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RECENSIONE: Né di Eva né di Adamo (Amélie Nothomb)

2 ore fa
Tempo di lettura: 10 min



Autore: Amélie Nothomb

Traduttore: Federica Di Lella

Editore: Voland, 2026

Pagine: 169

Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea

Prezzo: € 16.00

Acquista: Libro



Trama

Dismessi i panni di impiegata nella multinazionale Yumimoto indossati in Stupore e tremori, Amélie ci riporta in Giappone e si concentra sulle proprie peripezie sentimentali. Rinri è il fidanzato giapponese, bello, gentile e ricco: a unirli è un’intesa bizzarra ma non priva di poesia, raccontata con umorismo agrodolce. Ma l’emozione più grande e la relazione più forte è ancora una volta quella che lega l’autrice belga al paese in cui è nata e dove ha trascorso gli anni mitici dell’infanzia… Uscito in Francia nel 2007, adattato per il cinema nel 2014 dal regista Stefan Liberski, torna in libreria uno dei romanzi più amati e letti di Amélie Nothomb con una nuova traduzione e una veste grafica rinnovata.


Recensione

Tornare in un luogo che appartiene alla propria infanzia significa spesso misurarsi con una domanda difficile: stiamo ritrovando ciò che abbiamo perduto oppure stiamo cercando di riconoscere una parte di noi che il tempo ha inevitabilmente cambiato? È da questa distanza tra memoria e presente che prende forma Né di Eva né di Adamo di Amélie Nothomb, un romanzo in cui il sentimento amoroso, il desiderio di appartenenza e il confronto con una cultura diversa si intrecciano in una narrazione ironica, personale e attraversata da una sottile malinconia.


Pubblicato nuovamente nel 2026, il libro ci accompagna in una fase importante della vita dell'autrice belga, quando, poco più che ventenne, decide di tornare in Giappone, il Paese in cui è nata e dove ha trascorso i primi anni della sua infanzia. Non si tratta semplicemente di un viaggio verso una terra lontana, ma di un ritorno alle proprie origini, verso un mondo che Amélie sente profondamente suo e che, allo stesso tempo, deve imparare a conoscere nuovamente. Il Giappone che ritrova non coincide perfettamente con quello conservato nei suoi ricordi: gli anni trascorsi altrove hanno modificato il suo rapporto con la lingua, con le abitudini e con la percezione stessa di quel luogo.


È proprio questa condizione di appartenenza e, contemporaneamente, di estraneità a rendere interessante il punto di partenza del romanzo. Amélie non è una semplice visitatrice che osserva il Giappone dall'esterno, ma neppure può considerarsi completamente reintegrata nella realtà che aveva lasciato da bambina. Si trova in una posizione intermedia, sospesa tra ciò che ricorda e ciò che scopre, tra il desiderio di sentirsi a casa e la consapevolezza che il tempo ha creato una distanza. In questa condizione si riconosce uno dei temi più significativi della narrazione: il bisogno di trovare il proprio posto nel mondo senza poter tornare davvero a essere la persona che si era un tempo.


Per esercitarsi nella lingua francese, Amélie decide di offrire lezioni private. È così che incontra Rinri, un giovane studente giapponese interessato a imparare la sua lingua. Quello che inizialmente nasce come un rapporto tra insegnante e allievo si trasforma progressivamente in una conoscenza più intima, fino a diventare una relazione sentimentale. Da questo incontro prende avvio il racconto di una storia d'amore che si sviluppa lontano dalle formule romantiche più convenzionali e che permette alla scrittrice di osservare, con il suo sguardo inconfondibile, le dinamiche dei sentimenti, le incomprensioni e le differenze che possono emergere anche tra due persone che cercano di avvicinarsi.


Nothomb non costruisce una storia d'amore idealizzata, nella quale ogni gesto trova una spiegazione e ogni sentimento conduce inevitabilmente verso una conclusione rassicurante. Al contrario, il rapporto tra Amélie e Rinri è raccontato attraverso episodi, situazioni talvolta sorprendenti e piccoli scarti tra le aspettative dei protagonisti. Il loro modo di vivere la relazione non sempre coincide, e proprio questa distanza rende il legame interessante da osservare. L'autrice non sembra voler dimostrare che l'amore sia una soluzione capace di mettere ordine nella vita, quanto piuttosto mostrare come possa diventare un'esperienza di conoscenza, un'occasione per scoprire qualcosa dell'altro e, soprattutto, di se stessi.


