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RECENSIONE: La potenza delle mosche (Lydie Salvayre)

8 minuti fa
Tempo di lettura: 4 min



Autore: Lydie Salvayre 

Traduttore: Lorenza Di Lella, Francesca Sala

Editore: Prehistorica Editore, 2026

Pagine: 240

Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea

Prezzo: € 19.00

Acquista: Libro



Trama

Un uomo subisce un interrogatorio. Ha ucciso. Deve spiegare il perché. Tra le mura della prigione si racconta ai suoi interlocutori, passando dall’avvocato al giudice, dallo psichiatra all’infermiere. Alle loro domande, però, finisce per rispondere con altri interrogativi. In quale remota regione di sé stesso è nato il suo gesto omicida? Nel lato profondamente oscuro della sua infanzia, segnata dall'odio per un padre violento? Nel tormento che lo perseguita per essere stato il testimone silenzioso di un lento femminicidio? Nel disgusto suscitato in lui dalle orde di turisti che, per lavoro, deve guidare tra le sale del museo di Port- Royal? O nella sua devozione smisurata verso Blaise Pascal, i cui Pensieri sull’ignoranza e sul potere delle forze ingannatrici, che in altri termini il filosofo chiama «la potenza delle mosche», sembrano scritti per lui? Con esaltante ferocia, Lydie Salvayre apre una spiazzante inchiesta in cui gli aspetti più comuni, più crudeli della quotidianità si accompagnano, non senza una certa irriverenza, alle questioni più profonde della natura umana.


Recensione

Quando ci si imbatte nella scrittura di Lydie Salvayre, la sensazione provata è quella di venire trascinati in una stanza priva di finestre, spinti ad ascoltare una voce incisiva, lucida e profondamente disturbata che non concede alcun margine di fuga. Questo romanzo rappresenta un piccolo gioiello d'ossessione che ritrova oggi tutto il suo valore provocatorio.   


La critica francese ha spesso evidenziato quanto la formazione da psichiatra di Lydie Salvayre influenzi la costruzione dei suoi personaggi: non c'è mai compiacimento né diagnosi a freddo, ma una straordinaria capacità di penetrare i meandri del risentimento umano e della psicosi attraverso l'arma di una ferocissima ironia (humour noir).   


L'impianto narrativo si struttura come un soliloquio difensivo e ininterrotto, un lungo interrogatorio in cui il protagonista si confida alternativamente a un interlocutore che definisce "signor giudice" e a una figura clinica che si trasforma nel "dottore". Fin dai primi passaggi, ciò che mi ha colpito è la sottile sproporzione tra il linguaggio alto del narratore e la sconcertante miseria della sua esistenza quotidiana. Guida presso il complesso storico di Port-Royal (culla del giansenismo), l'uomo ha sviluppato una vera e propria devozione maniacale per Blaise Pascal. Il pensiero del filosofo francese viene citato a memoria, decontestualizzato e persino tracciato a grandi lettere nere sulle pareti di casa, trasformandosi nell'impalcatura teorica con cui tenta di nobilitare il proprio disprezzo verso l'umanità.   


La spirale del suo franamento interiore trova un primo snodo cruciale nel 25 giugno 1994, il giorno del paventato trasferimento in campagna fortemente desiderato dalla moglie. In quel contesto isolato, la vita coniugale rivela una freddezza desolante, fatta di silenzi carichi di rancore, di maglioni di lana pesante indossati anche per intimità distaccate e di un adempimento sessuale vissuto come pura routine contabile.   


Il perno simbolico del romanzo risiede tuttavia nel frammento pascaliano che ne ispira il titolo: la potenza delle mosche, quell'elemento microscopico e irrilevante che ha la forza di interrompere il pensiero più sublime e far precipitare l'uomo nell'assurdo. L'apice drammatico si consuma quando una mosca si posa sulla superficie di un quadro (il ritratto di madre Angélique), scatenando una furia cieca e incontrollabile contro l'immagine stessa. È il momento in cui la patina di controllo del protagonista si spezza definitivamente, lasciando affiorare l'odio stratificato per il padre collerico, il terrore della decadenza corporea e la spinta verso un gesto irreparabile.

   

La seconda parte del libro offre pagine di straordinaria densità visiva ed emotiva, raccontando un'erranza parigina notturna che ha un sapore quasi esistenzialista. Lo seguiamo mentre vaga senza meta, appoggiato contro un camion della polizia in Place de la Bastille o riparato contro i portoni per dormire, prima di venire raccolto dai furgoni dell'assistenza ai senzatetto e condotto al centro di accoglienza di Nanterre.   


Particolarmente vivi sono i dettagli delle sue soste: lo sfogliare casuale di un giornale abbandonato su un tavolo dove la cronaca sanguinosa del Bois de Vincennes si alterna a futili annunci su come "dimagrire con l'ipnosi". O ancora il suo ingresso nella penombra di Notre-Dame, dove accarezza l'idea infantile e dissacrante di svuotare la cassetta delle elemosine (trovandola però desolata e vuota), riflettendo su stravaganti espedienti per tirare avanti, dal vendere castagne calde al travestirsi da Babbo Natale in pieno inverno. La fuga notturna da Nanterre, senza più la valigia e alleggerito di ogni bene superfluo, segna l'atto finale del suo spogliamento: un cammino a piedi fuori dalla città diretto, inevitabilmente, verso la casa paterna.   


Si tratta di una prosa incalzante, in cui il ritmo delle frasi restituisce la febbre di una mente che cerca di giustificare la propria caduta. Da lettore, si rimane incantati dalla misura con cui l'autrice riesce a bilanciare la tragedia individuale con una comicita cupa e spiazzante.


Il libro è consigliato a chi cerca una lettura intensa e non convenzionale, dove il peso della parola e la forma del monologo interiore prevalgono sull'intreccio tradizionale. È il romanzo ideale per chi ama gli studi di psicologia borderline, i riferimenti filosofici calati nella concretezza del quotidiano e la grande letteratura europea che indaga la follia, il rancore e le crepe dell'animo umano (sulla scia di Thomas Bernhard, Jean Genet e Louis-Ferdinand Céline).



Alcune note su Lydie Salvayre

Lydie Salvayre  nasce nel 1948 a Autainville (Francia centrale) da genitori spagnoli rifugiati, sfuggiti alla guerra civile. Si laurea in medicina ed esercita la professione dello psichiatra prima di dedicarsi integralmente alla scrittura. Esordisce nel 1990 col romanzo La Dichiarazione, insignito del premio Hermès, dando subito prova di una straordinaria verve stilistica. Tenera e graffiante, umoristica e malinconica, potente e delicata, la sua voce inconfondibile sonda vibrando le profondità dell’animo umano, facendo così da originale contraltare al livellamento dello stile ormai imperante. Oggi è tradotta in una ventina di lingue. Questa è la sua quarta opera pubblicata da Prehistorica Editore, dopo La Conferenza, Non piangere- che le è valso il Prix Goncourt – e Sette donne.


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