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RECENSIONE: Il grande buio (Enrico Macioci)




Autore: Enrico Macioci

Editore: Neo Edizioni, 2025

Pagine: 200

Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea

Prezzo:  € 17.00 (cartaceo), € 6.99 (ebook)

Acquista: Libro, Ebook



Trama

Mistero, qualcosa di oscuro, inafferrabile eppure tremendamente familiare. Una sensazione che provoca spaesamento, un turbamento dai contorni sfuggenti, il germe dell'arcano che seduce e affascina: questo è il perturbante. Non aggettivo, ma sostantivo, quasi fosse un'entità, una presenza. Dieci storie, ognuna delle quali cerca di afferrarne le possibili forme, prova a raccontarne gli improvvisi svelamenti. Una riunione di condominio è la scena, non di un crimine, ma della fine del mondo; una donna racconta del suo essere madre e il ricordo porta a un omicidio; marito e moglie fanno la solita passeggiata in montagna ma stavolta c'è qualcosa o qualcuno insieme a loro; una coppia di ospiti convive con un odore nauseabondo mentre il padrone di casa che li ospita è partito alla ricerca della propria compagna; un uomo è svegliato nel bel mezzo di una notte estiva, in strada qualcuno sta giocando a tennis, il poc, poc, poc della pallina è il richiamo verso l'ignoto. C'è poi chi dà un nome all'ignoto, è uno dei protagonisti, lo chiama "il grande buio", dice che avvolge e permea il nostro mondo. E quando affiora, inghiotte.


Recensione

Con Il grande buio, Enrico Macioci consegna al lettore una raccolta di racconti che lavora in profondità sul concetto di inquietudine, scegliendo una strada lontana dall’orrore esplicito e più vicina a una forma di perturbante quotidiano, silenzioso, spesso difficile da nominare. Il volume raccoglie dieci racconti, diversi per ambientazione e situazione narrativa, ma tenuti insieme da una coerenza tematica forte e riconoscibile.


Il “buio” evocato dal titolo non è solo uno spazio fisico o una condizione esterna: è soprattutto una zona interiore, una crepa che si apre nei rapporti umani, nella memoria, nelle dinamiche familiari e sociali. Macioci ambienta le sue storie in contesti apparentemente ordinari: condomini, case, paesaggi naturali, relazioni genitoriali, momenti di routine. Proprio da lì fa emergere qualcosa che destabilizza. L’effetto è quello di uno scarto improvviso ma mai urlato: il reale resta riconoscibile, ma smette di essere rassicurante.


Uno degli aspetti più interessanti della raccolta è la capacità dell’autore di trasformare situazioni comuni in esperienze liminali. Una semplice riunione di condominio può assumere un peso simbolico e claustrofobico, diventando il luogo in cui si manifestano tensioni profonde e un senso di minaccia collettiva. In altri racconti, il nucleo familiare, e in particolare la maternità, viene attraversato da eventi traumatici che rompono l’idea di protezione e cura, portando il lettore a confrontarsi con zone d’ombra difficili da accettare.


La natura, spesso presente, non è mai uno sfondo neutro: montagne, spazi aperti, luoghi isolati diventano territori ambigui, dove il confine tra reale e altro si assottiglia. Macioci non spiega, non rassicura, non chiude sempre i significati: preferisce lasciare che il non detto lavori nella mente del lettore, prolungando l’inquietudine anche dopo la fine del racconto.


Dal punto di vista stilistico, la scrittura è misurata, essenziale, ma fortemente evocativa. Non c’è compiacimento nell’orrore né ricerca dell’effetto facile. Al contrario, l’autore costruisce atmosfere dense attraverso dettagli, silenzi e scelte narrative precise. Il ritmo dei racconti è calibrato per accompagnare il lettore verso una sensazione di disagio crescente, spesso più psicologica che narrativa, ma proprio per questo efficace.


Un altro elemento centrale della raccolta è il rapporto tra individuo e comunità. Molti racconti mettono in scena meccanismi collettivi, dinamiche di gruppo, ruoli sociali che finiscono per schiacciare o isolare i singoli personaggi. Il buio, in questo senso, non è solo personale ma anche condiviso, quasi strutturale, come se fosse parte integrante del vivere insieme.


Un libro che richiede attenzione e disponibilità all’ascolto. Non offre soluzioni né spiegazioni definitive, ma pone domande, apre fratture, costringe a sostare in zone scomode. È una lettura consigliata a chi ama i racconti che scavano più che intrattenere, che lavorano sull’atmosfera e sul sottotesto, e che sanno rendere inquietante ciò che, fino a un attimo prima, sembrava normale. Un libro che non cerca di illuminare il buio, ma di farci entrare dentro.



Alcune note su Enrico Macioci

Enrico Macioci è nato a L’Aquila nel 1975. Laureato in Giurisprudenza, poi in Lettere moderne con una tesi su Cuore di tenebra di Joseph Conrad. Da semplice lettore, è diventato un grande conoscitore di Stephen King e della sua produzione letteraria. Dopo la raccolta di racconti Terremoto (Terre di mezzo, 2010), ha pubblicato i romanzi La dissoluzione familiare (Indiana, 2012), Breve storia del talento (Mondadori, 2015) rivisto e ripubblicato in una nuova edizione col titolo L’estate breve (TerraRossa, 2024), Lettera d’amore allo yeti (Mondadori, 2017), Tommaso e l’algebra del destino (Sem, 2020), Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia (TerraRossa, 2022). Il grande buio segna il suo felice ritorno ai racconti.


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