruno Olivieri)
Autore: Bruno Olivieri Editore: Tunué, 2026 Pagine: 144 Genere: Biografie, Graphic novel Prezzo: € 18.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.tunue.com/product/petrov-luomo-che-salvo-il-mondo/ Anteprima: https://www.tunue.com/product/petrov-luomo-che-salvo-il-mondo/ Trama Nel settembre 1983 il sistema di difesa sovietico segnalò un attacco missilistico dagli Stati Uniti. Bastava un ordine per scatenare la guerra nucleare. Il tenente colonnello Stanisláv Petrov decise di non fidarsi delle macchine e seguì la logica: era un errore. Con un atto di coraggio e lucidità salvò l'umanità, pagando però il prezzo del silenzio e dell'isolamento. Una storia vera di tensione, memoria e speranza. Recensione Ci sono storie che, pur essendo reali, sembrano appartenere alla finzione per la loro portata straordinaria. Petrov. L’uomo che salvò il mondo di Bruno Olivieri riporta alla luce uno di quegli episodi rimasti a lungo ai margini della memoria collettiva, trasformandolo in una graphic novel intensa, capace di coniugare precisione storica, tensione narrativa e profondità umana. La vicenda si colloca nella notte del 26 settembre 1983, nel pieno della Guerra Fredda, quando il mondo viveva in un equilibrio fragile e costantemente minacciato. Nella base sovietica di Serpukhov-15, un sistema di allerta segnala il lancio di cinque missili nucleari dagli Stati Uniti. In quel contesto, rigidamente regolato da protocolli militari, la procedura è chiara: confermare l’attacco e attivare la risposta. Ma a dover prendere quella decisione è Stanisláv Petrov, tenente colonnello chiamato a valutare la situazione in tempo reale. È qui che il racconto trova il suo nucleo più potente. Olivieri sceglie di non enfatizzare l’evento con toni spettacolari, ma di concentrarsi sulla dimensione interiore del protagonista. Petrov non viene rappresentato come un eroe tradizionale, bensì come un uomo alle prese con un dubbio lacerante: fidarsi della tecnologia e dei protocolli o ascoltare il proprio giudizio. La sua decisione di considerare l’allarme come un possibile errore, che si rivelerà effettivamente tale, diventa il fulcro di una narrazione che mette al centro la responsabilità individuale. Uno degli aspetti più riusciti dell’opera è la costruzione della tensione. Il tempo narrativo si dilata, i minuti scorrono con lentezza quasi insostenibile e ogni gesto assume un peso specifico enorme. Il lettore viene progressivamente immerso in un’atmosfera carica di ansia e incertezza, in cui il silenzio, gli sguardi e le esitazioni contano quanto, se non più, delle parole. Anche conoscendo l’esito storico, la narrazione riesce a mantenere un livello di coinvolgimento molto alto, proprio perché ciò che è in gioco non è il “cosa accade”, ma il “come” e il “perché”. In questo senso, la graphic novel funziona anche come riflessione sul rapporto tra uomo e tecnologia. Il sistema di allerta, progettato per garantire rapidità e precisione, si rivela fallibile, e proprio in quella falla si inserisce la capacità umana di dubitare. Olivieri mette in scena un conflitto ancora oggi estremamente attuale: quello tra automatismo e pensiero critico, tra fiducia nei sistemi e responsabilità personale. La componente grafica contribuisce in modo decisivo alla riuscita dell’opera. Il tratto di Olivieri è sobrio, essenziale, e rifugge ogni spettacolarizzazione. Le tavole restituiscono con efficacia l’ambiente chiuso e controllato della base militare, accentuando la sensazione di isolamento e pressione psicologica. L’uso delle inquadrature, spesso ravvicinate, concentra l’attenzione sui volti e sugli sguardi, rendendo visibile il conflitto interiore del protagonista. Allo stesso tempo, la presenza costante di schermi, luci artificiali e spazi tecnologici contribuisce a creare un’atmosfera fredda, quasi disumanizzata, in contrasto con la dimensione profondamente umana della scelta di Petrov. Particolarmente efficace è anche la gestione del ritmo visivo: le sequenze si alternano tra momenti più statici e improvvise accelerazioni, accompagnando il lettore dentro la percezione soggettiva del tempo. Il risultato è un equilibrio riuscito tra testo e immagine, in cui la componente grafica non è un semplice supporto, ma un elemento narrativo a tutti gli effetti. Oltre alla dimensione storica e tecnica, il libro si distingue per la sua capacità di interrogare il lettore sul significato dell’eroismo. In un’epoca in cui l’eroe è spesso associato a gesti eclatanti e visibili, la figura di Petrov rappresenta un’alternativa potente: un eroe silenzioso, la cui azione passa inosservata per anni, ma il cui impatto è incalcolabile. È un eroismo fatto di esitazione, di dubbio, di responsabilità, e proprio per questo estremamente autentico. La lettura lascia una traccia profonda. Non si esaurisce nella ricostruzione di un fatto storico, ma continua a lavorare nella mente del lettore, sollevando domande difficili e inevitabili. Cosa avremmo fatto al suo posto? Avremmo avuto il coraggio — o forse l’incoscienza — di andare contro un sistema che non ammette errori? Si tratta in definitiva di un graphic novel che riesce a essere al tempo stesso accessibile e densa, coinvolgente e riflessiva. Un’opera che dimostra come anche un singolo momento, una singola decisione, possa cambiare il corso della storia. Consigliato a chi ama le storie vere e poco conosciute, agli appassionati di storia contemporanea e Guerra Fredda, ma anche a chi cerca graphic novel capaci di unire tensione e riflessione. Particolarmente indicato per lettori interessati ai temi del rapporto tra uomo e tecnologia, della responsabilità individuale e dell’eroismo silenzioso. Alcune note su Bruno Oliviero Bruno Oliviero e nato a Cagliari nel 1960. Docente di disegno e fumetto umoristico presso la scuola di fumetto Fumé di Cagliari. Ha collaborato e collabora alla pubblicazione di storie a fumetti e illustrazioni, sia come disegnatore che come colorista, con alcune delle più importanti case editrici italiane: Monster Allergy (Walt Disney Italia). Si occupa di illustrazioni di libri per ragazzi, di satira politica e di costume, disegnando per alcune note testate giornalistiche cartacee e online tra le quali La Lettura del Corriere della Sera. TAG: #biografie, #graphic_novel, #bruno_oliviero, #voto_quattro

RECENSIONE: Ci sono maestre, ci sono maestri (Francesco Viliani, Francesca Dafne Vignaga)
