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RECENSIONE: Dimmi che rimani (Roberta Di Lorenzo)

1 ora fa
Tempo di lettura: 9 min



Autore: Roberta Di Lorenzo

Editore: Garzanti, 2026

Pagine: 272

Genere: Narrativa italiani, Narrativa moderna e contemporanea

Prezzo:  € 17.90 (cartaceo), € 9.99 (ebook)

Acquista: Libro, Ebook



Trama

Nessuno sa dove finiscono le farfalle quando spariscono. Matilde se lo chiede spesso, mentre riempie il suo quaderno di ali colorate dalla sua stanza d'ospedale. Ha sedici anni. È sempre statala figlia perfetta, la studentessa modello. Ora, però, si sente ogni giorno più lontana da quell'idea. Ha provato a essere abbastanza per tutti, finché, quasi senza accorgersene, ha iniziato a scomparire. Quando Cecilia Moretti entra per la prima volta nella sua vita per farle lezione di italiano, Matilde non si aspetta nulla. Quella professoressa dai modi impacciati, con una vecchia Twingo che sembra sul punto di spegnersi a ogni semaforo e una passione ostinata per Cesare Cremonini, è lontanissima dall'idea che aveva immaginato. Eppure, Cecilia fa una cosa che gli altri hanno smesso di fare da tempo. La vede. E le affida le parole di Giacomo Leopardi, Saffo, Patrizia Cavalli e Alda Merini, nella speranza che una poesia riesca ad arrivare dove nessun altro è riuscito ad arrivare. Forse Cecilia continua a tendere la mano agli altri perché, anni prima, non è riuscita a trattenerne una. Questa volta, però, vuole essere l'approdo sicuro di qualcuno e scoprire che alcune persone, prima di essere salvate, hanno solo il bisogno di essere viste. Esistono storie che entrano dentro come il mare: un'onda alla volta, fino a raggiungere i punti più profondi.


Recensione

A volte basta incontrare qualcuno capace di guardarci davvero per cominciare a cambiare il modo in cui vediamo noi stessi. Non servono grandi gesti, promesse impossibili o parole capaci di risolvere ogni problema. A volte è sufficiente una presenza, qualcuno che scelga di fermarsi proprio quando tutto sembra suggerirci di lasciar perdere. È da questa consapevolezza che prende forma Dimmi che rimani, romanzo d'esordio di Roberta Di Lorenzo: una storia delicata e intensa che affronta il dolore, il bisogno di sentirsi accettati e la possibilità di ritrovare, attraverso l'incontro con gli altri, una parte di sé che sembrava perduta.


Al centro del romanzo troviamo Matilde, una ragazza di sedici anni che, per lungo tempo, ha cercato di essere esattamente ciò che gli altri si aspettavano da lei. Una figlia perfetta, una studentessa modello, una ragazza sempre all'altezza delle richieste e delle aspettative altrui. Un'immagine apparentemente rassicurante, dietro la quale si nasconde però una sofferenza sempre più difficile da sostenere. Nel tentativo di essere abbastanza per tutti, Matilde ha progressivamente smarrito il contatto con se stessa, fino a sentirsi quasi scomparire.


La incontriamo nella sua stanza d'ospedale, mentre riempie un quaderno di farfalle colorate e si interroga su dove vadano a finire quando spariscono. È un'immagine che racchiude molto del significato della storia: la fragilità di chi si sente sul punto di dissolversi, ma conserva ancora il desiderio, forse inconsapevole, di trovare una via per tornare a esistere pienamente.


La sofferenza di Matilde si manifesta attraverso un disturbo alimentare, ma Roberta Di Lorenzo non si limita a raccontare la malattia. Il suo sguardo si sposta sulla persona che esiste dietro di essa, sui pensieri che non riescono a trovare una voce, sulle aspettative che diventano un peso e sulla difficoltà di riconoscersi quando si è trascorso troppo tempo a cercare di corrispondere all'immagine costruita dagli altri.


