top of page

RECENSIONE: Le cose in natura semplicemente crescono (Yiyun Li)

4 ore fa
Tempo di lettura: 8 min



Autore: Yiyun Li

Traduttore: Laura Noulian

Editore: NN Editore, 2026

Pagine: 144

Genere: Narrativa straniera, Memorie

Prezzo:  € 18.00 (cartaceo), € 8.99 (ebook)

Acquista: Libro, Ebook



Trama

Yiyun Li e suo marito hanno avuto due figli e li hanno persi entrambi: Vincent nel 2017, a sedici anni, e James nel 2024, a diciannove. Entrambi hanno scelto il suicidio, ed entrambi sono morti non lontano da casa. Di fronte a un dolore che sottrae le parole non sono sufficienti a esprimere, "Le cose in natura semplicemente crescono" è un memoir intimo e radicale sul rapporto tra pensiero, lingua e perdita. Li si avvicina all'inaccettabile senza addomesticarlo, interrogando il linguaggio nella sua insufficienza e nella sua ostinata necessità. Per continuare a dare spazio a James, si aggrappa a ciò che nella lingua resiste: Vincent e James non appartengono a un passato concluso, ma erano, sono e saranno, così come lei e suo marito erano, sono e saranno per sempre i loro genitori. È a partire da questa consapevolezza che Li continua a vivere accanto alla perdita, dedicandosi a "ciò che funziona": scrivere, ma anche coltivare il giardino, leggere Albert Camus e Ludwig Wittgenstein, imparare a suonare il pianoforte.


Recensione

Affrontare la perdita significa confrontarsi con una realtà che nessuna parola può davvero modificare. Eppure, proprio quando il linguaggio sembra insufficiente, nasce il bisogno di continuare a cercare le parole, di provare a dare una forma a ciò che è accaduto e di trovare un modo per abitare un'esistenza profondamente cambiata. È da questa contraddizione che prende forma Le cose in natura semplicemente crescono, il memoir di Yiyun Li, un libro intenso e spiazzante che affronta il dolore senza trasformarlo in una storia di rinascita e senza promettere al lettore una consolazione facile.


Al centro dell'opera c'è una tragedia familiare immensa. L'autrice e suo marito hanno perso entrambi i figli: Vincent, morto suicida nel 2017 a sedici anni, e James, morto nel 2024 a diciannove anni. Due perdite che cambiano radicalmente il significato della vita quotidiana e che rendono impossibile guardare al tempo, alla memoria e al futuro come si faceva prima. Yiyun Li sceglie di scrivere a partire da questa esperienza estrema, ma non cerca di costruire un racconto edificante, nel quale il dolore possa trovare una spiegazione o trasformarsi in una lezione da trasmettere agli altri. La sua è una scrittura che guarda l'assenza senza addomesticarla, accettando che alcune domande rimangano senza risposta.

Ciò che colpisce fin dalle prime pagine è proprio il rifiuto di qualsiasi retorica. Di fronte a una sofferenza tanto grande, sarebbe facile affidarsi a parole rassicuranti, a riflessioni sulla forza dell'amore o alla convinzione che il tempo possa, prima o poi, guarire ogni ferita. Li non sceglie questa strada. Non prova a rendere il dolore più comprensibile e non cerca un significato positivo da attribuire a ciò che è accaduto. La sua voce rimane lucida, essenziale, a tratti persino spiazzante, perché non concede al lettore il conforto di una conclusione ordinata.


Eppure, proprio questa rinuncia alle formule più consuete rende il libro così potente. L'autrice non ha bisogno di amplificare le emozioni: lascia che siano i fatti, i pensieri e il peso delle parole a parlare. La sua scrittura non cerca di suscitare commozione a ogni costo, ma invita a confrontarsi con una realtà che non può essere semplificata. Leggendo, si avverte quanto sia difficile trovare un linguaggio adeguato per raccontare ciò che sembra sottrarsi a qualsiasi tentativo di comprensione.


Il rapporto tra lingua ed esperienza è infatti uno dei nuclei fondamentali del memoir. Le parole possono raccontare, conservare ricordi, avvicinare le persone e dare forma ai pensieri, ma non possono cambiare il passato. Non possono restituire Vincent e James ai loro genitori, né spiegare definitivamente le ragioni di una tragedia. Allo stesso tempo, rinunciare alle parole significherebbe rinunciare anche alla possibilità di continuare a interrogarsi, di dare spazio alla memoria e di mantenere vivo un legame.