Autore: Francesco Viliani, Francesca Dafne Vignaga Editore: Lapis, 2024 Pagine: 32 Genere: Narrativa per bambini Prezzo: € 15.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.edizionilapis.it/libro/9788878749832-ci-sono-maestre-ci-sono-maestri Anteprima: https://www.edizionilapis.it/libro/9788878749832-ci-sono-maestre-ci-sono-maestri Trama Un maestro racconta la scuola illuminando il rapporto speciale che s’instaura tra inseganti e alunni. Una rassegna di maestre e maestri tutti diversi, accomunati da un unico desiderio: far prendere il volo ai propri ragazzi, guardando al futuro con speranza. Maestri aquilone, che non hanno perso lo spirito bambino e insegnano ad afferrare la leggerezza nelle cose di ogni giorno. Maestri casa, che sanno mettere tutto da parte per ascoltare e accogliere quando serve un abbraccio. Maestre ago e filo, che cuciono insieme preoccupazioni e sorrisi, Maestre scintilla, che accendono la curiosità e scacciano la noia. Un omaggio a chi ogni giorno fa della scuola un luogo in cui sbocciare e crescere. Un carosello di ritratti che accoglie e protegge chi si prepara ad andare a scuola; una carezza per chi ancora non conosce il suo maestro o la sua maestra, e un gioco senza fine per chi li conosce già. Età di lettura: da 5 anni. Recensione Il panorama degli albi illustrati dedicati alla scuola si arricchisce con Ci sono maestre, ci sono maestri di Francesco Viliani e Francesca Dafne Vignaga. Un libro che si distingue per la sua capacità di raccontare la complessità dell’insegnare attraverso immagini poetiche e profondamente evocative. L’opera si presenta come una galleria di ritratti: non esiste un unico modo di essere insegnanti, ma una molteplicità di approcci, sensibilità e stili educativi. Ci sono maestri aquilone, che insegnano a volare senza trattenere; maestre ago e filo, che ricuciono relazioni e tengono insieme fragilità e crescita; figure che accolgono, che ascoltano, che accendono curiosità e alimentano il desiderio di conoscere. Ogni metafora restituisce un frammento autentico della quotidianità scolastica, evitando stereotipi e semplificazioni. Il punto di forza del libro risiede proprio in questa pluralità: l’insegnamento viene rappresentato come una pratica viva, relazionale, fatta di presenza, cura e responsabilità. Non si tratta solo di trasmettere contenuti, ma di accompagnare bambine e bambini nel loro percorso di crescita, aiutandoli a trovare la propria direzione e a costruire uno sguardo fiducioso sul futuro. Il linguaggio utilizzato è semplice ma denso, accessibile ai più piccoli e al tempo stesso capace di parlare in profondità agli adulti. Le parole dialogano con le immagini in un equilibrio armonico, dando vita a un albo che si legge su più livelli: immediato e narrativo per i bambini, riflessivo ed emotivo per chi insegna o si occupa di educazione. “Ci sono maestre, ci sono maestri” è quindi molto più di un libro per l’infanzia: è un omaggio sentito alla professione docente, ma anche un invito a riconoscere il valore delle differenze e delle relazioni educative. Un testo che può diventare strumento di confronto, di formazione e di consapevolezza, capace di restituire dignità e bellezza a un mestiere tanto complesso quanto fondamentale. Consigliato a insegnanti di ogni ordine e grado, educatori, genitori e a chiunque voglia riflettere sul significato profondo dell’educare e dell’accompagnare alla crescita. Alcune note su Francesco Viliani Francesco Viliani è laureato in Scienze della formazione, è maestro di scuola primaria. Da sempre appassionato di letteratura per l’infanzia, dopo aver frequentato la Scuola di Teatro di Calenzano, si è specializzato in letture sceniche per bambini e bambine, ragazzi e ragazze. Nel 2024 ha pubblicato con Lapis Ci sono maestre, ci sono maestri, un titolo amatissimo da insegnanti, genitori, alunni. Alcune note su Francesca Dafne Vignaga Francesca Dafne Vignaga è pittrice e grande amante della natura, svolge la sua attività artistica in diversi ambiti, con una particolare attenzione ai progetti di carattere sociale. Ha illustrato libri per bambini in Italia e all'estero, ottenendo diversi riconoscimenti, tra cui il terzo premio della Sharjah International Book Fair nell’aprile 2014. TAG: #narrativa_per_bambini, #francesca_dafne_vignaga, #francesco_viliani, #voto_cinque

RECENSIONE: La malarema (Alessia Castellini)
Autore: Alessia Castellini Editore: Piemme, 2026 Pagine: 304 Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 19.90 (cartaceo), € 13.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.edizpiemme.it/libri/la-malarema/ Trama Sicilia, 1894. Rossella osserva sua madre immergersi nell'azzurro per raggiungere sul fondale la Pinna nobilis, il mollusco che produce la seta del mare. Le donne della sua vita raccolgono il bisso da generazioni. Lei è la più piccola, la più amata, e le sue giornate sono scandite dalla musica delle onde che scivolano sulla sabbia. Un giorno, però, accade qualcosa di irraccontabile. Rossella osserva, dalla riva, una vita che si spezza. La gola si chiude per lo spavento e la sua voce scompare. Anni dopo, in una città dell'entroterra, la ragazza trascorre il tempo che le resta tra le mura dell'Opera pia, una struttura per "donne traviate" gestita da suore severe e austere. Lì ha trovato una casa fredda e inospitale, dopo essere stata scambiata per un'adultera in fuga. Ha imparato ad amare la sua prigione, che è un mondo in miniatura, più appartato delle vie della città. Priva della voce, spaventata dall'ambiente esterno, nasconde nei recessi della sua memoria il ricordo del giorno in cui la sua famiglia si è sgretolata per sempre. Ma sa che verrà il tempo di rivedere il mare, l'azzurro che le riempiva gli occhi e l'anima, e affrontare il passato che le ha tolto la parola. Dopo aver raccontato l'antica storia delle formichelle della Costiera amalfitana, Alessia Castellini approda nella sua isola, la Sicilia, e riprende l'affascinante tradizione delle raccoglitrici di bisso. "La malarema" è un romanzo che fonde storia, poesia e denuncia sociale con un tono autentico e una lingua che parla di paesi lontani e del mare del Sud. Recensione Questa storia nasce dal silenzio. Si tratta di un romanzo che non si limita a raccontare, ma restituisce dignità a un mondo sommerso, fatto di gesti antichi, di dolore taciuto e di donne che hanno imparato a resistere. Siamo nella Sicilia di fine Ottocento, in un paesaggio in cui il mare non è soltanto uno sfondo, ma una presenza viva, potente, quasi sacra. È qui che cresce Rossella, osservando la madre e le altre donne immergersi nelle acque per raccogliere il bisso, la preziosa “seta del mare”, ricavata dalla Pinna nobilis. È un sapere antico, tramandato di madre in figlia, fatto di pazienza, coraggio e rispetto per un equilibrio fragile. In quelle immersioni c’è già tutto: la bellezza e il rischio, la libertà e la condanna. L’infanzia di Rossella è intrisa di luce e sale, ma anche di una sottile inquietudine. Il mare, che sembra accoglierla, è lo stesso che custodisce segreti e tragedie. E infatti è proprio un evento improvviso, violento, a spezzare quell’armonia: un trauma che segna la sua vita in modo irreversibile, togliendole la voce. Da quel momento, il silenzio diventa la sua unica forma di espressione, una prigione invisibile che la separa dagli altri e da se stessa. Il destino della protagonista prende così una direzione crudele. La sua condizione, in una società incapace