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RECENSIONE: W. (Tiemen Hiemstra)

11 minuti fa
Tempo di lettura: 10 min



Autore: Tiemen Hiemstra

Traduttore: Dafne Paris

Editore: Adelphi, 2026

Pagine: 188

Genere: Narrativa straniera, Narrativa moderna e contemporanea

Prezzo: € 18.00 (cartaceo), € 9.99 (ebook)

Acquista: Libro, Ebook



Trama

La sensazione è quella di una scarica elettrica, una vorticosa corrente che stabilisce un legame improvviso, un reciproco riconoscimento e una complementarità perfetta. È l'inspiegabile reazione che si produce quando Olaf e W. si incontrano. W. è volitivo, inquieto, e il suo humour surreale lo ha reso famoso in tutta la scuola; la gentilezza è l'unico talento che Olaf si attribuisca. W. osa e sperimenta, Olaf lo segue. Li unisce una volontà di scoperta, un «progetto di ricerca sulla vita» che – ne sono convinti – solo insieme potranno realizzare. Poi Olaf si trasferisce da Groningen ad Anversa per studiare filosofia, mentre W. asseconda la sua irrequietezza: viaggia, esplora, si perde, ritorna. Ma quell'amicizia istantanea e misteriosa resta un centro di gravità, il nodo dei loro rapporti con il mondo: inclusi quelli con Hilde, la ragazza di Olaf che trasformerà il duo in un trio altrettanto indissolubile. Fino al giorno in cui W. scompare improvvisamente, senza una parola, lasciando dietro di sé solo un file, intrico di testi, immagini, haiku, e dei meme pubblicati in rete. Forse un invito, rivolto a Olaf, a braccare le sue tracce digitali e a ricomporre la sua immagine. O un'esortazione a proseguire da solo la ricerca. O ancora – come suggerisce l'epilogo perturbante di questo romanzo di formazione, concentrato nell'arco di tredici giorni – un ammonimento: «noi pensiamo di chiudere con il passato ma il passato non chiude con noi».


Recensione

Alcune amicizie arrivano nella nostra vita con una forza difficile da spiegare. Non hanno bisogno di un lungo periodo di conoscenza reciproca: basta un incontro, una battuta, uno sguardo, la sensazione quasi inspiegabile di aver trovato qualcuno capace di comprendere una parte di noi che nemmeno noi sapevamo di avere. È proprio da questa forma di riconoscimento immediato che prende avvio W. di Tiemen Hiemstra, romanzo d’esordio pubblicato originariamente nei Paesi Bassi e arrivato in Italia nel 2026 per Adelphi.


Al centro della storia ci sono Olaf e W., due ragazzi che si incontrano durante gli anni della scuola e che finiscono quasi immediatamente per diventare inseparabili. La loro amicizia nasce da una complementarità molto forte: W. è inquieto, impulsivo, curioso, sempre pronto a sperimentare e a spingersi oltre; Olaf, invece, si percepisce come una persona gentile, più riflessiva e meno incline all'iniziativa. W. fa, Olaf segue. W. propone, provoca, sperimenta; Olaf osserva, partecipa e, soprattutto, trova nell'amico una persona con cui condividere un modo completamente nuovo di guardare il mondo.


Tra loro nasce così quello che definiscono un vero e proprio "progetto di ricerca sulla vita": un modo per interrogarsi sull'esistenza, sulle persone, sulle esperienze e su tutto ciò che può ancora essere scoperto. Ed è forse proprio questa idea a rappresentare il cuore del romanzo. W. non racconta soltanto l'amicizia tra due ragazzi, ma racconta il momento della vita in cui il mondo sembra ancora completamente aperto e nel quale ogni esperienza può diventare una possibilità, una domanda, una scoperta.


Hiemstra riesce a restituire molto bene quella particolare energia che appartiene alla giovinezza: il desiderio di provare, di partire, di cambiare idea, di discutere di tutto, di trasformare anche le cose più insignificanti in un'occasione per interrogarsi sulla vita. L'amicizia tra Olaf e W. ha qualcosa di esaltante proprio perché non nasce soltanto dalla somiglianza, ma dalla differenza. Ognuno sembra possedere ciò che manca all'altro.


