RECENSIONE: Squilibrio (Gianfranco Contini)


Autore: Gianfranco Contini
Editore: Edizioni IlViandante, 2026
Pagine: 336
Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea
Prezzo: € 17.00
Acquista: Libro
Acquista sito editore: https://www.edizioniilviandante.it/prodotto/squilibro/
Trama
Per quasi due anni è stato in coma in un letto d'ospedale. Ora è tornato a vivere. Della sua prima vita restano solo tracce nella memoria sconvolta dal trauma. La seconda è una spasmodica attesa che un editore accetti il suo romanzo. Un testo sbilenco e assurdo che alterna momenti poetici ad altri drammatici e confusi. Intanto, le sue giornate trascorrono all'insegna della trasgressione, in bilico tra pura follia e narcisismo esasperato. Agisce senza scrupoli per soddisfare un insano senso di giustizia, e la sua incapacità di amare lascia ferite profonde nelle molte donne che incontra. Eppure, una sensibilità particolare lo costringe a confrontarsi con le oscure pieghe della sua mente. Una mente che uno psicoterapeuta senza speranza non riesce a comprendere e curare.
Recensione
La mente umana non è sempre un luogo nel quale sia possibile orientarsi con facilità. A volte conserva ricordi deformati, altre volte cancella, confonde, ricostruisce. E quando ciò che abbiamo considerato la nostra identità comincia a sgretolarsi, diventa difficile capire dove finisca la realtà e dove inizi la percezione che abbiamo di noi stessi. È proprio dentro questa zona instabile che Gianfranco Contini costruisce Squilibro, un romanzo inquieto, disturbante e volutamente difficile da ricondurre a categorie rassicuranti.
Il protagonista torna alla vita dopo quasi due anni trascorsi in coma. Ma tornare a vivere non significa necessariamente ritrovare la propria vita. Del passato rimangono soltanto frammenti, tracce di una precedente esistenza che il trauma ha reso incerta e sfuggente. La memoria non restituisce una storia ordinata, ma una serie di immagini e sensazioni attraverso le quali il protagonista deve cercare, quasi da zero, di ricomporre se stesso.
È una seconda vita, dunque, ma non una rinascita nel senso più consolatorio del termine. Non c'è una semplice ripartenza, né la possibilità di lasciarsi alle spalle ciò che è stato. Il passato continua a esercitare la propria influenza proprio perché non è più completamente afferrabile. E questa condizione di precarietà diventa uno degli elementi più interessanti del romanzo: il protagonista vive in una sorta di sospensione permanente, come se fosse costantemente costretto a cercare un equilibrio che sembra sfuggirgli.
A complicare ulteriormente questa situazione c'è la sua ossessione per la scrittura. La sua nuova esistenza è dominata dall'attesa che un editore accetti il romanzo che ha scritto, un testo definito volutamente sbilenco e assurdo, capace di alternare momenti poetici, passaggi drammatici e situazioni confuse. Il manoscritto diventa così qualcosa di più di un semplice elemento della vicenda: sembra rappresentare il tentativo del protagonista di dare una forma a ciò che dentro di lui forma non riesce ad avere.
Ed è proprio qui che il romanzo diventa particolarmente interessante. Scrivere significa mettere ordine, trasformare l'esperienza in racconto, attribuire un significato a ciò che è accaduto. Ma in Squilibro la scrittura non sembra riuscire davvero a ricomporre la frattura. Al contrario, sembra amplificarla. Il testo dentro il testo riflette la stessa instabilità dell'uomo che lo ha scritto: è poetico e drammatico, assurdo e doloroso, lucido e confuso. La forma stessa del manoscritto sembra quindi dialogare con la condizione psicologica del protagonista.
Contini porta il lettore dentro una personalità profondamente contraddittoria. Il suo protagonista vive all'insegna della trasgressione, dell'eccesso, del narcisismo e di una forma distorta di giustizia che lo porta ad agire senza scrupoli. Non è un personaggio costruito per essere facilmente amato e nemmeno per essere semplicemente giudicato. È, piuttosto, una figura scomoda, che costringe il lettore a confrontarsi con comportamenti difficili da accettare e con una mente nella quale convivono fragilità, egoismo, sensibilità e distruttività.
La sua incapacità di amare è forse uno degli aspetti più dolorosi della sua personalità. Le numerose donne che incontra finiscono per subire le conseguenze della sua instabilità emotiva e delle sue contraddizioni. Anche qui Contini evita una rappresentazione rassicurante dei rapporti umani: l'amore non diventa automaticamente uno strumento di salvezza e la relazione con l'altro non riesce a compensare le fratture interiori del protagonista. Al contrario, proprio nei rapporti affettivi emergono con maggiore evidenza le sue difficoltà, la sua incapacità di stabilire un equilibrio e il suo modo di ferire chi gli sta vicino.
Eppure sarebbe riduttivo fermarsi alla sua dimensione più aggressiva o trasgressiva. Dentro questo personaggio esiste infatti una sensibilità particolare, forse proprio quella sensibilità che gli impedisce di ignorare completamente le proprie zone d'ombra. È questa contraddizione a renderlo interessante: da una parte cerca continuamente di affermare se stesso, dall'altra è costretto a confrontarsi con qualcosa che non riesce a controllare. La sua mente diventa allora contemporaneamente il luogo della sua libertà e della sua prigionia.
Il titolo Squilibro assume così un significato che va ben oltre la semplice descrizione di una condizione psicologica. Lo squilibrio riguarda il protagonista, naturalmente, ma sembra riguardare anche il rapporto tra memoria e realtà, tra ciò che siamo stati e ciò che crediamo di essere, tra il desiderio di essere amati e l'incapacità di amare, tra il bisogno di dare un senso alla propria esistenza e l'impossibilità di trovare una risposta definitiva.