È proprio questo, a mio parere, uno degli aspetti più significativi del romanzo: ricordarci che nessuno può essere ridotto alla propria fragilità, a una difficoltà o a un momento buio della propria esistenza. Matilde è molto più della sua sofferenza, anche quando sembra incapace di vedere tutto ciò che ancora la rende unica.


A entrare nella sua vita è Cecilia Moretti, una supplente di Lettere che si ritrova a fare lezione in ospedale. Cecilia non corrisponde all'immagine dell'insegnante impeccabile e sicura di sé. È impacciata, un po' goffa, guida una vecchia Twingo che sembra sul punto di fermarsi a ogni semaforo e coltiva una passione ostinata per Cesare Cremonini. È un personaggio che conquista proprio attraverso la sua imperfezione, attraverso quella naturalezza che la rende distante da qualsiasi modello idealizzato.


Il suo incontro con Matilde non è quello tra una persona che possiede tutte le risposte e un'altra che aspetta di riceverle. Cecilia non arriva con soluzioni già pronte, né sembra voler trasformare la ragazza in qualcuno di diverso da ciò che è. Il suo primo, fondamentale gesto consiste nel riconoscerla. Nel guardare oltre la malattia, oltre il ricovero, oltre quell'immagine di fragilità che rischia di diventare l'unica attraverso cui il mondo la osserva.

Ed è qui che la storia assume un significato che va ben oltre il rapporto tra un'insegnante e una studentessa.


Essere visti, per davvero, significa essere riconosciuti nella propria interezza. Significa non dover dimostrare continuamente di meritare attenzione, affetto o comprensione. Significa poter esistere anche quando non si è brillanti, forti, sorridenti o capaci di soddisfare le aspettative di chi ci circonda.


Cecilia comprende che, prima ancora di trasmettere conoscenze, deve trovare un modo per raggiungere Matilde. E lo fa attraverso ciò che conosce meglio: le parole, la letteratura, la poesia. Le lezioni diventano così qualcosa di diverso da un semplice percorso scolastico. I versi di Giacomo Leopardi, Saffo, Patrizia Cavalli e Alda Merini entrano nella stanza d'ospedale, portando con sé emozioni, domande e possibilità di riconoscimento.


La poesia, in questo contesto, non è un ornamento culturale né un esercizio da svolgere per ottenere una valutazione. Diventa uno spazio in cui avvicinarsi a ciò che fa male, dare forma a sentimenti difficili da esprimere e scoprire che anche qualcun altro, prima di noi, ha conosciuto la solitudine, la mancanza, il desiderio e la paura.


Ho trovato particolarmente significativo questo modo di intendere la letteratura. Le parole non vengono presentate come una cura miracolosa, capace di cancellare la sofferenza, ma come uno strumento per provare ad attraversarla. Leggere, ascoltare una poesia, riconoscersi in un verso possono diventare piccoli passi verso una maggiore consapevolezza di sé. E forse, qualche volta, possono permetterci di pronunciare ciò che fino a quel momento era rimasto imprigionato dentro di noi.


In questo senso, Dimmi che rimani è anche un romanzo che parla del valore educativo della relazione. L'insegnamento non si esaurisce nella spiegazione di un argomento, nella verifica di quanto è stato appreso o nel rispetto di un programma. Esiste una dimensione più profonda, fatta di ascolto, attenzione e disponibilità a incontrare l'altro senza pretendere di conoscerlo già.


La scuola in ospedale diventa il luogo in cui questa dimensione emerge con particolare intensità. Quando la quotidianità viene sconvolta dalla malattia, anche le priorità cambiano. Una lezione di italiano può assumere un significato inatteso, perché ciò che conta non è soltanto imparare, ma ritrovare un legame con il mondo esterno, con la propria identità e con la possibilità di immaginare un futuro.


Da insegnante, ho sentito molto vicina questa riflessione. Ogni studente porta con sé una storia che non sempre è visibile e che, spesso, non trova spazio nelle attività quotidiane della classe. Dietro un comportamento, un silenzio, una difficoltà o un apparente disinteresse possono nascondersi pensieri e fatiche che non siamo in grado di cogliere immediatamente.


