RECENSIONE: La stelle si spengono all'alba (Richard Wagamese)

Aggiornamento: 17 mar




Autore: Richard Wagamese

Editore: La Nuova Frontiera, 2021

Pagine: 256

Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea

Prezzo: € 17.50 (cartaceo), € 11.49 (ebook)

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Trama

Quando il sedicenne Franklin Starlight giunge al capezzale di suo padre Eldon, trova un uomo segnato dall'alcolismo. Sentendo che la sua fine è vicina, Eldon ha chiamato il figlio – che non vede da anni – perché lo aiuti a esaudire un ultimo desiderio, quello di essere sepolto come un guerriero Ojibwe. Franklin all'inizio esita, perché quell'uomo che ha davanti per lui è uno sconosciuto, ma poi decide di assecondarlo e così padre e figlio iniziano un difficile viaggio attraverso le bellissime e selvagge foreste del Canada per giungere al luogo adatto alla sepoltura. Avanzano a piedi e a cavallo e mentre si avvicinano alla meta ripercorrono le loro difficili vite e riscoprono la comune eredità delle origini indiane. Durante questo percorso iniziatico Eldon svelerà a Franklin un mondo che non aveva mai visto e una storia che nessuno gli aveva mai raccontato. Le stelle si spengono all'alba è un romanzo appassionante con un finale commovente, che ci racconta del coraggio di un ragazzo che ritrova suo padre e di una cultura, quella degli autoctoni del Nord America, che vede nella natura una forza in grado di curarci.


Recensione

Assenze, parole che si bloccano in fondo alla gola per anni e che diventano spesse, hanno un loro corpo, un loro peso che si riesce a mandare giù solo bevendo fino a stordirsi. Parole che racconterebbero storie e invece restano lì, sulla punta della lingua, sul fondo di un bicchiere da riempire, nelle viscere che scoppiano e marciscono, nella polvere dei ricordi. Eppure, arriva un punto nella propria vita in cui quelle parole devono venire fuori perché il tempo a disposizione non è infinito e la data di scadenza diventa sempre più vicina, quelle parole devono diventare la storia che resta altrimenti dopo non rimane più nulla.


Un romanzo che conquista e incantata grazie ad una prosa lirica, magistrale, vivida e corposa. Ogni parola ha il suo posto e si prende il suo tempo per tessere un quadro che rapisce per la precisione paesaggistica. Il lettore non è solo spettatore, si ritrova lì con Franklin, indiano, che a sedici anni viene definito duro, che ama la natura in un modo viscerale e simbiotico, riconoscendo in lei un’entità da rispettare e pregare; cresciuto con una figura spettacolare che è il vecchio, un uomo che lo ha istruito come può sulle cose indiane pur non essendolo e sulle cose della vita, quelle che sa e padroneggia. Franklin impara a sparare, a cacciare, a seguire le tracce e ad ascoltare il mondo incredibile che lo circonda, trovando in esso la sua giusta dimensione; non si sente a suo agio in città, a scuola, ma lì, nei boschi, negli spazi sconfinati, in groppa alla sua cavalla, si sente libero, completo. Contempla ciò che ha attorno e la penna dell’autore è talmente realistica che i profumi, gli odori, le sensazioni, trapassano la pagina e arrivano nette al lettore. Stesso effetto fanno i silenzi, queste assenze che gravano nella vita di Franklin e che lo rendono il ragazzo-uomo che è; maturo, Franklin ricorda la sua infanzia quando ingenuamente crede alle lettere del padre ubriacone e corre da lui per raccattare un pò di amore. Ma si può definire amore tutto ciò? Non lo sa, quello che conosce bene è la rabbia per un padre che si fa vedere una volta all’anno, sempre ubriaco o sul punto di esserlo, che rovinava tutto e lui, stupido ingenuo ci spera ancora. Come può non sperare in quelle briciole? E come può, ora, non rispondere alla sua chiamata, forse l’ultima?


Suo padre, Eldon, gli sembra messo molto male. Potrebbe voltargli le spalle, fregarsene, ma non sarebbe Franklin, e in fondo al cuore c’è quella curiosità più che legittima di sapere cosa vuole quell’uomo da lui, di avere quelle risposte che solo lui può dargli. Quanto gli costeranno, queste risposte, Franklin ancora non lo sa quando accetta di portare il genitore a morire tra le montagne degli Ojibwe come un guerriero. Disprezza l’uomo, ma deve sapere. Inizia un viaggio struggente, con un uomo alla fine dei suoi giorni che ripercorre la sua storia per consegnarla a quel figlio che non potrà mai più conoscere, un uomo roso dalla vergogna, dalle scelte sbagliate, dal dolore e dal rimpianto. Vuole il perdono? Vuole l’assoluzione? Franklin non sa se può dargliela, non ora, ma può ascoltare, può fare domande, può tenere tra i denti questa storia, la sua storia, perché è l’unica cosa che il padre può mai dargli. Ed è una storia di guerra, di perdita, di amore e di angoscia, di un vizio maledetto che impedisce ad Eldon di pensarsi come "abbastanza" per chiunque. Una rovina che distrugge tutti coloro che gli stanno vicino, perfino la bellissima Angie che ama con tutto se stesso. Ma l’amore non è salvifico come lo è stato per Bunky, no, l’amore qui lo distrugge e devasta perché porta a galla un’inadeguatezza profonda e ancestrale, desideri che non si era mai permesso di avere, riletture delle proprie scelte che non può fare perché se Angie scoprisse davvero chi è potrebbe non amarlo.


Una storia che commuove e devasta. Quanto è difficile comunicare agli altri le proprie emozioni, i propri sentimenti, e quanto è difficile accettarsi, perdonarsi? E’ questo forse che Eldon cerca alla fine del viaggio, un’espiazione, un perdono e un auto-perdono attraverso il racconto di una vita di perdite, di lutti, e lui, incapace di affrontarli ha ripiegato su una bottiglia. Un padre e un figlio, che apparentemente non hanno nulla in comune, uno in debito con l’altro, un debito insaldabile, eppure così vicini, così umani e fragili, così commoventi. Franklin coraggioso, cresciuto tra i campi e con un fucile in mano che non capisce gli atti giovanili del padre; Eldon devastato, tormentato, perché nel figlio ritrova il sentiero dei propri pensieri, quelle voci che cerca di tacitare con l’alcol per dimenticare chi è stato. Se si fossero parlati prima, cosa sarebbe successo? Se Eldon non si fosse sentito così inadeguato chi sarebbero ora loro due? Domande e ipotesi che si perdono nel silenzio di una montagna che li accoglie. Una penna profonda, intensa, poetica che ci racconta vite ai margini e una natura travolgente, selvaggia e libera.


 

Alcune note su Richard Wagamese

Richard Wagamese (1955-2017) è stato uno dei principali scrittori indigeni del Canada. Ha lavorato a lungo come giornalista e produttore radiotelevisivo ed è autore di tredici libri pubblicati dai più importanti editori canadesi. Fa parte della nazione indiana Ojibwe e, nel 1991, è diventato il primo indigeno canadese a vincere un premio nazionale di giornalismo. Da allora, ha ricevuto regolarmente premi per il suo lavoro giornalistico e letterario, tra cui il “National Indigenous Achievement Award” e il “Canada Council for the Arts Award”. Tra i suoi romanzi più importanti Starlight, Cavallo indiano (Bompiani, 2019) Ragged Company e Le stelle si spengono all’alba.


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