RECENSIONE: Malopasso (Marta Lamalfa)


Autore: Marta Lamalfa
Editore: Neri Pozza, 2026
Pagine: 176
Genere: Narrativa italiana
Prezzo: € 18.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook)
Acquista sito editore: https://neripozza.it/libro/9788854534636
Trama
Quello spicchio di terra stretto fra montagna e mare è tutto ciò che hanno gli abitanti della Tonnara. Gli scogli indecisi tra suolo e abisso, l’ulivo storto aggrappato alla pietra contro le onde e il vento, l’immenso orizzonte azzurro da cui spuntano le Eolie e i loro vulcani. Quasi ci si dimentica, lo sguardo carico di tanta bellezza, delle case addossate e misere della Tonnara, il legno umido che si sfalda, le mani come cuoio graffiato, il sangue di pesce che non si lava mai via davvero. Meluzzo cresce qui, lontano dall’esplosione di benessere che sta cambiando il volto dell’Italia dopo le ferite della guerra. Ha dieci anni, l’età in cui i maschi lasciano le madri e la terraferma e vanno a pescare con gli uomini. Lui, però, ha mani ancora piccole come di femmina e passo leggero, e il nonno, ora che suo padre è disperso, sulla barca non ce lo vuole. Ma c’è la sua fervida immaginazione a riempirgli i pensieri, che gli fa scorgere tesori in una bambola rotta, in un brandello di carta stagnola, oggetti sputati dal mare grande, da un altrove vicino eppure lontanissimo. Per l’altrove c’è un unico sentiero, a filo sullo strapiombo, che valica il monte e mena alla civiltà, proibito a tutti i bambini. Il Malopasso. Meluzzo lo ha percorso sempre sulle spalle larghe e ossute di sua madre, e ora vorrebbe affrontarlo con le sue sole forze. Ma quella soglia tra chi va e chi resta, tra infanzia e futuro, sta cambiando più velocemente di lui. Alla Tonnara si sussurra di una strada in costruzione, e sulla spiaggia si aggira un forestiero. Crescere vorrà dire immaginarsi al di là dell’unico mondo che abbiamo mai conosciuto, guardare verso chi, dall’altra parte, ci sta guardando con la stessa fame di vita.
Recensione
La crescita, a volte, comincia proprio quando ci si accorge che il mondo nel quale si è sempre vissuti non è più sufficiente. È una sensazione difficile da spiegare, soprattutto quando si è bambini: da una parte c’è la sicurezza di ciò che si conosce, dall’altra la curiosità, quasi fisica, verso tutto quello che si trova oltre il proprio orizzonte. È attorno a questa tensione che Marta Lamalfa costruisce Malopasso, un romanzo breve ma denso, ambientato nella Calabria del 1953, in un luogo sospeso tra la durezza della vita quotidiana e la promessa di un futuro che sta lentamente arrivando.
Alla Tonnara, una piccola comunità sulla costa di Palmi stretta tra la montagna e il mare, vive Meluzzo, un bambino di dieci anni. È un mondo apparentemente immobile, fatto di pescatori, di case povere, di lavoro e di regole tramandate, ma che in realtà sta per essere attraversato da profondi cambiamenti. L’Italia del dopoguerra si sta trasformando e, mentre altrove comincia a prendere forma quella crescita economica che cambierà il Paese, alla Tonnara il futuro arriva ancora come qualcosa di lontano, quasi indistinto.
Meluzzo vive dentro questo confine. Suo padre è disperso e il nonno, che rappresenta per lui una delle figure dell'autorità e della tradizione, non lo ritiene ancora pronto per andare in mare con gli uomini. Il bambino ha mani ancora piccole e un passo leggero, ma possiede qualcosa che forse conta più della forza fisica: una capacità straordinaria di immaginare. Gli oggetti che il mare restituisce sulla spiaggia, anche quelli apparentemente insignificanti, diventano per lui piccoli tesori. Una bambola rotta, un frammento di carta stagnola e ciò che arriva da quel mare grande acquistano un valore diverso attraverso i suoi occhi.
È uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente del romanzo: Lamalfa riesce a raccontare l'infanzia senza trasformarla in una rappresentazione edulcorata o nostalgica. L'infanzia di Meluzzo è infatti fatta anche di privazioni, di assenze e di limiti. È un'età nella quale si è ancora dipendenti dagli adulti, ma contemporaneamente si comincia a desiderare una propria direzione. Meluzzo non vuole semplicemente diventare grande: vuole capire cosa esista oltre ciò che conosce.
E qui entra in scena il Malopasso, il sentiero a strapiombo che attraversa il monte e collega la Tonnara al paese. È un luogo concreto, difficile e pericoloso, proibito ai bambini, ma nel romanzo assume progressivamente un significato più ampio. È una soglia. Da una parte c'è il luogo dell'infanzia, della famiglia, delle consuetudini e di un'esistenza apparentemente immutabile; dall'altra c'è qualcosa di sconosciuto, una possibilità, un altrove.
Meluzzo quel sentiero lo conosce perché lo ha percorso sulle spalle della madre. Ora, però, vorrebbe affrontarlo con le proprie gambe. È un gesto apparentemente semplice, ma dentro questa volontà si concentra una parte importante del senso del romanzo: crescere significa anche provare a percorrere da soli strade che prima potevano essere affrontate soltanto accompagnati da qualcun altro.
Il Malopasso diventa così una sorta di confine personale. Non è soltanto una strada che conduce altrove, ma la rappresentazione di un passaggio. Il bambino che lo guarda e desidera percorrerlo è già diverso da quello che aveva bisogno delle spalle della madre per attraversarlo. Eppure non sa ancora cosa troverà dall'altra parte. È proprio questa incertezza a rendere autentico il percorso di Meluzzo.
Lamalfa inserisce la vicenda personale del protagonista all'interno di un cambiamento storico e sociale più grande. Alla Tonnara si parla infatti della costruzione di una nuova strada e sulla spiaggia compare un forestiero. Sono segnali che qualcosa sta per accadere. Il mondo esterno, fino a quel momento percepito come lontano, comincia ad avvicinarsi.
Mi è piaciuto particolarmente questo modo di raccontare il cambiamento: non attraverso grandi avvenimenti, ma attraverso piccoli segnali che modificano lentamente la percezione dei personaggi. Una strada in costruzione può sembrare semplicemente un'infrastruttura, ma per chi vive in un luogo isolato significa molto di più. Significa che il confine che sembrava naturale potrebbe presto diventare più facile da attraversare. Significa che persone, idee e possibilità potranno arrivare dall'esterno. E significa anche che quello stesso mondo conosciuto rischia di non essere più quello di prima.
In questo senso, Malopasso è anche un romanzo sull'Italia che cambia. Siamo nel 1953, in una fase in cui il Paese sta lentamente lasciandosi alle spalle le ferite della guerra e si avvia verso una trasformazione profonda. Ma Lamalfa non racconta questo passaggio attraverso una grande prospettiva storica. Lo osserva dal basso, attraverso gli occhi di un bambino che vive in una comunità marginale e che forse non possiede gli strumenti per comprendere pienamente quello che sta succedendo.
Ed è proprio questo sguardo a rendere la storia particolarmente efficace.
Meluzzo non interpreta il cambiamento: lo percepisce. Lo sente arrivare attraverso ciò che vede, attraverso le persone che incontra, attraverso le conversazioni degli adulti e attraverso quella nuova strada che sembra promettere un collegamento con un mondo diverso. La sua curiosità diventa così anche la curiosità del lettore.
La scrittura di Marta Lamalfa ha poi un rapporto molto forte con il paesaggio. La Tonnara non è semplicemente lo sfondo nel quale si muovono i personaggi, ma sembra diventare quasi un personaggio del romanzo. Il mare, gli scogli, il vento, l'ulivo aggrappato alla pietra, le case povere e il lavoro dei pescatori contribuiscono a costruire un ambiente nel quale bellezza e durezza convivono continuamente.
È una delle caratteristiche che rendono il romanzo molto visivo. Da una parte c'è l'immensità del mare e l'orizzonte verso le Eolie; dall'altra ci sono la fatica, il legno umido, le mani segnate dal lavoro e il sangue dei pesci. Lamalfa non idealizza questo paesaggio: lo mostra nella sua doppiezza. È bellissimo e duro, aperto verso l'infinito e contemporaneamente capace di isolare chi lo abita.
