RECENSIONE: Bandito (Selma Lagerlöf)

Aggiornamento: 11 giu




Autore: Selma Lagerlöf

Traduttore: Luca Tapparo

Editore: Iperborea, 2022

Pagine: 314

Genere: Narrativa straniera, Classici

Prezzo: € 19.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook)

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Trama

Quando Sven Elversson torna a casa in Svezia, dopo anni di aristocratica educazione inglese e una spedizione al Polo Nord, ad accoglierlo trova solo diffidenza e disgusto: per quanto si metta al servizio della comunità, tutti lo evitano. Hanno saputo che lassù, tra i ghiacci, in preda alla fame e alla disperazione, ha mangiato carne umana, la colpa più grave che si possa commettere, che va contro uno dei più radicati tabù della civiltà: la sacralità della morte. Per i cannibali non c’è pietà. Neppure il giovane parroco riesce a perdonarlo. Anzi, è proprio lui, appena arrivato con la bella moglie Sigrun dalle lontane terre natali per fuggire la maledizione che grava sulla sua famiglia, a denunciarlo pubblicamente e a bandirlo dalla sua chiesa. E sarà lei, l’angelica Sigrun, che conosce la solitudine delle donne vittime di mariti che le «amano troppo» per lasciarle libere di realizzarsi, a vedere in Sven quello che è: un uomo buono e tormentato. Ma anche in quel villaggio di pescatori irrompe con la sua violenza la Prima guerra mondiale. E davanti alle atrocità di quella carneficina, sorge l’inevitabile interrogativo: è più sacra la morte o la vita? È più colpevole chi non rispetta un cadavere o chi accetta l’eccidio di uomini, donne e bambini? Con il crudo realismo di chi ha visto gli orrori del conflitto, ma anche con l’arte di chi sa fondere cronaca e leggende, avventure e senso del sovrannaturale, Selma Lagerlöf racconta una storia di caduta e redenzione che è una profonda denuncia non solo contro la guerra, ma contro tutto ciò che attenta alla dignità, alla libertà e alla sacralità di ogni singola vita umana.


Recensione

Thala e Joel non hanno notizio del loro bambino, affidato bambino a una coppia di inglesi benestanti perché lo educassero e ne facessero il loro erede, da ben diciassette anni. Quello che la coppia scopre nel momento che precede il suo ritorno è sconvolgente: il ragazzo è stato coinvolto in un incidente durante una spedizione al Polo Nord e, insieme ai compagni, per sopravvivere, si è nutrito di carne umana. Per la piccola comunità in cui la famiglia è inserita ciò è un peccato imperdonabile che mette in discussione sia l’appartenenza sociale sia la natura del colpevole.


Nessuno riesce a stare accanto a Sven Elversson; persino il pastore non si trattiene nel denunciare il crimine durante il sermone domenicale. Tutto ciò porta Sven ad essere un bandito, a vivere isolato. Il ragazzo, umile e gentile, accoglie sia gli insulti sia l’isolamento. A nulla valgono i tentativi dei genitori di farlo integrare: gli uomini lo respingono, i bambini lo temono, le pie donne del paese non provano nessuna pietà. Solamente una si dimostra differente: è una giovane dalla straordinaria bellezza, moglie del pastore che ha allontanato Sven dalla sua chiesa. Lei non ha pregiudizi, e vede in lui l’uomo buono che è.


Ciò che colpisce in questo romanzo, scritto nei primi anni del 1900, è la modernità con cui vengono affrontati temi scottanti. Non solo l’effetto dell’emarginazione e del disprezzo sociale sulla vita del singolo, ma anche la condizione della donna, nel momento in cui prova a emanciparsi da una vita che le va stretta. Sigrun, la bella moglie del pastore, infatti, è prigioniera del marito che appare ossessivamente geloso e manipolatore affettivo.

Non vi è alcuno dei personaggi a cui la scrittrice guardi superficialmente, o in un’ottica di condanna definitiva: tutte le storie vengono problematizzate, complicate, ripercorse nei loro sviluppi presenti e passati, e spesso i punti di vista si moltiplicano per offrire un accesso plurimo. Anche al pastore è concessa la sua occasione di redenzione in un’analisi di coscienza che prende atto del male fatto.


Intanto la guerra imperversa con le sue barbarie e si valorizza ciò che vi è di buono nell’essere umano. Nelle ultime pagine, però, l’attenzione del lettore viene spostata dal conflitto mondiale all’ipocrisia di chi giudica male un brav’uomo che ha offeso un cadavere, ma poi si macchia le mani del sangue dei vivi. Questa consapevolezza apre gli occhi all’intera comunità che, da chiusa, si apre verso Sven Elversson, dopo averlo a lungo rifiutato e guardato con disgusto.


L’autrice, vincitrice del premio Nobel per la letteratura, affronta con grande intensità temi fondamentali come la vita, la morte, la solitudine, le scelte, i pregiudizi. Tutto ciò conferisce all’opera un valore inestimabile


 

Alcune note su Selma Lagerlöf

Nata a Mårbacka nel Värmland nel 1858 e morta nel 1940, destinata a diventare, da maestra elementare, prima donna Premio Nobel nel 1909 e prima donna a essere nominata fra gli Accademici di Svezia nel 1914, è forse la scrittrice svedese più nota e amata nel mondo. Dalla Saga di Gösta Berling (1891), censurata aspramente dalla critica positivista, al Viaggio meraviglioso di Nils Holgersson (1907), indiscusso capolavoro e grande successo editoriale che le valse una fama mai concessa ad alcun connazionale, le sue opere sono state tradotte, filmate, illustrate ovunque. Legata alla tradizione orale della sua terra, come a quella delle saghe e delle leggende värmlandesi raccontatele dalla nonna paterna negli anni dell’infanzia, resta uno dei più vivi esempi dell’arte scandinava per eccellenza: quella del raccontare.


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