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RECENSIONE: Il libraio che non credeva più alle storie (Kevin Lecathelinais)

5 ore fa
Tempo di lettura: 8 min



Autore: Kevin Lecathelinais

Traduttore: Elisabetta Ragonesi

Editore: Elliot, 2026

Pagine: 228

Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea

Prezzo:  € 19.00 (cartaceo), € 6.99 (ebook)

Acquista: Libro, Ebook



Trama

Vivian, ragazzo solitario, arriva in un paesino di campagna con l’intento di aprire una libreria dell’usato. Preso in affitto un locale malmesso, inizia a predisporre il negozio dove troveranno posto migliaia di volumi ereditati dalla madre di cui intende liberarsi in fretta. Il luogo attira subito la curiosità dei residenti ma Vivian si rivela un libraio atipico: non legge più né può dare consigli letterari perché da tempo non crede più nelle storie che avevano riempito la sua infanzia e che considera responsabili di una bruciante delusione. Ciononostante, la libreria diventa un crocevia di bizzarri clienti, un luogo quieto che invita alle confidenze e che, lentamente, porterà il protagonista a sentirsi parte di una comunità e a ritrovare un nuovo legame con la lettura. In questo sorprendente romanzo di esordio, l’autore – libraio egli stesso – ha saputo raccontare la solitudine, l’innocenza e la speranza con una prosa arguta che regala momenti di pura comicità.


Recensione

A volte per tornare a credere nelle storie bisogna prima smettere di crederci del tutto. È da questa apparente contraddizione che prende forma il romanzo d’esordio di Kevin Lecathelinais, un libro che sceglie di raccontare il rapporto con la lettura partendo da una posizione insolita: quella di un uomo che ha deciso di stare lontano dai libri proprio mentre si trova a doverne vendere centinaia.


Vivian arriva in un piccolo paese di campagna con l’intenzione di aprire una libreria dell’usato. La scelta potrebbe sembrare quasi naturale per un protagonista di questo tipo, se non fosse che Vivian non è affatto il libraio che ci aspetteremmo di incontrare. Non ama particolarmente i libri, non legge più e soprattutto non ha alcuna intenzione di trasformarsi nel dispensatore di consigli letterari che i clienti normalmente si aspettano di trovare dietro il bancone di una libreria. Il suo obiettivo è, anzi, molto più semplice e prosaico: liberarsi il più rapidamente possibile dei volumi che si è ritrovato tra le mani, ereditati dalla madre.


È proprio qui che Lecathelinais costruisce il primo paradosso del romanzo. Una libreria dovrebbe essere per definizione un luogo abitato dalle storie, mentre quella di Vivian nasce dal desiderio di liberarsene. Il suo proprietario dovrebbe conoscere i libri, amarli, saperli consigliare; Vivian, invece, sembra volerli tenere a distanza. Eppure, quasi contro la sua volontà, il negozio comincia a trasformarsi in qualcosa di molto diverso da ciò che aveva immaginato.


La libreria diventa progressivamente un punto d’incontro. Le persone entrano, osservano, parlano, raccontano qualcosa di sé. Alcuni clienti sono eccentrici, altri malinconici, altri ancora semplicemente curiosi. Vivian, che aveva progettato la propria nuova vita cercando di ridurre al minimo le relazioni umane, si ritrova così circondato proprio da quelle persone dalle quali avrebbe voluto mantenere le distanze.


È uno degli aspetti più riusciti del romanzo: la libreria non viene raccontata soltanto come un luogo in cui si vendono libri, ma come uno spazio in cui le persone finiscono per incontrarsi. Prima ancora di tornare a credere nelle storie scritte, Vivian deve imparare a confrontarsi con le storie delle persone che entrano nel suo negozio.


Lecathelinais costruisce il protagonista attraverso una serie di contraddizioni. Vivian è solitario, ma si mette nelle condizioni di incontrare continuamente gli altri. Non vuole avere a che fare con i libri, eppure passa le sue giornate circondato da loro. Vorrebbe vendere tutto e andarsene, ma lentamente comincia a essere riconosciuto come parte della comunità. Soprattutto, vorrebbe controllare ogni cosa, mentre la vita del paese gli dimostra continuamente quanto sia difficile farlo.


Il personaggio, infatti, non è costruito come un eroe particolarmente affascinante o rassicurante. È chiuso, poco incline alla conversazione, spesso impacciato nei rapporti con gli altri. Proprio questa sua difficoltà diventa però una delle fonti dell’ironia del romanzo. La scrittura di Lecathelinais sa essere leggera e divertente senza trasformare Vivian in una semplice macchietta. Dietro le situazioni comiche rimane sempre la consapevolezza che quell’uomo sta cercando di proteggersi da qualcosa.


