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RECENSIONE: La zolfatara (Irene Di Liberto)

1 ora fa
Tempo di lettura: 6 min



Autore: Irene Di Liberto

Editore: Piemme, 2026

Pagine: 432

Genere: Narrativa italiana, Narrativa moderna e contemporanea

Prezzo: € 19.90 (cartaceo), € 13.99 (ebook)

Acquista: Libro, Ebook



Trama

Sicilia, inizio Novecento. A Castellatani gli uomini sono destinati a respirare la polvere dello zolfo. La grande miniera sulla collina è un dio crudele che divora i carusi e restituisce sudore, fatica e una promessa di lavoro. Teresa è cresciuta con un desiderio più grande della sua età: diventare maestra e insegnare ai bambini del paese come sognare un mondo migliore. Ma in una realtà in cui le scelte sono già scritte dalla tradizione, la sua vita si intreccia con quella di Giovanni, uno zolfataro che conosce i cunicoli sotterranei come le stanze di casa. Il loro matrimonio nasce dalla necessità, eppure, tra turni massacranti e promesse di futuro infrante, i due scoprono un amore lento, fatto di sguardi e piccoli gesti, capace di resistere alle leggi morali inscalfibili di una comunità chiusa e arroccata nell'entroterra. Un amore che può metterli al riparo dalla miseria, ma non per sempre. Irene Di Liberto racconta una storia d'altri tempi con una voce calda ed emozionante, partendo dal ricordo del nonno paterno, caruso della zolfara di Casteltermini, una delle miniere più importanti d'Europa. La zolfatara è un grande romanzo di donne e di uomini, di madri e figlie, di sogni che resistono anche quando tutto sembra negare il cambiamento.


Recensione

Nel piccolo abitato immaginario di Castellatani, arroccato su una collina dell'entroterra siciliano nei primi anni del Novecento, la vita di un intero paese dipende dal ventre della montagna: la zolfara che dà il titolo al romanzo. Fin dalle prime pagine si respira un mondo fatto di polvere, fatica e silenzi: un paese di pietra dimenticato dal resto del mondo, dove la fame spinge le famiglie a cedere i propri figli, anche piccolissimi, al lavoro nelle gallerie sotterranee. È un incipit che non concede sconti al lettore: non c'è un'introduzione morbida al contesto, ma un ingresso quasi fisico in un paesaggio fatto di rocce, cunicoli e polvere gialla che si deposita su tutto, vestiti, pelle, respiro.


Al centro della storia ci sono due figure che si intrecciano fin da giovanissimi: Giovanni, che scende in miniera da bambino e impara a conoscere i cunicoli sotterranei meglio delle stanze di casa propria, e Teresa, cresciuta con un'ambizione che per la sua condizione sociale sembra quasi una stranezza, quella di diventare maestra e insegnare ai bambini del paese a sognare un futuro diverso da quello già scritto per loro. Il loro matrimonio nasce da un accordo di necessità più che da una scelta di cuore, come capitava spesso in quel mondo in cui le sorti delle persone erano decise dalla tradizione e dalla sopravvivenza prima ancora che dai sentimenti. Ma è proprio in questo terreno arido, tra turni di lavoro massacranti e promesse di futuro che sembrano continuamente infrangersi, che germoglia un amore fatto non di grandi gesti ma di sguardi, di piccole attenzioni quotidiane, di una complicità costruita giorno dopo giorno. Un sentimento che riesce a resistere alle regole morali rigidissime di una comunità chiusa su se stessa, e che diventa per i due protagonisti un riparo, anche se non definitivo, dalla miseria che li circonda. Quello che colpisce, seguendo il loro percorso, è la gradualità con cui il legame si trasforma: non c'è un momento improvviso di innamoramento, ma un accumularsi lento di gesti quotidiani, di attenzioni minime, di una fiducia costruita nella fatica condivisa, che rende il loro rapporto più credibile di tante storie d'amore costruite su colpi di fulmine.


Uno degli aspetti più forti del romanzo è la rappresentazione dei "carusi", i bambini destinati fin dalla più tenera età a lavorare nelle viscere della zolfara, privati di ogni infanzia e cresciuti nella fame, nella fatica e nel rischio costante di morire per un crollo, un incendio o semplicemente per la polvere di zolfo respirata per anni. La narrazione non edulcora questa realtà: scende con i personaggi nei cunicoli, descrive la fila di corpi che ogni mattina si trasforma in un esercito di ombre e che ogni sera riemerge accecato dalla luce del sole, restituendo con precisione fisica e quasi sensoriale cosa significasse essere un caruso in quegli anni. La zolfara diventa così il simbolo di un intero sistema sociale, quello del Sud Italia di inizio secolo, fatto di disuguaglianze profonde, analfabetismo diffuso, famiglie costrette a cedere i propri figli al lavoro pur di sopravvivere, di un destino che sembra già segnato alla nascita. Il racconto non si limita a mostrare la miniera come sfondo pittoresco: la fa diventare quasi un personaggio a sé, una presenza che condiziona ogni scelta, ogni relazione, ogni possibilità di fuga o di riscatto dei protagonisti.