di comprendere e pronta a giudicare, la rende vulnerabile e facilmente etichettabile. Finisce rinchiusa in un’Opera pia per “donne traviate”, un luogo dove più che essere curate si viene dimenticate. Qui il tempo sembra sospeso, scandito da regole rigide e da una quotidianità fatta di rinunce, sguardi bassi e identità negate. Eppure, anche in questo spazio chiuso, la memoria continua a respirare. Il mare non smette di chiamarla. È un richiamo costante, quasi fisico, che attraversa il silenzio e riporta Rossella a ciò che è stata: una bambina libera, una figlia, una parte di qualcosa di più grande. Il romanzo si muove proprio su questa tensione emotiva: tra reclusione e desiderio di ritorno, tra ciò che è stato spezzato e ciò che ancora può essere ricomposto. L'autrice costruisce la narrazione con una sensibilità profonda, alternando il presente della clausura ai ricordi dell’infanzia e del mare. La trama non procede per azioni eclatanti, ma per stratificazioni emotive: ogni ricordo è una crepa nel silenzio, ogni immagine del mare una promessa di riscatto. E quando Rossella si troverà a confrontarsi con il proprio passato, il romanzo raggiunge il suo nucleo più intenso: quello in cui il dolore chiede di essere guardato, riconosciuto, finalmente raccontato. Uno degli elementi più affascinanti del libro è proprio il modo in cui la tradizione del bisso viene intrecciata alla vicenda personale. Quel filo sottilissimo, resistente e luminoso diventa una metafora potente: come il bisso, anche Rossella è fragile solo in apparenza, ma capace di sopravvivere alle profondità, di attraversare il tempo e riemergere. Le raccoglitrici, con il loro lavoro silenzioso e pericoloso, incarnano una femminilità lontana dagli stereotipi: concreta, tenace, radicata nella natura. La scrittura è delicata e sensoriale. Si percepisce il sale sulla pelle, il freddo dell’acqua, il peso del silenzio. Le descrizioni del mare sono tra le pagine più riuscite: non solo per la loro bellezza visiva, ma perché riescono a restituire un senso di appartenenza profonda, quasi viscerale. Allo stesso tempo, l’autrice non edulcora la realtà: la violenza, il giudizio sociale, l’emarginazione emergono con forza, rendendo il romanzo anche una denuncia lucida e necessaria. La malarema, però, è soprattutto una storia di voce. Di una voce perduta, negata, soffocata e lentamente, faticosamente ritrovata. Non si tratta solo di Rossella: è la voce di tutte le donne che non hanno potuto raccontarsi, che sono state rinchiuse, zittite, dimenticate. In questo senso, il romanzo ha un respiro più ampio, universale, capace di parlare anche al presente. Il finale non è semplicemente una conclusione, ma un approdo emotivo: il punto in cui il mare, il passato e l’identità si incontrano. Senza forzature, senza retorica, Castellini accompagna il lettore verso una forma di riconciliazione che non cancella il dolore, ma lo trasforma. Questo romanzo è particolarmente indicato a chi ama le storie intense e introspettive, dove la dimensione emotiva conta più dell’azione. È perfetto per i lettori appassionati di narrativa storica al femminile, per chi è affascinato dalle tradizioni dimenticate e per chi cerca libri capaci di lasciare un segno profondo. Alcune note su Alessia Castellini Alessia Castellini è nata a Palermo nel 1992. Ha un dottorato di ricerca in fisica teorica ed è coautrice di articoli scientifici pubblicati su riviste internazionali. Viaggia e scatta fotografie con la sua reflex, sempre alla ricerca di storie da raccontare. TAG: #narrativa_italiana, #narrativa_moderna_contemporaea, #alessia_castellini, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: La prima luce. L'accensione delle stelle all'alba del tempo (Emma Chapman)
Autore: Emma Chapman Traduttore: Marco Casareto Editore: Adelphi, 2026 Pagine: 136 Genere: Saggi, Astronomia Prezzo: € 28.00 (cartaceo), € 14.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.adelphi.it/libro/9788845940781 Trama «Era oscura»: così gli scienziati hanno definito quella fase nella vita dell'universo (all'incirca entro il suo primo miliardo di anni) in cui un'immensa massa gassosa lo permeava, occultando il laborioso passaggio dal caos primordiale alla configurazione dei corpi celesti. Di tale processo – che avrebbe svelato il paesaggio cosmico col suo intrico dinamico di stelle, galassie e buchi neri – Emma Chapman ricostruisce in queste pagine ogni singola tappa, dal big bang all'universo come lo vediamo ora. Intrecciando aneddoti storici, il resoconto di esperimenti pionieristici e l'esposizione delle più recenti scoperte astrofisiche – favorite da telescopi spaziali sempre più potenti e sofisticati, in grado di captare debolissimi segnali in viaggio da miliardi di anni –, ci pone dinanzi a una successione di sequenze sorprendenti e ammalianti: l'origine della prima generazione di stelle, centinaia di volte più grandi del nostro Sole; la loro breve esistenza di «giganti solitari», seguita da precoci esplosioni che disseminarono gli elementi decisivi per l'emergere della vita; la cosiddetta Epoca della reionizzazione, quando cioè la massa di idrogeno neutro che schermava la luce emanata dalle prime radiazioni stellari alla fine divenne trasparente. Con un nitore mai disgiunto da suggestività, e senza esimersi dall'affrontare snodi teorici ancora irrisolti, Emma Chapman ci conduce così alle scaturigini remote dell'architettura cosmica e insieme della nostra esistenza – ricordandoci tuttavia come ogni «istantanea» di quell'architettura non possa che essere, fatalmente, sempre la penultima. Recensione Questo saggio si limita a spiegare, ma racconta. Si tratta di un saggio capace di trasformare una delle fasi più elusive della storia cosmica in una narrazione accessibile, rigorosa e profondamente suggestiva. Il cuore del libro è quella che gli scienziati definiscono “era oscura”, un periodo che occupa i primi centinaia di milioni di anni dopo il Big Bang. In questa fase, l’universo era permeato da una vasta massa di gas, in gran parte idrogeno neutro, che impediva alla luce di propagarsi liberamente. Chapman ci accompagna proprio lì, in un cosmo ancora opaco, per ricostruire il lento emergere della luce e delle prime strutture. Attraverso un intreccio ben calibrato di storia della scienza, resoconti di esperimenti pionieristici e aggiornamenti sulle più recenti scoperte astrofisiche, il libro segue passo dopo passo la nascita delle prime stelle. Queste non assomigliano affatto a quelle che osserviamo oggi: sono corpi enormi, centinaia di volte più massicci del Sole, “giganti solitari” destinati a una vita brevissima. La loro fine, tuttavia, è tutt’altro che marginale: le loro esplosioni disseminano nello spazio gli elementi chimici fondamentali che, miliardi di anni dopo, renderanno possibile la vita. Uno dei momenti più affascinanti descritti da Chapman è l’epoca della reionizzazione, quando la radiazione delle prime stelle