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RECENSIONE: Il linguaggio segreto delle carezze (Thrity Umrigar)




Autore: Thrity Umrigar

Traduttore: Valentina Guani

Editore: Libreria Pienogiorno, 2026

Pagine: 400

Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea

Prezzo:  € 19.90 (cartaceo), € 12.99 (ebook)

Acquista: Libro, Ebook



Trama

MIGLIOR LIBRO DELL’ANNO, Harper’s Bazaar IL NUOVO CAPOLAVORO dell’autrice di IL CANTO DEI CUORI RIBELLI, un caso editoriale unico «Umrigar continua a stupire» Publishers Weekly «Mamma, all’ospedale, i primi giorni, ti sei accorta che ero lì?» Shirin lo guardò negli occhi. «Il cuore smette mai di sentire il proprio battito?» Quando scorge le carezze e le attenzioni che la madre di sua moglie elargisce alle proprie figlie, Remy avverte dolorosamente con quale privazione sia stato cresciuto. Di Shirin, sua madre, non ricorda molti gesti di affetto, ma piuttosto porte chiuse, scenate, liti; solo la presenza di suo padre, premuroso e vivace, il suo eroe, gli pare abbia reso la sua infanzia sopportabile. In fondo è questa la ragione per cui ha lasciato l’India per l’America, mettendo quanta più distanza possibile dalle proprie radici. Anni dopo, di ritorno a Bombay per adottare un bambino, Remy ritrova Shirin in ospedale: ha smesso di parlare da tempo e sembra aver rinunciato a vivere. Oppresso dal senso di colpa per non aver capito la situazione e averla trascurata dopo la morte del padre, nonostante non sia semplice mettere da parte il passato, si dedica ad accudirla. Finché un giorno, nel suo appartamento, si imbatte in una vecchia foto destinata a scoperchiare sconvolgenti segreti e, proprio mentre sta cercando lui stesso di diventare genitore, a mettere in discussione tutto quello che credeva di sapere: su sua madre, sulla sua famiglia, su di sé, su tutto il suo mondo… Dopo lo straordinario Il canto dei cuori ribelli, Thrity Umrigar regala una nuova, sorprendente, immensa storia di fragilità e perdono, di redenzione e guarigione. Un romanzo magistrale e indelebile, che interroga la vita di ciascuno e celebra il potere salvifico della tenerezza. «Un romanzo magistrale sull’amore, l’accettazione, il sacrificio. Avvincente ed emozionante.» Los Angeles Book Review «Potente e avvincente. Una magistrale sinfonia di segreti e bugie, rimpianto e perdono, odio e amore» Marlon James, vincitore del Booker Prize


Recensione

A volte il passato non rimane davvero nel passato. Può aspettare per anni, nascosto dentro una fotografia, dentro un ricordo che abbiamo scelto di interpretare in un certo modo, dentro il silenzio di una persona che non abbiamo mai saputo comprendere fino in fondo. È proprio da questa idea, delicata e dolorosa insieme, che prende forma il nuovo romanzo di Thrity Umrigar. Un romanzo familiare di 400 pagine che mette al centro il rapporto tra un figlio e una madre, ma che progressivamente allarga il proprio sguardo fino a interrogarsi sull'amore, sulla memoria, sulla colpa e soprattutto sulla possibilità di diventare genitori senza essere necessariamente prigionieri di ciò che abbiamo ricevuto.


Il protagonista è Remy, un uomo che ha scelto di allontanarsi dall'India e dalle proprie radici, trasferendosi negli Stati Uniti. La distanza geografica, però, non è mai stata sufficiente a cancellare quella emotiva. Il rapporto con la madre Shirin ha lasciato in lui una ferita profonda: della propria infanzia Remy conserva soprattutto il ricordo di una donna incapace di offrirgli quell'affetto che avrebbe desiderato, una madre associata più alle porte chiuse, alle liti e alle scenate che a gesti di tenerezza. A rendere sopportabile quella parte della sua vita c'era invece il padre, una figura premurosa e vivace che Remy ha trasformato nel proprio punto di riferimento.


Ed è significativo che il romanzo cominci proprio da questa incapacità di riconoscere l'amore quando non viene espresso nel modo in cui ci aspetteremmo. Remy, osservando le attenzioni che la madre di sua moglie riserva alle proprie figlie, comprende ancora più dolorosamente ciò che sente di non aver avuto. Le carezze degli altri diventano così uno specchio della sua infanzia e di una mancanza che, nonostante gli anni trascorsi, continua a condizionare il modo in cui guarda alla propria famiglia.