Rinri è una presenza importante, ma il centro della narrazione rimane lo sguardo di Amélie. È attraverso la sua sensibilità, le sue reazioni e il suo modo particolare di interpretare ciò che le accade che il lettore entra nella storia. La protagonista non si lascia facilmente ricondurre all'immagine tradizionale della giovane innamorata: conserva una forte autonomia, un'indipendenza di pensiero e una certa imprevedibilità che rendono difficile anticipare le sue scelte. Non sempre appare comprensibile, e talvolta proprio questa sua difficoltà a lasciarsi definire costituisce uno degli aspetti più interessanti del personaggio.


La sua personalità, infatti, non viene presentata come un modello da imitare, ma come qualcosa di complesso, attraversato da contraddizioni e da esigenze che non sempre riescono a conciliarsi. Da una parte c'è il desiderio di vivere un'esperienza sentimentale, dall'altra emerge la necessità di conservare uno spazio personale che nessuna relazione dovrebbe cancellare. Amélie sembra avvertire il rischio che un legame, anche quando è sincero e piacevole, possa trasformarsi in una forma di appartenenza troppo stretta, capace di limitare la libertà individuale. È in questa tensione che il romanzo supera i confini del semplice racconto sentimentale e si avvicina a una riflessione più ampia sulla difficoltà di conciliare l'amore con la propria identità.


Il titolo, Né di Adamo né di Eva, può essere letto proprio alla luce di questa impossibilità di lasciarsi definire completamente attraverso una relazione o attraverso un ruolo prestabilito. Non è necessario appartenere rigidamente a una categoria, rispondere alle aspettative altrui o riconoscersi in un'identità già confezionata. La protagonista attraversa esperienze che la cambiano, ma non per questo rinuncia alla propria individualità. Il suo percorso non consiste nel trovare una collocazione definitiva accanto a qualcuno, bensì nel comprendere quale posto desideri occupare nella propria vita.


Anche il Giappone assume, in questo percorso, un ruolo che va ben oltre quello di una semplice ambientazione. È il luogo dell'infanzia, della memoria e di un legame affettivo che precede persino la consapevolezza adulta. Attraverso le esperienze di Amélie, i rapporti con le persone che incontra e le occasioni in cui entra in contatto con le abitudini locali, il lettore viene accompagnato in una realtà culturale diversa da quella occidentale. Il confronto non si traduce in una spiegazione sistematica della società giapponese: passa piuttosto attraverso situazioni quotidiane, consuetudini, incontri e incomprensioni che permettono di percepire quanto il contesto culturale possa influenzare il modo di pensare, di comunicare e di vivere i sentimenti.


La scrittrice osserva questa realtà senza rinunciare alla propria ironia. È uno degli elementi che rendono la lettura riconoscibile: Nothomb sa cogliere l'aspetto insolito di una situazione, mettere in evidenza una contraddizione e trasformare un episodio apparentemente ordinario in un momento capace di suscitare un sorriso o una riflessione. Il suo umorismo non serve soltanto ad alleggerire il racconto, ma diventa uno strumento per guardare le persone e le convenzioni da una prospettiva diversa. Ciò che inizialmente può apparire assurdo o incomprensibile acquista così una nuova sfumatura, mentre ciò che consideriamo naturale viene messo in discussione proprio attraverso il confronto con un'altra cultura.


Questa capacità di alternare leggerezza e introspezione rappresenta uno dei punti di forza del libro. La narrazione procede con agilità, senza appesantirsi in lunghe spiegazioni, e lascia spazio a episodi che possono sembrare eccentrici, ma che contribuiscono a delineare il carattere della protagonista e il suo modo di rapportarsi al mondo. Dietro la superficie brillante, tuttavia, rimane una domanda più seria: quanto siamo disposti a cambiare per essere accettati e quanto, invece, abbiamo bisogno di proteggere ciò che ci rende diversi?