riesce finalmente a “liberare” la luce, rendendo l’universo trasparente. È qui che il cosmo comincia ad assumere una forma riconoscibile, popolandosi di galassie e strutture sempre più complesse. Ma La prima luce non è solo un racconto delle origini: è anche una riflessione sul modo in cui conosciamo l’universo. Chapman insiste sul carattere necessariamente provvisorio di ogni scoperta scientifica. Le osservazioni su cui si basa la cosmologia contemporanea – rese possibili da telescopi sempre più sofisticati, capaci di captare segnali debolissimi partiti miliardi di anni fa, sono, in fondo, “istantanee” incomplete, sempre destinate a essere superate. In questo senso, il libro restituisce con onestà anche le zone d’ombra della ricerca, i problemi aperti, le domande ancora senza risposta. Lo stile è uno dei punti di forza dell’opera: limpido senza essere semplificante, evocativo senza perdere precisione. Chapman riesce a mantenere un equilibrio raro tra chiarezza divulgativa e profondità teorica, accompagnando il lettore anche nei passaggi più complessi senza mai banalizzarli. Il risultato è un saggio che si legge come un viaggio nel tempo, ma anche come un esercizio di prospettiva: guardare alle origini dell’universo significa inevitabilmente interrogarsi sulle nostre. In quelle prime luci, lontanissime e quasi inconcepibili, si trova infatti anche la premessa della nostra esistenza. Si tratta di una lettura consigliata non solo agli appassionati di astrofisica, ma a chiunque sia disposto a confrontarsi con l’idea di un universo in continua trasformazione – e con il fatto che ogni nostra conoscenza, per quanto avanzata, resti sempre, inevitabilmente, la penultima. Alcune note su Emma Chapman Emma Chapman è un'astrofisica britannica, ricercatrice della Royal Society e membrodella Royal Astronomical Society. La prima luce, suo libro di esordio, è apparso nel 2020. TAG: #saggi, #astronomia, #marco_casareto, #emma_chapman, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: La curvatura dell'orizzonte (Michele Del Vecchio)
Autore: Michele Del Vecchio Editore: Nutrimenti, 2026 Pagine: 272 Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 19.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.nutrimenti.net/libro/narrativa/narrativa-greenwich/greenwich-extra/la-curvatura-dellorizzonte-di-michele-del-vecchio/ Trama Leda ha tredici anni, vive su una piccola isola del Mediterraneo e il suo nome è una dichiarazione d’intenti. Intrattabile e solitaria come una gatta randagia, è stata registrata all’anagrafe per sposare un destino: distruggere. O almeno, è questo ciò che le ripete suo padre, l’aspirante sindaco dell’isola, sbucato dal passato dopo anni di assenza per imporle il marchio del proprio cognome. Da allora Gemma, madre di Leda, si è rifugiata nel silenzio e la ragazza, smarrita, ha trovato i suoi punti di riferimento in Giosuè, figlio del maresciallo, e Saverio, bullo della scuola. Ma su quella loro isola, luogo sospeso tra mito e realtà, un giorno come tanti accade l’incredibile. E cambia tutto. Chi è la ragazza che Leda e Giosuè trovano in spiaggia, nuda e confusa? Tra fari abbandonati e notti d’estate piene di presagi, i ragazzi inseguono una verità che gli adulti hanno troppo a lungo nascosto. Recensione Questo romanzo d'esordio affonda subito nelle crepe dell’esperienza umana. Si tratta di un romanzo di formazione che non cerca di addolcire il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, ma lo racconta nella sua dimensione più fragile, inquieta e spesso dolorosa. La protagonista, Leda, ha tredici anni e vive su un’isola che sembra sospesa nel tempo, un luogo in cui la luce abbagliante del mare convive con zone d’ombra profonde. L’isola non è soltanto uno sfondo, ma una presenza viva, quasi un organismo che riflette e amplifica le tensioni interiori della protagonista. In questo spazio liminale, tra apertura e chiusura, tra protezione e isolamento, si consuma il suo percorso di crescita. Leda è un personaggio complesso, difficile da racchiudere in definizioni semplici: è inquieta, istintiva, attraversata da una sensibilità che la espone continuamente al mondo. Il suo sguardo è quello di chi percepisce più di quanto riesca a comprendere, e proprio in questa frattura si inserisce il cuore del romanzo. L'autore riesce a restituire con grande precisione quella fase dell’esistenza in cui le emozioni sono assolute, totalizzanti, e ogni esperienza ha il peso di una rivelazione. La narrazione procede per accumulo di atmosfere, più che per eventi: estati luminose, giornate sospese, silenzi carichi di significato. Tuttavia, è proprio all’interno di questa apparente quiete che si inserisce l’elemento perturbante: l’incontro con una figura misteriosa, una ragazza trovata sulla spiaggia, che agisce come detonatore narrativo e simbolico. Da quel momento, la realtà si incrina e il percorso di Leda assume contorni più oscuri, segnando un punto di non ritorno. Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è la capacità di mantenere un equilibrio sottile tra realismo e suggestione. La scrittura risulta al tempo stesso concreta ed evocativa: da un lato radicata nei dettagli sensoriali, il mare, la luce, i corpi, dall’altro attraversata da una tensione quasi simbolica, che trasforma gli elementi naturali in specchi dell’interiorità. Il mare, in particolare, diventa una presenza ambivalente: rifugio e minaccia, spazio di libertà e di smarrimento. Accanto al percorso individuale della protagonista, emerge con forza anche il tema del silenzio degli adulti. Il mondo adulto appare distante, incapace di offrire strumenti di comprensione o protezione. Questo vuoto relazionale contribuisce a rendere ancora più radicale l’esperienza di crescita di Leda, che si trova a dover interpretare da sola ciò che accade, senza mediazioni. Questo è un romanzo che parla di trasformazione, ma lo fa evitando ogni forma di retorica. Non c’è consolazione, né una vera ricomposizione finale: ciò che resta è piuttosto una sensazione di spostamento, come se qualcosa si fosse definitivamente alterato nello sguardo della protagonista e, di riflesso, in quello del lettore. Il titolo stesso suggerisce questa idea: l’orizzonte, che per definizione dovrebbe essere una linea stabile, qui si curva, si deforma, perde la sua funzione rassicurante. È una metafora potente del momento in cui la realtà smette di essere leggibile secondo categorie semplici e diventa qualcosa di più complesso, ambiguo, difficile da afferrare. Un libro consigliato a chi ama le storie di formazione intense e non convenzionali, a chi cerca nella letteratura non tanto una trama lineare quanto un’esperienza emotiva e immersiva. È una lettura ideale per chi apprezza le atmosfere sospese, i personaggi irrequieti e le narrazioni che esplorano il lato più fragile e inquieto dell’adolescenza. Alcune note su Michele Del Vecchio Michele Del Vecchio è nato a Palermo nel 1994. Ha trascorso l’infanzia su un’isola, per poi trasferirsi in Molise. Oggi vive a Torino, e insegna Lettere al liceo. Dal 2012 cura il blog letterario Diario di una dipendenza. Con questo romanzo, il suo esordio, è stato finalista nella Sezione Giovani del Premio Neri Pozza 2021. TAG: #narrativa_italiana #narrativa_moderna_contemporanea, #michele_del_vecchio, #voto_quattro

