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RECENSIONE: Il giornalista e l'assassino (Janet Malcolm)




Autore: Janet Malcolm

Traduttore: Enzo D'Antonio

Editore: Adelphi, 2026

Pagine: 170

Genere: Narrativa straniera, Società

Prezzo: € 19.00 (cartaceo), € 10.99 (ebook)

Acquista: Libro, Ebook



Trama

Fort Bragg, 1970. Un capitano medico dei Berretti Verdi, Jeffrey MacDonald, viene accusato di aver massacrato la moglie incinta e le due figlie a colpi di bastone e con un punteruolo da ghiaccio, ma viene scagionato da un tribunale militare per mancanza di prove. Anni dopo il caso viene riaperto, e il giornalista Joe McGinniss, in cerca di una storia di sicuro successo, si conquista l’amicizia di MacDonald e ne diventa il confidente per tutta la durata del processo che lo condannerà all’ergastolo, intrecciando con lui una corrispondenza sconcertante per doppiezza psicologica. Quando infatti, nel 1983, il libro di McGinniss viene pubblicato, MacDonald si scopre tradito dal giornalista, che lo ha dipinto come un assassino narcisista e psicopatico, e decide di citarlo in giudizio per frode. La vicenda scomoda in aula il Primo Emendamento e in molti da allora continuano a chiedersi fino a dove può spingersi la libertà di stampa, o se è legittimo ricorrere all’inganno in nome della cosiddetta «informazione». Ma soprattutto scomoda Janet Malcolm, una delle firme leggendarie del «New Yorker», che all’epoca aveva qualche ragione per interessarsi al caso: poco tempo prima uno psicoanalista americano, scontento del ritratto che la Malcolm ne aveva fatto, l’aveva querelata chiedendo un risarcimento di dieci milioni di dollari. E così la giornalista decide di ripercorrere il processo, non per «sapere se MacDonald sia colpevole o innocente, e nemmeno stabilire se ciò che dice di lui McGinniss sia falso o diffamatorio, ma solo giudicare se McGinniss avesse il diritto di dirlo dopo aver fatto credere a MacDonald di pensare il contrario» commenta Emmanuel Carrère. Su questa vertigine morale rivolge il suo sguardo affilato la Malcolm, che, con implacabile onestà e una punta di masochismo – visto che dopotutto parla del suo lavoro –, si interroga sull’etica e sulla pratica di un mestiere per natura ambiguo, offrendoci un reportage magistrale sul rapporto fedifrago che lega il giornalista e il suo soggetto d’indagine. La loro storia, scrive Janet Malcolm, è «la storia di Sherazade, ma senza lieto fine», e il loro matrimonio, per funzionare, è destinato a concludersi nel più breve tempo possibile. «In nessun caso, o quasi, il soggetto riesce, per così dire, a salvarsi».


Recensione

Questo è un libro che sfugge a qualsiasi classificazione semplice: non è soltanto un reportage giudiziario, né un saggio teorico sul giornalismo, ma una riflessione profonda e spesso destabilizzante sul rapporto tra realtà, narrazione e responsabilità morale.


Al centro dell’opera c’è il caso di Jeffrey MacDonald, medico statunitense accusato dell’omicidio della moglie e delle due figlie nel 1970. Il caso, già di per sé complesso e controverso, diventa il terreno su cui si sviluppa una dinamica ancora più interessante: quella tra MacDonald e il giornalista Joe McGinniss, autore del libro Fatal Vision. McGinniss ottiene un accesso privilegiato alla vita e alla difesa di MacDonald, instaurando con lui un rapporto di fiducia, quasi di amicizia, durante il lungo iter processuale.


È proprio questo rapporto che interessa a Malcolm. Più che stabilire la colpevolezza o l’innocenza di MacDonald, questione che rimane sullo sfondo, pur essendo ricostruita con precisione, l’autrice analizza il modo in cui McGinniss costruisce la propria narrazione e, soprattutto, il momento in cui emerge uno scarto tra la fiducia concessa dal soggetto e il ritratto finale che ne viene restituito.


