RECENSIONE: Il Tibet in tre semplici passi (Pierre Jourde)

Aggiornamento: feb 18


Voto: 4/5

Autore: Pierre Jourde

Editore: Prehistorica Editore, 2020

Pagine: 124

Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea

Prezzo: € 15.00

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Trama

A tre riprese, a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, Pierre Jourde va ad esplorare le piste di Zanskar, vallata desertica dell'Himalaya a oltre quattromila metri di altitudine. Questo libro racconta proprio quei lunghi peripli sotto forma di stramba epopea, descrivendo i tormenti, lo stupore e quanto di ridicolo potesse appartiene a dei ragazzotti occidentali di banlieue abbandonati a una natura smisurata. Gestita con grande maestria, una narrazione giubilante screziata di misticismo accompagnerà il lettore dentro un testo vertiginoso, in bilico tra romanzo di formazione e racconto di viaggi, non senza riuscire ricco di colpi di scena e altamente spiazzante. Questo romanzo si prefigge di rendere sensibile il grande enigma del mondo e della bellezza. Uno degli ultimi viaggi autentici, di un'epoca preglobale: senza rete.


Recensione

Alcuni libri ti cercano senza che tu vada a scovarli, come se stessero aspettando pazientemente su uno scaffale che i nostri occhi incrocino la copertina. A me è successo con questo libro. Preciso. Non in libreria, ma sfogliando il catalogo della casa editrice.

Il titolo del libro sembra quasi un ossimoro che prende in giro noi lettori avidi di esotismo, storie di gloriose gesta di scrittori-avventurieri.

Non conosco molto sul Tibet anche se ne sono sempre stato affascinato. Non ho mai cercato di raggiungere le vette spirituali e geografiche del mitico Himalaya che attrae così tanti occidentali a partire dai primi esploratori.

Troppo lontano, troppo strano, troppo inaccessibile, troppo pericoloso, troppo immenso, troppo alto, troppo misterioso, il Tibet ha tutte le qualità che affascinano.

Oggi è facilmente raggiungibile. Cambio di scenario e sensazioni garantite.

Nel mentre si può passeggiare con Pierre Jourde, un backpacker imprevidente e spericolato. Per lui il viaggio inizia all' Old Camper e termina con il racconto delle sue tante disavventure. All'inizio del viaggio il suo zaino è pieno di illusioni, speranze, sogni e minestre in bustine.

Perché lascia l'Europa? Per cancellare il grigiore del quotidiano, la monotonia dei giorni senza imprevisti. Per sentirsi vivo. Per l'incertezza di domani. Per scoprire di che pasta è fatto. Accostarsi alla ruvidezza dell'ignoto, al freddo, alla fame, alla paura di perdersi, di cadere. Cadere in estasi, perdere la cognizione del tempo e dello spazio per le vertigini e la troppa stanchezza, saziarsi di colori e suoni.

Certamente non si attraversa il Tibet senza sforzo. Vi sono voragini oscure, passaggi inaccessibili e povertà assoluta. C'è una luce diversa lì, montagne più vicine al cielo, piene di demoni e visioni.

Non tutto però è inospitale. Nel libro troviamo anche tanta gentilezza, ospitalità da parte degli indigeni della montagna. Troviamo inoltre graziosi monasteri arroccati sulla montagna che ospitano bambini e adulti in abiti rossi.

Questo romanzo però non vuole essere una guida spirituale, ma una ottima lettura per scoprire le meraviglie di un paese tanto affascinante quanto ostile.



Alcune note su Pierre Jourde

Pierre Jourde è nato nel 1955 a Créteil, ma da bambino usava passare le vacanze nella casa di famiglia, situata nella remota regione dell'Auvergne, fra le montagne di cui narra Paese perduto. Nel panorama letterario francese è una delle voci più autorevoli, probabilmente la più schietta e coraggiosa in assoluto. Autore del fortunato blog letterario Confitures de culture, Pierre Jourde si è sempre distinto per la sorprendente varietà di ispirazione, che gli ha permesso di spaziare dal romanzo al racconto, per arrivare all’autobiografia, alla poesia, al saggio filosofico e alla critica letteraria.


TAG: #narrativa_straniera, #narrativa_moderna_contemporanea, #pierre_jourde, #voto_quattro

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