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RECENSIONE: L'albero delle parole (Teolinda Gersão)




Autore: Teolinda Gersão

Traduttore: Chiara Rodella

Editore: Voland, 2025

Pagine: 228

Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea

Prezzo: € 19.00 (cartaceo), € 7.99 (ebook)

Acquista: Libro, Ebook



Trama

Nel Mozambico portoghese, la piccola Gita trascorre le giornate circondata dalla natura africana in compagnia della governante Lóia e nell’assoluta adorazione del padre Laureano. La meraviglia e la spontaneità della bambina contrastano con l’insoddisfazione e l’amarezza della madre Amélia, che mal tollera il rapporto tra la domestica e la figlia. Dietro la sua ostilità si cela un passato di disillusione, le speranze tradite di un matrimonio per procura, il sogno di una vita migliore andato in frantumi. Anni dopo, spetterà a Gita desiderare un futuro diverso per sé e per il paese. L’infanzia e l’età adulta, l’indipendenza e la soggezione, l’amicizia e il razzismo: nell’Africa orientale narrata da Teolinda Gersão le differenze si fondono, dando origine a un universo magico fatto di parole e sogni.


Recensione

Questo è un romanzo che intreccia formazione personale e memoria storica, costruendo un racconto in cui l’infanzia diventa lente privilegiata per osservare il mondo degli adulti e le contraddizioni di un’epoca. Ambientato in Mozambico durante gli ultimi anni del dominio coloniale portoghese, il libro segue soprattutto lo sguardo di Gita, una bambina che cresce in un contesto attraversato da tensioni profonde, che lei percepisce solo in parte, filtrandole attraverso la naturale apertura dell’età infantile.


Il cuore del romanzo sta nel contrasto tra due modi opposti di stare nel mondo: quello di Gita e quello della madre, Amélia. Gita vive l’ambiente africano come spazio di scoperta, libertà e relazione. La natura, i gesti quotidiani, la presenza affettiva del padre e il legame con Lóia, la donna africana che si prende cura di lei, costruiscono per la bambina un orizzonte emotivo in cui l’alterità non è minaccia, ma possibilità di contatto. La sua è un’infanzia attraversata dalla curiosità, dalla capacità di accogliere ciò che è diverso, dal desiderio spontaneo di appartenere al mondo che la circonda.


Amélia, al contrario, incarna una forma di chiusura. È una donna segnata dalla frustrazione, da un senso di fallimento personale e da un disagio profondo nei confronti del luogo in cui vive. L’Africa, per lei, non è casa ma esilio, e questo sradicamento interiore si traduce in un rapporto difficile con la figlia. La maternità, anziché essere spazio di riconoscimento reciproco, diventa terreno di distanza, di incomprensione, a tratti di durezza emotiva. In questo scarto tra madre e figlia si riflette anche un conflitto più ampio: quello tra chi riesce ad aprirsi all’altro e chi, per paura o per ferite non elaborate, si irrigidisce in una visione del mondo difensiva e amara.


Il romanzo lavora molto per sottrazione: non costruisce una trama fondata su grandi eventi, ma su micro-situazioni, sguardi, gesti, silenzi. Il contesto coloniale è sempre presente, ma non viene raccontato attraverso una cronaca esplicita; emerge piuttosto nelle relazioni, nelle gerarchie implicite, nei confini invisibili che separano i personaggi. In questo senso, L’albero delle parole non è un romanzo “storico” in senso tradizionale, ma un libro profondamente politico nel modo in cui mette in scena le dinamiche di potere e di esclusione all’interno della vita quotidiana.


La scrittura di Teolinda Gersão è intensa ma mai ridondante. Il linguaggio ha una qualità fortemente sensoriale: la natura africana, i colori, i suoni, gli odori non fanno solo da sfondo, ma diventano parte integrante dell’esperienza emotiva dei personaggi. Il titolo stesso rimanda a una dimensione simbolica: l’“albero delle parole” può essere letto come metafora della memoria, del linguaggio e della possibilità — o dell’impossibilità — di dare voce a ciò che è stato vissuto. Le parole, nel romanzo, sono spesso difficili: taciute, fraintese, cariche di conflitto. Eppure sono anche ciò che permette di mettere radici, di costruire un senso, di riconoscere la propria storia.


Uno degli aspetti più riusciti del libro è proprio il modo in cui l’infanzia non viene idealizzata. Lo sguardo di Gita è luminoso, ma non ingenuo: attraverso di lei il lettore percepisce la complessità del mondo adulto, le tensioni familiari, le ingiustizie che attraversano la società in cui cresce. L’infanzia diventa così uno spazio di formazione dolorosa ma necessaria, in cui si impara progressivamente che l’amore può convivere con il rifiuto, che il desiderio di appartenenza può scontrarsi con muri invisibili, che non tutti sono capaci di vedere l’altro come essere umano prima che come “diverso”.


In definitiva si tratta di un romanzo sull’identità: su come essa si costruisca nello spazio tra radici e sradicamento, tra appartenenza e rifiuto, tra memoria e silenzio. È un libro che chiede al lettore di rallentare, di ascoltare le voci sottili dei personaggi, di abitare le loro contraddizioni senza cercare soluzioni facili.


Una lettura che lascia una traccia emotiva profonda, perché non offre risposte rassicuranti, ma apre domande necessarie sul modo in cui guardiamo l’altro, il passato e noi stessi.


Un libro indicato per chi ama le storie di formazione intime e profonde, più attente ai movimenti interiori dei personaggi che all’azione. È una lettura particolarmente adatta a chi cerca nella narrativa uno spazio di riflessione sui temi dell’identità, dell’appartenenza, delle relazioni familiari complesse e del rapporto con l’alterità.


Lo apprezzeranno soprattutto i lettori e le lettrici che amano una scrittura densa di immagini, dal ritmo meditativo, capace di evocare atmosfere e stati d’animo più che di costruire intrecci serrati. È un libro che parla a chi è interessato alle dinamiche tra genitori e figli, alle ferite emotive che attraversano le famiglie, e a chi trova nella letteratura un modo per interrogarsi sul peso del passato e sul senso delle proprie radici.


Meno indicato, invece, per chi cerca un romanzo ricco di colpi di scena o una trama fortemente movimentata: qui il centro è l’esperienza interiore, la memoria, lo sguardo lento sulle cose.



Alcune note su Teolinda Gersão

Teolinda Gersão nata a Coimbra nel 1940, ha studiato germanistica, romanistica e anglistica alle università di Coimbra, Tubinga e Berlino ed è stata professoressa ordinaria presso la Nuova Università di Lisbona, dove ha insegnato letteratura tedesca e letteratura comparata. Tradotta in 20 paesi (fra cui USA, Regno Unito, Spagna, Francia, Germania, Cina e Giappone), è autrice di romanzi e racconti che le sono valsi numerosissimi premi letterari, oltre ad aver ispirato svariati cortometraggi e pièce teatrali.


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