RECENSIONE: La peccatrice (Elizabeth Fremantle)
Autore: Elizabeth Fremantle Traduttore: Sara Puggioni Editore: Libreria Pienogiorno, 2026 Pagine: 384 Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea Prezzo: € 19.90 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.pienogiorno.it/libro/9791282435000 Trama Artemisia Gentileschi è una bambina, Beatrice Cenci una giovane donna quando le loro vite si incrociano per un breve momento. Non si conoscono, non si parlano, e non si vedranno mai più. Eppure, come un’ossessione, quell’incontro inseguirà Artemisia per anni, fino a ispirarle uno dei suoi dipinti più celebrati. Dovrà passare ancora molto tempo prima che la Storia sappia riconoscere alle donne allora chiamate peccatrici la statura di eroine. Giovane figlia della nobile casata dei Cenci, Beatrice ha una mente brillante e sete di libertà, eppure è destinata a una vita di dorata insignificanza: nella Roma di fine Cinquecento, le donne, nei lussuosi palazzi come nelle dimore più umili, vivono esistenze invisibili e silenziose, pulsanti di sogni, sofferenze e aspirazioni di cui gli uomini non hanno sentore. Quando il fratello viene ucciso da una casata rivale, il dispotico e perverso padre la rinchiude, insieme al resto della famiglia, a La Rocca, un inaccessibile castello fortificato, in cima a una vetta, a giorni di viaggio dalla capitale. Isolata e in balìa della violenza e della paranoia del genitore, la ragazza si sente sempre più oppressa e insofferente. Soprattutto quando, superando ogni divieto, l’amore la travolge, sovvertendo il destino di tutti. Recensione Con La peccatrice, Elizabeth Fremantle ci porta nella Roma di fine Cinquecento per raccontare una storia intensa, dura e profondamente femminile, ispirata a due figure realmente esistite: Artemisia Gentileschi e Beatrice Cenci. Il romanzo si apre con un incontro fugace, quasi insignificante in apparenza: Artemisia è ancora una bambina quando vede Beatrice. Non si parlano, non nasce un rapporto, eppure quell’immagine resta impressa nella mente della futura pittrice. È un ricordo che cresce con lei, trasformandosi nel tempo in qualcosa di più profondo, quasi un’ossessione destinata a influenzare il suo sguardo artistico. Il cuore della storia è però Beatrice. Fremantle la ritrae come una giovane donna intelligente e sensibile, cresciuta in un ambiente che all’esterno appare privilegiato, ma che si rivela presto una gabbia soffocante. Il padre è una figura violenta e dominante, e la sua presenza trasforma la vita familiare in un incubo. Quando Beatrice e i suoi familiari vengono isolati in una rocca lontana da Roma, la situazione diventa ancora più estrema, quasi claustrofobica. È proprio in questo contesto che emerge tutta la forza della protagonista. Beatrice non è una figura passiva: cerca in ogni modo di opporsi al destino che le è stato imposto, di ritagliarsi uno spazio di libertà in un mondo che non le concede scelta. Anche l’amore, vissuto contro le regole e le aspettative, diventa un atto di ribellione, ma porta con sé conseguenze inevitabili. Accanto a questa vicenda, si sviluppa il filo più sottile ma significativo legato ad Artemisia. La sua presenza è come un’eco che attraversa il romanzo: ciò che accade a Beatrice non resta confinato alla cronaca, ma si trasforma in memoria, in immagine, in arte. Fremantle suggerisce così un legame profondo tra esperienza e creazione artistica, mostrando come certe storie possano continuare a vivere attraverso lo sguardo di chi le rielabora. Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio il modo in cui affronta il tema della condizione femminile. Le protagoniste si muovono in un mondo dominato dagli uomini, dove il controllo sul corpo e sulla vita delle donne è totale. Eppure, in modi diversi, entrambe cercano di opporsi, di affermare se stesse, anche a costo di pagare un prezzo altissimo. La scrittura risulta coinvolgente e scorrevole, capace di rendere bene sia l’atmosfera storica sia la tensione emotiva dei personaggi. Non è solo una ricostruzione del passato, ma un racconto che parla ancora al presente, perché i temi che affronta – libertà, potere, identità – sono tutt’altro che lontani . In definitiva si tratta di un romanzo intenso e toccante, che unisce storia e introspezione e restituisce voce a due donne molto diverse, ma accomunate da una stessa, potente esigenza di libertà. Questo libro è perfetto per chi ama i romanzi storici ben documentati, le storie di donne forti e complesse e le narrazioni che intrecciano arte e realtà. È particolarmente indicato per chi ha apprezzato altre opere di Elizabeth Fremantle o per chi è interessato alla figura di Artemisia Gentileschi e al contesto storico in cui ha vissuto. Alcune note su Elizabeth Fremantle Elizabeth Fremantle è considerata la più emozionante voce della narrativa storica contemporanea. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo. Membro della prestigiosa Historical Writer’s Association, scrive regolarmente per Vanity Fair, The Sunday Times, The Wall Street Journal e The Financial Times . La disobbediente è un bestseller straordinariamente accolto da lettori e critica. TAG: #narrativa_straniera #narrativa_moderna_contemporanea, #sara_puggioni, #elizabeth_fremantle, #voto_quattro

RECENSIONE: Quanto vale la conoscenza. Cinque lezioni per la conquista del futuro (Maria Chiara Carrozza)
Autore: Maria Chiara Carrozza Editore: EGEA, 2026 Pagine: 168 Genere: Saggi, Scienze sociali Prezzo: € 17.50 (cartaceo), € 14.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.egeaeditore.it/ita/prodotti/cultura-scientifica/quanto-vale-la-conoscenza.aspx Trama La conoscenza è uno dei valori essenziali del nostro tempo, eppure la sua importanza viene spesso data per scontata. In un’epoca segnata dall’intelligenza artificiale, dalle crisi globali e da trasformazioni scientifiche senza precedenti, questo libro invita a interrogarsi su che cosa significhi oggi investire nella ricerca e nel sapere. Con lo sguardo di chi ha attraversato la scienza come ricercatrice, dirigente e protagonista delle istituzioni, l’autrice intreccia esperienza personale e analisi sistemica, mettendo in relazione scienza, politica e società. Dalla fisica sperimentale alla biorobotica, dall’organizzazione dei sistemi di ricerca alla formazione delle nuove generazioni, queste pagine esplorano il valore plurale della conoscenza: culturale, economico, democratico, umano. Quanto vale davvero la conoscenza in un mondo che corre più veloce delle sue istituzioni? Il libro propone una riflessione sul