Il tema dell'identità emerge anche dal carattere autobiografico del racconto. Amélie Nothomb utilizza il proprio nome e rielabora esperienze legate alla sua giovinezza, al ritorno in Giappone e alla relazione con Rinri. Questo elemento conferisce alla narrazione una particolare vicinanza alla vita dell'autrice, ma non obbliga il lettore a considerare ogni passaggio come una registrazione documentaria dei fatti. La vicinanza tra esperienza personale e costruzione letteraria è parte integrante del fascino del libro: ciò che conta non è soltanto sapere che cosa sia accaduto, ma comprendere come un'esperienza venga trasformata in racconto e acquisti, attraverso la scrittura, un significato più ampio.


In questo senso, il romanzo dialoga idealmente anche con Stupore e tremori, l'opera nella quale Nothomb racconta la propria esperienza lavorativa all'interno di un'azienda giapponese. Se lì il confronto con il Paese è legato soprattutto alle gerarchie aziendali, alle regole professionali e alle difficoltà di inserirsi in un ambiente governato da codici differenti, qui l'attenzione si sposta sulla vita privata, sull'amore e sulla possibilità di costruire un rapporto personale all'interno dello stesso contesto culturale. I due libri offrono così prospettive diverse e complementari sul rapporto dell'autrice con il Giappone, mostrando come un luogo possa essere contemporaneamente familiare e difficile da decifrare.


Un altro aspetto interessante riguarda il modo in cui Nothomb affronta il sentimento amoroso senza trasformarlo in una verità universale. L'esperienza di Amélie non pretende di spiegare come debba essere vissuta una relazione, né suggerisce che esista una formula valida per tutti. Al contrario, mette in scena la singolarità di due persone che si incontrano e cercano, ciascuna a modo proprio, di dare un significato al legame che le unisce. La storia invita così a riflettere sulla distanza che può esistere tra l'essere amati e il sentirsi pronti ad accogliere pienamente l'amore, tra la possibilità di condividere la vita con qualcuno e il desiderio di non smarrire la propria direzione.


È una questione che rende il romanzo ancora attuale. Spesso siamo portati a considerare una relazione riuscita soltanto quando conduce a una stabilità riconoscibile, a una forma di continuità o a un progetto condiviso. Nothomb, invece, lascia emergere una prospettiva meno rassicurante: non tutte le esperienze importanti sono destinate a durare e non tutti i legami, anche quando sono autentici, devono necessariamente trasformarsi in una sistemazione definitiva. Alcuni incontri acquistano valore proprio perché ci permettono di capire meglio chi siamo, che cosa desideriamo e quali compromessi non siamo disposti ad accettare.


Naturalmente, il carattere fortemente personale della narrazione comporta anche qualche limite. Chi cerca una storia d'amore ricca di svolte drammatiche, una trama costruita su grandi conflitti o personaggi approfonditi attraverso molteplici punti di vista potrebbe trovare il racconto troppo concentrato sulla protagonista e sulle sue impressioni. Anche il ritratto del Giappone è filtrato dalla sensibilità individuale di Amélie e non va letto come una rappresentazione esaustiva di un'intera cultura. È uno sguardo soggettivo, a tratti provocatorio e volutamente singolare, che privilegia l'esperienza personale rispetto alla descrizione oggettiva.


Proprio questa soggettività, tuttavia, appartiene alla natura del libro. Nothomb non vuole costruire un quadro completo del Giappone né offrire una teoria dell'amore: racconta una fase della propria vita e la osserva con la libertà di chi non teme di apparire contraddittorio. Il lettore può condividere le sue scelte oppure metterle in discussione, può trovare Amélie affascinante o talvolta distante, ma difficilmente può ignorare la personalità della sua voce narrativa. È una scrittura che non cerca necessariamente di conquistare attraverso la commozione, quanto piuttosto di stimolare la curiosità e lasciare spazio a interpretazioni differenti.


