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RECENSIONE: Nulla da invidiare. Vite normali in Corea del Nord (Barbara Demick)




Autore: Barbara Demick

Traduttore: Valentina Ricci

Editore: Iperborea, 2026

Pagine: 416

Genere: Narrativa straniera, Viaggi

Prezzo:  € 20.00 (cartaceo), € 10.99 (ebook)

Acquista: Libro, Ebook



Trama

Come si vive in una distopia? Niente elettricità né internet, una vita pubblica di rituali e marce, un delatore in ogni vicino, un sistema di caste che distribuisce privilegi e miseria. È la Corea del Nord, un paese barricato e inaccessibile. Tra i pochissimi che l’hanno visitato c’è Barbara Demick, di base a Seul per un decennio, che è riuscita a vedere nell’oscurità di una dittatura capace di mostrare al mondo solo le messinscene di benessere della capitale. Fuori la realtà è ben diversa: Chongjin, terza città del paese, è stata devastata dalla carestia dei tardi anni Novanta, quelli cruciali del passaggio di consegna tra Kim Il-sung e Kim Jong-il. È a quella città, e a quegli anni, che guarda Demick, intervistando i sopravvissuti: come Mi-ran e Jun-sang, che di notte si tenevano per mano tra le vie buie sognando un amore impossibile e di giorno tramavano una fuga che non potevano confessarsi per paura della delazione. La signora Song, lealissima al regime ma costretta a seppellire marito e figlio e a inventarsi un’impresa commerciale di fortuna per non nutrirsi solo di radici. Kim Ji-eun, pediatra che ha assistito impotente agli orrori della fame e alla carenza di medicinali. E molti altri, oggi al sicuro nel Sud della penisola coreana, che provano a adattarsi alla democrazia. Ma com’è possibile, dopo anni all’ombra di un potere assoluto, venerando un leader divinizzato? Come si sopravvive quando si scopre che il migliore dei mondi possibili è solo propaganda, e la realtà è fame e ideologia?


Recensione

Al termine della lettura di Nulla da invidiare si ha la sensazione di aver conosciuto delle persone, prima ancora di aver imparato qualcosa sulla Corea del Nord. È probabilmente questo il più grande merito del libro di Barbara Demick: trasformare un Paese spesso percepito come lontano, enigmatico e quasi irreale in un insieme di volti, voci e storie che parlano di bisogni universali. Fame, amore, paura, speranza, senso di appartenenza e desiderio di libertà diventano il filo conduttore di un reportage che, pur fondandosi su un rigoroso lavoro giornalistico, si legge con il coinvolgimento emotivo di un grande romanzo.


Quando si pensa alla Corea del Nord, l'immaginazione corre quasi sempre alle immagini delle parate militari, ai missili, al culto della personalità della famiglia Kim o alle cronache internazionali. Barbara Demick sceglie invece una prospettiva completamente diversa. Non racconta il potere dall'alto, ma osserva il regime dal basso, attraverso gli occhi di persone comuni che, per decenni, hanno cercato semplicemente di vivere una vita normale in un sistema che controlla ogni aspetto dell'esistenza.


L'autrice, giornalista americana con una lunga esperienza come corrispondente in Asia orientale, costruisce il libro a partire da anni di interviste raccolte tra cittadini nordcoreani riusciti a fuggire dal Paese. La sua forza non consiste soltanto nell'accuratezza della documentazione, ma nella capacità di intrecciare le testimonianze individuali con il contesto storico, economico e sociale senza mai interrompere il flusso della narrazione. Il risultato è un'opera che riesce contemporaneamente a informare, emozionare e far riflettere.


La maggior parte delle vicende si svolge a Chongjin, importante città industriale nel nord-est della Corea del Nord. La scelta di questo luogo è particolarmente significativa. A differenza di Pyongyang, città privilegiata e vetrina del regime, Chongjin permette di osservare la realtà vissuta dalla popolazione lontano dalle immagini ufficiali diffuse dallo Stato. Qui il lettore entra progressivamente nella quotidianità di famiglie, studenti, lavoratori, medici e insegnanti, comprendendo come la politica influenzi anche i gesti più semplici della vita quotidiana.


Uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente è che Barbara Demick evita qualsiasi forma di spettacolarizzazione. Sarebbe stato facile costruire un racconto basato esclusivamente sugli aspetti più scioccanti del regime nordcoreano. Invece sceglie una strada molto più efficace: lascia che siano le vite dei protagonisti a mostrare, poco alla volta, le conseguenze concrete del sistema politico.


Le persone che incontriamo nel libro non vengono mai presentate come semplici vittime. Sono individui complessi, con caratteri differenti, convinzioni radicate, aspirazioni personali e percorsi di vita molto diversi tra loro. Alcuni credono sinceramente nella propaganda ricevuta fin dall'infanzia, altri iniziano lentamente a mettere in discussione ciò che hanno sempre considerato vero, altri ancora cercano semplicemente di proteggere la propria famiglia senza attirare l'attenzione delle autorità. Questa varietà rende il racconto estremamente credibile e restituisce tutta la complessità della società nordcoreana.


Tra le vicende più coinvolgenti emerge quella di Mi-ran e Jun-sang, il cui rapporto sentimentale si sviluppa in un contesto dove perfino le relazioni personali possono essere condizionate dalle regole sociali e dall'appartenenza familiare. Demick racconta la loro storia con grande delicatezza, mostrando come anche un sentimento apparentemente semplice possa essere profondamente influenzato dall'ambiente in cui nasce.


Altrettanto significativa è la figura della signora Song, il cui percorso rappresenta uno degli esempi più efficaci di come il libro racconti l'evoluzione delle convinzioni individuali. Cresciuta nella totale fiducia nei confronti del regime, è costretta progressivamente a confrontarsi con una realtà sempre più distante dalla propaganda ufficiale. Il cambiamento non avviene attraverso un'improvvisa ribellione, ma mediante una lenta presa di coscienza alimentata dalle esperienze quotidiane. È proprio questa gradualità a rendere il suo percorso così convincente.


La dottoressa Kim Ji-eun offre invece uno sguardo privilegiato sul sistema sanitario durante gli anni della grande carestia. Attraverso la sua esperienza, il lettore comprende quanto fosse difficile continuare a svolgere il proprio lavoro in condizioni di scarsità estrema, con ospedali privi di risorse e una popolazione sempre più indebolita dalla malnutrizione.


Uno dei grandi temi del libro è infatti la carestia degli anni Novanta, conosciuta in Corea del Nord come "Marcia Ardua". Barbara Demick non si concentra tanto sull'analisi economica della crisi quanto sulle sue conseguenze umane. La fame entra lentamente nelle case, modifica le abitudini, altera i rapporti familiari e costringe le persone a prendere decisioni impensabili fino a pochi anni prima. Il cibo diventa il centro di ogni giornata, mentre le priorità della vita cambiano radicalmente.


È impossibile leggere queste pagine senza interrogarsi sul significato stesso della sopravvivenza. Il libro mostra come, quando vengono meno i bisogni fondamentali, anche le convinzioni ideologiche inizino lentamente a incrinarsi. Non perché le persone diventino improvvisamente oppositrici del regime, ma perché la realtà quotidiana entra sempre più spesso in conflitto con ciò che viene loro raccontato.


Demick dedica inoltre ampio spazio al sistema della propaganda, ma evita di descriverlo come qualcosa di semplicemente imposto dall'alto. Al contrario, mostra quanto essa sia profondamente radicata nella formazione dei cittadini fin dall'infanzia. La scuola, il lavoro, le organizzazioni giovanili e perfino il linguaggio contribuiscono a costruire una determinata visione del mondo. Per questo motivo il dubbio, quando nasce, non riguarda soltanto la politica, ma investe l'intera identità della persona.


Molto interessante è anche la descrizione della progressiva nascita dei mercati informali. Con il venir meno della capacità dello Stato di garantire il sostentamento della popolazione, molte persone iniziano a commerciare clandestinamente beni di ogni tipo. In particolare sono le donne ad assumere un ruolo fondamentale nel mantenimento delle famiglie, dando vita a una trasformazione sociale che il regime non aveva previsto. Questo aspetto, raccontato senza enfasi, permette di comprendere come anche all'interno di un sistema rigidamente controllato possano emergere spazi di adattamento e cambiamento.


