RECENSIONE: Per chi si perde (Gabriele Sassone)


Autore: Gabriele Sassone
Editore: Il Saggiatore, 2026
Pagine: 304
Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea
Prezzo: € 18.00
Acquista: Libro
Acquista sito editore: https://www.ilsaggiatore.com/libro/per-chi-si-perde
Trama
Ci sono delle esistenze che non si incontrano mai eppure, senza saperlo, fanno parte di un’unica storia. A volte a unirle è qualcosa che scorre lento nel sangue, a volte si tratta di un sentimento o un’emozione cui è impossibile resistere, a volte è invece un luogo a legarle in modo indissolubile. Le vite di Élisabeth, Mario e Margaretha risuonano l’una nell’altra, legate da un identico e sfuggente destino che a distanza di decenni li conduce sulla stessa isola del Mediterraneo: Élisabeth ci arriva nel 2021, alla ricerca di una rara marionetta a forma di uccellino nero scomparsa da una collezione di Bruxelles; Mario sull’isola ci è nato e cresciuto, e nel 1996, a quasi quarant’anni, deve fare i conti con i sensi di colpa per la morte del padre, di cui si crede responsabile; Margaretha invece ci si è trasferita insieme al marito, l’artista Franz Wouters, nella speranza di ricostruire la loro famiglia, non sapendo che in una notte di settembre del 1936 si ritroverà davanti a un ufficiale per denunciarne l’improvvisa scomparsa. Tutti e tre stanno attraversando una crisi – professionale, esistenziale, sentimentale –, tutti e tre stanno cercando ostinatamente delle risposte. Ma la loro ricerca li condurrà a qualcosa di più oscuro, di più profondo, dove i ricordi si confondono con quanto hanno immaginato o sognato, e ciò che sembrava appartenere a una sola vita proietta la propria ombra sulle altre. Per chi si perde è un romanzo familiare atipico, narrato da tre vite apparentemente non comunicanti, guidate però dalle stesse correnti di esaltazione, rabbia e solitudine. Un racconto di come paure e colpe riescano a oltrepassare le generazioni cambiando forma e significato; ma anche di come i desideri possano sopravvivere a chi li ha desiderati.
Recensione
Ci sono libri che raccontano una storia e altri che invitano a interrogarsi su quanto le vite umane siano davvero separate, su quei legami invisibili che resistono al tempo e su come il passato possa continuare a esercitare la propria influenza sul presente. La narrativa di Gabriele Sassone, in Per chi si perde, si muove proprio in questo territorio incerto, dove le esistenze sembrano procedere lungo strade differenti, ma finiscono per risuonare le une nelle altre. Ne nasce un romanzo che intreccia destini, colpe, desideri e solitudini, mettendo al centro il bisogno di trovare risposte anche quando le domande sembrano condurre sempre più lontano da ogni certezza.
Il punto di partenza è quello di tre personaggi apparentemente lontani tra loro, appartenenti a epoche diverse e accomunati da un luogo che assume progressivamente un significato centrale: un'isola del Mediterraneo. Élisabeth, Mario e Margaretha non sembrano avere molto in comune, eppure le loro vicende si richiamano attraverso una trama di corrispondenze che attraversa i decenni. Sassone costruisce così una narrazione nella quale il tempo non è soltanto una successione di eventi, ma una dimensione in cui ciò che è accaduto può continuare a vivere, trasformandosi e assumendo significati nuovi.
Élisabeth arriva sull'isola nel 2021, spinta dalla ricerca di una rara marionetta a forma di uccellino nero, scomparsa da una collezione di Bruxelles. Un oggetto particolare, che introduce fin dalle prime battute una componente enigmatica e suggerisce come anche qualcosa di apparentemente circoscritto possa diventare il punto di partenza di una ricerca più profonda. La sua vicenda si inserisce in una crisi professionale ed esistenziale, dentro la quale la necessità di trovare ciò che è scomparso si intreccia con il bisogno di recuperare un orientamento.
La storia di Mario ci porta invece indietro al 1996. Nato e cresciuto sull'isola, ha quasi quarant'anni e deve confrontarsi con il senso di colpa per la morte del padre, della quale si ritiene responsabile. In questo caso, la ricerca non riguarda soltanto qualcosa che manca, ma il peso di un evento che continua a condizionare il presente. Il passato diventa una presenza difficile da allontanare, una ferita che non può essere affrontata senza interrogarsi sulla responsabilità personale e sul modo in cui ciascuno ricostruisce gli avvenimenti della propria vita.
Infine, nel settembre del 1936, incontriamo Margaretha, trasferitasi sull'isola insieme al marito, l'artista Franz Wouters, nella speranza di ricostruire la loro famiglia. I suoi progetti vengono sconvolti quando si trova davanti a un ufficiale per denunciare l'improvvisa scomparsa dell'uomo. La sua vicenda aggiunge un ulteriore livello di inquietudine al romanzo, riportando al centro il tema della perdita e l'impossibilità di controllare ciò che accade alle persone che amiamo.