E questo qualcosa emerge gradualmente.


Il passato di Vivian è legato alla madre e al rapporto che durante l’infanzia ha avuto con i libri e con le storie. La sua disillusione non è quindi un semplice capriccio e il rifiuto della lettura nasconde una ferita più profonda. Il romanzo sceglie di non spiegare immediatamente tutto, ma lascia che siano i ricordi e i ritorni al passato a ricomporre lentamente il quadro. È una scelta narrativa importante perché permette al lettore di comprendere Vivian poco alla volta, senza trasformare la sua storia in una spiegazione psicologica troppo esplicita.


La libreria diventa così anche un modo per affrontare un lutto e per fare i conti con un'eredità che non è soltanto materiale. I libri ricevuti dalla madre rappresentano infatti qualcosa di molto più ingombrante di una semplice collezione di volumi. Vivian vorrebbe venderli, liberarsene, chiudere definitivamente i conti con ciò che rappresentano. Ma proprio quei libri finiscono per riportarlo dentro un mondo dal quale aveva cercato di uscire.


In questo percorso assume un ruolo significativo anche Alice, una ragazza adolescente che entra nella vita della libreria con un entusiasmo per i libri molto diverso da quello di Vivian. Il loro rapporto permette al romanzo di mettere a confronto due modi opposti di guardare alle storie. Da una parte c'è chi ha perso la fiducia nei libri; dall'altra c'è chi è ancora capace di guardarli con curiosità e meraviglia. Alice non sembra disposta ad accettare facilmente l'idea di un libraio che non ami leggere e, proprio attraverso questa sua ostinazione, contribuisce a incrinare le difese del protagonista.


Il romanzo funziona particolarmente bene quando smette di parlare direttamente del "potere dei libri" e mostra invece ciò che accade alle persone quando si incontrano intorno ai libri. Lecathelinais evita infatti di trasformare la lettura in una sorta di religione salvifica. Non sostiene semplicemente che leggere renda migliori o che ogni problema possa essere risolto attraverso un romanzo. La sua prospettiva è più interessante: sono le relazioni umane a restituire progressivamente un significato alle storie.


Ed è forse questa la ragione per cui il libro riesce a essere qualcosa di più di una semplice storia ambientata in una libreria.


Il vero tema non è soltanto il ritorno alla lettura di un uomo che aveva smesso di credere nei libri. È il ritorno alla possibilità di appartenere a qualcosa. Vivian arriva nel paese cercando isolamento e finisce per costruire, quasi senza accorgersene, dei legami. La libreria che avrebbe dovuto essere soltanto un luogo di passaggio diventa uno spazio in cui le persone si fermano. I clienti che inizialmente sono soltanto potenziali acquirenti diventano individui con una storia, dei problemi, delle nostalgie, delle aspettative.


E così, mentre Vivian pensa di vendere storie, sono le persone a cominciare a raccontargliene.


Questa inversione è una delle intuizioni più belle del romanzo. Le storie non sono più soltanto quelle contenute nei libri disposti sugli scaffali: sono anche quelle che gli abitanti del paese portano con sé. Il libraio che non crede più alle storie finisce quindi per trovarsi circondato da racconti anche quando non apre un libro.


La scrittura contribuisce molto alla riuscita di questo meccanismo. Il tono è agile, ironico, a tratti apertamente comico, ma sotto questa leggerezza si muovono temi più malinconici: la solitudine, il lutto, il bisogno di essere accolti, la difficoltà di fidarsi nuovamente degli altri e la possibilità di ricominciare. Il passaggio dalla comicità alla riflessione avviene senza brusche fratture e permette al romanzo di mantenere un ritmo piacevole anche quando affronta gli aspetti più dolorosi della vicenda.


Mi è piaciuto soprattutto il modo in cui Lecathelinais evita di rendere Vivian immediatamente simpatico. È un protagonista che bisogna imparare a comprendere. All'inizio può persino risultare irritante per la sua chiusura e per il suo atteggiamento nei confronti degli altri. Ma proprio questa distanza rende più significativo il percorso successivo. Non assistiamo alla trasformazione improvvisa di un personaggio che scopre una verità e cambia vita dall'oggi al domani. Assistiamo piuttosto a piccole crepe nelle sue certezze.


La libreria diventa una di queste crepe.


Le persone che entrano ne costituiscono altre.


E, lentamente, anche i libri tornano a occupare un posto diverso nella sua vita.


