RECENSIONE: La prima volta che siamo stati bianchi (Maria Pace Ottieri)
- Dalla carta allo schermo

- 16 mag
- Tempo di lettura: 6 min


Autore: Maria Pace Ottieri
Editore: Sellerio Editore Palermo, 2025
Pagine: 290
Genere: Saggi, Studi etnografici
Prezzo: € 15.00 (cartaceo), € 10.99 (ebook)
Acquista sito editore: https://www.sellerio.it/it/catalogo/Prima-Volta-Che-Siamo-Stati-Bianchi/Ottieri/16956
Trama
Nel 1975 l’autrice, ventenne, si ritrovò a far parte di una spedizione in Africa nel Dahomey, oggi Benin, per girare un documentario sulla cultura africana. Era stato il re Aho René Glelé, erede della monarchia decaduta e capo vodun, a sollecitare l’incontro con Ascanio e Ulisse, uno enologo con la passione per l’etnologia, l’altro uomo di libri e di editoria, uomo eclettico, amante d’arte e di viaggi. Nella lettera il re si diceva disposto a far girare un documentario per mettere il mondo a parte della magia dell’Africa, le virtù del fuoco e quelle dell’acqua, i riti vodun, la divinità, gli gnomi. Ascanio e Ulisse si innamorarono dell’idea di immergersi in quel mondo e di testimoniarne riti, miti, medicina. Il viaggio doveva durare alcuni mesi, ma Ulisse finì per restarci due anni. La Rai finanziò la spedizione e alla fine il documentario intitolato Magia d’Africa fu trasmesso su Rai2. Questo libro è il racconto di quella straordinaria esperienza, tutti coloro che parteciparono alla spedizione, a partire dalla troupe Rai, rimasero coinvolti e incantati da uomini, paesaggi, riti dell’Africa più remota. Nell’esplorazione di quel mondo i tempi si dilatano, gli italiani sono visti con sospetto soprattutto dai nuovi governanti, antiche dinastie lottano tra loro, stregoni e imbroglioni, amori e visioni del passato coloniale francese, tutto si intreccia mentre lo sguardo di Maria Pace Ottieri – autrice e protagonista – combina magistralmente il racconto di viaggio con l’osservazione antropologica. Quasi vent’anni dopo l’autrice ritornerà in Benin dove tutto sarà diverso, un mondo in trasformazione e quasi corrotto dal turismo. Ma è cambiato soprattutto l’approccio a quella terra.
Recensione
Questo libro è il racconto di un momento in cui l’identità occidentale smette di essere invisibile a se stessa e diventa improvvisamente qualcosa di evidente, ingombrante, quasi imbarazzante. Il titolo del libro racchiude già il nucleo profondo dell’opera: la scoperta di essere “bianchi” non come semplice dato fisico, ma come condizione culturale e politica, come posizione nello sguardo degli altri.
Il saggio nasce dal ricordo di un viaggio compiuto nel 1975 nel Dahomey, l’attuale Benin, dove l’autrice arriva insieme a una troupe italiana impegnata nella realizzazione di un documentario sul vodun. Ma ridurre questo libro a un reportage o a un memoir di viaggio sarebbe limitante. Quello che Maria Pace Ottieri costruisce è un racconto stratificato, dove memoria personale, osservazione antropologica, riflessione storica e introspezione si intrecciano continuamente.
Fin dalle prime pagine emerge una sensazione molto precisa: quella dello spaesamento. I protagonisti partono con il desiderio di capire, osservare, documentare, ma il mondo che incontrano resiste costantemente alle categorie occidentali. Il Dahomey raccontato dalla Ottieri non è una scenografia esotica costruita per il lettore europeo; è un luogo vivo, ambiguo, spesso indecifrabile, attraversato da rituali religiosi, tensioni politiche, eredità coloniali e contraddizioni profonde. Il libro riesce in qualcosa di raro: raccontare l’Africa senza ridurla né a un mito romantico né a una caricatura miserabilista.
Uno degli elementi più affascinanti del romanzo è proprio il modo in cui l’autrice descrive il vodun. In Occidente la parola “vudù” è stata deformata per decenni da cinema, folklore e stereotipi, associata quasi esclusivamente alla magia nera o alla superstizione. Ottieri invece restituisce al vodun la sua complessità religiosa e culturale. Non lo trasforma mai in un elemento pittoresco da esibire al lettore europeo; al contrario, mostra quanto sia difficile per uno sguardo occidentale coglierne davvero il significato. I rituali, le cerimonie, il rapporto con gli spiriti, i sacrifici, la dimensione comunitaria della religione: tutto viene raccontato con una partecipazione curiosa ma mai invadente, sempre consapevole del limite tra osservazione e appropriazione.
Il viaggio della troupe italiana nasce grazie all’invito del re Aho René Glélé, figura centrale del libro. Discendente della monarchia del Dahomey e guida religiosa legata al vodun, il re appare come un personaggio sospeso tra mondi differenti: simbolo di una tradizione antica ma anche uomo costretto a confrontarsi con il presente postcoloniale. Attorno a lui si muove un piccolo universo umano fatto di mediatori, intellettuali, avventurieri e opportunisti. Maria Pace Ottieri è molto abile nel raccontare queste figure senza trasformarle in semplici comparse. Ognuno sembra incarnare un diverso modo di rapportarsi all’Africa: c’è chi la idealizza, chi la teme, chi cerca di sfruttarla, chi pensa ingenuamente di poterla comprendere in poche settimane.