futuro della ricerca come bene pubblico, sulla libertà accademica e sulla necessità di politiche lungimiranti capaci di attrarre talenti e costruire ecosistemi della conoscenza solidi e inclusivi. Al centro, una convinzione netta: senza una visione di lungo periodo e senza fiducia nella formazione, non può esserci sviluppo sostenibile né futuro condiviso. Un testo che parla all’Italia e all’Europa, ma soprattutto alle generazioni che verranno, chiamate a immaginare e costruire un nuovo patto tra conoscenza e società. Recensione Con questo saggio Maria Chiara Carrozza propone una riflessione ampia e stratificata sul ruolo del sapere nella società contemporanea, intrecciando la propria esperienza nel mondo della ricerca, dell’università e delle istituzioni con un’analisi lucida delle trasformazioni in atto. Il risultato è un libro che si colloca al crocevia tra divulgazione, riflessione politica e testimonianza personale, capace di affrontare un tema centrale del nostro tempo senza semplificazioni. Il nucleo del volume è racchiuso nella domanda che gli dà il titolo: quale valore attribuiamo oggi alla conoscenza? La risposta dell’autrice si sviluppa lungo più direttrici, evitando ogni riduzione univoca. La conoscenza è certamente una leva economica, alla base dell’innovazione e della competitività, ma è anche, e soprattutto, un bene pubblico, essenziale per il funzionamento delle democrazie e per la costruzione di una cittadinanza consapevole. In questa prospettiva, Carrozza insiste sulla necessità di riconoscerne il valore culturale, sociale e umano, oltre che produttivo. Uno degli elementi più significativi del testo è l’attenzione al sistema della ricerca. L’autrice ne mette in luce potenzialità e fragilità, soffermandosi in particolare sull’importanza della libertà accademica e dell’autonomia della scienza. Senza condizioni adeguate, (finanziamenti stabili, visione strategica, fiducia nelle istituzioni scientifiche), il sapere rischia di perdere la sua capacità di generare progresso. In questo senso, il libro rappresenta anche un richiamo alla responsabilità della politica, chiamata a creare contesti favorevoli allo sviluppo della conoscenza nel lungo periodo. Carrozza dedica ampio spazio anche al tema delle politiche per la formazione e per i talenti, sottolineando come istruzione, università e ricerca debbano essere considerate infrastrutture fondamentali per il futuro di un Paese. La capacità di attrarre, formare e trattenere competenze emerge come una delle sfide decisive, soprattutto in un contesto globale sempre più competitivo. Non manca una riflessione sulle trasformazioni tecnologiche in corso, con particolare attenzione all’impatto dell’innovazione e delle nuove tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale. In questo scenario, la conoscenza assume un duplice ruolo: da un lato motore del cambiamento, dall’altro strumento indispensabile per comprenderlo e governarlo. Ne deriva l’esigenza di un dialogo continuo tra scienza, istituzioni e società, affinché le scelte tecnologiche siano accompagnate da consapevolezza e responsabilità. Un ulteriore filo conduttore del libro è il legame tra conoscenza e qualità della democrazia. L’autrice evidenzia come una società informata, istruita e capace di pensiero critico sia una condizione imprescindibile per il buon funzionamento delle istituzioni democratiche. Al contrario, la svalutazione del sapere e la disattenzione verso la ricerca possono generare effetti profondi e duraturi, indebolendo il tessuto civile. Lo stile è chiaro e accessibile, ma sostenuto da una solida competenza. Carrozza riesce a rendere comprensibili questioni complesse senza banalizzarle, mantenendo un equilibrio efficace tra rigore e divulgazione. Il tono è riflessivo, a tratti anche programmatico, ma sempre orientato a stimolare il dibattito. Nel complesso, Quanto vale la conoscenza si configura come un invito a ripensare il posto del sapere nelle nostre società. Più che offrire risposte definitive, il libro solleva interrogativi cruciali: quanto siamo disposti a investire nella conoscenza? Quale ruolo vogliamo assegnarle nelle politiche pubbliche? E soprattutto, siamo consapevoli del fatto che il suo valore non si misura solo in termini economici, ma nella capacità di orientare il futuro? Questo libro è particolarmente indicato per chi è interessato ai temi della ricerca, dell’istruzione e delle politiche pubbliche, ma anche per lettori curiosi che vogliono comprendere meglio il legame tra conoscenza, innovazione e società. È una lettura utile per studenti universitari, docenti, professionisti del settore scientifico e per chiunque voglia approfondire il ruolo del sapere nel mondo contemporaneo. Alcune note su Maria Chiara Carrozza Maria Chiara Carrozza, scienziata e docente di Bioingegneria e Biorobotica all’Università di Milano Bicocca, è stata Presidente del CNR, ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca e, dal 2007 al 2013, Rettrice della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. I suoi interessi di ricerca sono nel campo della Neurorobotica e della Bioingegneria della riabilitazione. Attualmente svolge ricerca nel Dipartimento di Psicologia dell’Università Bicocca sugli aspetti cognitivi nella relazione uomo-robot, e sulle implicazioni dell’applicazione dell’intelligenza artificiale nella formazione dei bambini. TAG: #saggi, #scienze_sociali, #maria_chiara_carrozza, #voto_quattro

RECENSIONE: Le piccole e grandi cose della scuola (Francesco Viliani, Francesca Dafne Vignaga)
Autore: Francesco Viliani, Francesca Dafne Vignaga Editore: Lapis, 2025 Pagine: 32 Genere: Narrativa per bambini Prezzo: € 15.00 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.edizionilapis.it/libro/9791255190592-le-piccole-e-grandi-cose-della-scuola Anteprima: https://www.edizionilapis.it/libro/9791255190592-le-piccole-e-grandi-cose-della-scuola Trama Un libro che racconta la scuola, fatta di cose piccole che nascondono cose grandissime. Dalla A di astuccio alla Z di zaino, un inventario alfabetico per raccontare tutto ciò che rende la scuola un posto unico. Ogni voce è un gesto, un oggetto, un momento quotidiano che si trasforma in emozione: piccole cose che parlano di scoperte, relazioni, crescita. Dopo Ci sono maestre, ci sono maestri, Francesco Viliani e Francesca Dafne Vignaga tornano in classe con un albo illustrato delicato e ricco di poesia. Un libro che guarda alla scuola con occhi affettuosi e profondi, attraverso testi brevi e intensi, perfetti da leggere ad alta voce, e illustrazioni piene di dettagli da osservare insieme. Pensato per bambini e bambine, ma anche per insegnanti, educatori e genitori: per chi accompagna i più piccoli nel loro cammino tra i banchi, lungo il sentiero della scuola, e vuole farlo con cura, bellezza e consapevolezza. Perfetto per il ritorno a scuola, per aprire il dialogo sul vissuto scolastico, per celebrare – ogni giorno – la magia