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RECENSIONE: Kolchoz (Emmanuel Carrère)




Autore: Emmanuel Carrère

Traduttore: Francesco Bergamasco

Editore: Adelphi, 2026

Pagine: 407

Genere: Narrativa straniera, Biografie

Prezzo: € 22.00 (cartaceo), € 15.49 (ebook)

Acquista: Libro, Ebook



Trama

Ci sono stati, nell'infanzia di Emmanuel Carrère, momenti di memorabile beatitudine: quelli in cui, in occasione dei viaggi del padre, a lui e alle due sorelle minori era concesso di trasferirsi nella camera dei genitori. «Marina, che era la più piccola, dormiva nel lettone. Nathalie e io portavamo i nostri materassi o semplicemente mettevamo dei cuscini intorno al letto. A questo rito mia madre aveva dato un nome: fare kolchoz. Ci piaceva da morire fare kolchoz». I tre fratelli, ormai più che adulti, ripeteranno quel rito nella camera di un hospice, raccogliendosi attorno alla madre per trascorrere con lei l'ultima notte della sua vita. Sarà proprio Emmanuel a chiuderle gli occhi; e poco tempo dopo inizierà la stesura di questo libro. Che è al tempo stesso il grande «romanzo familiare» in cui Carrère, da quel formidabile narratore che è, ricostruisce la storia – perigliosa, tormentata, avvincente come una saga – delle due famiglie da cui discendeva sua madre, quella russa e quella georgiana; il racconto di come la povera, orgogliosa Hélène Zourabichvili dal cognome impronunciabile sia diventata la più influente storica francese dell'Unione Sovietica prima e della Russia poi, fino a essere eletta segretaria perpetua dell'Académie française; e una struggente dichiarazione d'amore per questa donna dura, autoritaria, avida di riconoscimenti accademici e mondani, ma anche coraggiosa, tenace, generosa, di cui il figlio non nasconde ombre e asprezze, rendendole l'omaggio più esaltante che uno scrittore possa tributare alla propria madre: trasformarla in uno strepitoso personaggio romanzesco.


Recensione

Con Kolchoz, Emmanuel Carrère torna nel territorio che gli appartiene più profondamente: quello in cui autobiografia, memoria familiare e Storia si intrecciano fino a diventare indistinguibili. Ma questa volta il movimento dello scrittore appare diverso, più scoperto, più definitivo. Se molti dei suoi libri precedenti ruotavano attorno a figure esterne, criminali, dissidenti, fanatici religiosi, personaggi politici o uomini travolti dalla propria ossessione, qui Carrère sceglie di guardare direttamente verso il centro della propria origine: sua madre, Hélène Carrère d’Encausse. Il risultato è un libro vasto, doloroso, densissimo, che ha il respiro del grande romanzo familiare e insieme la precisione emotiva di una confessione privata.


Il titolo racchiude già il nucleo simbolico dell’opera. “Fare kolchoz” era il nome dato in famiglia a un piccolo rito dell’infanzia: quando il padre era assente, Emmanuel e le sue sorelle dormivano insieme nella camera della madre, accampandosi attorno al letto come una piccola comunità domestica. Quel gesto infantile di vicinanza e protezione ritorna molti anni dopo, in modo straziante, durante l’ultima notte trascorsa accanto alla madre morente in hospice. È da quella scena che nasce il libro. Non come semplice elaborazione del lutto, ma come tentativo di capire davvero chi fosse quella donna che aveva dominato la vita familiare e intellettuale della famiglia Carrère.


Hélène Carrère d’Encausse è infatti una figura imponente. Storica celeberrima della Russia e dell’Unione Sovietica, segretaria perpetua dell’Académie française, incarnava per molti versi un’idea quasi sacrale dell’autorità culturale francese. Ma ciò che rende Kolchoz straordinario è il fatto che Carrère non costruisce mai un ritratto celebrativo. Al contrario, la madre emerge pagina dopo pagina in tutta la sua complessità: brillante, autoritaria, mondana, instancabile, spesso dura, a tratti persino crudele, ma anche vulnerabile, coraggiosa e segnata dall’esilio familiare.


Carrère affronta questa figura con uno sguardo che oscilla continuamente tra ammirazione, dolore, lucidità e bisogno di riconciliazione. In alcune pagine si avverte ancora il peso esercitato dalla madre sul figlio scrittore; in altre emerge invece una tenerezza quasi infantile, soprattutto quando riaffiorano i ricordi dell’infanzia o i frammenti degli ultimi giorni di vita di Hélène. È proprio questa ambivalenza a dare forza al libro. Carrère non cerca mai di assolversi né di assolvere la madre. Cerca piuttosto di comprenderla, e forse di comprendere sé stesso attraverso di lei.


Da questo punto di vista, Kolchoz appare come il naturale proseguimento di Un romanzo russo, ma con un tono molto diverso. Là dominava ancora il conflitto aperto, il desiderio quasi febbrile di portare alla luce segreti familiari e traumi nascosti. Qui invece prevale una forma di maturità dolorosa. L'autore sembra sapere che la verità assoluta sui propri genitori è impossibile da raggiungere, e proprio per questo il libro assume un carattere profondamente umano.


La materia autobiografica si allarga rapidamente fino a diventare una vera saga europea. Attraverso la genealogia della madre, Carrère ricostruisce infatti il destino di famiglie aristocratiche russe e georgiane travolte dalla Rivoluzione d’Ottobre, dall’esilio e dalle trasformazioni del Novecento. Il libro attraversa epoche, paesi e classi sociali: dalla Russia imperiale alla Francia del dopoguerra, dalle memorie dell’aristocrazia caucasica fino ai salotti intellettuali parigini. Eppure nonostante la ricchezza storica e documentaria, Kolchoz non perde mai il proprio centro emotivo.