C'è poi un elemento che ho trovato particolarmente interessante: il romanzo parla di libri senza essere un romanzo costruito esclusivamente per compiacere i lettori forti. Non serve conoscere una particolare tradizione letteraria per entrare nella storia. Anzi, la provocazione iniziale è quasi l'opposto: cosa succederebbe se il protagonista di una storia ambientata in una libreria fosse proprio qualcuno che dei libri non vuole più sapere nulla?


Da questa domanda Lecathelinais ricava una storia che riesce a parlare della lettura senza diventare celebrativa. I libri non vengono presentati come oggetti magici capaci di risolvere automaticamente la vita. Sono piuttosto strumenti di relazione, memoria e trasmissione. Possono ferire, deludere, ricordare qualcosa che vorremmo dimenticare, ma possono anche diventare il punto da cui ricominciare.


In questo senso, il titolo assume progressivamente un significato più ampio. Il libraio non crede più alle storie, ma forse ciò che ha smesso di fare non è credere nelle storie: è credere nella possibilità che una storia possa ancora avere qualcosa da dirgli. Il percorso di Vivian consiste allora nel recuperare non tanto l'amore per i libri, quanto la disponibilità ad ascoltare nuovamente ciò che gli altri e la vita hanno da raccontargli.


È un romanzo che parla di rinascita senza utilizzare necessariamente i toni solenni della rinascita. Lo fa attraverso un negozio malandato, una serie di clienti curiosi, conversazioni più o meno riuscite, piccoli episodi quotidiani e una comunità che finisce per accogliere un uomo arrivato convinto di non aver bisogno di nessuno.


Ed è proprio l'accoglienza, alla fine, a diventare una delle parole chiave della storia.

Vivian pensa di poter vivere cancellando il passato, liberandosi dei libri e mantenendo una distanza di sicurezza dagli altri. Il paese gli dimostra invece che non sempre siamo noi a scegliere quanto spazio concedere alle persone. A volte sono gli altri a entrare nelle nostre vite, a insistere, a scalfire le difese e a ricordarci che l'isolamento può proteggerci dal dolore, ma può anche impedirci di vivere davvero.


Il libraio che non credeva più alle storie è dunque un romanzo sul potere delle relazioni almeno quanto lo è sul potere della lettura. E forse proprio per questo può conquistare anche chi, davanti a una storia che parla di una libreria, teme di trovarsi davanti all'ennesima celebrazione nostalgica dei libri e dei librai.


Qui c'è qualcosa di diverso: un uomo che vorrebbe liberarsi dei libri e che proprio attraverso quei libri, e soprattutto attraverso le persone che li cercano, finisce per ritrovare un posto nel mondo.


Non è un romanzo perfetto. In alcuni passaggi la dimensione sentimentale può risultare più scoperta e alcuni snodi della vicenda possono apparire costruiti per condurre il protagonista verso una conclusione già intuita. Anche il percorso interiore di Vivian, per quanto ben delineato, lascia talvolta la sensazione che alcune sue ferite siano più dichiarate che realmente esplorate fino in fondo. Ma sono limiti che non cancellano la piacevolezza complessiva della lettura.


Quello che rimane, infatti, è soprattutto una sensazione di calore. Non quello facile e zuccheroso delle storie che vogliono commuovere a tutti i costi, ma quello più discreto che nasce quando un personaggio solitario scopre di non essere poi così solo.


Kevin Lecathelinais, che nella vita è davvero libraio, costruisce quindi un esordio che gioca con una delle più evidenti contraddizioni possibili: raccontare il mondo dei libri attraverso qualcuno che dei libri non vuole più sentir parlare. E proprio da questa contraddizione nasce una storia che parla di solitudine, memoria, perdita, comunità e speranza.

Alla fine, forse, Vivian non torna semplicemente a credere nelle storie.


Torna a credere nella possibilità che qualcuno possa ancora raccontargliene una.


Consiglio Il libraio che non credeva più alle storie soprattutto a chi ama i romanzi ambientati nelle librerie, ma anche a chi cerca una storia sulla solitudine e sulla possibilità di ricominciare senza cadere nel sentimentalismo più prevedibile. È una lettura particolarmente adatta a chi crede che i libri siano importanti non soltanto per quello che raccontano, ma per le persone che riescono a far incontrare. E lo consiglio anche a chi, almeno una volta, ha pensato che una storia non potesse più sorprenderlo: Vivian potrebbe dimostrargli il contrario.


Alcune note su Kevin Lecathelinais

Kevin Lecathelinais è appassionato di fumetti, da oltre quindici anni ha una libreria a Rambouillet, nell’Île-de-France. Sui social, dove è noto come “Le libraire se cache”, racconta le cronache della sua vita da libraio.

 


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