RECENSIONE: Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli (Destin Daniel Cretton)

Aggiornamento: 7 ott 2021



Voto: 3/5

Regista: Destin Daniel Cretton

Interpreti: Simu Liu, Awkwafina, Meng'er Zhang

Anno: 2021

Durata: 132 minuti

Genere: Fantasy


 

Trama

Figlio di un potente criminale cinese, Shang-Chi è cresciuto a San Francisco, in un quartiere isolato e nel quale nascondersi è sempre stato relativamente semplice. Addestrato alle arti marziali, egli ha sviluppato capacità fuori dall’ordinario, ma la sua indole è fondamentalmente buona: egli ha sempre inteso distanziarsi dal mondo nel quale è nato.

Ma il passato è pronto a riavvicinarsi a Shang-Chi. Un gruppo di assassini, infatti, irrompe nel quartiere dove il ragazzo lavora come parcheggiatore, rubando un ciondolo che la madre gli aveva regalato quando lui era un bambino. Così, Shang-Chi verrà costretto a passare all’azione. Insieme all’amica Katy, egli si avvierà verso Macao, dove ritroverà la sorella Xialing: occorrerà avvertirla di come anche lei sarà presto in pericolo.

Inevitabilmente coinvolto nella rete criminale del padre, Shang-Chi scoprirà la misteriosa organizzazione dei Dieci Anelli, che rappresenta la vera minaccia dalla quale egli dovrà difendersi. Riuscirà Shang-Chi a fermare la violenza e a restare coerente con la scelta di essere una persona diversa da quella che suo padre avrebbe voluto?


Recensione

Dopo il grande epilogo di Avengers: Endgame, la Marvel propone nuove e diverse storie per sfamare il suo pubblico. Tra queste c’è stata, poco tempo fa, Black Widow, una piccola parentesi retroattiva per poi focalizzarsi sul futuro, che ha le fattezze di Shang-Chi (Simu Liu), esperto combattente del clan dei Dieci Anelli con a capo suo padre, che fugge da quest’ultimo dopo una delicata missione forse fallita in giovane età. Dopo molti anni i due si incontrano da sfidanti per decidere le sorti del pianeta minacciato da un essere diabolico che chiede di essere risvegliato dopo migliaia di anni di prigionia. La Marvel cerca di occidentalizzare un racconto orientale, con tanto di stilemi, leggende e creature annesse.

I combattimenti, vero fiore all’occhiello della pellicola, hanno la delicatezza di esecuzione di Ang Lee e la ferocia hard boiler di John Woo. Il rapporto tra il padre e figlio si arricchisce di momenti in cui cala drasticamente il ritmo, rendendo la storia fin troppo prolissa ma equilibrata per presentare, evolvere ed indagare il conflittuale rapporto tra i due, che non risparmia nessuno, tanto meno si permette di appiccicare etichette. Non esiste il bene o il male assoluto e distinto, come spesso capita queste due realtà coesistono nello stesso momento, occupando lo stesso spazio, come lo Ying e lo Yang. Motivo per cui parte dell’interesse narrativo è proprio nella scoperta del giovane ragazzo, con le sue convinzioni portate avanti nella vita, maturate e consolidate, sempre state figlie di pregiudizi perché ogni azione, per quanto scellerata, nasconde una motivazione mossa spesso da disperazione.

Purtroppo questo film crolla e perde tutte le buone intenzioni nel terzo atto, trasformandosi in un classico spettacolo pirotecnico di combattimenti non più coreografati con la raffinatezza che li dovrebbe contraddistinguere; ogni scena s’infarcisce di una invasiva computer grafica per vomitare sullo schermo colori, mostri, draghi e luci colorate, tra lanci di Onde Energetiche e tante altre belle cose che si vendono facilmente nel mercato orientale. Anche per gli amanti dei film di combattimento e arti marziali si tratta di un godimento interrotto a qualche minuto dall’esplosione finale, capace di lasciare molte bocche asciutte. Risulta comunque un prodotto del filone Marvel ben concreto e forte al pari di film precedenti, ma senza mordente.


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