È in questa tensione che la scrittura di Yiyun Li trova la propria necessità. Scrivere non significa risolvere il dolore, ma continuare a confrontarsi con esso senza fingere di aver trovato una risposta. La letteratura diventa così uno spazio in cui il pensiero può procedere anche quando non riesce a raggiungere una conclusione, in cui le domande possono restare aperte senza perdere la loro importanza.


La riflessione filosofica accompagna questo percorso e si intreccia con la dimensione autobiografica. Il dialogo con autori come Albert Camus e Ludwig Wittgenstein permette a Li di interrogare il significato dell'esistenza e i limiti del linguaggio, senza che la filosofia si trasformi in una spiegazione astratta, distante dall'esperienza concreta. Il pensiero non cancella la sofferenza, ma offre un modo per guardarla da vicino, per esplorarne le contraddizioni e per riconoscere che non tutto ciò che accade può essere ricondotto a un ordine comprensibile.


Al centro rimane soprattutto il legame con i figli. Vincent e James non vengono relegati a un passato ormai concluso, come se la loro morte potesse cancellare tutto ciò che sono stati e tutto ciò che continuano a rappresentare per i genitori. Una delle intuizioni più significative del libro riguarda proprio questa persistenza: i figli erano, sono e saranno i figli di Yiyun Li e di suo marito. Il rapporto non può più esprimersi attraverso la presenza quotidiana, ma non per questo perde la propria realtà.


È una riflessione che mi ha colpito particolarmente, perché invita a considerare la memoria non soltanto come qualcosa che guarda indietro, ma come una dimensione che continua a far parte del presente. L'amore non coincide esclusivamente con la possibilità di condividere momenti, parlare, incontrarsi o costruire nuovi ricordi. Esiste anche nella relazione con chi non c'è più, in quel legame che continua a definire la nostra identità nonostante l'assenza.


Scrivere per James significa allora continuare a rivolgersi a lui, lasciargli uno spazio che la morte non può semplicemente cancellare. Ma anche in questo caso l'autrice non suggerisce che la scrittura possa colmare la distanza. Il libro non restituisce ciò che è stato perduto e non trasforma il ricordo in una forma di presenza capace di sostituire quella reale. Riconosce, piuttosto, che amare qualcuno significa anche convivere con ciò che non possiamo più raggiungere.


Un altro aspetto che rende questo memoir così particolare è l'attenzione riservata alle attività quotidiane. Accanto alla scrittura e alla lettura, Yiyun Li si dedica al giardino e impara a suonare il pianoforte. Sono gesti concreti, che richiedono tempo, esercizio e attenzione. Non rappresentano una cura miracolosa e non diventano il simbolo di una guarigione finalmente compiuta. Sono semplicemente cose che si possono fare, azioni che appartengono alla vita anche quando la vita sembra aver perso ogni equilibrio.


È proprio qui che il titolo acquista il suo significato più profondo. Le cose in natura semplicemente crescono: seguono processi che non dipendono dalla nostra volontà e che non hanno il compito di consolarci. Una pianta continua a crescere senza sapere quale dolore stia attraversando chi se ne prende cura. Il susseguirsi delle stagioni non modifica ciò che è accaduto e la bellezza di un giardino non rende meno dolorosa la perdita di una persona amata.


Questa immagine, lontana da ogni sentimentalismo, mi sembra una delle intuizioni più forti del libro. Spesso cerchiamo nella natura una promessa di rinascita, come se il ritorno della primavera potesse dimostrare che ogni cosa, prima o poi, torna al proprio posto. Li sembra invece suggerire qualcosa di più complesso: la vita continua, ma non necessariamente perché abbia trovato una ragione capace di giustificare il dolore. Continua perché esistono ancora gesti da compiere, pagine da leggere, parole da scrivere, piante da curare e musiche da imparare.


Non c'è l'obbligo di trasformare la sofferenza in una crescita personale, né la necessità di dimostrare di essere diventati più forti. Il dolore può rimanere dolore, senza dover produrre una conclusione positiva. Questa prospettiva rende il memoir profondamente diverso da quei racconti che cercano di individuare, in ogni esperienza difficile, un insegnamento universale. Yiyun Li non offre ricette per affrontare il lutto e non pretende che la propria esperienza possa diventare un modello valido per tutti. Racconta il proprio modo di stare dentro una realtà irreversibile, lasciando che siano le contraddizioni a emergere.


Anche lo stile contribuisce in maniera decisiva alla forza dell'opera. La prosa è asciutta, riflessiva, misurata. Non c'è bisogno di un linguaggio enfatico per restituire la gravità di ciò che viene raccontato. Al contrario, è proprio la sobrietà della scrittura a rendere alcuni passaggi così incisivi. L'autrice alterna la dimensione personale alla riflessione filosofica, mostrando come le grandi domande sull'esistenza nascano spesso da esperienze concrete, da ricordi e da gesti apparentemente ordinari.


