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RECENSIONE: Non essere te stesso! Perché l'autenticità è sovrastimata (e cosa fare invece) (Tomas Chamorro-Premuzic)




Autore: Geoffrey Cain

Traduttore: Giuseppe Maugeri

Editore: EGEA, 2026

Pagine: 176

Genere: Saggi, Benessere

Prezzo: € 25.90 (cartaceo), € 22.99 (ebook)

Acquista: Libro, Ebook



Trama

Dall’autore di Perché tanti uomini incompetenti diventano leader?, una sorprendente indagine scientifica sui motivi per cui l’autenticità può diventare un ostacolo. «Sii semplicemente te stesso» potrebbe essere il peggior consiglio che abbiamo mai ricevuto. Per anni ci è stato ripetuto che l’autenticità è la chiave del successo: che dovremmo restare sempre fedeli a noi stessi, ignorare il giudizio altrui e procedere con incrollabile sincerità, nel rispetto dei nostri valori. È un messaggio rassicurante, da cui sono nati innumerevoli libri di crescita personale, seminari sulla leadership e post virali sui social media. C’è solo un problema: secondo la scienza è falso. Attingendo a decenni di ricerche, lo psicologo Tomas Chamorro-Premuzic porta alla luce una verità scomoda: la nostra ossessione per la genuinità, la sincerità e l’onestà rischia di produrre l’effetto opposto a quello desiderato. Dal culto dell’autenticità nella Silicon Valley ai molti programmi di diversità che non hanno mantenuto le promesse, l’autore mostra come la fissazione per il nostro «vero io» possa compromettere il successo individuale e quello delle organizzazioni. Le persone che ottengono i risultati migliori non sono quelle che restano rigidamente «fedeli a se stesse», ma quelle capaci di adattarsi, evolvere e prestare attenzione al modo in cui vengono percepite dagli altri, modulando il proprio comportamento in base alle circostanze. I dati parlano chiaro: quando smettiamo di concentrarci sull’espressione del nostro «io autentico» e impariamo a comprendere meglio gli altri, diventiamo esseri umani migliori. Combinando le più recenti acquisizioni della psicologia con una critica affilata dei luoghi comuni contemporanei, questo libro non si limita a mettere in discussione il pensiero dominante: offre una guida concreta per costruire un successo professionale duraturo.


Recensione

Viviamo in una società che ci invita continuamente a essere autentici. "Sii te stesso", "segui il tuo cuore", "non preoccuparti del giudizio degli altri": sono frasi che sentiamo ripetere così spesso da averle trasformate in verità assolute. Eppure, Non essere te stesso ha il merito di prendere questi slogan rassicuranti e metterli sotto la lente di ingrandimento, dimostrando quanto possano essere, in alcuni casi, fuorvianti e persino controproducenti.


Il titolo del libro è volutamente provocatorio e potrebbe trarre in inganno. Non si tratta di un invito a fingere di essere qualcun altro o a indossare maschere nella vita quotidiana. Al contrario, l'autore ci accompagna in una riflessione molto più complessa e interessante sul concetto di autenticità, spiegandoci perché l'idea di dover essere sempre fedeli al nostro "vero io" rappresenti uno dei miti più sopravvalutati della cultura contemporanea.


Fin dall'introduzione, significativamente intitolata L'autenticità non paga, il libro mette in discussione un presupposto che molti di noi considerano ormai indiscutibile: l'autenticità non è necessariamente una virtù assoluta. In alcune circostanze può diventare addirittura un ostacolo alla nostra crescita personale, alle nostre relazioni e alla nostra carriera professionale.


La prima parte del saggio, dedicata a "Come l'autenticità ci danneggia", è probabilmente quella più sorprendente. L'autore individua quattro grandi "trappole" nelle quali rischiamo di cadere quando prendiamo troppo alla lettera il consiglio di essere sempre noi stessi.

La prima trappola riguarda l'idea che bisogni essere sempre onesti, con se stessi e con gli altri. Una convinzione apparentemente nobile, ma che il libro analizza con grande lucidità.


Esistono infatti situazioni in cui una sincerità assoluta può risultare dannosa o addirittura crudele. L'autore riflette sulle cosiddette "piccole grandi bugie" che regolano la nostra vita sociale e sul ruolo dell'intelligenza emotiva, sostenendo come quest'ultima sia spesso molto più importante dell'autenticità stessa. Interessante anche il riferimento al celebre caso di Phineas Gage, utilizzato per mostrare come il nostro comportamento sia il risultato di meccanismi molto più complessi rispetto alla semplice idea di "dire sempre quello che pensiamo".


Tra le pagine di questo capitolo emerge un concetto che mi ha particolarmente colpito: la nostra personalità non è qualcosa di rigido e immutabile. L'autore utilizza una metafora molto efficace invitandoci ad accogliere la nostra "Meryl Streep" e il nostro "Marlon Brando" interiori, ricordandoci che tutti noi siamo capaci di adattarci ai diversi contesti senza che questo significhi essere falsi o incoerenti.


La seconda trappola è forse una delle più diffuse nella cultura della crescita personale: seguire sempre il proprio cuore e rimanere fedeli ai propri valori, qualunque cosa accada. Quante volte ci è stato detto che i nostri valori rappresentano una bussola infallibile? Il libro dimostra invece come anche i valori possano diventare problematici se applicati in modo dogmatico. I valori non sono universali né immutabili e, soprattutto, conviviamo in una società fatta anche dei valori degli altri. L'autore ci invita quindi a sviluppare una maggiore capacità di ascolto e di adattamento, senza trasformare le nostre convinzioni personali in principi assoluti.