Un'altra riflessione molto interessante riguarda il rapporto con l'informazione. Nel libro appare evidente quanto sia difficile mettere in discussione ciò che si è imparato fin dall'infanzia quando ogni fonte alternativa è sistematicamente eliminata. Eppure basta un racconto ascoltato oltre confine, una trasmissione radio captata clandestinamente o un contatto con chi ha visto il mondo esterno perché inizino a nascere domande fino ad allora impensabili. Barbara Demick racconta questo processo con grande equilibrio, evitando facili semplificazioni.


L'ultima parte del libro, dedicata alla fuga e alla vita successiva dei protagonisti, è forse quella che lascia le riflessioni più profonde. Superare il confine non significa automaticamente trovare serenità. La Cina rappresenta spesso un luogo di enorme precarietà, mentre l'arrivo in Corea del Sud apre nuove difficoltà legate all'integrazione, alle differenze culturali e alla necessità di ricostruire completamente la propria esistenza.


Ho trovato particolarmente efficace il modo in cui l'autrice racconta l'impatto della libertà. Per chi è cresciuto in un sistema totalitario, poter scegliere non è sempre naturale. Decidere autonomamente cosa acquistare, quale lavoro svolgere, quali opinioni esprimere o semplicemente come organizzare la propria giornata richiede un processo di adattamento lungo e spesso doloroso. È una riflessione che raramente trova spazio nei racconti sulle fughe dai regimi autoritari e che qui assume un'importanza centrale.


Dal punto di vista stilistico Barbara Demick raggiunge un equilibrio davvero notevole. La scrittura è limpida, scorrevole e mai enfatica. Non cerca il colpo di scena né indulge nella retorica. Sono le testimonianze stesse a generare emozione. La presenza dell'autrice rimane discreta, lasciando spazio ai protagonisti senza rinunciare alla precisione dell'inquadramento storico.


Proprio questo equilibrio rende Nulla da invidiare un esempio eccellente di giornalismo narrativo. Il lettore apprende moltissime informazioni sulla Corea del Nord senza avere mai la sensazione di leggere un manuale di storia o un saggio accademico. Ogni dato trova significato perché è inserito nella vita concreta delle persone.


Durante la lettura mi sono ritrovato più volte a riflettere su quanto facilmente diamo per scontate libertà che, in molte parti del mondo, non lo sono affatto. La possibilità di leggere qualsiasi libro, di ascoltare una stazione radio straniera, di criticare apertamente il governo, di scegliere il proprio percorso professionale o semplicemente di decidere con chi condividere la propria vita sono aspetti della quotidianità che acquistano un valore completamente diverso dopo aver letto queste pagine.


Credo che il merito più grande di Barbara Demick sia proprio quello di aver restituito umanità a un popolo che troppo spesso viene raccontato soltanto attraverso la politica internazionale. Il libro non pretende di spiegare ogni aspetto della Corea del Nord né di offrire risposte definitive. Piuttosto, invita il lettore ad abbandonare i pregiudizi e ad ascoltare le storie di uomini e donne che, pur vivendo in circostanze straordinarie, condividono desideri e fragilità profondamente universali.


Chiude il libro con una consapevolezza difficile da dimenticare: dietro ogni grande evento storico esistono sempre persone comuni. Ed è proprio quando la storia viene raccontata attraverso le loro vite che diventa davvero impossibile restare indifferenti.


Consiglio questa lettura a chi ama il giornalismo narrativo, le opere di non fiction capaci di unire rigore documentario e coinvolgimento emotivo e a chi desidera comprendere la Corea del Nord andando oltre le immagini stereotipate diffuse dai media. È una lettura ideale per gli appassionati di storia contemporanea, geopolitica e diritti umani, ma anche per chi cerca un libro che metta al centro le persone e le loro storie. Pur affrontando temi durissimi, non è mai un testo sensazionalistico: è soprattutto un'opera profondamente umana, che invita a riflettere sul significato della libertà, della dignità e della resilienza.



Alcune note su Barbara Demick

Barbara Demick è scrittrice e giornalista americana, lavora per il Los Angeles Times e collabora con il New Yorker. Con Nulla da invidiare ha ottenuto il Baillie Gifford Prize ed è stata finalista al National Book Award. I suoi libri sono stati tradotti in più di venticinque paesi. Iperborea ha pubblicato anche I mangiatori di Buddha.


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