Tre epoche, tre esperienze differenti, tre personaggi alle prese con crisi che investono la sfera personale, professionale e sentimentale. È attraverso questa struttura narrativa che Sassone costruisce il nucleo del libro, evitando di limitarsi a raccontare storie indipendenti e cercando invece le connessioni profonde che possono unire persone che non si sono mai incontrate.
Il fascino di questo romanzo risiede soprattutto in questa architettura di esistenze che sembrano procedere in autonomia, ma che finiscono per comporre un disegno più ampio. Le vicende dei protagonisti non sono semplicemente accostate: a unirle sono correnti sotterranee, emozioni che attraversano le generazioni e tracce di un passato che non smette di produrre conseguenze. Il lettore è invitato a osservare questi legami senza pretendere di comprenderli immediatamente, lasciando che siano le diverse storie a suggerire, poco alla volta, una possibile visione d'insieme.
L'isola del Mediterraneo rappresenta, in questo senso, molto più di una semplice ambientazione. È il punto geografico attorno al quale convergono le tre vicende, ma anche lo spazio simbolico in cui le distanze temporali sembrano perdere parte della loro rigidità. Il 1936, il 1996 e il 2021 sono momenti storici differenti, eppure il luogo che li accomuna permette alla narrazione di mettere in relazione esperienze lontane. L'isola diventa così un elemento di continuità, una sorta di scenario condiviso nel quale le vicende individuali possono trovare una risonanza reciproca.
Un ruolo altrettanto importante è affidato agli oggetti, ai ricordi e alle tracce lasciate da chi non c'è più. La marionetta a forma di uccellino nero, al centro della ricerca di Élisabeth, introduce una domanda interessante sul valore delle cose scomparse: che cosa rende un oggetto tanto importante da spingerci a cercarlo? E quanto può esserci, dietro una ricerca concreta, del desiderio di recuperare qualcosa che riguarda anche noi stessi? Senza trasformare necessariamente ogni elemento in un simbolo da decifrare, il romanzo suggerisce che il significato delle cose non si esaurisce nella loro funzione materiale. Talvolta è proprio ciò che manca a orientare le nostre azioni, costringendoci a confrontarci con domande che credevamo di aver lasciato alle spalle.
La perdita, del resto, non si manifesta soltanto attraverso una scomparsa fisica. Può assumere la forma di un rapporto familiare spezzato, di un senso di colpa che continua a tormentare, di un progetto che non riesce a realizzarsi o di un'identità che attraversa un momento di crisi. Élisabeth, Mario e Margaretha incarnano modi differenti di confrontarsi con questa condizione. Ognuno cerca risposte, ma la ricerca non coincide necessariamente con la possibilità di ottenere spiegazioni rassicuranti. Al contrario, addentrarsi nel passato può significare scoprire quanto siano fragili le ricostruzioni personali e quanto sia difficile distinguere ciò che è realmente accaduto da ciò che la memoria, il desiderio o l'immaginazione hanno contribuito a costruire.
È proprio su questo terreno che il romanzo acquista una dimensione più inquieta. La realtà non appare sempre come qualcosa di perfettamente definito, mentre il ricordo può diventare uno spazio ambiguo, nel quale convivono fatti, interpretazioni e possibilità. Ciò che una persona considera una verità può non esaurire il significato di un'esperienza; ciò che sembra appartenere esclusivamente a una vita può proiettare la propria ombra su altre esistenze. Sassone costruisce così una narrazione che non si limita a seguire gli avvenimenti, ma apre interrogativi sul modo in cui gli esseri umani danno forma alla propria storia.
Tra i temi più significativi emerge quello della colpa, particolarmente evidente nella vicenda di Mario. Il suo convincimento di essere responsabile della morte del padre mostra quanto un evento possa continuare a occupare lo spazio interiore di una persona anche a distanza di anni. La colpa non è soltanto il ricordo di qualcosa che è successo: può diventare una lente attraverso cui si guarda il mondo, condizionando il presente e rendendo difficile immaginare un futuro libero dal peso di ciò che è stato. Accanto a essa si collocano la rabbia e la solitudine, emozioni che accomunano i protagonisti pur assumendo forme differenti nelle rispettive vicende.
Il libro suggerisce inoltre che le esperienze individuali non siano sempre circoscritte alla persona che le vive. Le paure e le colpe possono attraversare le generazioni, cambiare forma e manifestarsi in circostanze differenti. Non si tratta necessariamente di una trasmissione lineare, nella quale ogni causa produce una conseguenza immediatamente riconoscibile, ma di una continuità più sfuggente, fatta di comportamenti, emozioni e desideri che sopravvivono ai loro originari protagonisti. È una prospettiva che invita a guardare alle storie familiari non come a successioni ordinate di eventi, ma come a intrecci complessi, nei quali il passato può continuare a parlare anche quando nessuno sembra più disposto ad ascoltarlo.
