RECENSIONE: Elvis (Baz Luhrmann)




Regista: Baz Luhrmann

Interpreti: Austin Butler, Tom Hanks, Helen Thomson, Richard Roxburgh, Olivia DeJonge, Luke Bracey, Natasha Bassett, David Wenham, Kelvin Harrison Jr., Xavier Samuel, Kodi Smit-McPhee, Yola, Shonka Dukureh, Alton Mason, Gary Clark Jr., Dacre Montgomery, Leon Ford, Kate Mulvany, Elizabeth Cullen, Chaydon Jay, Mark Leonard Winter, Melina Vidler, Nicholas Bell, Christopher Sommers, Josh McConville, Miranda Frangou, Gareth Davies, Adam Dunn

Anno: 2022

Durata: 159 minuti

Genere: Drammatico, Biografico, Musicale



 

Trama

Il film esplora la vita e la carriera musicale di Elvis Presley, viste attraverso il prisma della sua complicata relazione con l’enigmatico manager, il colonnello Tom Parker. La storia approfondisce le complesse dinamiche tra Presley e Parker nell'arco di oltre vent'anni anni, dall'ascesa alla fama di Elvis, che lo consacrerà come il Re del Rock: la stella brillante del Re spicca ancora più fulgida sullo sfondo della rivoluzione culturale del paese e della perdita dell'innocenza americana. Al centro di questo viaggio c’è una delle persone più significative e influenti nella vita di Elvis, Priscilla Presley.


Recensione

Elvis Presley, una leggenda. Un mito e una figura titanica che, come molti grandi artisti, si è spento fin troppo velocemente, bruciando ardentemente e spingendosi oltre i limiti. Ma chi ha ucciso realmente il ragazzo di Memphis, morto a soli 42 anni? Il nuovo film diretto da Baz Luhrmann (Moulin Rouge, Il grande Gatsby) prova a rispondere alla domanda, dando una raffinata e romantica interpretazione.


Il regista con questa storia racconta non solo l'ascesa e il declino di una rock star, ma anche il suo problematico rapporto con il suo manager, l'enigmatico Colonnello Tom Parker interpretato da Tom Hanks. Proprio quest'ultimo dirige le fila principali del racconto e trascina il pubblico in un ottovolante folle, caratterizzato da luci e ombre. Un ritratto di Elvis Presley tra il divino e l'umano, a tratti eccessivamente frammentato e rocambolesco, ma efficace nel descrivere la sua parabola artistica e familiare, specialmente nell'analizzare le sue fragilità mascherate dalla perfezione del palcoscenico.


Elvis è una pellicola che si concentra maggiormente sulla consacrazione divina del cantante e poco sulla sua intera vita musicale e personale.


La creazione di un mito inizialmente fondato ad hoc da Parker e poi portato avanti da altri produttori e agenti nel corso del tempo, con l'imbonitore Tom che ha sempre l'ultima parola. Il giovane originario di Tupelo, cresciuto nella povertà in un quartiere prevalentemente abitato da afroamericani ed influenzato dalla loro musica, dal rhythm and blues e dal gospel, presenta un talento straordinario che però risulta imbrigliato in un sistema più grande di lui che lo vede solo come una macchina macina soldi. Se escludiamo le fasi iniziali della sua carriera, la rock star dal ciuffo ribelle è sempre accompagnata dalla mano del Colonnello: il risultato è una figura iconica, plasmata dietro le quinte dall'acume produttivo del suo manager e ovviamente dalla sua propensione naturale al palcoscenico.


Il lungometraggio non è solo un brillante biopic, ma anche un raffinato e intelligente spaccato dell'industria musicale a cavallo tra gli anni '50 e '70, quando ancora si sperimentava un sistema ancora in costruzione. Grazie a queste diverse letture, si hanno quindi due punti di vista della storia: quello di Parker che accompagna tutto il film e che si sofferma sugli aspetti legati alla manipolazione e invenzione del Re del rock e quello di Elvis stesso, più sottile e meno esplicito, che invece racconta al pubblico l'uomo dietro il mito. Un timido ragazzo legatissimo alla madre e dalla fragilità spiccata che ha colto un'opportunità invidiabile che l'ha condotto verso il successo, ma anche verso la rovina.


Baz Luhrmann per gestire gli elementi legati al vissuto più intimo del personaggio e alla sua trasformazione in pilastro della musica, sceglie l'eccesso come perno centrale dell'esperienza cinematografica. Ciò, se è perfettamente funzionale nel dipingere gli aspetti artistici del protagonista, non lega bene con componenti più private e personali dell'artista. La strada narrativa intrapresa dalla sceneggiatura non è sempre cronologica, ma molto spesso è guidata dalle emozioni.


I quadri della vita e della carriera di Presley sono frammentati, riproducendo bagliori e oscurità di un essere sensibile e imperfetto, con continui cambi di scena che non è sempre facile seguire. La regia, in modo similare, è barocca: il regista compone sequenze eclettiche, dove alla riproduzione di concerti de il Re, vengono accostate scene oniriche frutto della fantasia del regista, inquadrature da più punti di vista e frammenti in bianco e nero.


Un collage poliedrico che, nonostante tutto, riesce ad ammaliare lo spettatore, ma anche a tenerlo distante dalle vicende del cantante statunitense. Un eccesso, quindi, in entrambi i lati: quando si avvicina all'empatia i sentimenti sono quasi tangibili, quando invece attraversa l'alienazione prende derive totalmente caotiche e scoordinate. Da sottolineare anche la particolare colonna sonora che, come già accaduto ne Il grande Gatsby, mischia la musica del periodo con cover moderne, coinvolgendo artisti come i nostrani Maneskin, Eminem, Tame Impala, Doja Cat, Jack White e molti altri.


Passando al cast, abbiamo un Austin Butler che regala un'interpretazione di Elvis trascinante come la sua musica, caleidoscopica e camaleontica nella sua capacità di passare agevolmente tra l'uomo e la divinità, mettendo in evidenza l'ansia e le paure, la gloria e l'autodistruzione. Una performance squilibrata e toccante, figlia anch'essa dell'eccesso di Luhrmann. Tom Hanks, d'altro canto, dà vita ad un personaggio più monocorde e meschino, maggiormente tradizionale e schematico, che con la bravura dell'attore tocca vette di insana brutalità e che riesce comunque, nonostante tutto, a rompere una breccia nel cuore degli spettatori.


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