RECENSIONE: Quello che non si può dire (Dorothee Elmiger)


Autore: Dorothee Elmiger
Traduttore: Nicoletta Giacon
Editore: Gramma Feltrinelli, 2026
Pagine: 224
Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea
Prezzo: € 18.00 (cartaceo), € 12.99 (ebook)
Acquista sito editore: https://www.feltrinellieditore.it/opera/quello-che-non-si-puo-dire/
Trama
Da Moby Dick di Melville a Cuore di tenebra di Conrad, l'incontro con una forza misteriosa e imperscrutabile in cui naufraga ogni fede nella ragione è stato uno dei temi prediletti della letteratura e del pensiero occidentali. Tra i libri capaci di restituire il fascino e il potere evocativo di tali grandi opere, occorre ora annoverare "Quello che non si può dire" di Dorothee Elmiger. Salutato dall'entusiasmo della critica al suo apparire in Germania, vincitore indiscusso del più prestigioso premio letterario tedesco, il romanzo muove da un caso realmente accaduto: la scomparsa, nel 2014, di due giovani donne olandesi nella giungla tra Panama e la Colombia. Un mistero irrisolto, reso ancora più oscuro da alcuni scatti contenuti nella macchina fotografica rinvenuta sul luogo della sparizione. Novantuno indecifrabili fotografie scattate tra l'una e le tre del mattino, con il pulsante premuto in rapida successione nel tentativo di rendere visibile qualcosa nel fitto della giungla. Un enigma che affascina a tal punto un noto regista teatrale, convinto con Oscar Wilde che il mistero si annidi nel visibile e non nel suo contrario, da spingerlo a concepire un progetto ambizioso: un'opera teatrale ambientata esattamente nel luogo della scomparsa delle due olandesi, nel cuore della foresta tropicale. A restituire con la parola, in una sorta di diario della spedizione, tutto ciò che capita alla nutrita compagnia di teatranti viene chiamata una scrittrice. È attraverso la sua voce che Dorothee Elmiger cattura irresistibilmente il lettore. La cronaca degli eventi che si susseguono nella giungla si trasforma in una inarrestabile caduta nel cuore di tenebra della ragione. Nel racconto dei diversi protagonisti della spedizione, l'iniziale disorientamento per il silenzio incombente, le piantagioni abbandonate, il clima soffocante, diventa via via paura dell'ignoto e, infine, perdita totale dei concetti, del linguaggio, del senso del mondo dinanzi all'irrompere del Grande Dio Vuoto, il dio osceno dell'abisso in cui naufragano tutte le cose.
Recensione
Una foresta tropicale, due ragazze scomparse, una serie di fotografie impossibili da decifrare e una compagnia teatrale che decide di tornare proprio nel luogo in cui, anni prima, si è consumato un mistero mai completamente chiarito. È da questo nucleo narrativo, reale e insieme profondamente enigmatico, che Dorothee Elmiger costruisce un romanzo che non vuole semplicemente raccontare una storia, ma interrogarsi su ciò che accade quando la realtà smette di essere comprensibile e le parole cominciano a non bastare più.
Quello che non si può dire, vincitore del Deutscher Buchpreis 2025, è un libro difficile da incasellare. Parte quasi come un romanzo d'avventura, assume progressivamente i contorni di una storia perturbante e finisce per trasformarsi in una riflessione radicale sul linguaggio, sulla paura, sulla violenza e sul bisogno umano di dare un significato a ciò che ci sfugge.
Il punto di partenza è la scomparsa, nel 2014, di due giovani donne olandesi nella giungla tra Panama e la Colombia. Il ritrovamento di alcuni oggetti e, soprattutto, di una macchina fotografica contenente novantuno fotografie scattate nel cuore della notte contribuisce a rendere la vicenda ancora più inquietante. Quelle immagini, invece di chiarire l'accaduto, sembrano spalancare un vuoto ancora più grande: mostrano qualcosa, ma non permettono davvero di sapere cosa sia successo. È proprio questa impossibilità di arrivare a una risposta definitiva a diventare il motore profondo del romanzo.
A distanza di anni, un regista teatrale decide di portare una compagnia proprio in quel luogo. Il suo progetto è ambizioso: realizzare un'opera teatrale ambientata nella giungla, là dove si sono perse le tracce delle due ragazze. A seguire il gruppo viene chiamata una scrittrice, incaricata di osservare, registrare, trascrivere ciò che accade durante la spedizione. Ed è attraverso il suo sguardo che il lettore entra progressivamente in questo territorio straniante.
Questa scelta narrativa mi è sembrata particolarmente interessante perché la scrittrice non è soltanto una testimone. Diventa, in qualche modo, il filtro attraverso cui la realtà cerca continuamente di essere trasformata in racconto. Il suo compito è mettere ordine, conservare le parole degli altri, registrare gli avvenimenti. Ma più la spedizione procede, più diventa evidente che l'ordine che si vorrebbe imporre alla realtà è fragile.
