RECENSIONE: La diga (Maylis De Kerangal, Joy Sorman)
- Dalla carta allo schermo

- 6 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min


Autore: Maylis De Kerangal, Joy Sorman
Traduttore: Elena Vozzi, Nicola Petruzzella
Editore: Prehistorica Editore, 2026
Pagine: 173
Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea
Prezzo: € 17.00
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Acquista sito editore: https://www.prehistoricaeditore.it/libro/9788831234481
Trama
Tomi Motz, ingegnere solitario, viene incaricato dalla sua impresa di controllare l’impianto della diga di Seyvoz, la cui edificazione, negli anni cinquanta, ha comportato la creazione di un lago artificiale e inghiottito il villaggio di montagna che si trovava là. Durante quattro giorni, Tomi ispeziona in lungo e in largo la zona. Sotto l’effetto di uno strano magnetismo, la sua missione è perturbata da una serie di disturbi sensoriali e psichici. Attorno a lui, il reale sembra sottrarsi: tutto vacilla, i luoghi e i comportamenti, i giorni e le notti, forse persino la sua stessa ragione.
Recensione
Questo libro trascina il lettore tra le nebbie fitte e le acque immobili di un bacino artificiale che nasconde, sotto la sua superficie plumbea, un intero mondo perduto. Si tratta di un’opera di una densità sconvolgente, capace di scuotere la coscienza del lettore e di ridefinire i confini della letteratura di paesaggio e di impegno civile.
La vicenda si sviluppa attorno alla figura di Tomi Motz, un ingegnere solitario e pragmatico, incaricato dalla sua azienda di effettuare un controllo ispettivo di quattro giorni sull’imponente impianto idroelettrico della diga di Seyvoz. Seyvoz è un nome di fantasia che reca in sé il peso di una tragedia storica reale: il romanzo si ispira infatti alla vicenda del villaggio montano di Tignes, inghiottito nel 1952 dalle acque del lago artificiale di Chevril, sacrificato sull'altare della modernizzazione forzata e del produttivismo elettrico nel secondo dopoguerra. Un dramma umano e industriale che a noi lettori italiani non può non evocare la ferita profonda del Vajont.
Fin dal suo arrivo a destinazione, Tomi si rende conto che Seyvoz non è semplicemente un sito tecnico da misurare e analizzare. C’è qualcosa di ipnotico che fluttua nell'aria, una sorta di strano magnetismo che inizia a incrinare la sua solida razionalità. Nel corso dei quattro giorni della sua permanenza, l’ingegnere sperimenta continui disturbi sensoriali e psichici. Gli spazi si dilatano, il tempo si fa poroso e l'hotel deserto in cui alloggia assume contorni quasi kinghiani, alimentando un'angoscia strisciante che ricorda le atmosfere paranoiche di Twin Peaks o di Shining. Il reale si sfarina sotto i suoi occhi: nessuno si presenta agli appuntamenti fissati, le notti diventano insonni e tormentate da mormorii, e la logica matematica di Tomi inizia a cedere il passo a un'inquietudine incontrollabile.
Ciò che rende questo libro un'opera di rara potenza formale è la sua sapiente architettura strutturale, che procede per contrappunti storici e cromatici. All'indagine al presente di Tomi si alternano infatti capitoli scritti con un inchiostro blu, una scelta grafica di grande impatto visivo ed emotivo che funge da vera e propria archeologia della memoria. Questi frammenti in blu ci riportano indietro nel tempo, agli anni Cinquanta, nel momento esatto in cui il potere centralizzato dello Stato impone l'esproprio delle terre e l'evacuazione forzata della popolazione locale per far posto alla costruzione dell'infrastruttura.
La narrazione al passato ricostruisce la fine di quel mondo montano con una precisione chirurgica e lacerante: l'ultimo matrimonio celebrato in fretta tra le macerie, lo sradicamento e il trasferimento delle campane della chiesa, l'esumazione profana dei corpi dal cimitero affinché non marcissero sul fondo del lago artificiale, e il ricordo dei cinquantadue operai rimasti uccisi sul cantiere, i cui nomi finiscono incisi su una fredda targa commemorativa. È la cronaca di una violenza perpetrata ai danni del territorio e dell'identità comunitaria, una memoria sommersa che si dibatte per non restare sepolta sotto l'era del consumo.
La lingua del romanzo rappresenta un vero e proprio miracolo stilistico. Non siamo di fronte alla semplice giustapposizione di due penne diverse; De Kerangal e Sorman compiono un processo di fusione totale, dando vita a una "terza lingua", un alfabeto comune che unisce il rigore del lessico ingegneristico, geomorfologico e industriale a una fluidità poetica, viscerale e sensoriale. La scrittura è pervasa da una presenza spettrale, da un "io" indeterminato e fantomatico che sembra parlare quasi d'oltretomba, come se il villaggio stesso, con le sue case demolite e le sue strade allagate, continuasse a respirare sotto la spinta idraulica del presente.
Tutto il racconto converge verso un finale memorabile e quasi mitologico. Tomi Motz, l'uomo della tecnica e dell'energia orizzontale, decide di compiere l'atto definitivo: un tuffo verticale nelle profondità del lago artificiale. Abbandonando l'utilitarismo moderno e l'accelerazione del progresso, l'ingegnere si lascia inghiottire per sondare gli strati del tempo. È qui che il realismo si dissolve per lasciare spazio a una linea fantastica; all'incontro con una silhouette arcaica e leggendaria, una sirena, che incarna lo spirito indomito di ciò che è stato sacrificato ma che si rifiuta di essere cancellato. La discesa verticale diventa la perfetta metafora della scrittura stessa delle autrici: uno scavo profondo e necessario nelle pieghe della terra e del tempo.
Una lettura caldamente consigliato a chi ama la letteratura civile capace di farsi poesia e a chi subisce il fascino delle storie di fantasmi intese non come horror commerciale, ma come persistenza psicologica del passato nel presente. È un libro perfetto per i lettori che apprezzano le narrazioni atmosferiche e perturbanti alla David Lynch e per chiunque voglia riflettere sul rapporto conflittuale tra l'essere umano, lo sviluppo tecnologico e la natura violata. Non da ultimo, è una lettura imprescindibile per chiunque ami perdersi in uno stile letterario ricercato, offrendo un esempio magistrale di scrittura a quattro mani perfettamente coesa.
Alcune note su Maylis De Kerangal
Maylis De Kerangal è nata nel 1967 a Tolone e ha trascorso l'infanzia nella città portuale di Le Havre. Autrice di svariati romanzi e racconti, ha ricevuto numerosi premi letterari in patria e all’estero, tra i quali spiccano il Prix Médicis, il Prix France Culture/Télérama, il Grand Prix de Littérature de l'Académie Française e il Gregor Von Rezzori
Alcune note su Joy Sorman
Joy Sorman è nata a Parigi nel 1973, è scrittrice e giornalista. Ha vinto con il suo primo romanzo Boys, boys, boys, manifesto per un femminismo virile, il Prix de Flore nel 2005. È autrice di numerosi libri, pubblicati in Francia da Gallimard, Le Seuil, Flammarion.
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