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RECENSIONE: Non cercare di diventare un buddha. La pratica zen, qui e ora (Myozan Ian Kilroy)

8 minuti fa
Tempo di lettura: 7 min



Autore: Myozan Ian Kilroy

Traduttore: Fabio Miarelli

Editore: Astrolabio Ubaldini, 2026

Pagine: 282

Genere: Saggi, Benessere

Prezzo: € 33.00

Acquista: Libro



Trama

L’essenza dello Zen si manifesta nella concretezza dell’esperienza ordinaria, nel momento presente e nel luogo in cui ci si trova. Non serve allontanarsi da dove si è e andare alla ricerca di mete irraggiungibili: lo zazen è come viaggiare rimanendo esattamente dove si è e la verità può essere trovata nel mondo che ci circonda, nella vita ordinaria. Nel racconto di Kilroy, l’esperienza personale come praticante e monaco della tradizione Soto si intreccia con una chiara esposizione dei principi dello zazen, la meditazione da seduti, e con una riflessione profonda sugli aspetti rituali e comunitari di questa pratica. La vita nel sangha è il fulcro della narrazione, perché è ciò che sostiene e accompagna la pratica del singolo. Alle sfide che derivano dal percorso di radicamento del buddhismo in Occidente Kilroy risponde tracciando i lineamenti di uno Zen che emerga nella lingua, nelle tradizioni e nel contesto sociale in cui si trova: la dimostrazione che lo zazen è per chiunque, in ogni tempo e luogo, e che il più profondo significato della vita è la vita stessa.


Recensione

A volte la ricerca di una risposta finisce per diventare un altro modo di allontanarsi dalla propria vita. Cerchiamo un luogo diverso, una condizione diversa, una versione migliore di noi stessi, convinti che ciò che siamo adesso non sia ancora abbastanza. Anche la spiritualità può trasformarsi in questa ricerca continua: diventare più consapevoli, più sereni, più equilibrati, magari persino più “illuminati”. E proprio da qui parte Myozan Ian Kilroy, sacerdote della tradizione Zen Sōtō, per proporre una prospettiva che, già dal titolo, sembra andare controcorrente: non cercare di diventare un Buddha.


Il paradosso è soltanto apparente. Per Kilroy lo Zen non è un percorso attraverso il quale allontanarsi dalla realtà per raggiungere una condizione superiore, ma un modo per tornare continuamente alla concretezza dell'esistenza. Al qui e ora. Al luogo in cui ci troviamo. Alla vita ordinaria. E in questa idea, apparentemente semplice, si trova il centro di Non cercare di diventare un Buddha. La pratica zen non viene raccontata come una fuga dal mondo, ma come un modo diverso di stare nel mondo.


Il cuore del libro è lo zazen, la meditazione seduta, ma sarebbe riduttivo considerarlo un manuale sulla meditazione. Kilroy parla dello zazen per raccontare qualcosa di più ampio: un modo di guardare alla propria esistenza senza trasformarla continuamente in un progetto da correggere o migliorare. Sedersi, respirare, restare presenti diventano così gesti attraverso i quali confrontarsi con ciò che siamo, senza la necessità di costruire un'immagine ideale di noi stessi.


Ed è proprio questo uno degli aspetti che ho trovato più interessanti nel libro. Siamo abituati a pensare alla crescita personale come a un movimento verso qualcosa: diventare migliori, raggiungere un obiettivo, superare un limite. Anche quando parliamo di benessere e di ricerca interiore, spesso utilizziamo lo stesso linguaggio. Kilroy sembra invece suggerire di fermarsi. Non per rinunciare alla ricerca, ma per accorgersi che forse la ricerca stessa, quando diventa incessante, rischia di impedirci di vedere ciò che abbiamo già davanti.


Il titolo acquista allora un significato molto più profondo. Non cercare di diventare un Buddha significa anche non trasformare il Buddha in un modello da imitare o in una meta da raggiungere. Non c'è un'immagine perfetta alla quale adeguarsi. Non c'è una versione definitiva di noi stessi che ci aspetta alla fine del percorso. La pratica non è una scala sulla quale salire gradino dopo gradino fino a diventare finalmente qualcun altro. È piuttosto una consapevolezza che si rinnova nel presente.


