RECENSIONE: L'ultimo gioco (Margaret De Angeli)


Autore: Margaret De Angeli
Editore: Longanesi, 2026
Pagine: 336
Genere: Narrativa italiana, Thriller
Prezzo: € 18.60 (cartaceo), € 9.99 (ebook)
Acquista sito editore: https://www.longanesi.it/libri/margaret-de-angeli-lultimo-gioco-9788830464926/
Trama
Nel cuore buio e nevoso delle foreste del Vermont si annida Arthur Mansion, un'imponente magione che ospita tredici orfani. Non uno di più e non uno di meno. Fino a quella notte d'inverno, quando un bambino scompare nel nulla. Preoccupate per la situazione, le autorità chiedono l'aiuto di una psicologa infantile, Jane Thompson, incaricata di offrire sostegno emotivo ai piccoli e osservare ciò che sta accadendo. Sin dai primi momenti, però, Jane avverte che qualcosa sfugge alla sua comprensione. Dentro Arthur Mansion tutti rispettano le regole e ogni cosa sembra ordinata. Eppure, una voce interiore le dice di non fidarsi delle apparenze. A parlarle non è, come al solito, la sua tormentata coscienza. La voce appartiene a una bambina che dice di chiamarsi Eva, che sostiene di conoscerla e soprattutto le intima di stare in guardia. Non dovrà mai, per nessuna ragione, trascorrere la notte ad Arthur Mansion. Mentre la realtà si incrina e le certezze vacillano, Jane inizia a cogliere sottili anomalie, piccole increspature in una serenità solo apparente… E quando la tempesta di neve del secolo si abbatte sul Vermont, Jane è costretta a fermarsi lì dentro. Ed è proprio allora che ciò che era rimasto nascosto può lentamente riemergere…
Recensione
Ci sono case che custodiscono segreti, e case che sembrano custodire chi ci vive. Con questa idea in testa ho aperto L’ultimo gioco di Margaret De Angeli, un romanzo dalle sottili sfumature gotiche in cui il terrore si insinua tra le mura di un’antica residenza e scivola nelle crepe della realtà. La premessa è di quelle che funzionano subito, perché mette insieme gli ingredienti più antichi del brivido: una dimora isolata, l’inverno, l’infanzia e una domanda che non trova risposta.
Il luogo è Arthur Mansion, un’imponente magione nascosta nel cuore buio e nevoso delle foreste del Vermont. Ospita tredici orfani, non uno di più e non uno di meno. È un dettaglio che mi ha colpito fin da subito: quel numero così preciso, ripetuto come una regola, suggerisce una casa che vive di equilibri e di abitudini da non turbare. E infatti l’equilibrio si rompe in una notte d’inverno, quando un bambino scompare nel nulla.
Preoccupate per quanto accade, le autorità chiedono aiuto a una psicologa infantile, Jane Thompson, con un compito che è insieme delicato e ambiguo: offrire sostegno emotivo ai piccoli e osservare ciò che sta succedendo. È una scelta di protagonista che trovo interessante. Jane fa un mestiere in cui si ascolta soprattutto ciò che non viene detto, e questo la rende un’osservatrice naturale, qualcuno di cui il lettore si fida. Non è una poliziotta in cerca di prove, è una persona abituata a leggere i silenzi dei bambini. E in un luogo dove regna l’ordine, i silenzi pesano.
Perché dentro Arthur Mansion, almeno in superficie, tutto funziona. Le regole vengono rispettate e ogni cosa sembra al suo posto. Ma chi frequenta thriller e storie gotiche sa che la calma perfetta è raramente un buon segno, e infatti Jane avverte da subito che qualcosa sfugge alla sua comprensione. A suggerirle di non fidarsi delle apparenze è una voce interiore. E qui il romanzo regala il suo primo, vero brivido: non è la voce della sua tormentata coscienza, con cui Jane ha evidentemente una lunga confidenza, ma quella di una bambina che dice di chiamarsi Eva. Questa sostiene di conoscerla e le dà un avvertimento secco: non dovrà mai, per nessuna ragione, trascorrere la notte ad Arthur Mansion.
È un meccanismo che mi piace molto, perché sposta la paura dal terreno dei fatti a quello della percezione. Chi è Eva? Perché solo Jane la sente? E soprattutto: di quale voce è giusto fidarsi, quella di una bambina misteriosa o quella di una casa che si presenta come un modello di disciplina? Mentre la realtà si incrina e le certezze vacillano, Jane comincia a cogliere sottili anomalie, piccole increspature in una serenità solo apparente. Sono proprio i dettagli minimi, più delle grandi scene, a costruire l’inquietudine in questo tipo di racconto, e la sinossi lascia intendere che il romanzo punti proprio su questo.
Poi arriva la neve. La tempesta del secolo si abbatte sul Vermont e Jane è costretta a fermarsi in quella casa, esattamente il posto in cui le era stato detto di non passare la notte. È l’espediente classico della casa isolata e dell’impossibilità di fuggire, e come tutti i classici funziona perché restringe il cerchio attorno alla protagonista e, di riflesso, attorno a chi legge. Non c’è modo di andarsene, non c’è nessuno da chiamare, e la paura ha tutto il tempo di crescere.
Mi ha accompagnato per tutta la lettura anche il titolo. L’ultimo gioco è un’espressione che di solito evoca leggerezza, e proprio per questo qui suona sinistra. Di quale gioco si parla? Chi sono i giocatori, e chi decide le regole? In un luogo abitato da bambini senza famiglia, governato da un ordine rigidissimo, l’idea di un gioco assume subito un sapore inquietante, e il titolo diventa una domanda che resta in sottofondo pagina dopo pagina.
Con le sue poco più di 300 pagine il romanzo ha il respiro giusto per costruire la tensione senza trascinarsi, ed è una lettura che si presta alle sere d’autunno e d’inverno, magari con una coperta addosso e il freddo, vero o immaginato, fuori dalla finestra. È un thriller che non punta sul rumore ma sull’attesa, sull’atmosfera e su quel senso di disagio che si insinua piano, fino a diventare impossibile da ignorare.
Lo consiglio a chi ama il thriller dalle sfumature gotiche, alle storie ambientate in luoghi isolati dove la paura cresce lentamente, agli appassionati di case misteriose, di segreti legati all’infanzia e di protagoniste che iniziano a dubitare della propria percezione della realtà. È meno adatto a chi cerca azione serrata e ritmo frenetico fin dalle prime pagine.
Alcune note su Margaret De Angeli
Margaret De Angeli è lo pseudonimo dietro cui si celano due affermate voci della narrativa italiana contemporanea.




Commenti