RECENSIONE: Autoritratto in verde (Marie NDiaye)


Autore: Marie NDiaye
Traduttore: Antonella Conti
Editore: Prehistorica Editore, 2026
Pagine: 171
Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea
Prezzo: € 17.00
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Trama
È ossessionata dall’apparizione di misteriose figure di donne, tutte vestite di verde, ed è anche tormentata dall’impetuosa Garonna che minaccia di tracimare: la narratrice senza nome di questo romanzo non la smette di andare alla loro ricerca, tra Parigi, Marsiglia e l’Africa. Ogni incontro rivela differenti aspetti di quelle donne – reali o immaginarie, vive o morte, seducenti o agghiaccianti che siano – e conduce la protagonista sempre più in profondità, dentro la sua stessa ossessione, nell’inquietante esplorazione della propria identità, di una memoria incerta, di una paranoia. In Autoritratto in verde, il premio Goncourt Marie NDiaye mette così in atto un brillante rovesciamento del classico memoir; mentre strizza l’occhio al realismo magico – come già in La Strega (Prehistorica 2025) –, l’autrice plasma le sue donne in verde, delle presenze femminili che rinviano al materno, rispetto alle quali disegna il proprio «autoritratto». Scritta in forma diaristica, con una prosa lirica e onirica, quest’opera rapisce il lettore e lo riporta di continuo a quel fiume, che – non senza ricordare le atmosfere evocate in Sull’acqua da Maupassant – fluisce in parallelo alla narrazione, fornendo più domande che risposte.
Recensione
La prima sensazione che lascia la lettura di questo libro è quella di essere entrati in un luogo nel quale la realtà ha perso progressivamente i propri contorni. Non perché Marie NDiaye costruisca un mondo apertamente fantastico, separato da quello quotidiano, ma perché lascia che il reale venga lentamente contaminato dall'inquietudine, dal ricordo, dalla paura e da presenze che sembrano appartenere contemporaneamente alla vita concreta e all'immaginazione. È un territorio narrativo sfuggente, nel quale nulla rimane completamente definito e nel quale anche ciò che crediamo di aver riconosciuto può improvvisamente cambiare forma.
La storia prende avvio nel dicembre del 2003, in una zona della Gironda attraversata dalla Garonna. Il fiume si alza nell'oscurità e la minaccia dell'acqua accompagna fin dalle prime pagine la voce della narratrice. Le dighe proteggono il paese, ma nessuno può sapere con certezza fino a che punto quella protezione sarà sufficiente. L'attesa dell'inondazione diventa così qualcosa di più di un semplice elemento della vicenda: è una condizione mentale, una sospensione, la sensazione che qualcosa stia per accadere e che non sia possibile prevederne le conseguenze.
È proprio dentro questa atmosfera che compaiono le misteriose "donne in verde", figure che la narratrice incontra e che sembrano provenire da una zona intermedia tra memoria, sogno e realtà. Non sono semplicemente personaggi eccentrici o apparizioni utilizzate per creare un'atmosfera fantastica. La loro presenza diventa progressivamente una delle chiavi attraverso cui leggere il rapporto della protagonista con se stessa, con la propria famiglia e con il proprio passato.
Tra queste figure assume particolare importanza la madre, anch'essa associata al verde. Il rapporto con lei è tutt'altro che rassicurante: la madre appare sfuggente, fredda, inafferrabile, capace di trasformarsi e di sottrarsi continuamente a qualsiasi tentativo di definizione. Il ritratto che emerge non è quindi quello di una madre raccontata attraverso ricordi ordinati e riconoscibili, ma quello di una presenza quasi spettrale, che continua a modificarsi nella memoria della figlia.
E qui il significato del titolo comincia a diventare più complesso. Che cosa significa davvero realizzare un autoritratto quando il proprio volto è inseparabile da quello degli altri? Quando la memoria non è affidabile? Quando le persone che appartengono alla nostra storia possono apparire diverse ogni volta che proviamo a ricordarle?
NDiaye non sembra interessata a offrire una risposta definitiva. Anzi, fa esattamente il contrario: mette continuamente in discussione la possibilità stessa di raccontare un'identità in maniera lineare. L'autoritratto promesso dal titolo diventa così un autoritratto per sottrazione, costruito attraverso presenze altrui, ricordi incerti, fotografie, incontri e immagini che sembrano dire qualcosa della narratrice proprio mentre impediscono al lettore di afferrarla completamente.
