top of page

RECENSIONE: Hackers. Storia e pratica di una cultura (Federico Mazzini)




Autore: Federico Mazzini

Editore: Laterza, 2023

Pagine: 208

Genere: Saggi, Sociologia

Prezzo: € 19.00 (cartaceo), € 11.99 (ebook)

Acquista: Libro, Ebook


Trama

La nascita degli strumenti di comunicazione di massa ha visto, sin da subito, la crescita di comunità di appassionati che quasi clandestinamente sperimentano tecniche nuove e provano a sviluppare potenzialità impreviste e impensate. In seguito l’attenzione dei media ha contribuito a trasformare ‘l’hacking’ in un fenomeno di massa e ad affermarne il valore politico: da un parte vengono fondati i movimenti Free Software e Open Source contro la privatizzazione del web, dall’altra assistiamo alla nascita del cosiddetto hacktivismo. Oggi questo fenomeno è arrivato ad occupare un ruolo di primo piano nella geopolitica contemporanea grazie alla nascita di gruppi su scala globale come Anonymus e all’incorporazione dell’hacking nelle strutturi militari e di intelligence. Questo libro è la prima ricostruzione storica di questo fenomeno dei nostri tempi.


Recensione

Se oggi sentite parlare di “hackers”, cosa vi viene in mente? Il nerd brufoloso, vestito di cuffietta e felpa col cappuccio, intento a scaricare i piani della Morte Nera mentre trilioni di caratteri cuneiformi compaiono sullo schermo del suo PC? Oppure quel famoso video “educativo” che, negli intenti, doveva spingere le persone a non scaricare file illegalmente, ma che nella realtà dei fatti non ha mai impedito a nessuno di piratare nulla?


Come spiega in questo saggio il professor Mazzini in questo saggio, il significato della parola hacker cambia al variare delle diverse epoche storiche. Forse risulta più semplice cominciare da cosa non è necessariamente un hacker: non è per forza un criminale e non si occupa soltanto di tecnologie informatiche. Secondo un celebre esempio di Richard Stallman, uno degli hacker più famosi e influenti di sempre, trovare il modo di usare quattro bacchette invece di due per mangiare in un ristorante coreano è un buon esempio di “hack”, una trovata che richiede eleganza, semplicità e originalità nel rapporto con la tecnologia. Vero è che la parola nasce in ambito informatico, ma l’obiettivo del libro è provare che le motivazioni e i tratti culturali dell’hacking sono esistite ben prima del computer, ad esempio in comunità di appassionati di radio e di telefoni.


Un “hack” per essere tale, deve essere comunicato e riconosciuto all’interno di una comunità. Proprio per evidenziare la lunga storia dell’hacking, nel volume, si parla di “culture tecniche” piuttosto che di cultura hacker. Itratti che caratterizzano queste “culture tecniche”, dai radio amatori di inizio Novecento fino agli hacker degli anni Novanta, sono sorprendentemente costanti. Composte perlopiù da giovani bianchi, maschi e di classe media, le “culture tecniche” novecentesche disegnano la propria gerarchia sulla capacità individuale di piegare la tecnologia al proprio volere, in costante competizione interna (tra membri della stessa comunità o di comunità contrapposte) ed esterna (con chi ha creato la tecnologia, la commercializza o tenta di renderla impervia all’intervento esterno). Un forte accento è posto sull’apprendimento pratico, attraverso l’uso e non attraverso lo studio, e sul libero accesso e scambio delle informazioni.

Per lungo tempo si è creduto che l’hacking fosse nato dove è nata la parola “hack” riferita all’informatica: nei campus statunitensi tra gli anni Sessanta e Settanta. E in un certo senso, se ci riferiamo soltanto al computer hacking, questo è vero. Ma studiando i “phone phreaks”, appassionati di telefoni che tentavano di piegare il sistema telefonico pubblico al proprio volere al pari di quanto stavano facendo gli hacker nelle università e con i computer, ci si rende conto che questa ricostruzione risulta semplicistica. Le comunità “phone phreaks” si sviluppano esse stesse tra gli anni Sessanta e Settanta e, nonostante siano inizialmente formate da studenti medi che non avevano niente a che vedere con le università, evidenziano caratteristiche culturali del tutto analoghe a quelle che si stavano sviluppando nei laboratori informatici universitari. Questo perché, culturalmente, il giovane statunitense ha un rapporto privilegiato con la tecnologia. L’innovazione tecno-scientifica non risulta così guidata da laboratori e istituzioni, ma dal genio individuale, spesso in contrapposizione con università e centri governativi. Andando a ritroso nel tempo possiamo si possono notare queste idee nella divulgazione scientifica dedicata ai giovani e nella fantascienza popolare alla fine del diciannovesimo secolo e, in maniera molto evidente, nelle comunità di radio amatori di inizio Novecento.


I giovani che giocano con la tecnologia hanno goduto di ottima stampa per buona parte del ventesimo secolo. Anche i primi episodi di computer hacking illegale negli anni Settanta sono stati presi con bonaria sorpresa più che con ostilità o paura: l’idea che dei ragazzini potessero farsi beffe di istituzioni e centri di ricerca universitari, dominando una tecnologia ancora per molti misteriosa come quella del computer evocava la tradizionale figura del “whiz-kid”, il bambino prodigio e autodidatta che tanta parte aveva avuto nella fantascienza e nella stampa popolare. Ciò inizia a cambiare quando la stampa e la popolazione si rendono conto, verso la fine degli anni Ottanta, che il computer è parte integrante della quotidianità.


