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RECENSIONE: Chianafera (Orazio Labbate)




Autore: Orazio Labbate

Editore: NN Editore, 2026

Pagine: 144

Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea

Prezzo:  € 17.00 (cartaceo), € 6.99 (ebook)

Acquista: Libro, Ebook



Trama

In una Sicilia in bianco e nero, un uomo fugge da Butera, la sua città, e approda nel manicomio della Madonna della Catena. Si chiama Orazio Labbate: è ferito, è quasi cieco, e non ricorda quale impulso o dramma lo abbia spinto laggiù. Nel manicomio, l’ambiguo custode Zino, e il falegname Stracquadanio, gli rivelano l’esistenza del diario maledetto — eredità familiare che diventa creatura viva, capace di divorare i ricordi e restituirli deformati. Orazio capisce di avere una missione: annientare la famiglia, eterna generatrice di cicli sempre uguali, di simboli e riti pensati per intrappolare il pensiero e il sogno. In un viaggio febbrile all’interno del diario, Orazio fugge dal manicomio e torna verso la casa della sua infanzia: lungo la strada lo attende la sfinge, alla fine di essa l’ultimo doppio: il suo.


Recensione

Con Chianafera, l'autore consegna ai lettori di un romanzo radicale, stratificato, che si muove sul confine instabile tra autobiografia, mito e visione. Il libro non è soltanto una storia da seguire: è un’esperienza da attraversare, un testo che chiede al lettore di sostare nell’ombra, di accettare lo smarrimento come parte integrante del percorso.


La vicenda si apre in una Sicilia spogliata di ogni folklorismo, livida, quasi monocroma. Il protagonista, che porta il nome dell’autore, si risveglia nel manicomio della Madonna della Catena. È ferito, quasi cieco, incapace di ricostruire con precisione gli eventi che lo hanno condotto lì. Questa condizione iniziale non è solo narrativa, ma simbolica: la cecità e l’amnesia diventano metafora di una frattura interiore, di una coscienza che ha perso il contatto con le proprie radici.


All’interno del manicomio emerge la figura di Stracquadanio, falegname enigmatico, quasi guida iniziatica. È lui a consegnare al protagonista un diario di famiglia, oggetto centrale del romanzo. Ma quel diario non è un semplice contenitore di ricordi: si comporta come una creatura viva, capace di divorare il passato e restituirlo in forme alterate, distorte, inquietanti. La memoria non è archivio fedele, bensì organismo mutante che trasforma ciò che tocca.


Attraverso la lettura di quelle pagine, il protagonista comprende che il suo percorso non può limitarsi alla ricostruzione dei fatti: deve affrontare e simbolicamente distruggere la polarità di Padre e Madre, entità archetipiche che incarnano un sistema familiare oppressivo, una genealogia che si impone come destino. La lotta non è contro individui concreti, ma contro una struttura psichica, un’eredità emotiva che ha plasmato l’infanzia e continua a esercitare il proprio dominio.


Il romanzo assume così i tratti di una catabasi: un viaggio negli inferi della coscienza. Uscire dal manicomio significa inoltrarsi in un territorio ancora più instabile, dove la casa dell’infanzia diventa teatro di un confronto definitivo. È in questo movimento che si colloca Chianafera, luogo insieme reale e simbolico, spazio di resa dei conti e possibile rinascita. Qui si staglia la figura di Chiara Nightingale, presenza che intreccia tensione amorosa e promessa di riscatto, e prende forma il confronto con la propria Sfinge interiore: un enigma che riguarda identità, colpa, desiderio.


La narrazione procede per immagini potenti, oggetti carichi di valore simbolico, continui sdoppiamenti. Il Doppio che accompagna il protagonista non è solo figura letteraria, ma incarnazione di una coscienza scissa, di un io costretto a guardarsi dall’esterno per potersi riconoscere. In questo senso, Chianafera è un romanzo che lavora profondamente sulla dimensione psichica: il trauma non è evento isolato, ma stratificazione generazionale, eco che ritorna.


Uno degli aspetti più sorprendenti del libro è la lingua. Labbate costruisce una prosa densa, sonora, a tratti quasi incantatoria. Le frasi si allungano, si avvolgono, si caricano di immagini visionarie. La linearità narrativa viene spezzata da ritorni, ripetizioni, variazioni che rendono la lettura simile a un’esperienza rituale. La Sicilia evocata non è paesaggio realistico, ma spazio mentale e simbolico, teatro di una tragedia intima che assume risonanze universali.

Il risultato è un romanzo esigente ma potente, che non cerca di spiegare il male bensì di mostrarlo nella sua complessità, nella sua dimensione archetipica. Labbate non offre consolazioni facili: mette il lettore davanti alla necessità di attraversare l’oscurità per intravedere una possibile ricomposizione dell’io.


Una lettura consigliata a lettori che amano la narrativa letteraria intensa e sperimentale, a chi apprezza romanzi in cui la lingua è protagonista tanto quanto la trama. È indicata per chi cerca storie che scavano nella memoria, nei legami familiari e nelle dinamiche profonde dell’identità, e per chi non teme atmosfere visionarie e simboliche. Meno adatta, invece, a chi predilige intrecci lineari, ritmo serrato e una narrazione tradizionale.



Alcune note su Orazio Labbate

Orazio Labbate,1985, è nato e cresciuto a Butera, in Sicilia. Autore di romanzi e saggi, nel 2018 ha vinto il Premio Rocco Federico per la narrativa. Dal suo romanzo Lo Scuru è stato tratto il film omonimo, vincitore del PremioTertio Millennio Opera Prima, oltre a un videogioco prodotto daTiny Bull Studios. Dirige la collana “Interzona” di Polidoro e scrive come critico letterario per La Lettura.


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