Il romanzo invita proprio a questo: a non fermarsi alla superficie, a non confondere ciò che una persona mostra con ciò che realmente è. Non sempre possiamo sapere che cosa stia attraversando chi abbiamo davanti, ma possiamo scegliere come stare accanto a lui. Possiamo ascoltare, rispettare i suoi tempi e provare a costruire una relazione nella quale non sia necessario fingere di stare bene.


Cecilia, tuttavia, non è soltanto l'insegnante che aiuta Matilde. Anche lei porta con sé una ferita, un dolore legato al passato e a una mano che, anni prima, non è riuscita a trattenere. La sua disponibilità verso gli altri sembra nascere anche da quell'esperienza, dal bisogno di dare oggi a qualcuno quella presenza che, in un altro momento della sua vita, non è riuscita a garantire.


Questo elemento rende il personaggio più umano e complesso. Cecilia non è una figura invulnerabile che si dedica agli altri da una posizione di assoluta sicurezza. È una donna che conosce il dolore e che, proprio attraverso il rapporto con Matilde, cerca anche una possibilità di confronto con la propria storia.


Il loro legame, quindi, non procede in una sola direzione. Se Cecilia offre a Matilde uno spazio in cui sentirsi riconosciuta, anche l'incontro con la ragazza mette l'insegnante di fronte a qualcosa che riguarda profondamente se stessa. Le due protagoniste, pur vivendo esperienze differenti, condividono una fragilità che permette loro di avvicinarsi.

È un aspetto che ho apprezzato particolarmente, perché evita di trasformare la relazione educativa in una storia di salvezza unilaterale. Non esiste soltanto qualcuno che aiuta e qualcuno che viene aiutato. Esistono due persone, con le proprie mancanze e le proprie domande, che imparano a incontrarsi.


E forse è proprio questo uno dei messaggi più belli del libro: non sempre abbiamo bisogno di qualcuno che ci salvi. A volte abbiamo bisogno di qualcuno che ci riconosca, che sappia restare accanto a noi senza pretendere di avere una risposta per ogni cosa.


Anche il titolo assume, alla luce di questa riflessione, una particolare intensità. Dimmi che rimani contiene una richiesta semplice e insieme profondissima. È il desiderio di non essere abbandonati proprio nel momento in cui ci sentiamo più difficili da amare. È la paura che la nostra fragilità possa allontanare gli altri. Ma è anche il bisogno di sapere che una relazione può resistere alle imperfezioni, alle difficoltà e ai momenti in cui non riusciamo a essere la versione migliore di noi stessi.


Rimanere, però, non significa necessariamente trovare una soluzione definitiva al dolore di qualcuno. Significa esserci, riconoscere la sua presenza e non lasciarlo coincidere con il momento più difficile della sua vita. È una forma di vicinanza che non promette miracoli, ma che può restituire fiducia e aprire uno spiraglio là dove tutto sembrava chiuso.


Roberta Di Lorenzo affronta questi temi attraverso una narrazione che mette al centro le emozioni e la dimensione più intima dei personaggi. La storia di Matilde si intreccia con quella di Cecilia, mostrando come le ferite possano assumere forme diverse e come il bisogno di essere accettati non appartenga soltanto a una determinata età.


Il dolore, infatti, non è qualcosa che riguarda esclusivamente l'adolescenza. Le insicurezze, il senso di inadeguatezza, il timore di deludere gli altri e la difficoltà di riconoscere il proprio valore possono accompagnarci anche nell'età adulta. Cambiano le circostanze, cambiano le responsabilità, ma rimane spesso la stessa domanda: siamo abbastanza per essere amati?

È una domanda che il romanzo consegna al lettore senza trasformarla in una riflessione astratta. La affida ai personaggi, alle loro fragilità e al modo in cui imparano, lentamente, a guardarsi con occhi diversi.


La presenza delle farfalle, con le loro ali colorate e il mistero della loro scomparsa, contribuisce a dare alla vicenda una dimensione simbolica delicata. Nel quaderno di Matilde diventano una traccia della sua interiorità, un modo per dare forma a qualcosa che le parole, almeno inizialmente, non riescono a esprimere. Sono immagini che accompagnano il suo bisogno di ritrovare uno spazio per sé, lontano dalle definizioni e dalle aspettative che l'hanno imprigionata.