Una nuova risemantizzazione dell’hacker si ha con la nascita dei movimenti Free Software e Open Source. Il primo movimento è fondato da Richard Stallman, allora ricercatore del MIT, a metà degli anni Ottanta, in risposta alla nascita dell’industria del software. Prima di allora la commercializzazione dei computer riguardava solo l’hardware: il software era fornito gratuitamente con la macchina e il suo codice era “aperto”, di libera consultazione per chiunque fosse in grado di leggerlo ed eventualmente modificarlo. Con il diffondersi dei personal computers e la nascita di un’industria dedicata, il software veniva fornito protetto da diritti di autore che ne impedivano la modifica. In luogo di piegarsi a questa imposizione, che vedeva come pericolosa per la sua comunità (hacker) di appartenenza, Stallman decise di creare un sistema operativo libero da diritti di autore, che chiamò GNU, e una comunità che lo curasse e lo facesse crescere – la Free Software Foundation. Inaspettatamente il risultato più importante della fondazione non fu un software, ma un dispositivo legale. Il sistema operativo non vide infatti mai la luce, e sarebbe stato completato indipendentemente dal movimento, sotto il coordinamento di Linus Torvald e con il nome di Linux. Ma Linux non sarebbe stato possibile senza l’apporto dei programmi scritti dalla FSF e soprattutto senza la protezione della licenza creata da Stallman, la GNU Public License. La GPL è un vero e proprio hack sulla legge: laddove questa è disegnata per proteggere il diritto di autore la GPL serve a renderlo impossibile e a convertire programmi proprietari in programmi “free”. Chiunque usi del codice protetto dalla GPL è obbligato a rendere l’intero programma all’interno del quale inserisce il codice leggibile e modificabile. Il secondo movimento nasce alla metà degli anni Novanta, almeno in parte in contrapposizione al movimento Free Software e in seguito al successo di Linux come esperimento di creazione collettiva e gratuita di un sistema operativo. Il problema che si poneva al tempo era come convincere attori istituzionali e grandi corporation a adottare Linux e il modello Open Source. La risposta fu liberandosi in primo luogo dei significati etico-politici che Stallman aveva infuso nel concetto di Free Software. Open Source significava sì che il codice era leggibile e modificabile, ma in nessun modo che esso doveva essere gratuito, e men che meno che ogni software che utilizzasse codice Open Source fosse obbligato a rendere l’intero programma Open Source. Da un certo punto di vista Open Source significa un arretramento rispetto alle aspirazioni di apertura e democrazia del Free Software. D’altra parte è innegabile che il restyling sia stato un successo, molti attori istituzionali e industriali usano Linux e altri programmi Open Source.


Se ci si libera dell’idea che l’hack è soltanto un crimine informatico, ci si accorge che l’hacking è oggi dappertutto. Circa la metà di tutti i server che quotidianamente visitiamo quando entriamo in un sito web gira su Apache, un software Open Source nato grazie alle culture hacker. Linux è recentemente atterrato su Marte, installato dalla NASA sulla propria strumentazione. Le pagine di Wikipedia sono proposte sotto licenza Creative Commons, direttamente ispirata alla GPL di Stallman. I concetti di Open Access e Open Science, adottati esplicitamente come linee guida dall’Unione Europea, hanno origine nelle comunità hacker. Inoltre oggi la parola hacker è applicata ai fenomeni più diversi, dalla modifica genetica (bio-hacking) ai consigli di economia domestica (life hacking) alla guerra e alla politica internazionale (hacking di stato). Non si tratta più di comunità relativamente ristrette e omogenee: tra di esse si trovano militari e spie professionisti, amatori, imprenditori rampanti o affermati, scienziati; ognuno con i propri valori, obiettivi e “cultura hacker”.


L’autore scrive un saggio chiaro e illuminante sugli hacker e sull’hacking la cui natura tecnica fa si che risulti ancora un oggetto misterioso e deformato nel dibattito pubblico.


 

Alcune note su Federico Mazzini

Federico Mazzini insegna Digital History e Storia dei media e della comunicazione all’Università di Padova. Si è occupato di storia culturale della Grande Guerra, dell’esperienza contadina del conflitto e di storia della comunicazione tecnoscientifica di massa nel primo Novecento, con particolare attenzione all’immaginario tecnologico sviluppato durante la prima guerra mondiale. Le sue ricerche più recenti riguardano la storia delle culture tecniche (radioamatori, phreaks e hacker) nel corso dell’intero Novecento. Ha pubblicato “Cose de laltro mondo”. Una cultura di guerra attraverso la scrittura popolare trentina 1914-1918 (ETS 2013) e Una guerra di meraviglie? (Orthotes 2017). Per Laterza è autore, con Carlotta Sorba, di La svolta culturale. Come è cambiata la pratica storiografica (2021).Caos.


Comments


bottom of page