È un romanzo che si muove continuamente sul confine. Normalità e follia, lucidità e delirio, sensibilità e narcisismo, bisogno dell'altro e incapacità di relazione sono dimensioni che non vengono presentate come compartimenti separati. Si contaminano, si sovrappongono e finiscono per rendere il protagonista una figura sfuggente. Ed è probabilmente proprio questa sfuggevolezza uno degli elementi che più caratterizzano la lettura.
La professione di Contini, psichiatra e psicoterapeuta, inevitabilmente aggiunge una prospettiva particolare al romanzo. Ma Squilibro non si trasforma in un trattato sulla malattia mentale. La psiche viene raccontata attraverso una storia, attraverso un uomo concreto e soprattutto attraverso le sue contraddizioni. Anche la presenza dello psicoterapeuta, che non riesce a comprendere né a curare fino in fondo il protagonista, assume un significato interessante: non sempre la mente può essere decifrata attraverso spiegazioni razionali e non sempre la sofferenza può essere ricondotta a una soluzione.
Questa impossibilità di arrivare a una spiegazione definitiva è importante perché impedisce al romanzo di diventare una sorta di caso clinico raccontato in forma narrativa. Il protagonista non è soltanto una mente da analizzare. È una persona, con le sue responsabilità, le sue ossessioni, i suoi desideri, le sue debolezze e le ferite che provoca agli altri. Il lettore viene così messo nella posizione scomoda di doverlo osservare senza poterlo classificare completamente.
Squilibro è, soprattutto, un romanzo che mette il lettore davanti alla fragilità dell'identità. Quanto di noi rimane quando la memoria viene compromessa? Possiamo davvero ricostruire chi siamo partendo soltanto dai frammenti che ci restano? E quanto della nostra identità dipende dal modo in cui gli altri ci vedono? Sono interrogativi che attraversano la vicenda senza necessariamente trovare risposte definitive.
Mi ha colpito soprattutto il modo in cui il romanzo mette in discussione l'idea stessa di equilibrio. Siamo abituati a pensare all'equilibrio come a una condizione positiva, qualcosa da raggiungere e conservare. Qui, invece, l'equilibrio appare continuamente minacciato, quasi impossibile. E forse proprio per questo il protagonista risulta credibile nella sua imperfezione: non è un uomo che ha semplicemente perso la strada, ma qualcuno che sembra non riuscire più a distinguere con chiarezza quale strada dovrebbe prendere.
La lettura non è sempre semplice e non vuole esserlo. Alcuni comportamenti del protagonista possono risultare respingenti, alcune sue scelte possono generare disagio e il modo in cui la narrazione attraversa la sua mente può lasciare il lettore volutamente senza punti di riferimento. Ma è proprio questa sensazione di instabilità a essere parte integrante dell'esperienza del romanzo. Leggere Squilibro significa, in qualche modo, accettare di perdere per un po' il terreno sotto i piedi.
Non è quindi un libro che consiglierei a chi cerca una storia lineare, un protagonista immediatamente empatico o una narrazione capace di offrire risposte rassicuranti. È invece una lettura che può interessare chi ama i romanzi psicologici, i personaggi ambigui e disturbanti, le storie nelle quali la mente umana diventa il vero territorio dell'esplorazione.
Alla fine, quello che rimane è soprattutto il ritratto di un uomo frantumato, sospeso tra una vita che non riesce più a ricordare pienamente e una nuova esistenza che non riesce davvero a governare. Un uomo che cerca nella scrittura una possibile forma di ricomposizione, ma che continua a vivere dentro le proprie contraddizioni.
E forse è proprio questo il senso più profondo del romanzo: non sempre l'essere umano riesce a ricomporsi. A volte può soltanto imparare a guardare le proprie crepe, anche quando sono profonde, anche quando fanno male, anche quando coinvolgono inevitabilmente le persone che gli stanno intorno.
Lo consiglio soprattutto a chi ama la narrativa psicologica e i romanzi che mettono al centro la complessità della mente e dell'identità. È una lettura adatta a chi non ha paura di confrontarsi con protagonisti scomodi, contraddittori e difficili da giudicare, e a chi apprezza una narrativa capace di muoversi tra realtà, memoria, follia e introspezione. Lo consiglierei anche a chi è interessato al modo in cui la letteratura può raccontare la fragilità psichica senza necessariamente trasformarla in una spiegazione teorica.
Alcune note su Gianfranco Contini
Gianfranco Contini è nato a Chieti e vive a Francavilla Al Mare.
Psichiatria e psicoterapeuta, ha lavorato nei Servizi per la Salute Mentale della Lombardia, dell’Emilia-Romagna e del Molise. È stato Primario in Psichiatria e ha diretto il progetto per la chiusura dell’Ospedale Psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia.
Successivamente ha ricoperto il ruolo di Coordinatore Sanitario presso la Casa di Cura Villa Serena di Città S. Angelo. Attualmente è impegnato in attività di studio e ricerche sul tema della umanizzazione delle cure.
È autore di oltre cento pubblicazioni e monografie a carattere scientifico, e ha scritto i romanzi: Alla fine del dolore (Tracce, 2004), Centottanta (CLUEB, 2006), Tutto esaurito (Robin, 2008). Con Tabula Fati ha pubblicato le raccolte di poesie: Impulso diverso (2007) e Risalire il vento (2009).




Commenti