RECENSIONE: Randagi (Marco Amerighi)

Aggiornamento: set 22



Voto: 5/5

Autore: Marco Amerighi

Editore: Bollati Boringhieri, 2021

Pagine: 400

Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea

Prezzo: € 18.00 (cartaceo), € 10.99 (ebook)

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Trama

A Pisa, in un appartamento zeppo di quadri e strumenti musicali affacciato sulla Torre pendente, Pietro Benati aspetta di scomparire. A quanto dice sua madre, sulla loro famiglia grava una maledizione: prima o poi tutti i Benati maschi tagliano la corda e Pietro – ultimogenito fifone e senza qualità – non farà eccezione. Il primo era stato il nonno, disperso durante la guerra in Etiopia e rimpatriato l’anno dopo con disonore. Il secondo, nel 1988, quello scommettitore incallito del padre, Berto, tornato a casa dopo un mese senza il mignolo della mano destra. Quando uno scandalo travolge la famiglia, Pietro si convince che il suo turno è alle porte. Invece a svanire nel nulla è suo fratello maggiore Tommaso, promessa del calcio, genio della matematica e unico punto di riferimento di Pietro; a cui invece, ancora una volta, non accade un bel niente. Per quanto impegno metta nella carriera musicale, nell’università o con le ragazze, per quanto cambi città e nazione, per quanto cerchi di tagliare i ponti con quel truffatore del padre o quella ipocondriaca della madre, la sua vita resta un indecifrabile susseguirsi di fallimenti e delusioni. Almeno finché non incontra due creature raminghe e confuse come lui: Laurent, un gigolò con il pallino delle nuotate notturne e l’alcol, e Dora, un’appassionata di film horror con un dolore opposto al suo. E, accanto a loro, finalmente Pietro si accende.


Recensione

Vi è un buco nero e profondo nella famiglia Benati, la stirpe protagonista di questo romanzo di Marco Amerighi: non è quello annunciato alla prima riga del romanzo, vale a dire quella caratteristica di tutti i maschi che li porta, da generazioni, a dileguarsi, a scomparire letteralmente nel nulla per periodi più o meno lunghi e infine a tornare a casa senza dare spiegazione alcuna; è piuttosto una vocazione al fallimento, alla rinuncia. Risulta così per nonno Furio, il Benati con cui si apre il romanzo, disperso in Etiopia e dato per morto e che invece ad Addis Abeba costruisce una famiglia che abbandona quando suo padre lo scova e gli impone di tornare in Italia; nessuno saprà mai quanto dolore ha provato per questa separazione, ma quel che è certo è che la sua vita diverrà una sequela continua di autopunizioni e tentativi di espiazione. Risulta così per Berto, il padre, scommettitore incallito, pieno di amanti e di sfortune, che si mette continuamente in affari per lo più loschi in cui finisce per perdere dita, reputazione, libertà, salute e amore filiale. Risulta così per Tommaso, il fratello maggiore, promessa del calcio e genio della matematica che deve rinunciare alla carriera sportiva a causa di un infortunio dopo un esordio nel Pisa, ma che volta pagina e si iscrive alla Normale, in seguito vince un dottorato in USA ed emigra, dando di sé solo notizie sporadiche e facendo perdere a Pietro, suo fratello e protagonista del romanzo, l’unico modello concreto della sua vita. Ora non rimane che Pietro, Pietro Benati. Esso, rimasto solo, vive all’ombra del fratello, che però ama, poiché Tommaso lo capisce e lo sprona. Quando Tommaso parte, si mette in viaggio anche lui anche lui, si allontana da questa sua famiglia e sceglie Madrid dove fa un Erasmus che lo tiene al sicuro, tra le altre cose, dalle paranoie della madre; qui incontra Dora e Laurent, lei un’italo-spagnola con un dolore irredimibile che la scherma dal mondo, lui un alter ego francese di Tommaso, che si ricicla come gigolò. Pietro, invece, non ha niente di particolare tenta la carriera universitaria, ma non brilla; si innamora, ma tutto è molto complicato; tronca di netto i rapporti con un ramo della famiglia e non supera una serie di dolori che vanno dal senso di colpa per essere stato la causa dell’infortunio di Tommaso, a certe perdite di cui non parla per evitare di rivelare una parte importante del racconto.

L'autore scrive un romanzo composito, ricchissimo di fatti, di ritmo e cambi di prospettiva, leggibilissimo eppure ricercato dal punto di vista del lessico. Amerighi dà la sensazione di conoscere personalmente i personaggi di cui racconta, come se avesse percorso accanto a loro una parte del cammino e ne condividesse gioie, dispiaceri e visione del mondo. Non è facile raccontare l’incapacità di capire sé stessi, soprattutto, non è facile raccontarlo in un contesto “normale” come la famiglia, la scuola, le amicizie. Amerighi è bravo nel trovare lo straordinario dall’ordinario e lavora su grandi temi come l’abbandono, i legami di sangue, la ricerca e a volte il rifiuto di sé. Grazie a Pietro ciascun lettore può arrivare a riconoscersi in un aspetto particolare della sua personalità: nella sua timidezza, in un suo fallimento, in una ritrosia, in un’insicurezza e, soprattutto, nella difficoltà che prova mentre cerca di capire chi è davvero, qual è la cosa che sa fare meglio e che lo identifica. Probabilmente il randagismo a cui fa rifermento il titolo del romanzo non è tanto da ricercare nelle peregrinazioni che i personaggi compiono, dall’Africa alle Americhe, mentre inseguono sé stessi o fuggono da un dolore, quanto nelle continue prove a cui, volontariamente o meno, si sottopongono, e ai continui cambiamenti di vita e prospettiva grazie ai quali misurano le proprie capacità e cercano di trovare una ragione e uno scopo al loro essere nel mondo.


Alcune note su Marco Amerighi

Marco Amerighi vive a Milano, dove lavora come traduttore, editor e ghostwriter per varie case editrici. Il suo romanzo d’esordio, Le nostre ore contate (Mondadori, 2018), ha vinto il premio Bagutta Opera Prima ed è stato pubblicato in Francia. Randagi è il suo secondo romanzo.


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