Uno degli elementi più noti e controversi del libro è l’incipit, in cui Malcolm afferma che ogni giornalista sa, a un certo livello, di compiere un’azione moralmente discutibile. Questa affermazione, lungi dall’essere una provocazione fine a sé stessa, costituisce il punto di partenza di un’indagine rigorosa. Il giornalista, infatti, per raccontare una storia deve inevitabilmente selezionare, organizzare e interpretare i fatti; ma così facendo, entra in una zona grigia in cui la fedeltà alla realtà si intreccia con la costruzione narrativa.


Malcolm evita accuratamente ogni accusa frontale o riduttiva nei confronti di McGinniss. Piuttosto, ne analizza il comportamento con uno sguardo lucido e distaccato, mettendo in evidenza come la sua condotta non rappresenti tanto un’anomalia quanto un caso esemplare di una dinamica più ampia. In questa prospettiva, la figura del giornalista emerge nella sua intrinseca ambivalenza: interlocutore privilegiato e quasi confidente da un lato, autore chiamato a costruire un racconto solido e persuasivo per il pubblico dall’altro.


Particolarmente illuminante è l’uso che Malcolm fa delle lettere tra McGinniss e MacDonald. Questi scambi epistolari rivelano il progressivo scollamento tra le aspettative del soggetto e le intenzioni dell’autore. MacDonald crede di essere compreso e sostenuto, mentre McGinniss, dietro le quinte, elabora un ritratto ben diverso. È in questa discrepanza che si manifesta quella che Malcolm identifica come una forma di “tradimento” intrinseca al giornalismo narrativo.


Lo stile dell’autrice è essenziale, controllato, privo di enfasi. Non ci sono concessioni al melodramma né tentativi di manipolare emotivamente il lettore. Malcolm costruisce il suo discorso attraverso una prosa limpida, che alterna ricostruzione dei fatti, citazioni documentali e riflessioni teoriche. Il risultato è una lettura che richiede attenzione, ma che restituisce in cambio una comprensione molto più profonda del tema trattato.


Un altro aspetto centrale del libro è la riflessione sul concetto di verità. Malcolm mostra come, anche in presenza di fatti documentati, la loro organizzazione in una narrazione comporti inevitabilmente una forma di interpretazione. Il giornalista non è un semplice intermediario neutrale, ma un autore che costruisce un racconto. Questo non significa che la verità sia irrilevante, ma che essa è sempre mediata da chi la racconta.


Il libro si inserisce in una tradizione di non-fiction che mette in discussione i propri stessi strumenti, ma lo fa con una radicalità rara. Malcolm non si limita a osservare il giornalismo dall’esterno: ne smonta i meccanismi dall’interno, mostrando come la relazione tra giornalista e soggetto sia inevitabilmente segnata da una tensione tra fiducia e sfruttamento.


Letto oggi, il libro appare ancora più attuale. In un’epoca in cui le narrazioni si moltiplicano e la distinzione tra informazione e storytelling si fa sempre più sfumata, il volume invita a sviluppare uno sguardo critico, a interrogarsi su chi racconta le storie e con quali finalità.

In definitiva, si tratta di un’opera breve ma densissima, capace di lasciare un segno duraturo. Non offre consolazioni né risposte definitive, ma pone domande fondamentali sul ruolo del giornalismo e sulla natura stessa della verità narrativa.


Consigiato a chi si occupa di giornalismo o aspira a farlo, a studenti di comunicazione e letteratura, e a lettori interessati alla non-fiction di qualità e alle questioni etiche legate alla narrazione del reale. Può risultare meno coinvolgente per chi cerca un semplice racconto di cronaca nera o una storia lineare.



Alcune note su Janet Malcolm

Janet Malcolm è nata nel 1934 e morta nel 2021, giornalista e scrittrice, è stata una delle colonne del « New Yorker », dove Il giornalista e l’assassino è apparso in due puntate, nel marzo del 1989, per poi uscire l’anno seguente in volume. La presente edizione, la prima in lingua italiana, è accompagnata da uno scritto di Emmanuel Carrère


©2020 di Dalla carta allo schermo.

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