La storia prende una direzione decisiva quando Remy torna a Bombay insieme alla moglie. Il viaggio è legato a un momento importante della loro vita: la coppia sta cercando di adottare un bambino. Ma il ritorno in India porta con sé anche qualcosa che Remy avrebbe probabilmente preferito continuare a tenere a distanza. Ritrova infatti sua madre Shirin ricoverata in ospedale. La donna ha smesso di parlare da tempo e sembra aver perso persino la volontà di vivere.


A questo punto Umrigar costruisce una situazione narrativa particolarmente interessante: l'uomo che per tutta la vita ha cercato di prendere le distanze dalla propria madre si trova improvvisamente nella condizione di doversene prendere cura. E non può farlo senza confrontarsi con il senso di colpa.


Remy sente di aver trascurato Shirin dopo la morte del padre e di non aver compreso ciò che stava realmente accadendo nella vita della donna. Il suo ritorno non è quindi soltanto un ritorno fisico a Bombay, ma un viaggio dentro una storia familiare che credeva di conoscere. Prendersi cura della madre significa avvicinarsi a una persona che per anni ha rappresentato soprattutto una ferita, cercando di capire se dietro quella figura che lui ha sempre percepito come fredda e distante possa esserci qualcosa che non aveva mai avuto gli strumenti per vedere.


È qui che il romanzo trova una delle sue componenti più riuscite: non propone una semplice contrapposizione tra una "buona" vittima e una "cattiva" madre. Umrigar sembra piuttosto interessata alla complessità dei rapporti familiari, a quanto sia facile giudicare una persona partendo soltanto dalla propria esperienza e a quanto sia difficile, invece, provare a ricostruire la storia di chi ci ha cresciuti.


La vecchia fotografia che Remy trova nell'appartamento della madre diventa allora un elemento fondamentale della narrazione. Quell'immagine porta alla luce segreti familiari destinati a modificare profondamente ciò che Remy credeva di sapere. Non soltanto su Shirin, ma anche sul padre, sulla propria famiglia e, inevitabilmente, su se stesso.


È proprio questo passaggio a rendere particolarmente interessante il titolo del romanzo. Le "carezze" non sono soltanto quelle fisiche, quelle che un bambino può ricordare o rimpiangere. Diventano una forma di linguaggio: il modo in cui le persone manifestano amore, protezione, paura, bisogno e persino incapacità. Esistono affetti che vengono espressi apertamente e altri che rimangono sepolti sotto il peso delle circostanze, delle convenzioni, delle ferite personali o delle generazioni precedenti.


Remy è costretto a chiedersi se l'assenza di determinate manifestazioni d'affetto equivalga necessariamente all'assenza dell'amore. E, ancora più profondamente, deve chiedersi quanto della propria identità sia stato costruito proprio attorno a quella mancanza.


Il fatto che questa presa di coscienza avvenga mentre Remy sta cercando di diventare padre attraverso l'adozione aggiunge un ulteriore livello alla storia. Il romanzo non parla quindi soltanto del rapporto tra un figlio adulto e la madre che lo ha cresciuto, ma anche del momento in cui una persona si prepara a trasmettere a qualcun altro ciò che ha ricevuto e ciò che invece non ha ricevuto. La genitorialità diventa così una sorta di passaggio di testimone, ma anche l'occasione per interrompere una possibile catena di dolore.


Questa è, a mio parere, una delle riflessioni più interessanti del libro. Diventare genitori significa inevitabilmente confrontarsi con i propri genitori. Significa chiedersi cosa vogliamo conservare, cosa vogliamo cambiare e, soprattutto, quali ferite rischiamo di trasmettere senza rendercene conto. Remy si trova esattamente davanti a questa domanda mentre la propria storia familiare comincia a rivelargli aspetti che non aveva mai considerato.


Thrity Umrigar lavora quindi su una materia narrativa molto intima, ma riesce a renderla universale. Non è necessario avere vissuto la stessa esperienza di Remy per riconoscersi nei suoi dubbi. Chiunque abbia avuto un rapporto complesso con un genitore può comprendere quella sensazione ambivalente fatta di amore e rabbia, bisogno e distanza, desiderio di essere compresi e difficoltà a comprendere a propria volta.


Particolarmente forte è anche il tema della memoria. I ricordi di Remy non vengono semplicemente cancellati da ciò che scopre. Il passato non viene riscritto magicamente e le sofferenze dell'infanzia non diventano improvvisamente irrilevanti. Piuttosto, ciò che cambia è lo sguardo con cui egli osserva quegli stessi eventi. Ed è una differenza importante.


Umrigar sembra suggerire che conoscere una verità non significa necessariamente cancellare il dolore, ma può permetterci di collocarlo in una storia più ampia. Una storia nella quale anche le persone che ci hanno ferito possiedono una loro fragilità, un loro passato, le loro paure e i loro fallimenti.