Anche le fotografie hanno un ruolo fondamentale in questo meccanismo. Il libro non è soltanto un testo narrativo accompagnato da immagini: la relazione tra parole e fotografie contribuisce alla sua particolare natura ibrida. Le immagini sembrano documentare, ma allo stesso tempo aumentano il dubbio. Quello che vediamo dovrebbe aiutarci a distinguere il vero dal falso, il ricordo dall'invenzione, e invece spesso produce l'effetto opposto. L'immagine, anziché diventare una prova, si trasforma in un ulteriore elemento di ambiguità. È una scelta particolarmente efficace perché mette il lettore nella stessa posizione della narratrice: anche noi osserviamo, interpretiamo, formuliamo ipotesi, ma non arriviamo mai a possedere una certezza assoluta.
Questa continua instabilità è probabilmente uno degli aspetti più affascinanti dell'opera. Non siamo davanti a una storia nella quale ogni elemento trova alla fine la propria spiegazione. NDiaye non costruisce un enigma destinato a essere risolto. Costruisce piuttosto un'inquietudine destinata a rimanere con il lettore.
La Garonna che cresce, le donne in verde, la madre, il ricordo del padre, le fotografie e gli episodi apparentemente quotidiani finiscono per appartenere allo stesso paesaggio mentale. L'acqua del fiume sembra oltrepassare gli argini proprio come la memoria oltrepassa i confini della realtà. Tutto diventa permeabile: il passato entra nel presente, la fantasia si confonde con il ricordo, l'autobiografia con la finzione, la persona reale con quella che viene costruita attraverso il racconto.
È anche per questo che definire semplicemente il libro come un'autobiografia sarebbe riduttivo. L'opera gioca consapevolmente con le aspettative del lettore. Il titolo promette un autoritratto, ma l'autoritratto non viene mai consegnato nella forma tradizionale. Non troviamo una confessione ordinata, una ricostruzione cronologica dell'esistenza dell'autrice o una spiegazione rassicurante delle figure che attraversano il testo. Troviamo invece una sorta di autoritratto deformato, filtrato attraverso la memoria e attraverso l'immaginazione.
La scelta di utilizzare il colore verde come elemento ricorrente rende ancora più particolare questa sensazione. Il verde non è semplicemente una tinta decorativa. È una presenza che ritorna, che accompagna le figure femminili e che sembra diventare progressivamente una sorta di colore interiore della narratrice. Può evocare la natura, ma anche qualcosa di malsano, ambiguo, inquietante. È un colore che non si lascia chiudere dentro un unico significato e proprio per questo funziona perfettamente all'interno della poetica di NDiaye.
La scrittura contribuisce in maniera decisiva a creare questa atmosfera. È precisa, controllata, spesso quasi fredda, e proprio per questo riesce a rendere ancora più perturbanti le situazioni che racconta. NDiaye non ha bisogno di ricorrere continuamente a effetti spettacolari: è sufficiente introdurre una piccola incrinatura nella realtà e lasciarla crescere. Una persona può apparire familiare e contemporaneamente estranea; una fotografia può sembrare un documento e subito dopo diventare fonte di dubbi; un ricordo può sembrare certo fino al momento in cui qualcosa lo mette in discussione.
Il risultato è una lettura che richiede una partecipazione diversa da quella di un romanzo tradizionale. Bisogna accettare di non capire tutto, di non avere sempre coordinate precise, di lasciarsi guidare dalle immagini e dalle sensazioni oltre che dagli avvenimenti. È un libro che non cerca tanto di raccontare una storia quanto di creare un'esperienza di lettura.
E forse proprio qui sta il suo fascino maggiore.
Autoritratto in verde parla dell'identità senza cercare di definirla. Parla della famiglia senza trasformarla in un luogo necessariamente rassicurante. Parla della memoria mostrando quanto possa essere fragile e manipolabile. E soprattutto mette in discussione la convinzione che raccontare se stessi significhi necessariamente dire la verità su se stessi.
