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RECENSIONE: Oppenheimer (Christopher Nolan)




Regista: Christopher Nolan

Interpreti: Cillian Murphy, Kenneth Branagh, Florence Pugh, Emily Blunt, Jack Quaid, Robert Downey Jr., Matt Damon, Josh Hartnett, Rami Malek, David Dastmalchian, Jason Clarke, Josh Peck, Dane DeHaan, Michael Angarano, James D'Arcy, David Rysdahl, Ben Safdie, David Krumholtz, Matthew Modine, Alden Ehrenreich, Matthias Schweighöfer, Louise Lombard, Emma Dumont, Scott Grimes, Dylan Arnold, Christopher Denham, Guy Burnet, Gregory Jbara, Harrison Gilbertson, Olli Haaskivi, Danny Deferrari, Alex Wolff, Gary Oldman

Anno: 2023

Durata: 180 minuti

Genere: Biografico, Drammatico



 

Trama

La storia dello scienziato americano J. Robert Oppenheimer e il suo ruolo nello sviluppo della bomba atomica.


Recensione

Chistopher Nolan confeziona un film che ti svuota le parole, il fiato e le emozioni. Una pellicola che è una violenta esplosione nello stomaco e che è un atto d'amore che il regista scrive al cinema, ma anche un urlo d'odio che lancia al mondo.


Il film è la biografia di J. Robert Oppenheimer, il fisico e l'uomo che ha inventato la bomba atomica. È un racconto di tre ore lungo, denso, stratificato, scandito attraverso tre atti sacrosanti che percorrono tre tappe cruciali di una storia che ha sconvolto l'umanità: la creazione, lo scoppio, le conseguenze sul mondo.


Tre ore di dialoghi, sguardi e decisioni che hanno plasmato lo svolgersi di una guerra, ma anche di una civiltà. Centottanta minuti che non si fermano mai, che guardano avanti e indietro nel tempo. Il tempo, la bussola con cui Nolan orienta da sempre il suo sguardo cinematografico: una narrazione non lineare, divisa a sua volta in tre momenti che il regista guarda con filtri diversi. Un passato in cui i colori sono caldi, tenui, un tempo di mezzo che è il purgatorio freddo e grigio subito dopo l'inferno, un presente in bianco e nero perché a partire da quello scoppio il mondo ha perso colore. In cui tutto è morto. Quando Oppenheimer, da Prometeo che dona il fuoco agli uomini, diventa Morte, il distruttore di mondi. O meglio, del mondo. Un intreccio quanto mai perfetto, il cui unico limite è il ritmo con cui la prima parte della trama si fa strada prima dell'esplosione; ma quando tutto deflagra, corre, non si ferma più, e ti scaraventa addosso tutto il dolore, tutto il marcio, tutta la cenere di un fuoco che non può più ardere, perché non c'è più nulla da bruciare.


Una storia fatta di contraddizioni e di opposti, di scontri politici e lotte interiori. Tutto, o quasi, vissuto dagli occhi di ghiaccio di Cillian Murphy, che risplendono per riflettere il vuoto. L'interpretazione migliore della sua carriera, quella di un uomo diviso tra due mondi, due ideologie, due Paesi, due cuori, due donne (Florence Pugh da una parte, che veste i panni dell'amante Jean Tatlock, ed Emily Blunt nel ruolo della moglie Kitty, entrambe splendide ed intense). Un racconto che, nella definizione del suo protagonista, lascia interdetto, a metà tra l'orrore per un mostro e la compassione per chi si è pentito troppo tardi.


Un intreccio figlio di un cinema nolaniano, non lineare e pensato ad incastro, ma spiazzante a sufficienza per mettere insieme il puzzle e riflettere sul valore assoluto di un'opera totalizzante. E quindi, in generale, un film che è la sintesi del suo autore.


Nolan trae il meglio dai dialoghi, cattura l'essenza con gli sguardi, modella il talento dei suoi attori (anche Robert Downey Jr. impressiona a livelli altissimi). Cattura fotogrammi indimenticabili, accompagnati da una musica firmata da un Ludwig Goransson che letteralmente non si ferma mai, tranne nei momenti topici. Poi c'è l'esplosione: attimi in cui il tempo, la musica, i battiti, si fermano e l'unico suono che conta è il respiro incessante che scandisce i secondi che hanno cambiato l'umanità.


Vi è poi il sonoro. Devastante, avvolgente, totale. Perfetto. Un vortice di suoni, rumori, disturbi, che amplificano l'angoscia e potenziano a dismisura il coinvolgimento. Un'opera straordinaria perché più artigianale di così non si può: zero CGI, girata nel prezioso formato 70 mm che merita tutti gli sforzi del mondo per essere ammirata sullo schermo più grande possibile. Grande cinema scandito dall'uso magistrale del montaggio, complementare ad una regia ricercata che segna una nuova e più complessa maturità per lo stesso regista.


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