La giungla, infatti, non è semplicemente lo scenario del romanzo. È una presenza vera e propria. È qualcosa che avvolge, disorienta, modifica la percezione delle cose. Il caldo, la pioggia, il silenzio, la vegetazione, le piantagioni abbandonate e la sensazione di trovarsi in un ambiente nel quale i normali punti di riferimento non funzionano più contribuiscono a creare un'atmosfera sempre più opprimente.
E proprio qui, secondo me, Elmiger compie il passaggio più interessante. La domanda non è più soltanto: che cosa è successo alle due ragazze? La domanda diventa: che cosa succede all'essere umano quando si trova davanti a qualcosa che non riesce a comprendere?
È una differenza fondamentale.
Un normale romanzo costruito intorno a un mistero tende naturalmente verso una soluzione. Il lettore raccoglie indizi, formula ipotesi, cerca collegamenti e aspetta una risposta. Elmiger, invece, sembra interessata soprattutto al momento in cui questa ricerca della risposta si inceppa. Il mistero non è soltanto qualcosa da risolvere: è una voragine che mette in discussione la nostra convinzione di poter spiegare ogni cosa.
Da questo punto di vista, il romanzo dialoga apertamente con una certa tradizione della letteratura occidentale, richiamando quell'idea del viaggio verso un luogo sconosciuto che troviamo, con modalità naturalmente diverse, in opere come Moby Dick e Cuore di tenebra. Ma Elmiger non si limita a riproporre un modello già conosciuto: lo porta dentro il presente e lo utilizza per interrogare il nostro rapporto con la conoscenza, con la natura e con la rappresentazione della realtà.
La cosa che più mi ha colpito è proprio il modo in cui il romanzo mette continuamente in discussione il potere della parola. I personaggi parlano moltissimo. Raccontano, spiegano, ricordano, interpretano, cercano connessioni. Eppure, più parlano, più ci si avvicina alla sensazione che le parole non riescano davvero a raggiungere ciò che stanno cercando di descrivere.
È come se il linguaggio continuasse a girare intorno a un centro vuoto.
Il titolo acquista così un significato molto più ampio rispetto alla semplice impossibilità di raccontare un fatto. "Quello che non si può dire" diventa ciò che resiste alla descrizione, ciò che non può essere completamente tradotto in parole, ciò che rimane fuori dal nostro sistema di comprensione. L'orrore, in particolare, viene presentato come qualcosa che per sua natura sfugge al linguaggio: possiamo avvicinarci, tentare di nominarlo, costruire intorno ad esso racconti e immagini, ma non possiamo possederlo attraverso le parole.
Ed è proprio questo che rende la lettura inquietante.
Elmiger non costruisce la paura attraverso continui colpi di scena o attraverso una narrazione tradizionale dell'orrore. La paura nasce piuttosto dall'incertezza. Dalla sensazione che dietro ciò che vediamo ci sia qualcosa che non riusciremo mai completamente a vedere. Dalla progressiva perdita dei riferimenti. Dalla consapevolezza che la ragione, che utilizziamo come strumento per orientarci nel mondo, potrebbe non essere sufficiente.
Il cosiddetto "Grande Dio Vuoto", che emerge nel corso del romanzo come immagine dell'abisso e del nulla, rappresenta in questo senso molto più di una semplice presenza simbolica. È la materializzazione di una paura profondissima: quella di trovarsi davanti a un mondo privo delle risposte che cerchiamo, davanti a una realtà che non ha alcun obbligo di essere comprensibile.
Ma il romanzo non si ferma alla paura dell'ignoto. Uno degli aspetti che ho trovato più stimolanti riguarda il rapporto tra l'uomo e ciò che pretende di conoscere, dominare e rappresentare.
La compagnia teatrale entra nella giungla con l'intenzione di trasformare una tragedia reale in un'opera artistica. Ed è proprio questo gesto a diventare problematico. Che cosa significa trasformare una vicenda reale, ancora avvolta nel mistero e legata alla morte di due persone, in una rappresentazione? Quanto possiamo appropriarci di una storia che non ci appartiene? E quando raccontiamo qualcosa, quanto rischiamo di deformarlo per renderlo più comprensibile, più spettacolare, più vicino alle nostre aspettative?
Sono domande che Elmiger non affronta in maniera didascalica. Le lascia sedimentare nella narrazione, attraverso i comportamenti e i discorsi dei personaggi. È una delle caratteristiche che ho maggiormente apprezzato: il romanzo non sembra voler consegnare al lettore una tesi già confezionata, ma costruisce una situazione nella quale siamo noi a percepire progressivamente le contraddizioni.
Anche il rapporto con la natura assume così un significato particolare. La foresta non è una cartolina esotica e nemmeno un semplice ambiente ostile. È un luogo segnato dalla storia, dalla conquista, dallo sfruttamento e dalla violenza. La spedizione dei protagonisti finisce quindi per entrare in contatto con una serie di forme di violenza che non appartengono soltanto al mistero delle due ragazze scomparse, ma attraversano i rapporti tra esseri umani, il rapporto con la natura e la storia coloniale.