Ed è proprio il tema del fallimento a diventare particolarmente interessante nella vicenda di Remy. Non esistono genitori perfetti, così come non esistono figli capaci di compiere sempre le scelte giuste. Il romanzo mette in discussione l'idea stessa di perfezione familiare e sembra suggerire che i rapporti più autentici siano spesso quelli nei quali bisogna imparare a convivere con le imperfezioni.


La scoperta della fotografia, infatti, non serve soltanto a introdurre un mistero familiare. Serve soprattutto a far vacillare le certezze di Remy. Quello che sembrava definitivo diventa improvvisamente discutibile. Quello che sembrava semplice assume nuove sfumature. E il lettore viene accompagnato insieme al protagonista in questo progressivo processo di revisione del passato.


La dimensione indiana del romanzo contribuisce inoltre a dare profondità alla vicenda personale. Bombay non è semplicemente il luogo nel quale Remy ritrova la madre: rappresenta anche quel mondo dal quale aveva cercato di allontanarsi e al quale si trova inevitabilmente costretto a tornare. Il rapporto con le proprie radici diventa quindi inseparabile dal rapporto con la propria famiglia.


Il risultato è un romanzo che unisce la dimensione del segreto familiare a una riflessione molto più ampia sui legami. Umrigar non sembra interessata soltanto a raccontare cosa è successo, ma soprattutto a osservare cosa succede alle persone quando scoprono che la storia nella quale hanno creduto per tutta la vita era incompleta.


È una lettura che procede attraverso domande più che attraverso risposte definitive. Quanto conosciamo davvero i nostri genitori? Possiamo perdonare qualcuno senza dimenticare ciò che ci ha fatto? È possibile amare una persona e, nello stesso tempo, riconoscere che ci ha ferito? E soprattutto: possiamo diventare persone diverse da quelle che la nostra infanzia sembrava averci destinato a essere?


Sono interrogativi che rimangono a lungo dopo la chiusura del libro.


Personalmente, ho apprezzato soprattutto il modo in cui la storia riesce a trasformare un rapporto familiare apparentemente definito in qualcosa di molto più sfumato. Il romanzo non invita necessariamente a dimenticare le ferite, ma a guardarle da una prospettiva più ampia. E questa, forse, è la vera forza della scrittura di Umrigar: ricordarci che dietro ogni persona che conosciamo esiste una storia che non possiamo vedere completamente.


Il linguaggio segreto delle carezze è dunque un romanzo sul bisogno di essere amati, ma anche sulla difficoltà di riconoscere l'amore quando arriva attraverso forme che non sappiamo leggere. È una storia di madri e figli, di distanza e ritorni, di segreti e memoria, ma anche di seconde possibilità.


E soprattutto è una storia sulla possibilità di scegliere cosa fare delle proprie ferite.

Non sempre possiamo cambiare ciò che abbiamo ricevuto. Possiamo però decidere cosa farne. Ed è proprio mentre Remy si prepara ad accogliere un figlio nella propria vita che questa consapevolezza assume il significato più profondo.



Consiglio questo titolo a chi ama i romanzi familiari intensi e psicologici, capaci di intrecciare una vicenda personale con temi universali come il rapporto tra genitori e figli, il senso di colpa, il perdono, la memoria e la ricerca delle proprie radici.

È una lettura particolarmente indicata per chi apprezza le storie in cui il passato torna a mettere in discussione il presente e per chi cerca romanzi che, oltre a raccontare una storia, lascino spazio alla riflessione sui rapporti umani.


Non lo consiglierei invece a chi cerca una narrazione esclusivamente d'azione o una storia costruita soltanto intorno al mistero: il segreto familiare è importante, ma il vero cuore del romanzo è il percorso interiore di Remy e tutto ciò che la scoperta della verità provoca dentro di lui.


Un romanzo intenso e riflessivo, capace di parlare di famiglia senza semplificarla e di ricordarci che, talvolta, per comprendere davvero qualcuno dobbiamo prima imparare a leggere il linguaggio con cui ha cercato – magari goffamente, magari troppo tardi – di esprimere il proprio amore.



Alcune note su Thrity Umrigar

Thrity Umrigar è una pluripremiata autrice di bestseller, celebrata da icone come Salman Rushdie e Reese Witherspoon, e collabora con importanti testate come New York Times , Washington Post , Boston Globe . È inoltre docente di scrittura creativa e letteratura alla Case Western Reserve University. Pubblicato in dodici lingue, Il canto dei cuori ribelli è uno straordinario successo di pubblico e critica.


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