Molti critici francesi hanno sottolineato proprio questa capacità di Carrère di trasformare la genealogia in letteratura viva. Alcune recensioni uscite in Francia hanno parlato del libro come di una “fresque familiale”, una grande affresco familiare in cui la memoria privata diventa il riflesso delle fratture della storia europea. Ed è effettivamente ciò che accade durante tutta la lettura: le vicende individuali non restano mai isolate, ma vengono continuamente attraversate dalla Storia con la S maiuscola. La rivoluzione russa, l’esilio, il collaborazionismo, la guerra, la trasformazione dell’Europa e persino il rapporto contemporaneo con la Russia diventano parte integrante della narrazione familiare.


Uno degli elementi più affascinanti del libro è il modo in cui lo scrittore d'Oltralpe lega le persone ai luoghi. Case, appartamenti, piscine comunali, studi, alberghi e città assumono quasi un valore simbolico. L’appartamento dell’Institut de France, dove la madre visse dopo la nomina all’Académie française, viene descritto come una sorta di mausoleo elegante e freddo, immagine perfetta del prestigio e della distanza emotiva che caratterizzavano la sua figura pubblica. Al contrario, la piccola casa familiare di Cazères, vicino Tolosa, rappresenta nel ricordo dello scrittore uno spazio di autenticità e vicinanza, il luogo in cui la famiglia sembrava finalmente esistere davvero.


Questa attenzione agli spazi non è soltanto descrittiva. Carrère usa le case e gli ambienti come strumenti narrativi per raccontare i rapporti umani. Lo studio luminoso della madre e quello oscuro del padre, posti alle estremità opposte dell’appartamento parigino, diventano la rappresentazione fisica di un matrimonio vissuto quasi da separati. È uno dei molti momenti in cui la scrittura di Carrère riesce a trasformare dettagli apparentemente semplici in immagini letterarie estremamente potenti.


Dal punto di vista stilistico, Kolchoz conferma tutte le qualità migliori dell’autore francese. La scrittura è limpida, discorsiva, capace di passare dalla riflessione storica all’intimità più dolorosa senza perdere naturalezza. Carrère mantiene sempre un tono di apparente semplicità, ma dietro quella fluidità si percepisce un enorme lavoro di costruzione narrativa. Il libro procede attraverso digressioni, ritorni temporali, frammenti di memoria e riflessioni personali, seguendo il movimento stesso del pensiero e del ricordo.


Ciò che colpisce maggiormente è la sincerità dello sguardo. Carrère non cerca mai effetti melodrammatici. Anche i momenti più commoventi vengono raccontati con un controllo emotivo che rende il dolore ancora più autentico. La scena finale accanto alla madre morente, ad esempio, evita qualsiasi retorica e proprio per questo riesce a risultare devastante.


Naturalmente Kolchoz non è un libro immediato né pensato per un consumo veloce. Richiede attenzione, tempo e disponibilità a entrare dentro una materia narrativa molto densa. Alcuni passaggi genealogici o storici possono risultare impegnativi, soprattutto per chi non ha familiarità con la storia russa o con l’universo culturale francese evocato nel libro. Tuttavia anche queste parti trovano senso all’interno del progetto complessivo dell’opera: Carrère non sta semplicemente raccontando una famiglia, ma il modo in cui le vite private vengono modellate dalla Storia.


Nel panorama della narrativa contemporanea, Kolchoz appare come uno dei libri più maturi e importanti dell'autore. È un’opera che dialoga continuamente con tutta la sua produzione precedente, ma che allo stesso tempo sembra voler tirare le somme di un percorso letterario e umano. C’è dentro il tema dell’identità russa già presente in Limonov e Un romanzo russo, c’è la riflessione sulla memoria personale, c’è il bisogno quasi ossessivo di capire gli esseri umani senza ridurli a categorie morali semplici. Ma qui tutto appare più essenziale, più spoglio, più intimo.


Alla fine della lettura resta soprattutto una sensazione di malinconia profonda. Carrère sembra sapere che nessun libro potrà davvero restituire i morti, eppure continua a scrivere come se la letteratura potesse almeno salvarne la presenza. Kolchoz nasce proprio da questa tensione: il desiderio impossibile di trattenere qualcuno attraverso il racconto. Ed è forse questo il motivo per cui il libro riesce a toccare così profondamente il lettore. Pur parlando di una famiglia eccezionale, attraversata da aristocrazie russe, accademie francesi e grandi eventi storici, Carrère arriva infine a qualcosa di universale: il rapporto irrisolto che ogni figlio intrattiene con i propri genitori e con il proprio passato.


Un testo consigliato a chi ama la grande narrativa autobiografica, le saghe familiari, i romanzi che intrecciano esperienza privata e Storia europea, ma anche a chi cerca una letteratura capace di interrogare davvero la memoria e le relazioni umane. È invece meno adatto a chi desidera una trama rapida o una lettura puramente d’intrattenimento.



Alcune note su Emmanuel Carrère

Janet Malcolm è nata nel 1934 e morta nel 2021, giornalista e scrittrice, è stata una delle colonne del « New Yorker », dove Il giornalista e l’assassino è apparso in due puntate, nel marzo del 1989, per poi uscire l’anno seguente in volume. La presente edizione, la prima in lingua italiana, è accompagnata da uno scritto di Emmanuel Carrère


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