Ed è proprio questa complementarità, però, a diventare progressivamente anche una forma di dipendenza.


Perché quando una persona diventa così importante nella costruzione della nostra identità, separarsene significa inevitabilmente confrontarsi con una domanda difficile: quanto di quello che siamo appartiene davvero a noi e quanto, invece, è nato dall'incontro con qualcun altro?


Il romanzo diventa particolarmente interessante quando Olaf e W. iniziano a prendere strade differenti. Olaf si trasferisce da Groningen ad Anversa per studiare filosofia, mentre W. segue la propria irrequietezza, viaggiando, esplorando, allontanandosi e tornando. Nel frattempo entra nella loro storia anche Hilde, la ragazza di Olaf, e quella che era una relazione a due diventa un rapporto a tre. Ma W. continua a rappresentare il centro gravitazionale intorno al quale ruotano le esperienze degli altri due.


L'aspetto che ho trovato più interessante è proprio il modo in cui l'autore evita di raccontare questa amicizia come qualcosa di semplicemente positivo o idealizzato. C'è molta tenerezza nel rapporto tra Olaf e W., ma insieme alla tenerezza emerge anche qualcosa di più inquietante: la possibilità che un legame così intenso possa finire per rendere più difficile diventare se stessi.


L'amicizia può aiutarci a scoprire chi siamo, ma può anche diventare una specie di specchio nel quale rischiamo di continuare a cercare l'immagine dell'altro.

A un certo punto, però, W. scompare.


Non c'è una vera spiegazione, non c'è un congedo capace di mettere ordine nella situazione. Rimangono Olaf, Hilde e soprattutto le domande. Rimane anche un file, una sorta di archivio digitale composto da testi, immagini, haiku, meme e altri materiali lasciati da W. È da questo momento che il romanzo cambia ulteriormente natura.


La ricerca di Olaf non consiste soltanto nel tentativo di ritrovare fisicamente l'amico. Diventa soprattutto una ricerca di senso. Olaf prova a ricostruire W. attraverso le tracce che ha lasciato, quasi come se ogni frammento digitale potesse contenere una parte della persona scomparsa.


Ed è qui che il romanzo introduce con intelligenza uno dei suoi temi più contemporanei: il rapporto tra memoria, identità e tracce digitali.


Oggi una persona può scomparire dalla nostra vita senza necessariamente scomparire dal nostro mondo. Restano fotografie, messaggi, post, immagini, file, battute, commenti, video, frammenti di conversazioni. Restano versioni di quella persona che continuano a esistere anche quando la persona non è più raggiungibile.


Nel caso di W., questi materiali diventano quasi un archivio archeologico dell'amicizia. Olaf li osserva, li interpreta, cerca collegamenti e prova a ricostruire un'immagine dell'amico. Ma più cerca di comprenderlo, più emerge una verità scomoda: forse conoscere profondamente qualcuno non significa necessariamente riuscire a comprenderlo fino in fondo.


La struttura del romanzo accompagna perfettamente questa sensazione.


La narrazione non procede infatti come un racconto tradizionale, ordinato e rigorosamente cronologico. Il presente e il passato si intrecciano, i ricordi entrano nella storia mentre Olaf cerca di affrontare ciò che è accaduto, e il lettore viene continuamente invitato a ricomporre i frammenti. Anche la forma diventa quindi una rappresentazione della memoria: non ricordiamo in modo lineare, ma attraverso immagini, associazioni, episodi improvvisi, parole che riportano alla mente altre parole.


La stessa organizzazione in giorni contribuisce a creare questa particolare atmosfera. Il romanzo concentra gli avvenimenti principali in tredici giorni, ma dentro questo spazio temporale ristretto Hiemstra riesce a far entrare anni di amicizia, esperienze condivise, cambiamenti, separazioni e ricordi. Il tempo della storia e quello della memoria finiscono così per sovrapporsi.


È una scelta che può spiazzare, ma che trovo coerente con ciò che il libro vuole raccontare.

W. è infatti un romanzo sulla difficoltà di mettere ordine nel passato.


E forse proprio per questo il personaggio di W. rimane volutamente sfuggente. Anche il suo nome, ridotto a una sola iniziale, contribuisce alla sua natura enigmatica. W. è contemporaneamente una persona concreta e una figura che Olaf cerca continuamente di ricostruire. Più il protagonista tenta di afferrarlo, più W. sembra sottrarsi.