Anche il mare assume quindi un significato particolare. Per Meluzzo rappresenta contemporaneamente ciò che conosce e ciò che arriva da lontano. È il luogo del lavoro degli uomini, ma anche quello da cui provengono gli oggetti che alimentano la sua fantasia. È una superficie che separa e collega allo stesso tempo.
E forse è proprio questo uno dei motivi per cui la lettura di di questo libro lascia una sensazione particolare. È un romanzo che parla di confini, ma non soltanto di quelli geografici. Ci sono il confine tra terra e mare, quello tra la Tonnara e il paese, quello tra chi resta e chi parte, quello tra l'infanzia e l'età adulta. E soprattutto c'è il confine, molto più intimo, tra ciò che siamo e ciò che cominciamo a desiderare di diventare.
La storia di Meluzzo acquista così un significato che va oltre la sua vicenda personale. Chiunque abbia provato, almeno una volta, la sensazione di essere stretto dentro un luogo, una situazione o una condizione che improvvisamente non bastava più, può riconoscersi nel suo desiderio di guardare oltre.
Ho trovato interessante anche il modo in cui il romanzo mette in relazione il desiderio di libertà con la paura del cambiamento. Uscire dal proprio mondo significa certamente avere la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo, ma significa anche lasciare qualcosa alle proprie spalle. E Lamalfa non sembra suggerire che esista una risposta semplice. Il futuro non è necessariamente migliore soltanto perché è diverso, così come il passato non è necessariamente migliore soltanto perché è conosciuto.
Questa ambivalenza rende il romanzo più stratificato di quanto la sua brevità possa far pensare. È un libro di formazione, ma è anche una storia di comunità, di memoria, di appartenenza e di trasformazione. Soprattutto, è un romanzo che riesce a parlare della crescita senza avere bisogno di grandi dichiarazioni: la racconta attraverso un bambino che osserva il proprio mondo e comincia a desiderare di attraversarne i confini.
Il risultato è una lettura intensa e molto legata alla dimensione del paesaggio e della lingua. Marta Lamalfa costruisce un piccolo universo nel quale ogni elemento sembra avere un peso: il mare, il sentiero, la strada che arriva, gli oggetti raccolti sulla spiaggia, l'assenza del padre, il nonno, la madre, l'attesa e soprattutto quel desiderio di vedere cosa esiste dall'altra parte.
Personalmente ho trovato particolarmente riuscita proprio questa capacità di trasformare una storia apparentemente semplice in qualcosa di più ampio. Meluzzo è un bambino, ma attraverso il suo sguardo si racconta un'intera comunità e, sullo sfondo, un Paese che sta cambiando. Il suo desiderio di percorrere il Malopasso diventa allora il desiderio di attraversare una soglia, di scoprire se oltre il proprio piccolo mondo possa esistere una possibilità diversa.
Si tratta quindi di un romanzo che non ha bisogno di essere lungo per lasciare una traccia. La sua forza sta nella capacità di concentrare in poche pagine un'atmosfera, un paesaggio e soprattutto un passaggio fondamentale della vita: quel momento in cui l'infanzia comincia lentamente a guardare verso il futuro.
Consiglio Malopasso a chi ama i romanzi di formazione, le storie ambientate nel Sud Italia e quelle narrazioni in cui il paesaggio non fa semplicemente da sfondo, ma partecipa alla storia. È una lettura particolarmente indicata per chi apprezza i romanzi brevi ma densi, capaci di affrontare temi come l'infanzia, la libertà, l'appartenenza e il desiderio di cambiare senza perdere la dimensione umana dei personaggi.
Lo consiglio anche a chi cerca una storia dal sapore mediterraneo, dove il mare è contemporaneamente confine e promessa, e a chi ama quelle letture che, dietro una vicenda individuale, riescono a raccontare una trasformazione più grande.
Alcune note su Marta Lamalfa
Marta Lamalfa è nata a Palmi, in Calabria, nel 1990. Vive a Roma, dove lavora per un’organizzazione umanitaria. È laureata in Lingue mediorientali, si è specializzata in Editoria e scrittura e ha studiato pianoforte a livello accademico. Ha frequentato il laboratorio annuale della Bottega di Narrazione, scuola di scrittura creativa diretta da Giulio Mozzi e Giorgia Tribuiani.




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