In questo senso, la giungla diventa anche una sorta di specchio. Più i personaggi cercano di comprenderla, più finiscono per confrontarsi con le proprie paure, ossessioni e contraddizioni.
La scrittura di Elmiger contribuisce enormemente a questa sensazione. È una prosa che procede spesso per immagini, frammenti, dialoghi, osservazioni e improvvisi spostamenti. La narrazione possiede qualcosa di cinematografico, quasi procedesse per inquadrature successive, lasciando tra un'immagine e l'altra uno spazio che il lettore è chiamato a riempire. Non è un caso che alcune letture critiche abbiano insistito proprio sulla dimensione visiva e cinematografica del romanzo.
Personalmente ho trovato molto interessante questa scelta perché rende la lettura meno rassicurante. Non tutto viene spiegato. Non tutto viene collegato. Alcuni elementi restano sospesi e proprio questa sospensione contribuisce a creare l'inquietudine.
È un libro che richiede attenzione e che probabilmente non cerca il lettore interessato esclusivamente a una storia da divorare rapidamente. La sua forza non risiede soltanto nella vicenda di partenza, ma in tutto ciò che la vicenda permette di mettere in discussione. Chi entra nel romanzo aspettandosi esclusivamente di scoprire che cosa sia accaduto alle due ragazze potrebbe quindi trovarsi spiazzato. Il mistero è importante, ma non è il vero punto d'arrivo.
Il vero viaggio è un altro.
È il viaggio dentro il fallimento della nostra esigenza di spiegare tutto.
Ed è proprio per questo che, una volta terminata la lettura, rimane una sensazione difficile da archiviare. Non tanto perché il romanzo offra una soluzione sconvolgente, quanto perché lascia il lettore davanti a una domanda molto più scomoda: siamo davvero capaci di accettare ciò che non comprendiamo?
Quello che non si può dire è, a mio avviso, un romanzo sul limite. Il limite della conoscenza, della parola, della rappresentazione artistica, della ragione. Ma anche il limite che separa ciò che possiamo raccontare da ciò che rimane inevitabilmente fuori dal racconto.
E forse è proprio qui che risiede la sua originalità. Elmiger parte da una vicenda reale che possiede già tutti gli ingredienti del mistero e la utilizza non per costruire l'ennesima ricostruzione di un caso irrisolto, ma per andare molto più lontano. La scomparsa delle due ragazze diventa una sorta di porta d'ingresso verso una riflessione più ampia sull'essere umano e sulla sua ostinata necessità di dare un nome alle cose.
A tratti la lettura può risultare impegnativa, soprattutto quando la narrazione abbandona i riferimenti più concreti e si addentra nella dimensione filosofica e simbolica. Ma è proprio questa ambizione a rendere il romanzo interessante. Non è una lettura che si esaurisce nell'intreccio: continua a lavorare nella mente anche dopo aver chiuso il libro.
Dorothee Elmiger costruisce così un'opera inquieta, colta e profondamente contemporanea, capace di utilizzare una storia di cronaca per parlare della nostra difficoltà ad accettare il vuoto, l'incertezza e l'inspiegabile. Un romanzo nel quale la foresta è reale, il mistero è reale, la paura è reale, ma lo è altrettanto il bisogno di raccontare tutto questo, anche sapendo che nessuna parola potrà mai essere completamente sufficiente.
Consiglio questio libro a chi ama i romanzi letterari e perturbanti, le storie costruite intorno a misteri irrisolti e, soprattutto, le opere che non si limitano a raccontare una vicenda ma utilizzano la narrativa per interrogarsi sul linguaggio, sulla paura, sulla natura e sui limiti della conoscenza. È particolarmente indicato per chi apprezza una letteratura ambiziosa, stratificata e non necessariamente rassicurante.
Alcune note su Dorothee Elmiger
Dorothee Elmiger, scrittrice, editrice e traduttrice, è nata in Svizzera nel 1985 e ha studiato Lettere, Storia, Filosofia e Scienze politiche a Lipsia. Le sue opere Einladung an die Waghalsigen (2010), Schlafgänger (2014) e Aus der Zuckerfabrik (2020) sono state tradotte in numerosi paesi. Elmiger ha ricevuto prestigiosi premi, tra cui il Premio letterario Aspekte per il miglior romanzo d’esordio scritto in tedesco, lo Schillerpreis 2021 e, più recentemente, il Premio Nicolas Born 2022. Aus der Zuckerfabrik è stato selezionato sia per il Premio tedesco del libro che per quello svizzero. Nel 2021 ha ricoperto la cattedra Samuel Fisher Visiting Professorship presso la Libera Università di Berlino e nel 2023 è stata scrittrice residente Max Kade presso l’Università del Michigan. È membro dell’Accademia tedesca per la lingua e la letteratura. Vive a New York. Per Feltrinelli Gramma è uscito Quello che non si può dire (2026).




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