RECENSIONE: La piccola Amélie (Maïlys Vallade, Liane-Cho Han Jin Kuang)
- Dalla carta allo schermo

- 6 ore fa
- Tempo di lettura: 4 min


Regista: Maïlys Vallade, Liane-Cho Han Jin Kuang
Anno: 2025
Durata: 77 minuti
Genere: Animazione, Drammatico
Trama
La storia ha inizio in Giappone, nei primi anni '70, e segue i primi tre anni di vita di Amélie, figlia di un diplomatico belga. Nei primi due anni, la bambina vive in uno stato di assoluta apatia: non piange, non ride, non interagisce con il mondo esterno. Si autodefinisce un "Dio" o, più cinicamente, un "tubo", un essere puramente biologico che funge solo da passaggio per il cibo e i rifiuti, convinta che la sua immobilità sia una forma di perfezione divina superiore alle fatiche umane.
La svolta avviene quando la nonna paterna, Claude, riesce a scuotere Amélie dal suo torpore offrendole un pezzetto di cioccolato bianco. Questo evento rappresenta un vero e proprio "big bang" sensoriale: il piacere del gusto risveglia la sua coscienza, facendola precipitare dallo stato divino a quello umano. Da quel momento, Amélie inizia a percepire il mondo con un'intensità travolgente, imparando a parlare e a scoprire la bellezza e l'orrore della realtà che la circonda.
Al centro del suo nuovo mondo umano si staglia la figura di Nishio-san, la giovane governante giapponese che diventa il suo unico vero legame d'amore e il suo ponte verso la cultura nipponica. Attraverso gli occhi di Nishio, Amélie impara a vedere il giardino della loro casa non più come un confine, ma come un universo magico popolato da carpe koi, cicale e Yōkai (creature soprannaturali della cultura giapponese). È in questo periodo che la bambina matura la convinzione di essere giapponese, rifiutando interiormente le sue radici europee.
Tuttavia, la scoperta della vita porta con sé anche la scoperta del dolore e della crudeltà. Amélie sperimenta la gelosia, la manipolazione e, soprattutto, l'incontro traumatico con la morte, simboleggiato dalla morte della nonna e da un incidente nel laghetto delle carpe del giardino. Questo episodio segna la fine definitiva della sua onnipotenza infantile: Amélie comprende di essere vulnerabile e che il mondo non obbedisce ai suoi desideri.
La vicenda trova il suo culmine con l'annuncio del ritorno della famiglia in Belgio. Per Amélie, questo significa la fine del suo mondo, il distacco straziante da Nishio e l'abbandono del Giappone, la sua patria spirituale. Il film si chiude con il passaggio dall'infanzia mitica alla realtà della crescita, sottolineando come l'identità di Amélie sia ormai indissolubilmente legata a quei primi, intensissimi anni vissuti sotto il sole del Giappone.
Recensione
La piccola Amélie è un film d’animazione che affronta una sfida rara: tradurre in immagini l’interiorità di un testo fortemente autobiografico e introspettivo, restando fedele allo spirito del libro da cui è tratto (Metafisica dei tubi di Amélie Nothomb). Il risultato è un’opera delicata, contemplativa e profondamente sensoriale, che rifugge le strutture narrative tradizionali per costruire un racconto fatto di percezioni, ricordi e micro-eventi carichi di significato.
La storia segue Amélie nei suoi primi anni di vita, durante l’infanzia trascorsa in Giappone. All’inizio, la bambina è quasi immobile, chiusa in una sorta di mutismo emotivo: il mondo esiste, ma lei sembra non reagire, come se fosse separata da tutto ciò che la circonda. È solo attraverso una serie di esperienze fondamentali – il contatto con l’acqua, il cibo, la voce, la scoperta del piacere e del dolore, che Amélie inizia gradualmente a “nascere” al mondo. Il film riprende fedelmente questa struttura episodica del libro, fatta di rivelazioni improvvise più che di azioni, restituendo l’idea che l’identità non si formi tutta in una volta, ma per accumulo di sensazioni.
Uno degli elementi centrali, sia nel libro che nel film, è il rapporto con Nishio-san, la tata giapponese. Attraverso di lei, Amélie sperimenta l’affetto, la protezione e un senso di appartenenza che va oltre il linguaggio. La loro relazione è raccontata con estrema sobrietà, evitando ogni sentimentalismo esplicito: sono i gesti quotidiani, i rituali e i silenzi a costruire il legame. È proprio questa attenzione al non detto che rende il film particolarmente fedele alla matrice letteraria, capace di suggerire più che spiegare.
Dal punto di vista visivo, l’animazione si mette completamente al servizio dello sguardo infantile. Le proporzioni si deformano, gli oggetti assumono un valore simbolico, gli elementi naturali – l’acqua, la pioggia, il giardino – diventano spazi di scoperta e trasformazione. La scelta cromatica accompagna l’evoluzione della protagonista: all’inizio prevalgono tonalità più statiche e controllate, che si aprono progressivamente a colori più vivi man mano che Amélie entra in relazione con il mondo. È una regia che non cerca mai l’effetto spettacolare, ma lavora sulla suggestione e sulla memoria.
Tematicamente, La piccola Amélie è un film che parla di identità, spaesamento e formazione, ma anche di perdita. L’esperienza giapponese, vissuta come un luogo originario e quasi mitico, è destinata a interrompersi, lasciando nella protagonista una nostalgia profonda che diventerà parte integrante della sua personalità. Il film riesce a comunicare questa dimensione malinconica senza appesantire il racconto, mantenendo sempre il punto di vista della bambina, per la quale anche l’addio è qualcosa che non si comprende del tutto, ma si sente intensamente.
La narrazione, volutamente lenta e frammentaria, può risultare distante per chi cerca una storia classica o un intrattenimento immediato. Tuttavia, questa scelta è coerente con il materiale di partenza e rappresenta uno dei maggiori pregi del film: La piccola Amélie non semplifica il libro, ma ne accoglie la complessità emotiva e la trasforma in linguaggio cinematografico.
Un film d’animazione raffinato e sensibile, che riesce a essere fedele al libro senza diventare illustrativo, e che conferma come l’animazione possa essere uno strumento potente per raccontare l’infanzia non come favola, ma come esperienza fondativa dell’essere umano.
La piccola Amélie è consigliato a chi ama l’animazione d’autore, a chi apprezza il cinema contemplativo e sensibile, e a chi ha amato il libro originale o è interessato a racconti che esplorano l’infanzia come esperienza fondativa, più che come semplice favola. Meno adatto, invece, a chi cerca un ritmo serrato o una narrazione tradizionale.
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