Anche il finale acquista significato proprio alla luce di questo percorso. La storia non si limita a raccontare l'evoluzione di una relazione, ma conduce verso una presa di coscienza che riguarda le possibilità e i limiti della protagonista. L'amore per Rinri e il legame con il Giappone si intrecciano, ma non coincidono: amare una persona non significa necessariamente voler condividere con lei ogni aspetto del futuro, così come sentirsi legati a un Paese non comporta automaticamente riuscire a riconoscersi in tutte le aspettative che esso rappresenta. Amélie deve fare i conti con la propria libertà e con il bisogno di scegliere una direzione che le appartenga davvero.


Alla fine della lettura, ciò che rimane non è soltanto il ricordo di una relazione sentimentale particolare, ma soprattutto il ritratto di una giovane donna alle prese con il difficile passaggio verso l'età adulta. Il ritorno alle origini, il confronto culturale e l'esperienza amorosa diventano parti di un unico processo di conoscenza. Ogni incontro contribuisce a mettere in discussione una certezza, ogni esperienza apre una possibilità, ma nessuna offre una risposta definitiva alla domanda su chi siamo e su chi vogliamo diventare.


Né di Adamo né di Eva è un libro che si lascia apprezzare soprattutto per la sua voce narrativa, per l'ironia con cui osserva le relazioni umane e per la capacità di affrontare temi importanti senza ricorrere a toni eccessivamente solenni. È una lettura che può far sorridere, sorprendere e, in alcuni passaggi, lasciare una sensazione di malinconia. Sotto la leggerezza della superficie si nasconde infatti una riflessione sulla libertà personale, sul senso di appartenenza e sulla necessità di non confondere l'amore con la rinuncia a se stessi.


Personalmente, considero questo romanzo interessante proprio perché non cerca di rendere la protagonista sempre simpatica o facilmente comprensibile. Amélie conserva le proprie stranezze, le proprie contraddizioni e un modo di vivere i sentimenti che può apparire distante dalle aspettative più comuni. È una figura che invita a osservare senza giudicare troppo in fretta, ricordandoci che dietro ogni scelta esiste una storia personale che non può essere ridotta a una regola generale. E forse è questo il punto più riuscito del libro: mostrare che crescere significa anche accettare di non appartenere completamente a un luogo, a una persona o a un'immagine prestabilita di noi stessi.


Un romanzo breve ma ricco di spunti, nel quale l'amore diventa una tappa del viaggio verso la conoscenza di sé e il Giappone si conferma molto più di uno sfondo: è una presenza affettiva, un luogo della memoria e una parte essenziale dell'identità della protagonista.


Consiglio Né di Adamo né di Eva a chi ama la narrativa di Amélie Nothomb e desidera scoprire un lato più intimo e sentimentale della sua scrittura. È una lettura adatta a chi è affascinato dal Giappone, dalle differenze culturali e dai racconti autobiografici, ma anche a chi apprezza i personaggi complessi, l'ironia sottile e le storie d'amore che non seguono necessariamente le strade più convenzionali. Lo suggerisco, inoltre, a chi ama i romanzi capaci di interrogare il significato della libertà individuale e il rapporto tra sentimenti, identità e appartenenza.



Alcune note su Amélie Nothomb

Amélie Nothomb è nata a Kobe, Giappone, nel 1967 da genitori diplomatici, oggi vive tra Bruxelles e Parigi. Scrittrice di culto non solo in Francia – dove ha esordito nel 1992 con Igiene dell’assassino, il romanzo che l’ha subito imposta – pubblica un libro l’anno, scalando a ogni uscita le classifiche di vendita. Innumerevoli gli adattamenti cinematografici e teatrali ispirati ai suoi romanzi e i premi letterari vinti, tra cui il Grand Prix du roman de l’Académie Française e il Prix Internet du Livre per Stupore e tremori, il Prix de Flore per Né di Eva né di Adamo, e due volte il Prix du Jury Jean Giono per Le Catilinarie e Causa di forza maggiore.

Sete, uscito in Francia nel 2019, è arrivato secondo al Prix Goncourt dello stesso anno.

Primo sangue, suo trentesimo romanzo, si è aggiudicato il Prix Renaudot 2021 e il Premio Strega Europeo 2022. Tutti i suoi libri sono pubblicati in Italia da Voland.


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