Questa ambiguità è uno degli elementi che rendono il romanzo più interessante.

W. non è semplicemente "l'amico scomparso" che deve essere ritrovato. È anche l'immagine che Olaf ha costruito di lui, e forse persino una parte della propria identità che Olaf ha costruito attraverso di lui.


In questo senso, la scomparsa di W. diventa anche una crisi personale per il protagonista. Se una parte importante di ciò che siamo è nata insieme a qualcuno, cosa succede quando quella persona non c'è più?


La filosofia, che accompagna il percorso dei protagonisti e in particolare la formazione di Olaf, non appare quindi come un elemento decorativo. Le domande filosofiche entrano naturalmente nella loro esperienza e nel modo in cui cercano di interpretare la realtà. La vita, il tempo, la memoria, l'identità, il significato delle relazioni e il rapporto tra ciò che viviamo e ciò che ricordiamo diventano questioni concrete, non semplici esercizi intellettuali.


Uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente è proprio questa capacità di Hiemstra di inserire domande profonde all'interno di situazioni spesso quotidiane, ironiche o persino assurde.


Il romanzo non è infatti sempre cupo. Al contrario, possiede una componente umoristica molto forte, legata soprattutto alla personalità di W. e al suo modo surreale di guardare le cose. L'autore alterna momenti di leggerezza ad altri decisamente più malinconici, creando un equilibrio particolare tra comicità e inquietudine.


Anche il linguaggio contribuisce molto a questo effetto. La scrittura ha un andamento mobile, a tratti giocoso, capace di passare rapidamente dall'osservazione quotidiana alla riflessione, dall'assurdo al malinconico.


E forse è proprio questa struttura labirintica a rendere W. un libro che non si esaurisce nella sua vicenda.


Leggendolo, viene spontaneo interrogarsi sulle proprie amicizie, soprattutto quelle che hanno avuto un ruolo importante durante l'adolescenza o nella prima età adulta. Quelle persone che ci hanno insegnato qualcosa, che hanno modificato il nostro modo di vedere il mondo, che magari oggi non frequentiamo più ma che continuano, in qualche modo, a essere presenti nelle persone che siamo diventati.


Il romanzo parla anche di perdita, ma non necessariamente nel senso più immediato del termine. La perdita di W. diventa una riflessione più ampia su tutte quelle persone che, prima o poi, smettono di essere presenti nella nostra vita. A volte perché scegliamo strade diverse, altre volte perché sono loro ad allontanarsi, altre ancora perché semplicemente il tempo trasforma i rapporti.


E allora la domanda non è soltanto "dove è finito W.?".


La domanda più profonda è: cosa rimane di una persona quando non fa più parte della nostra quotidianità?


Lo scittore sembra suggerire che rimanga molto più di quanto immaginiamo.


Rimangono le parole, le battute, le abitudini, i ricordi, le esperienze condivise. Rimangono perfino i nostri modi di pensare, perché le persone che abbiamo amato o con cui siamo cresciuti finiscono inevitabilmente per entrare nella nostra identità.

Il passato, quindi, non è semplicemente qualcosa che possiamo archiviare e lasciare alle nostre spalle. Può continuare a dialogare con il presente, soprattutto quando qualcosa è rimasto irrisolto.


È qui che il libro assume una dimensione quasi perturbante. La scomparsa dell'amico non produce soltanto il desiderio di ritrovarlo, ma apre una crepa nella percezione stessa della realtà. Olaf non deve soltanto scoprire che cosa è successo a W.; deve capire che cosa significava davvero quell'amicizia e quale parte di sé è rimasta legata a quella relazione.


L'elemento digitale, in questo senso, è particolarmente efficace perché introduce una contraddizione molto contemporanea: abbiamo a disposizione una quantità enorme di tracce delle persone, ma questo non significa che possiamo conoscerle davvero.


Possiamo avere migliaia di fotografie e non sapere cosa pensasse una persona in quel momento. Possiamo conservare messaggi e conversazioni, ma non necessariamente comprenderne il significato a distanza di anni. Possiamo ricostruire una presenza digitale senza riuscire a ricostruire la persona.