La forza del libro sta soprattutto nel fatto che nessuno ne esce completamente innocente. Gli italiani portano con sé il peso di uno sguardo inevitabilmente coloniale, anche quando animato dalle migliori intenzioni. Ma il libro evita accuratamente ogni moralismo semplice. Non c’è mai il tentativo di dividere il mondo tra buoni e cattivi, oppressori e vittime in senso schematico. Al contrario, Ottieri mostra come il rapporto tra Europa e Africa sia fatto di continue incomprensioni reciproche, di fascinazioni, di manipolazioni e di giochi di potere. È un libro che rifiuta le semplificazioni.
Molto riuscita è anche la rappresentazione del tempo africano così come viene percepito dagli occidentali. Nel libro il tempo sembra continuamente sfuggire alla logica europea dell’efficienza e della programmazione. Gli appuntamenti saltano, le attese si dilatano, gli eventi si susseguono secondo ritmi che i protagonisti non riescono a controllare. Questa esperienza produce una trasformazione lenta nei personaggi. Il viaggio smette progressivamente di essere un progetto organizzato e diventa una condizione mentale. È significativo che alcuni membri della spedizione decidano di restare ben oltre il previsto, quasi incapaci di tornare alla vita da cui erano partiti.
L'autrice scrive con una prosa elegante ma molto concreta, ricca di dettagli sensoriali e osservazioni acute. Non c’è compiacimento stilistico, eppure molte pagine restano impresse per la precisione delle immagini e per la capacità di evocare atmosfere. Il caldo, gli odori, i mercati, le notti africane, i rumori delle cerimonie religiose, le tensioni politiche che attraversano il paese: tutto contribuisce a creare un racconto estremamente immersivo.
Una delle qualità maggiori del libro è l’onestà dello sguardo. L’autrice non cerca mai di apparire “illuminata” o superiore agli altri occidentali presenti nel racconto. Al contrario, mette continuamente in scena le proprie esitazioni, i propri fraintendimenti, persino il proprio disagio. Questo rende il libro molto diverso da tanti racconti di viaggio costruiti intorno all’idea dell’europeo che “scopre” il mondo. Qui il viaggio è soprattutto un’esperienza di perdita di certezze.
Particolarmente intensa è la parte in cui il racconto si apre alla memoria e al confronto con il tempo trascorso. Il ritorno dell’autrice in Benin, molti anni dopo il primo viaggio, introduce nel libro una dimensione malinconica e profondamente riflessiva. Il paese è cambiato, il turismo ha trasformato alcuni luoghi e anche il rapporto con il vodun appare diverso, in parte spettacolarizzato. Ma soprattutto è cambiata la narratrice. Il confronto tra la giovane donna degli anni Settanta e la donna matura che ritorna sui luoghi della memoria aggiunge al libro una dimensione ulteriore: quella della nostalgia e della consapevolezza che certi viaggi non finiscono mai davvero.
Il titolo del libro continua a risuonare anche dopo l’ultima pagina. “Essere bianchi” qui non significa soltanto appartenere a una determinata categoria etnica, ma prendere coscienza di un’identità costruita storicamente sul privilegio e sull’abitudine a occupare il centro dello sguardo. In Africa, per la prima volta, i protagonisti scoprono di essere osservati a loro volta, classificati, interpretati. È un rovesciamento che produce disagio ma anche conoscenza.
Dal punto di vista letterario, La prima volta che siamo stati bianchi è un libro difficilmente classificabile. È memoir, reportage, diario di formazione, riflessione antropologica e racconto storico insieme. Ma soprattutto è un libro attraversato da una grande curiosità umana. Non offre risposte definitive e non pretende di spiegare l’Africa all’Occidente. Proprio per questo riesce a essere molto più autentico di tanti testi costruiti su tesi rigide o su facili esotismi.
È anche un libro profondamente contemporaneo, pur raccontando fatti avvenuti cinquant’anni fa. Le questioni che attraversano il racconto — il colonialismo, l’identità occidentale, il rapporto con l’alterità, il turismo culturale, l’appropriazione dello sguardo — sono oggi più vive che mai. Maria Pace Ottieri le affronta però senza retorica ideologica, lasciando che siano soprattutto le esperienze vissute e le ambiguità dei personaggi a parlare.
Alla fine della lettura rimane la sensazione di aver attraversato non solo un paese, ma una soglia mentale. Il viaggio in Dahomey raccontato da Maria Pace Ottieri diventa infatti un viaggio dentro i limiti della cultura europea e dentro il desiderio, spesso impossibile, di comprendere davvero ciò che è altro da noi.
Un libro consigliato a chi ama la grande letteratura di viaggio, i memoir intelligenti e i racconti capaci di unire esperienza personale e riflessione storica. È una lettura particolarmente adatta a chi è interessato all’antropologia culturale, alla storia del colonialismo e ai libri che interrogano il rapporto tra Occidente e Africa senza semplificazioni ideologiche. Ma è anche un testo prezioso per chi cerca una narrativa capace di mettere in discussione il punto di vista europeo con lucidità e profondità.
Alcune note su Maria Pace Ottieri
Maria Pace Ottieri è giornalista e scrittrice, autrice tra gli altri di Quando sei nato non puoi più nasconderti, da cui l’omonimo film di Marco Tullio Giordana.



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