La terza trappola affronta un altro slogan estremamente popolare: smettere di preoccuparsi di ciò che gli altri pensano di noi. Il libro dedica ampio spazio al tema della reputazione, sottolineando come l'essere umano sia, per natura, un animale sociale. Ignorare completamente il giudizio altrui non rappresenta necessariamente un segno di forza o autenticità. Anzi, la reputazione viene definita una vera e propria arte e le prime impressioni assumono un ruolo fondamentale nella nostra vita personale e professionale. L'autore arriva persino a rivalutare una versione più "edulcorata" di noi stessi, spiegando come la capacità di gestire l'immagine che trasmettiamo agli altri sia una competenza sociale preziosa e tutt'altro che negativa.


La quarta trappola riguarda il mondo del lavoro e il celebre consiglio di "mettere tutto se stessi nel proprio impiego". Si tratta di una riflessione estremamente attuale. Oggi siamo continuamente invitati a fare del lavoro una parte integrante della nostra identità, ma l'autore ci ricorda che il lavoro non definisce chi siamo. Non ogni aspetto della nostra personalità deve necessariamente essere portato sul posto di lavoro e imparare a distinguere la sfera privata da quella professionale può rappresentare una forma di maturità emotiva piuttosto che una mancanza di autenticità.


La seconda parte del libro, intitolata Che cosa fare invece, rappresenta il naturale completamento delle riflessioni iniziali. Non basta infatti demolire il mito dell'autenticità: occorre proporre un'alternativa concreta.


L'autore affronta temi come l'avanzamento di carriera, l'importanza della reputazione professionale e il concetto di "cittadinanza organizzativa", sottolineando quanto le competenze relazionali e l'intelligenza emotiva siano spesso più determinanti del talento o dell'autenticità stessa. Viene proposta una rilettura particolarmente interessante del concetto di intelligenza emotiva, vista come la capacità di comprendere il contesto, gli altri e le conseguenze dei propri comportamenti.


Anche il capitolo dedicato alla leadership risulta particolarmente stimolante. L'autore spiega come l'autenticità, tanto celebrata nei leader moderni, possa trasformarsi in un boomerang se non accompagnata dalla capacità di adattarsi alle situazioni e alle esigenze delle persone che ci circondano. Talvolta, andare contro la propria natura o uscire dalla propria zona di comfort rappresenta proprio ciò che ci permette di crescere e diventare versioni migliori di noi stessi.


L'ultima parte del libro affronta il delicato tema della diversità e dell'inclusione, mettendo in discussione alcuni presupposti che spesso vengono dati per acquisiti e invitando il lettore a riflettere sul divario esistente tra ciò che diciamo di valorizzare e ciò che effettivamente mettiamo in pratica nella vita quotidiana e nelle organizzazioni.


Ciò che ho apprezzato maggiormente di questo saggio è il suo coraggio intellettuale. Non è un libro che cerca di piacere a tutti né che offre facili soluzioni motivazionali. Al contrario, ci costringe a mettere in discussione alcune delle convinzioni più radicate del nostro tempo. In un panorama editoriale ricco di manuali che ci invitano semplicemente ad amarci di più e a essere sempre autentici, Non essere te stesso rappresenta una voce fuori dal coro, capace di stimolare riflessioni profonde e decisamente controcorrente.


È una lettura che non pretende di demolire il concetto di autenticità in sé, ma ci invita a considerarlo con maggiore equilibrio. Essere autentici non significa necessariamente essere spontanei in ogni situazione, dire sempre tutto ciò che pensiamo o rifiutare qualsiasi forma di adattamento. Crescere significa anche imparare quando mostrare alcuni aspetti di noi stessi, quando svilupparne altri e quando mettere le nostre capacità al servizio del contesto in cui viviamo.


Un libro intelligente, provocatorio e incredibilmente attuale, che lascia il lettore con più domande che risposte. E forse è proprio questo il suo più grande pregio.


Consiglio questo libro a chi ama i saggi di psicologia e crescita personale che sfidano il pensiero comune, a chi lavora nel mondo delle organizzazioni e della leadership e a tutti i lettori che desiderano approfondire il tema dell'identità personale da una prospettiva diversa dal solito. È perfetto anche per chi si sente spesso schiacciato dall'obbligo sociale di dover essere sempre e comunque "autentico".



Alcune note su Tomas Chamorro-Premuzic

Tomas Chamorro-Premuzic è un’autorità internazionale in tema di talent management e sviluppo della leadership. È Chief Talent Scientist di ManpowerGroup, cofondatore di Metaprofi ling e di Deeper Signals, e professore di Business Psychology allo University College di Londra e alla Columbia University. In precedenza aveva ricoperto incarichi accademici alla New York University e alla London School of Economics. Ha insegnato inoltre in Harvard Business School, Stanford Business School, London Business School, Johns Hopkins e all’IMD. È fondatore e primo direttore del programma Industrial-Organizational and Business Psychology dell’University College di Londra e Chief Psychometric Advisor dell’Entrepreneurial Finance Lab di Harvard. Autore di diversi libri e numerosi articoli scientifi ci, ha ottenuto riconoscimenti dall’American Psychological Association, dall’International Society for the Study of Individual Differences e dalla Society for Industrial Organizational Psychology, di cui è membro. Vanta una consistente presenza mediatica nei programmi televisivi di BBC, CNN e Sky, e la pubblicazione regolare di articoli su Harvard Business Review , The Guardian , Fast Company , Forbes e Huffi ngton Post . 


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