Ho apprezzato anche il fatto che il romanzo non riduca la felicità a una condizione permanente, né suggerisca che basti incontrare la persona giusta per lasciarsi alle spalle ogni sofferenza. La possibilità di stare meglio passa attraverso un percorso, fatto di piccoli cambiamenti e di una nuova consapevolezza. Non tutto si risolve immediatamente e non tutte le ferite scompaiono, ma può diventare possibile imparare a convivere con ciò che ci ha segnati senza lasciare che definisca interamente chi siamo.


Se dovessi individuare il cuore di questa lettura, lo riconoscerei proprio nella differenza tra essere ciò che gli altri si aspettano e sentirsi accolti per quello che si è. Matilde ha cercato a lungo di essere perfetta, fino a perdere di vista se stessa. Cecilia, con la sua imperfezione e la sua umanità, le offre la possibilità di scoprire che non è necessario meritare continuamente il proprio posto nel mondo.


È un messaggio importante, soprattutto in una società che sembra chiederci costantemente di essere all'altezza, di raggiungere obiettivi, di dimostrare qualcosa e di non mostrare mai le nostre debolezze. Il romanzo ci ricorda che il valore di una persona non dipende dai risultati ottenuti, dalle aspettative soddisfatte o dalla capacità di apparire sempre forte.


A volte, per ricominciare, bisogna semplicemente sentirsi dire che possiamo restare. Che non dobbiamo diventare qualcun altro per essere degni di affetto. Che anche quando ci sentiamo smarriti, invisibili o inadeguati, la nostra presenza continua ad avere un valore.


Questo romanzo è un esordio che sceglie di parlare al lettore attraverso la fragilità e la possibilità di costruire legami autentici. È una storia che invita a guardare con maggiore attenzione chi ci sta accanto, ma anche a rivolgere a noi stessi uno sguardo meno severo. Perché imparare ad accettarsi significa, prima di tutto, smettere di misurare il proprio valore sulla base di ciò che gli altri vorrebbero che fossimo.


Chiudendo il libro, resta soprattutto il desiderio di imparare a esserci. Per gli altri, certo, ma anche per noi stessi. Di riconoscere il dolore senza lasciare che diventi l'unica cosa che vediamo. Di comprendere che una parola, una poesia, un incontro o un gesto di attenzione possono non cambiare tutto, ma possono rappresentare l'inizio di qualcosa.

E, in fondo, forse è proprio questo il significato più profondo del rimanere: scegliere di non distogliere lo sguardo quando qualcuno mostra la propria fragilità, riconoscendo che nessuno dovrebbe essere costretto a diventare perfetto per sentirsi amato.


Consiglio questa lettura a chi ama i romanzi introspettivi e le storie capaci di esplorare con sensibilità le relazioni umane. È una lettura particolarmente adatta a chi è interessato al mondo della scuola, al valore educativo dell'ascolto e al potere della letteratura di avvicinarci alle emozioni più difficili da esprimere. Lo suggerisco anche a chi cerca una storia che affronti temi delicati come il disagio adolescenziale, i disturbi alimentari e il bisogno di sentirsi accolti, senza dimenticare che dietro ogni fragilità esiste una persona da conoscere e comprendere.



Alcune note su Roberta Di Lorenzo

Roberta Di Lorenzo nasce in Friuli, terra di poesia e di confini. Terminata la facoltà di Giurisprudenza, scopre quasi per caso l’insegnamento: le viene chiesto di dare lezioni a un ragazzo “difficile” e capisce che è lì che vuole restare. Così, dopo una laurea in Italianistica, oggi è docente di lettere in un Istituto Professionale. Oltre alla scrittura ama la danza aerea, lo yoga, la stand-up comedy e i podcast crime. Da sempre il suo motto è: «La verità è che sei già abbastanza». Dimmi che rimani è il suo romanzo d’esordio.


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