Non è un libro da leggere alla ricerca di una trama tradizionale o di una progressione narrativa che conduca a una soluzione. Il suo movimento è soprattutto interiore. Il lettore accompagna l'autrice nel tentativo di comprendere che cosa significhi continuare a vivere quando la realtà non può più essere ricomposta e quando le parole, pur necessarie, non riescono a spiegare tutto. È una lettura che richiede attenzione e disponibilità a sostare nelle domande, senza aspettarsi che ogni riflessione trovi una conclusione definitiva.


La lucidità di Li può talvolta creare una distanza emotiva, soprattutto per chi è abituato a memoir più esplicitamente sentimentali. Personalmente, però, trovo che questa scelta rappresenti uno degli elementi più interessanti dell'opera. L'autrice non cerca di guidare le emozioni del lettore, non gli suggerisce quando commuoversi e non trasforma la propria tragedia in uno spettacolo. Lascia spazio alla complessità dell'esperienza e alla difficoltà di raccontare una persona amata senza pretendere di conoscerla completamente.


Perché anche questo è un tema importante del libro: il limite della nostra capacità di comprendere gli altri. Essere genitori non significa possedere ogni risposta sui propri figli, così come amare una persona non significa poter conoscere interamente il suo mondo interiore. Di fronte alla perdita, questa consapevolezza può diventare ancora più dolorosa, ma Li non cerca di cancellarla attraverso una ricostruzione rassicurante. Accetta che esista una distanza, che qualcosa rimanga inconoscibile e che nessun racconto possa restituire una persona nella sua totalità.


Alla fine della lettura, ciò che rimane non è una consolazione, ma una diversa consapevolezza del rapporto tra assenza e presenza, tra parole e silenzio, tra il bisogno di comprendere e la necessità di riconoscere i limiti della comprensione. Le cose in natura semplicemente crescono non invita a superare il dolore come se fosse una tappa da lasciarsi definitivamente alle spalle. Invita, piuttosto, a riconoscere che si può continuare a vivere senza che tutto torni come prima, senza che ogni domanda trovi una risposta e senza che l'amore debba dimostrare di poter sconfiggere la morte.


È un libro che colpisce per la sua onestà e per il coraggio con cui rifiuta le scorciatoie emotive. Yiyun Li scrive di una tragedia personale immensa, ma riesce ad allargare la riflessione fino a toccare questioni che riguardano tutti: il significato che attribuiamo alle parole, il modo in cui conserviamo la memoria di chi amiamo, la fragilità delle nostre certezze e la possibilità di continuare a compiere gesti quotidiani anche quando il mondo che conoscevamo è cambiato per sempre.


La sua forza, a mio avviso, sta proprio nel non voler insegnare come si affronta una perdita. Non c'è una formula da seguire, non c'è una promessa da mantenere e non c'è un lieto fine da raggiungere. Ci sono una madre, i suoi figli, il bisogno di continuare a parlare di loro e una vita che procede attraverso azioni semplici, senza che queste possano cancellare l'assenza. Ci sono parole che cercano di avvicinarsi a ciò che non può essere spiegato e una scrittura che trova il proprio valore anche nel riconoscere i suoi limiti.


Consiglio questo libro a chi ama i memoir letterari intensi e profondamente introspettivi, a chi apprezza una scrittura essenziale e rigorosa e a chi cerca libri capaci di intrecciare esperienza personale, letteratura e filosofia. È una lettura particolarmente indicata per chi desidera confrontarsi con il tema del lutto senza trovare consolazioni facili, ma è importante sapere che affronta direttamente il suicidio e la perdita di due figli e può risultare emotivamente molto impegnativa.



Alcune note su Yiyun Li

Yiyun Li è nata a Pechino e vive a Princeton, New Jersey. Dopo la laurea in Medicina, si è trasferita negli Stati Uniti, per dedicarsi alla scrittura e all'insegnamento. Per Autrice di romanzi e memoir, ha vinto il PEN/Hemingway Award, il Guardian First Book Award, la fellowship della MacArthur Foundation e un Windham-Campbell Prize. Per NNE ha pubblicato Caro amico (2018), Ragazzo d’oro, ragazza di smeraldo (2019), Dove le ragioni finiscono (2021) e Se vado via (2022). Con Il libro dell’oca ha vinto il PEN/Faulkner Award 2023.


Commenti


©2020 di Dalla carta allo schermo.

bottom of page