Il rapporto con la madre è particolarmente significativo in questo senso. La figura materna non viene semplicemente ricordata: viene continuamente reinventata, osservata da lontano, inseguita attraverso immagini e possibilità. È una presenza che non si lascia possedere dalla memoria della figlia. E proprio questa impossibilità di arrivare a una versione definitiva della madre finisce per diventare anche l'impossibilità di arrivare a una versione definitiva della narratrice.
La famiglia, quindi, non rappresenta un rifugio stabile, ma un territorio nel quale identità e affetti possono diventare fonte di inquietudine. Non c'è una netta separazione tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere stato, tra ciò che la narratrice ricorda e ciò che immagina. Il passato non è un archivio ordinato al quale attingere, ma qualcosa che continua a modificarsi nel momento stesso in cui viene raccontato.
Questa caratteristica rende il libro particolarmente interessante anche a distanza di anni dalla sua prima pubblicazione. La sua struttura apparentemente piccola racchiude infatti questioni molto grandi: che cosa significa conoscersi? Quanto possiamo fidarci dei nostri ricordi? Quanto dell'immagine che abbiamo di noi stessi dipende dalle persone che ci hanno circondato? E quanto, invece, siamo noi a costruire continuamente quelle persone attraverso la memoria?
NDiaye non risponde direttamente a queste domande. Preferisce trasformarle in immagini, atmosfere, presenze. È una scelta che potrebbe spiazzare chi cerca una narrazione tradizionale, ma che risulta estremamente coerente con la natura dell'opera.
Non è, dunque, una lettura da affrontare alla ricerca di una trama ricca di avvenimenti o di spiegazioni. È un libro da attraversare lentamente, lasciando che le sue immagini sedimentino. La sua forza non sta nella quantità di ciò che racconta, ma nella capacità di far nascere un senso di inquietudine da elementi apparentemente semplici: un fiume che cresce, una fotografia, una donna vestita di verde, una madre lontana, una memoria che non vuole farsi afferrare.
Personalmente, ciò che ho trovato più riuscito è proprio questo continuo gioco tra ciò che viene mostrato e ciò che rimane nascosto. L'autrice sembra dirci che l'identità non è necessariamente qualcosa che possiamo osservare frontalmente. A volte siamo costretti a riconoscerci nei riflessi prodotti dagli altri, nelle persone che ricordiamo, nelle immagini che conserviamo e perfino nelle paure che continuiamo a portarci dentro.
Si tratta quindi di un'opera breve ma tutt'altro che semplice, capace di lasciare più interrogativi che risposte. Una lettura particolare, perturbante, a tratti straniante, che richiede disponibilità ad abbandonare le convenzioni narrative più familiari. Non è un libro che cerca di conquistare il lettore attraverso una trama spettacolare: lo fa insinuandosi lentamente nella sua percezione della realtà.
Ed è proprio quando si arriva alla fine che ci si accorge che l'autoritratto annunciato dal titolo forse non consiste nel mostrarci finalmente chi è la narratrice. Consiste, al contrario, nell'averci mostrato quanto sia difficile stabilire chi siamo quando memoria, famiglia, immaginazione e realtà continuano a confondersi.
Consiglio questo libro soprattutto a chi ama la narrativa letteraria e le opere difficili da incasellare in un genere preciso; a chi apprezza le storie sospese tra realtà e fantastico, le atmosfere inquietanti e le narrazioni nelle quali non tutto viene spiegato; a chi è interessato ai temi della memoria, dell'identità e dei rapporti familiari.
Alcune note su Marie NDiaye
Marie NDiaye nasce in Francia nel 1967 da madre francese e da padre senegalese. Vive nella banlieue parigina con il fratello e la madre. Studia linguistica alla Sorbona. Inizia a scrivere a dodici anni. Pubblica il suo primo romanzo, Quant au riche avenir, Éditions de Minuit all'età di diciassette anni. La consacrazione avviene nel 2001 con il romanzo Rosie Carpe con il quale ottiene il Premio Femina. Nel 2009 vince il prestigioso Premio Goncourt, prima donna afrodiscendente a conseguire questo Premio, con il romanzo Trois femmes puissantes, in cui tratteggia i destini sospesi fra Europa e Africa di tre donne capaci di reagire alle avversità della vita migrante.
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