top of page

RECENSIONE: Insomnia (Robbie Robertson)




Autore: Robbie Robertson

Traduttore: Gianluca Testani

Editore: Jimenez, 2026

Pagine: 224

Genere: Biografie

Prezzo: € 20.00

Acquista: Libro



Trama

Per quattro decenni Robbie Robertson ha prodotto musica per i film di Martin Scorsese, una collaborazione iniziata quando Robertson convinse Scorsese a dirigere The Last Waltz, il film dell’ultimo concerto della Band al Winterland di San Francisco nel giorno del Ringraziamento del 1976. La conclusione della storia della Band con quel concerto storico catapultò Robertson in un mondo nuovo e incerto. In seguito al deteriorarsi dei rapporti con i compagni della band e il fallimento del suo matrimonio, Robertson si presentò alla porta di Scorsese a Beverly Hills solo per scoprire che il suo amico si trovava in una situazione simile. Prima che la notte finisse, Scorsese lo invitò a trasferirsi da lui. Entrambi, già star navigate a trentacinque anni, si trovavano di fronte a un precipizio creativo, alla ricerca di una nuova fase della vita e del lavoro. Man mano che la loro amicizia si approfondiva, il viaggio li avrebbe portati in giro per il mondo nel lungo periodo post-sbornia degli anni Settanta. Sballottati da tentazioni e paranoia, avvicinandosi all’autodistruzione più di quanto entrambi volessero ammettere, si tuffarono in una collaborazione definita in parti uguali dall’ammirazione e dall’ambizione. Con un cast di personaggi che include Robert De Niro, Harvey Keitel, Sophia Loren, Sam Fuller, Liza Minelli e molti altri, Insomnia è il ritratto intimo di una straordinaria amicizia creativa tra due titani delle arti americane, che esplora i limiti estremi dell’eccesso e dell’esperienza.


Recensione

Insomnia è un memoir notturno, febbrile e profondamente introspettivo in cui Robbie Robertson racconta una fase di passaggio cruciale della propria vita: il periodo immediatamente successivo alla fine di The Band e all’esperienza di The Last Waltz, quando il successo non è più un punto di arrivo, ma una soglia oltre la quale si apre un territorio instabile e incerto. Il libro non si muove lungo la linea rassicurante della celebrazione del mito, ma sceglie piuttosto di abitare le zone d’ombra che accompagnano ogni grande trasformazione personale e artistica.


Il fulcro narrativo è il tempo trascorso da Robertson a casa di Martin Scorsese. La convivenza tra i due diventa il perno attorno a cui ruota l’intero racconto: notti senza sonno, dialoghi interminabili, visioni di film, ascolti musicali, e una quotidianità che scorre sospesa tra l’euforia creativa e una deriva fatta di eccessi, paranoia e fragilità emotiva. L’insonnia del titolo assume così un valore simbolico: non riguarda soltanto la difficoltà di dormire, ma rappresenta uno stato mentale permanente, una veglia forzata in cui la mente continua a produrre immagini, ricordi e progetti mentre il corpo e l’identità faticano a trovare un equilibrio.


Nel corso del memoir, Robertson torna più volte sul senso di perdita legato alla fine dell’esperienza con The Band. Il distacco dal gruppo non viene raccontato come un semplice scioglimento professionale, ma come una frattura affettiva e identitaria. La band non era solo un progetto musicale, ma una comunità, un modo di stare al mondo. Il libro mette bene in luce quanto sia difficile, per un artista cresciuto all’interno di un collettivo creativo, ridefinire se stesso in una dimensione più solitaria, dove ogni scelta pesa di più e ogni successo rischia di apparire vuoto.


Accanto al tema della fine, emerge quello della dipendenza: dalle relazioni, dagli ambienti, dagli stimoli continui che alimentano la sensazione di essere “vivi”. Le notti raccontate da Robertson sono spesso popolate da incontri, feste e conversazioni eccessive, ma sotto la superficie scintillante si avverte una tensione costante, una forma di inquietudine che rende difficile distinguere tra slancio creativo e fuga da sé. Il mondo che ruota intorno ai protagonisti appare insieme magnetico e logorante, capace di offrire possibilità straordinarie e, allo stesso tempo, di consumare rapidamente le energie emotive.


Il rapporto con Scorsese è uno degli elementi più interessanti del libro. Non si tratta di una semplice amicizia tra due personalità celebri, ma di un legame costruito sulla condivisione di una sensibilità simile: entrambi attraversano una fase di instabilità, entrambi cercano una forma di concentrazione creativa mentre sono immersi in un contesto di continue distrazioni. La casa diventa uno spazio liminale, un rifugio provvisorio in cui l’arte nasce spesso da uno stato di tensione e disordine, più che da una condizione di equilibrio.


Dal punto di vista stilistico, il libro colpisce per la sua sincerità. L'autore non indulge nell’autocelebrazione e non addolcisce i passaggi più scomodi del proprio percorso. Il tono è a tratti disilluso, a tratti attraversato da una malinconia trattenuta, che rende il memoir qualcosa di più di una semplice testimonianza d’epoca. Il libro riesce a restituire la sensazione di vivere in un tempo sospeso, in cui il passato pesa ancora sulle spalle e il futuro non è ancora pienamente immaginabile.


Una lettura consigliata a chi ama le autobiografie e i memoir che non mitizzano il successo, ma ne mostrano le crepe; a lettori interessati ai percorsi creativi segnati da crisi e trasformazioni; a chi cerca storie di amicizie artistiche complesse e di passaggi delicati tra una fase della vita e un’altra. È un libro particolarmente indicato per appassionati di musica e cinema, ma può coinvolgere anche chi è semplicemente curioso di capire cosa accade “dopo” un grande traguardo.



Alcune note su Robbie Robertson

Robbie Robertson stato il chitarrista e l’autore principale della Band, uno dei più grandi gruppi rock della storia, e ha avuto una lunga carriera da solista durante la quale ha realizzato diverse colonne sonore per film di Martin Scorsese, da Toro scatenato a Killers of the Flower Moon. È scomparso nel 2023.


Commenti


©2020 di Dalla carta allo schermo.

bottom of page