Accanto alla durezza materiale della miniera, trova ampio spazio il mondo delle donne del paese: madri e figlie che mandano avanti le case mentre gli uomini sono sottoterra, che si fanno carico di sacrifici silenziosi, spesso rinunciando ai propri desideri pur di garantire ai figli qualcosa di appena migliore. Il personaggio di Teresa, in particolare, porta avanti per tutto il romanzo l'idea che l'istruzione sia importante quanto il cibo per la sopravvivenza di una comunità, una convinzione che la spinge a insistere per insegnare ai bambini del paese nonostante le resistenze di un ambiente che vede la scuola come un lusso superfluo rispetto al lavoro. Questa tensione tra il bisogno immediato di sopravvivere e il desiderio di immaginare qualcosa di diverso per le generazioni future attraversa l'intero racconto e ne costituisce forse il cuore più autentico. Attorno a Teresa e Giovanni si muove poi una piccola costellazione di figure secondarie, madri, vicine di casa, compagni di miniera, che pur restando sullo sfondo contribuiscono a restituire la fisionomia corale del paese, con le sue gerarchie non scritte, le sue voci di corridoio, i suoi codici di comportamento tramandati più per abitudine che per convinzione.


Il romanzo si muove quindi su più livelli che si intrecciano senza mai sovrapporsi in modo confuso: quello della storia d'amore tra Giovanni e Teresa, quello della denuncia sociale legata al lavoro minorile e alla povertà endemica delle zolfare, e quello più ampio della memoria familiare che diventa racconto corale, capace di allargarsi dai due protagonisti ai figli, alle madri, a un'intera comunità di uomini e donne segnati dalla stessa terra. Non è un romanzo che si limita a raccontare la sofferenza: insiste soprattutto sulla capacità di resistenza. Resistono Teresa e Giovanni nel loro legame, resistono i figli che verranno, resistono le donne che tengono in piedi le case, resistono i sogni anche quando tutto, intorno, sembra remare contro il cambiamento. Anche il tempo della narrazione, disteso su più anni e più generazioni, contribuisce a questa sensazione di resistenza continua: non si tratta di un episodio isolato di riscatto, ma di una lotta quotidiana che si rinnova ogni giorno, in ogni gesto minimo compiuto per mandare avanti la famiglia.


La scelta di ambientare la vicenda nel paese di fantasia di Castellatani, pur innestandola su luoghi e fatti realmente esistiti legati alle grandi zolfare siciliane, permette una libertà narrativa che non tradisce comunque la fedeltà storica ed emotiva di quel mondo, restituendo un affresco corale credibile e mai artificioso. Il ritmo della narrazione alterna momenti più distesi, dedicati alla vita quotidiana del paese, a passaggi più concitati legati ai pericoli della miniera, creando un'alternanza che tiene viva l'attenzione senza mai scadere nel puro effetto drammatico. È un romanzo che chiede al lettore un certo investimento emotivo, ma che lo ripaga con una storia capace di restare addosso ben oltre l'ultima pagina.


Consiglio questo romanzo a chi ama le saghe familiari radicate in un preciso contesto storico e geografico, a chi apprezza la narrativa che intreccia vicende private e memoria collettiva del Sud Italia, e a chi cerca una storia d'amore che non abbia bisogno di essere spettacolare per essere autentica. È una lettura adatta anche a chi si interessa di storia sociale italiana, in particolare del fenomeno del lavoro minorile nelle miniere di zolfo siciliane, un capitolo spesso poco raccontato nella narrativa contemporanea, e a chi non teme di lasciarsi coinvolgere da pagine dure ma mai prive di speranza.



Alcune note su Irene Di Liberto

Irene Di Liberto è Siciliana d'origine e umbra d'adozione, scrive poesie e libri per l'infanzia. È ambasciatrice e membro onorario dell'Accademia della Lingua e della Cultura Siciliana e ha conseguito un master in scrittura cinematografica. Ha vinto numerosi premi letterari nazionali e internazionali ed è stata segnalata al Premio Strega Poesia 2024 con la raccolta Post poesia.


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