che nasce tra le pareti di una classe. Età di lettura: da 5 anni. Recensione Ci sono libri che riescono a raccontare la scuola senza parlare di voti, programmi o verifiche, ma soffermandosi su ciò che davvero la rende viva: i piccoli gesti, gli oggetti familiari, le emozioni condivise. Le piccole grandi cose della scuola di Francesco Viliani appartiene a questa categoria e lo fa con una delicatezza rara. Il libro si sviluppa come un percorso alfabetico, in cui ogni lettera diventa l’occasione per evocare un frammento di vita scolastica. Dall’astuccio allo zaino, passando per elementi e momenti che fanno parte dell’esperienza quotidiana, si costruisce una sorta di mosaico fatto di ricordi, sensazioni e scoperte. Non si tratta di una semplice lista: ogni parola apre uno spazio di significato, trasformando ciò che è familiare in qualcosa di più profondo. La forza del libro sta proprio in questa capacità di dare valore al dettaglio. Quelle che sembrano piccole cose diventano improvvisamente grandi, perché racchiudono relazioni, crescita, attese e conquiste. La scuola emerge così non come un luogo astratto, ma come uno spazio concreto e vissuto, fatto di incontri e di esperienze che lasciano il segno. Lo stile è essenziale, ma mai povero: poche parole, scelte con cura, capaci di suggerire più che spiegare. È una scrittura che lascia spazio al lettore, invitandolo a riconoscersi, a ricordare, a completare con la propria esperienza. Anche le immagini contribuiscono a questo dialogo, accompagnando il testo e arricchendolo senza sovraccaricarlo. Pur essendo pensato per i più piccoli, è un libro che parla anche agli adulti. Insegnanti e genitori possono ritrovare tra queste pagine il senso più autentico della scuola, quello che spesso sfugge nella routine quotidiana. È un invito a rallentare, a osservare meglio, a dare importanza a ciò che di solito passa inosservato. In fondo, Le piccole grandi cose della scuola è proprio questo: un invito a cambiare sguardo. A riscoprire la scuola nella sua dimensione più umana, fatta di dettagli semplici ma carichi di significato, capaci di restare nel tempo. Un libro che non alza la voce, ma che riesce comunque a farsi ascoltare. Un testo consigliato ai bambini dai 5 anni, ma anche a insegnanti, educatori e genitori. È particolarmente adatto a chi vuole riflettere sul vissuto scolastico e condividere momenti di lettura insieme. Alcune note su Francesco Viliani Francesco Viliani è laureato in Scienze della formazione, è maestro di scuola primaria. Da sempre appassionato di letteratura per l’infanzia, dopo aver frequentato la Scuola di Teatro di Calenzano, si è specializzato in letture sceniche per bambini e bambine, ragazzi e ragazze. Nel 2024 ha pubblicato con Lapis Ci sono maestre, ci sono maestri, un titolo amatissimo da insegnanti, genitori, alunni. Alcune note su Francesca Dafne Vignaga Francesca Dafne Vignaga è pittrice e grande amante della natura, svolge la sua attività artistica in diversi ambiti, con una particolare attenzione ai progetti di carattere sociale. Ha illustrato libri per bambini in Italia e all'estero, ottenendo diversi riconoscimenti, tra cui il terzo premio della Sharjah International Book Fair nell’aprile 2014. TAG: #narrativa_per_bambini, #francesca_dafne_vignaga, #francesco_viliani, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Sul respirare (Jamieson Webster)
Autore: Jamieson Webster Traduttore: Andrea Libero Carbone Editore: Il Saggiatore, 2026 Pagine: 288 Genere: Saggi, Benessere Prezzo: € 24.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook) Acquista: Libro, Ebook Acquista sito editore: https://www.ilsaggiatore.com/libro/sul-respirare/%29I Trama Inspirare. Espirare. Tra questi due movimenti c’è tutto: noi, i nostri cari, lo sviluppo e il destino delle nostre società e civiltà; la possibilità stessa dell’esistenza su questo pianeta. Sul respirare è l’esplorazione scientifica, filosofica, politica e personale di quest’atto, il più elementare e naturale delle nostre vite. Nell’istante in cui, venendo al mondo, facciamo entrare aria nei polmoni, diventiamo creature slegate dalle nostre madri, sole in un ambiente nuovo e sconosciuto. In quel breve respiro c’è un intero universo di potenzialità: il nucleo di paure, speranze, aspettative e desideri che ci accompagnerà per tutta la vita; l’energia con cui la voce viaggerà nell’aria, trasformandosi in linguaggio. In questo libro, Jamieson Webster racconta il nostro rapporto con il respiro dal punto di vista del corpo, della mente e della cultura che abbiamo prodotto. Dialogando con psicoanalisti quali Sigmund Freud e Wilhelm Reich e figure del calibro di Louise Glück, Kathy Acker e Judith Butler, ma condividendo anche le proprie esperienze cliniche e le proprie vulnerabilità – l’asma di cui ha sofferto da adolescente, la frustrazione provata lavorando nei reparti di terapia intensiva negli anni del Covid e le preoccupazioni di quando è diventata madre –, Webster riflette sull’aria che entra ed esce da noi: qualcosa che non può essere dato per scontato, vettore fragile di urla e risate, pianti, sussurri e canti. In un’epoca di ansia e stress sistemici, cambiamenti climatici e inquinamento atmosferico, Sul respirare riporta l’attenzione sulla nostra interdipendenza come individui e come specie, invitandoci a riconoscere il respiro come uno spazio comune, da proteggere e difendere. Perché non c’è niente di così semplice come respirare, e niente di così complesso come continuare a farlo. Recensione Ci sono libri che partono da grandi idee, e altri che invece scelgono un gesto minimo, quasi invisibile. Sul respirare appartiene a questa seconda categoria: prende qualcosa che facciamo senza pensarci, respirare, e lo trasforma in una chiave di lettura sorprendentemente ampia dell’esperienza umana. Webster, psicoanalista, affronta il tema senza mai ridurlo a un semplice dato biologico. Il respiro diventa subito qualcosa di più complesso: è il primo atto che ci separa dal corpo materno, ma anche ciò che continuamente ci lega al mondo. In questo movimento tra separazione e connessione si gioca una delle intuizioni centrali del libro: non esiste un respiro puramente individuale, perché ogni inspirazione è anche un atto condiviso. Da qui il discorso si allarga, con una naturalezza quasi disarmante. La psicoanalisi entra in scena non come sistema chiuso, ma come pratica viva. Webster suggerisce che il respiro sia stato in qualche modo trascurato dalla tradizione analitica, pur essendone profondamente implicato: parlare, infatti, è sempre anche respirare. E così, senza mai forzare la mano, il libro ci porta a vedere il lavoro analitico come qualcosa che coinvolge il corpo molto più di quanto siamo abituati a pensare. Uno degli aspetti più riusciti è il modo in cui l’autrice intreccia teoria e vita. I ricordi personali – l’asma, la maternità, l’esperienza durante la pandemia – non sono inseriti per creare empatia