Questa prospettiva attraversa tutto il volume e impedisce di leggere lo Zen soltanto come una tecnica di rilassamento. Kilroy insiste infatti sulla dimensione concreta della pratica, che coinvolge il modo in cui viviamo, le relazioni con gli altri, le nostre scelte e il nostro rapporto con la comunità. Lo Zen non rimane chiuso nello spazio della meditazione individuale, perché la pratica prende forma anche nel modo in cui ci comportiamo nel mondo.


E qui entra in gioco uno degli elementi più importanti del libro: il sangha. La comunità non è un semplice sfondo, ma una parte essenziale dell'esperienza raccontata dall'autore. La pratica del singolo viene sostenuta dalla presenza degli altri, da regole condivise, da rituali e da momenti comuni. È un aspetto che trovo particolarmente significativo perché restituisce allo Zen una dimensione collettiva che rischia di perdersi quando la meditazione viene trasformata in una pratica esclusivamente individuale.


Kilroy racconta tutto questo anche attraverso la propria esperienza di praticante e sacerdote buddhista in Irlanda. Ed è proprio la sua esperienza occidentale a rendere il libro particolarmente interessante. Non siamo di fronte alla rappresentazione di uno Zen astratto, sospeso in un Oriente idealizzato e lontano dalla nostra quotidianità. Il problema affrontato dall'autore è anche quello di capire come una tradizione spirituale possa mettere radici in un altro territorio, in un'altra cultura e in un'altra società.


La parte finale del libro si concentra infatti sullo Zen in Irlanda e affronta questioni come il rapporto tra buddhismo e identità nazionale, la convivenza tra tradizioni spirituali diverse, la costruzione di una tradizione zen irlandese, il rapporto con il cattolicesimo e la possibilità di una meditazione laica. Sono temi che ampliano il discorso e mostrano come la pratica spirituale non possa essere separata dal contesto nel quale viene vissuta.


Particolarmente interessante è proprio l'idea di uno Zen che non debba semplicemente replicare modelli provenienti dall'Oriente, ma possa trovare una propria espressione nella lingua, nelle tradizioni e nel territorio in cui si radica. Non significa cancellare la tradizione, ma permetterle di vivere davvero in un contesto diverso. È una questione che va oltre il buddhismo e che riguarda, più in generale, il modo in cui una tradizione può essere trasmessa senza trasformarsi in una semplice imitazione.


Anche la struttura del libro riflette questa ricchezza. Le quattro parti (“La ricerca”, “Vivere”, “Celebrare” e “Zen qui e adesso”) costruiscono un percorso che parte dalle domande personali e arriva progressivamente alla dimensione comunitaria, rituale e culturale della pratica. Nei capitoli compaiono temi molto diversi: la ricerca della pace, l'identità, la paura di perdere se stessi, il desiderio, l'apprendimento, le opinioni, il lavoro, l'etica, i rituali, la nascita, il matrimonio e la morte. Nella parte dedicata all'esperienza irlandese trovano spazio anche riflessioni sulla religione, sull'identità nazionale e sulla possibilità di uno Zen occidentale.


È una varietà che rende il libro più ampio di quanto possa far pensare il suo titolo. Non si limita a spiegare che cos'è lo zazen, ma utilizza la pratica come punto di partenza per interrogare il nostro modo di vivere. E forse è proprio qui che il libro riesce maggiormente a parlare anche a chi non ha mai praticato la meditazione.


Perché la domanda sottesa alle pagine di Kilroy è una domanda che appartiene a tutti: perché sentiamo continuamente di dover diventare qualcun altro?


Quante volte pensiamo che saremo finalmente soddisfatti quando avremo raggiunto un determinato obiettivo? Quando avremo cambiato qualcosa di noi? Quando saremo più tranquilli, più forti, più capaci? La promessa implicita della ricerca sembra essere quasi sempre quella di una vita che inizierà davvero in un futuro prossimo. Kilroy prova a interrompere questo meccanismo riportando l'attenzione al presente.


Non è però una proposta semplicistica. Il libro non dice che basta “vivere il momento” per risolvere le nostre inquietudini. Non offre formule veloci né una spiritualità da consumare in pochi minuti al giorno. La pratica richiede continuità, disciplina e soprattutto la disponibilità a stare anche davanti a ciò che non ci piace di noi stessi.