W. gioca continuamente su questa distanza tra presenza e assenza.


E forse è proprio per questo che, nonostante le sue poche pagine, il romanzo riesce a lasciare una sensazione più ampia della sua dimensione fisica. È un libro breve ma non necessariamente "veloce": alcune pagine chiedono di essere rilette, alcune domande restano in sospeso e alcune immagini continuano a lavorare nella mente anche dopo aver chiuso il libro.


Non tutto, personalmente, mi è sembrato ugualmente convincente. La scelta di affidarsi a una struttura frammentata e a una narrazione che procede per salti può creare una certa distanza dal lettore e, in alcuni passaggi, la figura di Olaf appare volutamente poco capace di penetrare davvero il mistero di W. Proprio questa caratteristica, che per alcuni lettori può essere una ricchezza, per altri potrebbe rappresentare il limite principale del romanzo.

Ma è anche vero che probabilmente è proprio questo il punto.


W. non vuole consegnarci un personaggio completamente decifrabile. Non vuole trasformare la scomparsa in un semplice enigma da risolvere. Al contrario, sembra interessato a mostrare quanto sia impossibile possedere davvero la storia di un'altra persona, anche quando crediamo di conoscerla intimamente.


Il risultato è un romanzo di formazione insolito, profondamente legato alla sensibilità contemporanea, capace di parlare di amicizia, identità, memoria e perdita senza trasformare questi temi in qualcosa di eccessivamente sentimentale.


Ho trovato particolarmente riuscito il modo in cui Tiemen Hiemstra riesce a tenere insieme leggerezza e inquietudine. Si può sorridere per una situazione assurda e, poche pagine dopo, ritrovarsi davanti a una domanda molto più seria. Si può seguire Olaf nella sua ricerca quasi con la curiosità di chi vuole scoprire dove sia finito W., per poi rendersi conto che la vera ricerca riguarda soprattutto Olaf stesso.


Ed è probabilmente questo il motivo per cui W. mi è rimasto più impresso come romanzo sull'amicizia che come semplice storia di una scomparsa.


Perché alla fine W. non parla soltanto di qualcuno che se ne va.


Parla di ciò che accade a chi resta.


Parla del modo in cui continuiamo a portare con noi le persone che hanno contribuito a costruirci, anche quando non fanno più parte della nostra vita. Parla della difficoltà di distinguere i nostri ricordi dalle persone che quei ricordi hanno creato. E soprattutto parla di quella fase della vita in cui siamo ancora abbastanza giovani da credere che tutto debba essere scoperto insieme a qualcun altro.


Si tratta quindi un romanzo che richiede un lettore disposto a lasciarsi trasportare più dalle domande che dalle risposte. Non è una storia da affrontare aspettandosi un mistero tradizionale da risolvere, ma un percorso dentro un'amicizia intensa, dentro la memoria e dentro il difficile processo attraverso cui una persona impara a esistere anche quando viene meno qualcuno che sembrava indispensabile.


Per me è soprattutto questo il valore del romanzo: ricordarci che alcune persone non rimangono necessariamente perché restano accanto a noi, ma perché continuano a modificare il modo in cui guardiamo il mondo.


Consiglio questa lettura a chi ama i romanzi di formazione non convenzionali, le storie incentrate sulle amicizie profonde e ambigue e quei libri che utilizzano una vicenda narrativa per aprire domande più grandi sull'identità, sulla memoria e sul significato dei rapporti umani.


È una lettura particolarmente interessante per chi apprezza le strutture narrative frammentarie, i romanzi brevi ma densi, la contaminazione tra letteratura e cultura digitale e quei personaggi che non vengono spiegati completamente, ma devono essere ricostruiti dal lettore.


Lo consiglierei anche a chi ama le storie in cui il mistero non è necessariamente qualcosa da risolvere, ma uno strumento per interrogarsi sulle persone e sui legami che abbiamo con loro.


Alcune note su Tiemen Hiemstra

Tiemen Hiemstra è uno scrittore olandese. È nato a Groningen e ha studiato a Anversa. Si è poi trasferito a Lipsia dove è diventato postino e dove ha scritto il suo primo romanzo W., pubblicato in Italia da Adelphi nel 2026.


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