facile, ma diventano veri e propri punti di accesso al tema. Il respiro, in queste pagine, non è mai astratto: è fragile, interrotto, a volte minacciato. E proprio qui il libro acquista una dimensione più ampia, quasi politica. In un mondo in cui l’aria può essere inquinata, negata, resa irrespirabile, il respiro diventa anche un indicatore di vulnerabilità collettiva. Webster non insiste con toni retorici, ma lascia emergere un’idea precisa: dimenticare il respiro significa anche dimenticare quanto siamo esposti e dipendenti gli uni dagli altri. La forma del libro rispecchia perfettamente questo approccio. Non è un saggio lineare, ma un testo che procede per movimenti, ritorni, associazioni. A tratti può sembrare sfuggente, ma è proprio questa qualità a renderlo coerente con il suo oggetto: il respiro non è regolare né prevedibile, e il pensiero che lo accompagna non può esserlo del tutto. Alla fine, Sul respirare non offre risposte definitive, né vuole farlo. Piuttosto, invita a spostare lo sguardo su qualcosa che di solito ignoriamo, e a riconoscerne il peso, fisico, psichico, politico. È un libro che lavora per sottrazione, ma lascia una traccia persistente. Un libro consigliato a chi ama la saggistica che mescola psicoanalisi, filosofia e narrazione personale; a chi non ha bisogno di una struttura rigidamente argomentativa ma è disposto a seguire un pensiero più libero e associativo; e a chi è interessato a riflettere sul corpo e sulla fragilità contemporanea senza rinunciare alla profondità teorica. Alcune note su Jamieson Webster Jamieson Webster è nata a Jacksonville nel 1979 ed è una psicoanalista statunitense, docente della New York School for Social Research. Collabora regolarmente con Artforum, The New York Times, The New York Review of Books e con diverse pubblicazioni specialistiche. TAG: #saggi, #benessere, #andrea_libero_carbone, #jamieson_webster, #voto_quattro_mezzo

RECENSIONE: Wolf. Cane partigiano. (Rosario Esposito La Rossa)
Autore: Rosario Esposito La Rossa Editore: Einaudi Ragazzi, 2026 Pagine: 112 Genere: Narrativa italiana, Narrativa per ragazzi Prezzo: € 12.90 Acquista: Libro Acquista sito editore: https://www.edizioniel.com/prodotto/wolf-cane-partigiano-9788866569152/ Trama Nato nella Germania nazista e addestrato all’odio, Wolf cresce come cane di una SS. Per lui solo ordini: obbedire, inseguire, mordere. Ma quando la guerra lo porta tra i boschi della Resistenza italiana, l’incontro con il giovane Gino e un gesto di coraggio spezzano il suo destino. Wolf diserta. E diventa ciò che nessuno avrebbe mai immaginato: un cane partigiano. Un libro di narrativa per ragazzi dagli 11 anni. Ispirato a una storia vera, "Wolf – Cane partigiano" è un romanzo potente e commovente sulla libertà, la fedeltà e il riscatto. Una storia che racconta la guerra da un punto di vista inedito e indimenticabile. Perché anche nel buio più fitto si può scegliere la luce. E a volte, a insegnarci da che parte stare, è proprio chi non ha voce. Età di lettura: da 11 anni. Recensione Ci sono storie che scelgono prospettive insolite per raccontare la Storia, e proprio per questo riescono a colpire più a fondo. Wolf. Cane partigiano è una di queste: un romanzo per ragazzi che affronta il tema della Resistenza italiana attraverso gli occhi, e l’esperienza, di un cane addestrato alla guerra. Wolf nasce nella Germania nazista e cresce come cane delle SS, plasmato fin da subito per obbedire, inseguire e attaccare. La sua identità è costruita sull’addestramento e sull’assenza di scelta. È proprio su questo punto che il romanzo costruisce uno dei suoi nuclei più potenti: cosa succede quando un essere abituato a eseguire ordini si trova improvvisamente davanti alla possibilità di scegliere? Il momento di svolta arriva quando la guerra lo conduce nei boschi della Resistenza italiana. Qui l’incontro con il giovane Gino e, soprattutto, un gesto di coraggio aprono una crepa nel suo mondo rigidamente definito. Da quel momento, la traiettoria di Wolf cambia radicalmente: non più strumento di violenza, ma presenza capace di disertare, di legarsi, di “scegliere”, per quanto possibile, una nuova strada. Il romanzo, ispirato a una storia vera, si distingue per la sua capacità di rendere accessibili temi complessi a un pubblico giovane senza semplificarli eccessivamente. La guerra, la propaganda, l’obbedienza cieca e il concetto di libertà emergono con forza, ma sempre filtrati attraverso una narrazione emotiva e coinvolgente. L’idea di raccontare la Resistenza da un punto di vista non umano non è solo originale, ma anche estremamente efficace: crea distanza quanto basta per riflettere, ma allo stesso tempo amplifica l’impatto emotivo. Uno degli aspetti più riusciti del libro è proprio il tema del riscatto. Wolf non è un eroe nel senso tradizionale: è il prodotto di un sistema violento, e proprio per questo la sua trasformazione assume un valore ancora più significativo. Il messaggio che emerge è chiaro e potente: anche nel contesto più buio, esiste la possibilità di cambiare direzione. Non è un percorso semplice né privo di ambiguità, ma è possibile. Dal punto di vista stilistico, l'autore adotta una scrittura diretta, accessibile, pensata per lettori dagli 11 anni, ma capace di parlare anche a un pubblico adulto. La narrazione è scorrevole, intensa, e riesce a bilanciare momenti di tensione con passaggi più intimi e riflessivi. In definitiva è un romanzo che unisce valore educativo e forza narrativa. Non si limita a raccontare una storia di guerra, ma invita a interrogarsi su temi universali come la libertà, la responsabilità e la possibilità di scegliere da che parte stare. Il libro è particolarmente adatto a lettori dagli 11 anni in su, ma è consigliato anche ad adulti interessati a storie sulla Resistenza raccontate da prospettive originali. Ideale per chi cerca una lettura intensa, accessibile e capace di stimolare riflessioni profonde. Alcune note su Rosario Esposito La Rossa Rosario Esposito La Rossa nasce a Napoli nel 1988. È il primo libraio di Scampia e attualmente gestisce le case editrici Marotta&Cafiero e Coppola editore. Collabora con «la Repubblica» e «il Fatto Quotidiano». È stato nominato Cavaliere della Repubblica dal Presidente Mattarella per il lavoro che quotidianamente svolge con gli «Scugnizzi» del territorio di Scampia attraverso lo sport, la letteratura e il teatro. Ha fondato la Scugnizzeria, la casa degli scugnizzi, libreria dove centinaia di bambini passano pomeriggi e si formano attraverso corsi e attività ludiche. Per Einaudi Ragazzi ha scritto Eterni secondi – Perdere è un’avventura meravigliosa, Assenti – Senza giustificazione, Dietro il muro, Lucignolo – Storia di un bambino diventato burattino, Siamo tutti Capaci – Falcone e Borsellino trent’anni dopo e Gino Strada – Medico in prima linea. TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_per_ragazzi, #rosario_esposito_la_rossa, #voto_quattro