Ed è questo, probabilmente, uno degli aspetti più lontani da certe rappresentazioni contemporanee della mindfulness. Qui la meditazione non viene presentata principalmente come uno strumento per essere più produttivi, meno stressati o più efficienti. Non è qualcosa che facciamo per ottenere un risultato. La pratica ha valore in se stessa.


Il paradosso è che proprio quando smettiamo di inseguire un risultato, possiamo cominciare a guardare con maggiore attenzione quello che accade davvero. Il corpo, il respiro, i pensieri, le relazioni, le emozioni, gli altri. La realtà smette di essere soltanto qualcosa da attraversare velocemente per arrivare altrove e torna a essere il luogo nel quale siamo.


Mi ha colpito soprattutto questa idea del “proprio dove stai”, che dà anche il titolo all'ultimo capitolo. Dopo il viaggio attraverso la ricerca personale, la pratica, il sangha, i rituali e l'esperienza dello Zen in Irlanda, Kilroy sembra riportare tutto al punto di partenza: non serve necessariamente andare lontano. La verità che si cerca può essere incontrata nella vita ordinaria, nel luogo concreto nel quale ci troviamo.


È una conclusione che dà un senso particolare anche al titolo. Non cercare di diventare un Buddha non significa smettere di cercare, ma forse imparare a cercare in modo diverso. Significa non trasformare la ricerca spirituale nell'ennesima forma di insoddisfazione. Significa non pensare che la vita vera comincerà quando saremo finalmente diventati ciò che immaginiamo di dover essere.


In questo senso, il libro di Kilroy è una riflessione sulla presenza, ma anche sull'accettazione della nostra condizione umana. Ci ricorda che la pratica non deve necessariamente condurci lontano da noi stessi. Può, al contrario, riportarci proprio lì: nel nostro corpo, nella nostra quotidianità, nelle relazioni, nella comunità, nelle cose semplici che normalmente attraversiamo senza prestarvi attenzione.


Non è una lettura che pretende di essere sempre immediata. Alcune riflessioni richiedono tempo e una certa familiarità con il linguaggio e la tradizione dello Zen. Ma forse è proprio questo uno dei motivi per cui il libro merita di essere letto lentamente. Non sembra chiedere al lettore di arrivare rapidamente alla fine, quanto piuttosto di fermarsi ogni tanto e lasciare che alcune domande continuino a lavorare.


Alla fine rimane una sensazione che trovo molto coerente con il messaggio dell'autore: forse non abbiamo bisogno di diventare qualcosa di diverso per cominciare a vivere pienamente ciò che siamo.


E forse il gesto più radicale, in una società che ci chiede continuamente di migliorarci, correggerci e trasformarci, è proprio quello di fermarsi.


Sedersi.

Respirare.

Guardare.


E scoprire che il luogo dal quale stavamo cercando di fuggire era, forse, proprio il luogo nel quale dovevamo imparare a stare.


Consiglio questo libro a chi è interessato allo Zen e vuole conoscerne una dimensione concreta e profondamente legata alla vita quotidiana; a chi pratica o vuole avvicinarsi allo zazen; a chi è incuriosito dal rapporto tra buddhismo e cultura occidentale; ma anche a chi, indipendentemente dalla propria esperienza spirituale, sente il bisogno di interrogarsi sul proprio modo di vivere, sul desiderio di cambiare continuamente e sulla difficoltà di essere davvero presenti.


Non è necessariamente un libro per chi cerca risposte immediate. È, piuttosto, un libro per chi è disposto a fermarsi davanti alle domande.



Alcune note su Myozan Ian Kilroy

Myozan Ian Kilroy è un sacerdote buddhista della scuola zen Sōtō ed erede del Dharma di Taïgu Turlur Rōshi nel lignaggio di Nishijima Rōshi e Rempō Niwa Zenji. Risiede in Irlanda, dove ha fondato il sangha Zen Buddhism Ireland e il Dublin Zen Center, di cui è abate e insegnante. Attivo sostenitore delle campagne a favore della diversità religiosa, è inoltre fondatore e presidente della Irish Buddhist Union e rappresenta il buddhismo nel Dublin City Interfaith Forum.


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