Eppure Per chi si perde non si esaurisce nella dimensione dolorosa della memoria. Accanto alla paura, alla rabbia e alla solitudine rimane infatti lo spazio del desiderio. I personaggi cercano qualcosa perché, nonostante le difficoltà, non hanno rinunciato del tutto alla possibilità di comprendere, ritrovare o ricostruire. Anche quando il loro percorso li conduce verso zone oscure, la ricerca conserva un significato: rappresenta il tentativo di dare una forma al disordine, di trovare un legame tra ciò che è stato e ciò che ancora può accadere.
È questo uno degli aspetti più interessanti della storia. Perdersi non significa soltanto smarrire una direzione, ma anche trovarsi in una condizione nella quale le risposte abituali non sono più sufficienti. Quando le certezze vengono meno, diventa necessario rivedere il proprio rapporto con il passato e con gli altri. Il titolo, letto in questa prospettiva, richiama una condizione profondamente umana: quella di chi attraversa un momento di disorientamento e cerca di comprendere dove si trovi, che cosa lo abbia condotto fin lì e quali possibilità restino ancora aperte.
La scelta di intrecciare tre vicende collocate in epoche diverse permette inoltre di ampliare lo sguardo oltre l'esperienza del singolo. Il lettore non è chiamato a seguire un unico percorso dall'inizio alla fine, ma a confrontarsi con più punti di osservazione, ciascuno portatore di una propria crisi e di una propria ricerca. È una struttura che richiede attenzione alle corrispondenze e disponibilità a tollerare una certa dose di incertezza, perché il significato complessivo non coincide necessariamente con ciò che emerge dalla singola storia considerata isolatamente.
Per questo motivo, il romanzo si presta a una lettura che non sia guidata soltanto dalla curiosità di scoprire come andranno a finire le vicende. La dimensione enigmatica è importante, ma altrettanto centrale è il percorso attraverso il quale le vite dei protagonisti si caricano di significati ulteriori. Le domande sulla memoria, sulla responsabilità e sulla persistenza dei desideri accompagnano la narrazione e invitano a soffermarsi su ciò che rimane irrisolto, anche quando si cerca ostinatamente una spiegazione.
Gabriele Sassone, che con Uccidi l'unicorno aveva esordito nella narrativa nel 2020, propone dunque con questo nuovo libro una storia familiare atipica, costruita intorno a tre esistenze apparentemente non comunicanti. Il risultato, almeno nelle premesse narrative, è un intreccio che mette al centro non soltanto ciò che accade agli individui, ma anche le forze invisibili che possono collegarli. Il passato non rimane confinato a una data, la memoria non è necessariamente una registrazione fedele e il desiderio non scompare sempre insieme a chi lo ha provato.
Per chi si perde è un romanzo che sembra chiedere al lettore di accettare la complessità dell'esperienza umana, senza pretendere che ogni elemento trovi immediatamente una collocazione definitiva. Le tre storie, distribuite lungo quasi un secolo, si incontrano idealmente in uno spazio nel quale le vicende personali acquistano una dimensione più ampia. È qui che il libro trova il suo centro: nell'idea che le vite possano essere legate da qualcosa che non è immediatamente visibile e che comprendere se stessi significhi, talvolta, confrontarsi anche con ciò che ci precede.
La lettura può risultare particolarmente interessante per chi ama i romanzi che intrecciano più piani temporali, costruiscono corrispondenze tra personaggi differenti e affrontano i rapporti familiari senza ridurli a dinamiche semplici. Non è soltanto la ricerca di una marionetta scomparsa o il tentativo di fare i conti con una morte a dare significato alle vicende: è il bisogno, comune ai protagonisti, di trovare una spiegazione al proprio smarrimento. E forse è proprio questo il punto in cui il romanzo riesce a parlare al lettore: nel riconoscimento che perdere la strada, talvolta, significa anche essere costretti a interrogarsi sulle direzioni che abbiamo scelto e su quelle che non abbiamo mai avuto il coraggio di seguire.
A chi è consigliato? A chi ama la narrativa letteraria contemporanea, i romanzi familiari non convenzionali e le storie costruite attraverso più prospettive temporali. È indicato per chi apprezza gli intrecci enigmatici, i personaggi alle prese con sensi di colpa e crisi esistenziali e le narrazioni che esplorano il rapporto tra memoria, passato e identità. Lo consiglierei soprattutto a chi, leggendo un romanzo, non cerca soltanto una trama da seguire, ma anche temi sui quali continuare a riflettere una volta chiuso il libro.
Alcune note su Gabriele Sassone
Gabriele Sassone è nato a Magenta nel 1983, insegna Critical Writing e Storia dell’arte alla naba, Nuova accademia di belle arti. Collabora con il dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Scrive regolarmente per Il Foglio e per diverse riviste culturali. Il Saggiatore ha pubblicato nel 2020 il suo esordio Uccidi l’unicorno, vincitore della XXXVIII edizione del premio Giuseppe Berto.




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